Gravi interferenze sulla causa di licenziamento alla Scala di Milano
In merito alle notizie relative all’udienza sul licenziamento della lavoratrice della Scala
Apprendiamo con forte preoccupazione e con estrema gravità quanto riportato in queste ore da diverse testate giornalistiche in merito a una situazione poco chiara che si sarebbe verificata nel corso di un’udienza relativa alla causa di lavoro che ha visto coinvolta la lavoratrice licenziata dal Teatro alla Scala, da noi assistita come CUB Informazione e Spettacolo. Secondo quanto riportato dagli organi di stampa, alcuni individui avrebbero tentato di accedere o di acquisire documentazione identificandosi come appartenenti alle forze dell’ordine. Le informazioni attualmente disponibili risultano frammentarie e non consentono di comprendere con certezza la dinamica dei fatti né l’effettiva natura degli episodi segnalati. Apprendiamo inoltre che la magistratura abbia qualificato tali comportamenti come «quantomeno impropri» e che «obiettivamente si sono posti come potenziali interferenze nel sereno esercizio dell’attività giurisdizionale». Se tali circostanze fossero confermate, ci troveremmo di fronte a un fatto di inaudita gravità. Interferenze, anche solo potenziali, nell’esercizio della funzione giurisdizionale rappresentano un vulnus non soltanto per le parti coinvolte in una causa di lavoro, ma per l’intero impianto democratico e per la separazione dei poteri. Chiediamo con forza alla Questura e al Ministero degli Interni di fare piena luce su quanto accaduto. Chi ha disposto tali eventuali iniziative? A quale titolo? Con quali motivazioni? E come è possibile che, a fronte di quanto riportato, si registrino ora smentite circa la presenza di appartenenti alle forze dell’ordine? È necessario un chiarimento pubblico, trasparente e tempestivo. Non possiamo ignorare il contesto più ampio in cui questi fatti si inseriscono. Non ci stupirebbe, purtroppo, un clima di pressione e intimidazione nei confronti di chi si mobilita contro la guerra e a favore della Palestina libera, né verso le organizzazioni sindacali che difendono lavoratrici e lavoratori colpiti da sanzioni e licenziamenti. Non ci stupirebbe neppure alla luce dei reiterati tentativi politici di ridimensionare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, obiettivo dichiarato della cosiddetta contro-riforma Nordio-Meloni. Esprimiamo, al contrario, pieno apprezzamento per la magistratura che, nel segnalare e qualificare tali comportamenti come potenzialmente interferenti, ha dimostrato attenzione e fermezza nella difesa della propria indipendenza. È legittimo domandarsi quale sarebbe il quadro se dovessero passare riforme che incidono ulteriormente sull’autonomia della funzione giudiziaria: la tutela dei diritti, anche nei conflitti di lavoro, dipende in modo essenziale dall’esistenza di una magistratura libera da pressioni. Allo stesso tempo, ribadiamo con fermezza che tali notizie, per quanto gravi e preoccupanti, non incidono in alcun modo sulla legittimità e sulla determinazione delle future iniziative sindacali a tutela dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. La difesa dei diritti sul posto di lavoro, della libertà di espressione e delle garanzie democratiche resta e resterà al centro della nostra azione. Continueremo a monitorare la situazione e a intervenire pubblicamente qualora emergano elementi ulteriori che richiedano una presa di posizione.
Milano, 17 febbraio 2026
Cub Informazione & Spettacolo di Milano e prov.
Poliziotti alle udienze
della maschera licenziata dalla Scala, la procura apre un’indagine:
“Interferenze illecite”
La procura ha aperto un
fascicolo per indagare sulla presunta presenza di poliziotti alle
udienze sul caso della maschera licenziata dal Teatro alla Scala.
“Interferenze di questo tipo? Un attacco all’equilibrio
democratico”, ha denunciato il sindacato a Fanpage.it.
A cura di
Giulia Ghirardi
Lo scorso 4 maggio una maschera del Teatro alla Scala è stata licenziata per aver gridato "Palestina Libera" in occasione del concerto inaugurale della 58esima assemblea dell’Asian Development Bank organizzato dal MEF (Ministero dell'economia e delle finanze) al quale, tra gli altri, ha partecipato anche Giorgia Meloni. Un licenziamento che lo scorso novembre, a circa 6 mesi di distanza, è stato poi ritenuto "illegittimo" dal Tribunale del Lavoro che ha condannato la Scala a risarcire la maschera di tutte le mensilità intercorse dal licenziamento alla scadenza naturale del contratto. In questi giorni la vicenda – che pareva ormai chiusa – è tornata sotto i riflettori per quanto sarebbe accaduto durante le udienze: l'ingresso in Tribunale di persone qualificatesi come appartenenti alle forze dell'ordine e interessate al procedimento. Un fatto anomalo che ha spinto la presidenza del Tribunale a trasmettere gli atti in procura per le opportune verifiche.
Poliziotti alle udienze della maschera
licenziata dalla Scala
A denunciare pubblicamente la vicenda è
stato il sindacato Cub Informazione & Spettacolo di Milano che a
Fanpage.it ha parlato di una "situazione poco chiara" che
si sarebbe verificata nel corso di un'udienza relativa alla causa di
lavoro che ha visto coinvolta la maschera licenziata dal Teatro alla
Scala, da loro assistita. Secondo quanto ricostruito, pare che in tre
diverse occasioni – tra settembre e novembre 2025 – soggetti
presentatisi come poliziotti e, in due casi, come carabinieri,
avrebbero chiesto informazioni sul procedimento, interrotto le
udienze o tentato di acquisire la relativa documentazione.
Per
questo, il giudice del lavoro Antonio Lombardi avrebbe messo per
iscritto tre distinti episodi. Il primo: 3 uomini, qualificatisi come
Digos, due in abiti civili e uno in divisa, sarebbero entrati in aula
mentre era in corso l'udienza per accertarsi che si trattasse del
procedimento relativo alla maschera per offrire supporto in ragione
della presenza di manifestanti all'esterno. Tuttavia, alla fine
dell'udienza uno di loro sarebbe tornato per chiedere se la giovane
fosse stata sentita e quali decisioni fossero state prese. Un'altra
volta, a novembre, insieme a due persone in borghese, un carabiniere
avrebbe bussato alla porta del magistrato per domandare numero e
intestazione del fascicolo. Infine, il giorno successivo alla
sentenza di "illegittimità", lo stesso carabiniere si
sarebbe presentato in cancelleria, sostenendo di dover avere una
copia del provvedimento. È a quel punto che il presidente del
tribunale, Fabio Roia, di fronte a quanto riferitogli dal giudice e
poi confermato dal personale di cancelleria, avrebbe trasmesso gli
atti in procura per valutare condotte "improprie" che
costituirebbero "potenziali interferenze nel sereno esercizio
dell'attività giurisdizionale".
Contattato da Fanpage.it,
però, il questore di Milano Bruno Megale ha escluso che gli agenti
impegnati nei servizi d'ordine siano mai entrati in quelle giornate
negli uffici giudiziari. Intanto, la procura ha aperto un fascicolo a
modello 45, ovvero senza ipotesi di reato, per indagare
sull'accaduto. Contestualmente, il sindacato ha chiesto chiarimenti
urgenti: "Chi ha disposto tali iniziative? A quale titolo? Con
quali motivazioni". E avverte: se confermate, "interferenze,
anche solo potenziali, colpirebbero non solo le parti, ma
l'equilibrio democratico stesso".


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