giovedì 22 gennaio 2026

pc 22 gennaio - Ancora sulla Montatura poliziesca/giudiziaria contro Hannoun e i palestinesi: La strategia israeliana della "BATTLEFIELD EVIDENCE" e lo stop arrivato da Genova

Il Tribunale del Riesame ieri ha preso una decisione molto importante disponendo il rilascio di tre dei sette arrestati nell’inchiesta della Procura di Genova sul presunto finanziamento di Hamas attraverso raccolte fondi solidali verso la popolazione palestinese.

Anche se Mohammad Hannoun, considerato dagli inquirenti il leader, resta in carcere, buona parte del castello accusatorio nei confronti degli indagati è crollato.

In particolare, sembra essere stata stabilita la non ammissibilità della cosiddetta “battlefield evidence”, un dossier fornito dai servizi israeliani alle autorità italiane su cui si basa buona parte dell’inchiesta.

Cos’è e perché non è ammissibile la “battlefield evidence” israeliana

La “battlefield evidence”, letteralmente “prova sul campo di battaglia”, consiste in documenti e materiali raccolti direttamente da zone di conflitto, che vengono usati per indagini civili e processi per crimini di terrorismo, crimini di guerra e crimini internazionali, collegando mondo militare e forze dell’ordine.

Già dalle prime ore dopo gli arresti dell’inchiesta genovese, leggendo le pagine dell’ordinanza, appariva chiaro che parte del castello accusatorio nei confronti degli indagati si basava proprio su questi documenti forniti a mano da un agente israeliano agli inquirenti italiani. Fin da subito, però, c’era chi

sottolineava che l’ordinamento italiano ha regole ben precise sull’ammissibilità delle prove e che a fornirle fosse un esponente di uno Stato in conflitto, oltretutto con procedimenti aperti presso corti internazionali e accuse pesanti come quella di genocidio, rendeva non utilizzabili quei documenti. Più nello specifico, è Fausto Gianelli, uno degli avvocati degli accusati, a spiegare gli elementi di anomalia dei documenti israeliani. Non si tratta, infatti, di documenti reperiti dai magistrati italiani in base ai consueti processi di cooperazione internazionale tra tribunali, ad esempio attraverso rogatorie, ma di fascicoli e file consegnati spontaneamente e a mano da agenti dei servizi segreti di cui non si sa nemmeno il nome. Quei documenti sarebbero stati reperiti a seguito delle operazioni militari compiute da Israele, ma del contenuto non si sa chi è l’autore dei rapporti, dove, in che circostanze e quando sarebbero stati reperiti, rendendo di fatto impossibile i contro-esami e i controinterrogatori della difesa. Uno degli elementi della linea difensiva punta a mettere in discussione la convinzione israeliana che anche le associazioni umanitarie che beneficiavano dei finanziamenti raccolti in Italia siano dirette diramazioni di Hamas. «Ricordo che Israele ha definito anche l’Unrwa, l’agenzia dell’Onu, un’organizzazione che ospita terroristi che hanno partecipato all’assalto del 7 ottobre e ha bandito associazioni umanitarie – osserva Gianelli – Per Israele chiunque contrasta i piani dell’occupazione è un terrorista». A monte di ciò, però, c’è il tema delle garanzie processuali anche nella fornitura di prove, che spettano a qualunque imputato in Italia. «Quei documenti non vengono da tribunali israeliani – insiste l’avvocato – ma sono secretati e forniti da agenti segreti anonimi». Non è la prima volta che i servizi israeliani fanno un’operazione di questo tipo. C’è un precedente, citato dagli avvocati difensori nel processo genovese, che è stato respinto da un tribunale in Olanda. Elementi che portano a pensare che vi sia una vera e propria strategia israeliana per tentare di ostacolare e isolare tutti i soggetti e le realtà solidali con il popolo palestinese in giro per il mondo. «Noi abbiamo visto una mole di documenti mandati in vari Paesi proprio per attaccare e combattere le persone che si sono esposte e che hanno raccolto denaro», afferma il legale. Per Gianelli questo processo è un tentativo di esportare la logica israeliana del “diritto penale del nemico”, con cui si colpisce chiunque contrasta l’azione di Israele. «In Italia il processo è un sistema di garanzie, ma non per i finanziatori palestinesi che mandano i soldi a Gaza – conclude l’avvocato – ma per un sistema democratico. Se salta questo sistema e i processi diventano in stile Israele, allora dobbiamo essere preoccupati tutti e non solo i sostenitori della Palestina».

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