Il raid alla stazione Termini a Roma come prova generale dello Stato di polizia: propaganda armata, repressione del dissenso e il modello Trump come orizzonte del governo
Quello andato in scena alla stazione Termini non è stato un normale controllo. È stato uno spettacolo di potere. Elicotteri sopra i binari, cani, strade bloccate, uomini in divisa ovunque. Centinaia di persone identificate, pochi fermi, qualche arresto. Una messa in scena kolossal pensata per inviare un messaggio preciso: qui comandiamo noi. Non è sicurezza. È propaganda armata.
Passamontagna a parte, il copione è chiarissimo. L’operazione di giovedì scorso a Roma ricalca un modello preciso: quello dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) negli Stati Uniti. Le “Trumptruppen”, come sono state chiamate con sarcasmo ma senza imprecisioni. Stessa estetica muscolare, stessa logica intimidatoria, stessa ossessione per il nemico interno. Migranti, poveri, marginali: bersagli perfetti per costruire consenso con la paura.
Se fosse solo teatro, potremmo archiviarlo come farsa. Ma non lo è. Nei giorni immediatamente precedenti, mentre gli elicotteri decollavano e i cani fiutavano, piovevano denunce penali, arresti in differita e misure cautelari — anche contro minorenni — per le manifestazioni contro il genocidio in Palestina e in solidarietà con la Flotilla. La repressione nelle piazze e quella nelle stazioni sono la stessa cosa: due facce di un unico progetto.
Mentre le divise occupavano lo spazio pubblico, dietro le scrivanie si lavorava alacremente. Un nuovo ddl Sicurezza e un nuovo dl Sicurezza: circa 60 misure per garantire ciò che una volta si chiamava “legge e ordine” e che oggi viene venduto con il nome più presentabile di “sicurezza”. È la seconda stretta dopo il decreto di aprile, la prima davvero allarmante per la tenuta democratica del Paese. E non sarà l’ultima. Né la penultima.
Qualcosa è cambiato, e sta cambiando velocemente, nella strategia del governo guidato da Giorgia Meloni con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Quel qualcosa ha un nome e un cognome: Donald Trump. Non solo come alleato politico, ma come modello operativo. La securitizzazione totale, l’estetica dell’assedio, la polizia come forza di occupazione. L’idea che governare significhi mostrare i muscoli, non risolvere problemi.
Il raid di Termini è un manifesto: identificare per intimidire, fermare per dimostrare, colpire per educare. Non importa il risultato giudiziario; conta l’immagine. Non importa la legalità sostanziale; conta la percezione di forza. È la logica ICE trapiantata in Italia: uno Stato che si esibisce per convincere i “suoi” e terrorizzare gli “altri”.
E intanto si prepara il terreno normativo: più poteri di polizia, più perquisizioni, più fermi “preventivi”, più sanzioni amministrative. Meno diritti, meno garanzie, meno spazio per il dissenso. La sicurezza come clava, non come tutela. Il conflitto sociale trattato come patologia da reprimere, non come questione da affrontare.
Chi parla di “sicurezza” mente sapendo di mentire. Perché non c’è nulla di sicuro in una città trasformata in set militare. Non c’è nulla di sicuro in un Paese che criminalizza la povertà e reprime la solidarietà. Non c’è nulla di sicuro in un governo che copia i peggiori modelli autoritari d’oltreoceano e li riveste di tricolore.
Il raid alla stazioneTermini non è un’eccezione. È un avvertimento. Il sogno di Meloni e Piantedosi è chiaro: una polizia modello ICE, una democrazia a bassa intensità, una società disciplinata dalla paura. Sta a noi decidere se accettare la parte di comparsa in questo spettacolo o rompere la scenografia.

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