martedì 20 gennaio 2026

pc 20 gennaio - ll nuovo pacchetto sicurezza: benvenuti in uno Stato di polizia!

da ORE 12 Controinformazione rossoperaia del 19.01.26

Il governo sta preparando un nuovo decreto sicurezza. Ormai non c'è più limite, si può dire che quasi ogni mese questo governo sforna un decreto sicurezza o nuovi provvedimenti che da un lato ratificano una repressione già in atto, più estesa, più pervicace e dall'altro la porta avanti con misure che vogliono attaccare/criminalizzare le lotte, negare/cancellare i diritti, negare lo stesso dissenso.

Del nuovo decreto ne parlerà di seguito l’avvocata Antonietta Ricci di Taranto che analizza alcune delle sue parti più significative, ed esso deve trovare subito una opposizione estesa a tutti i livelli. Ma soprattutto quello che occorre è una violazione, chiamiamola “disobbedienza civile”, dei vari articoli di questo nuovo decreto che, unito agli altri, vuole mettere catene preventive alla stessa possibilità di opposizione, di critica.

Quindi il problema è prima di tutto di non permettere che questi decreti limitino i diritti dei giovani, degli immigrati, dei lavoratori; quindi è necessario esercitarli comunque, perché, di fronte ad una aberrazione che va sempre più avanti da parte di questo governo, occorre non solo denunciare ma praticare effettivamente l'opposizione agente che è lotta contro questo decreto.

Leggiamo su questo elevamento e inasprimento della repressione alcune parti di un comunicato della Freedom Flotilla che, facendo riferimento soprattutto alle centinaia di multe, di denunce, di arresti che hanno colpito in particolare giovani, e addirittura i minorenni a Torino, per manifestazioni a sostegno del popolo palestinese, in particolare nel 3 ottobre, scrive non si tratta di un problema di ordine pubblico come talvolta lo vogliono contrabbandare, non è la risposta a una presunta emergenza ma un'operazione ben studiata per colpire l'attivismo in tutte le maniere; non si tratta quindi di singoli provvedimenti ma si tratta di un accurato progetto di oscuramento delle voci critiche anche attraverso la normalizzazione della repressione, mascherata ancora una volta da sicurezza sociale. Infatti, anche le centinaia di denunce, gli arresti fatti verso chi ha manifestato il 3 ottobre - e ci sono state manifestazioni in tutta Italia, scioperi per la Palestina - queste denunce, questi arresti veicolano un messaggio elementare potente: non importa chi sei, non importa l'età, non importa la causa, ciò che viene colpito non è l'atto in sé ma la possibilità stessa di esprimere una posizione conflittuale nello spazio pubblico. Quindi il dissenso non è più considerato una dimensione normale della vita democratica ma un'anomalia da contenere, un fattore di disturbo da neutralizzare. Questa trasformazione, questa operazione di cancellazione anche del dissenso viene presentata - aggiunge il documento - come una necessità tecnica di sicurezza, ordine, prevenzione, di fatto nella pratica assume la forma di una normalizzazione della repressione. In realtà non si tratta di proteggere la collettività da una minaccia” (quale sarebbe questa minaccia? ndr), ma di ridefinire i confini di ciò che è possibile dire, di ciò che è praticabile, di ciò che può essere reso visibile. Quindi non sicurezza ma addestramento all'obbedienza(e qui entriamo in pieno nella logica, prassi, politica, azione di un regime che è moderno fascista, rappresentato dal governo Meloni, ndr).

Continua questo comunicato: “il punto è la trasformazione simbolica del dissenso stesso, presentarlo come irresponsabile, provocatorio, delinquenziale fino ad arrivare ad applicare l'etichetta di “terrorista” a chi solo osa esprimere idee contrarie a questo regime. Quindi la protesta viene riletta come patologia, la disobbedienza come devianza, la solidarietà come rischio che questo prima o poi inneschi lotte. Quindi l'altro aspetto è l'anticipazione repressiva, colpire prima che il conflitto prenda forma, prima che si strutturi, prima che diventi pensiero condiviso”.

Quindi per questo Stato il conflitto, il dissenso è intollerabile.

Come si diceva prima nel comunicato di Freedom Flotilla, questo avviene con una scelta accurata delle parole utilizzate, si usano le parole: ordine, decoro, sicurezza, normalità, di fatto queste parole vogliono usarle come sedativi collettivi capaci - dice il comunicato - di anestetizzare la percezione del conflitto e rendere accettabile ciò che in altri contesti storici sarebbe apparso intollerabile.

Viviamo in un paese dove una certa fazione politica ha deciso che dei minorenni devono finire in manette per aver espresso una posizione morale, un paese in cui la solidarietà viene equiparata una minaccia in cui le zone rossa diventano permanenti e il controllo repressivo diviene passaggio quotidiano. Noi siamo davanti a una deriva improvvisa, siamo davanti a una trasformazione lenta, progressiva, che ha chiesto ai cittadini una sola cosa, abituarsi alla peggiore politica in nome di una supposta sicurezza”.

Queste ultime frasi del comunicato di Freedom Flotilla sono importanti perché insieme alla repressione concreta, fatta di arresti, di cariche della polizia, di multe, di denunce, di condanne - e abbiamo visto il 16 la condanna ad Anan a più di 5 anni del tribunale dell'Aquila - insieme a questo, va avanti una sorta di imposizione, di repressione ideologica, mentale, che vuole rendere normale, anzi necessaria, una repressione perché i cittadini possano avere una vita sicura, tranquilla.

E inutile dire che come stiamo vedendo, anche da tantissimi episodi di cronaca quotidiana, questa sicurezza e questa tranquillità non ci sono affatto, saltano in ogni momento, dalle grandi città alle piccole città, c'è un imbarbarimento che tocca giovani, tocca soprattutto gli uomini verso le donne ecc. Per cui questo è l'altro aspetto molto preoccupante che bisogna smascherare e combattere.


Da Avvocata Antonietta Ricci

Sul tavolo di palazzo Chigi è stato presentato un pacchetto di 65 misure messe a punto dai tecnici del Viminale. Un ulteriore pacchetto sicurezza composto da un decreto e da un disegno di legge.

Il disegno di legge affronta la materia di sicurezza pubblica, di immigrazione e protezione internazionale nonché di funzionalità delle forze di polizia e del Ministero dell'Interno mentre il decreto legge riguarda il potenziamento operativo e organizzativo del Ministero dell'Interno e delle forze di polizia.

Si tratta di una strategia ridondante volta ad aggredire come già stato fatto in passato l'iter legislativo e

piegarlo ad una volontà repressiva. È importante riconoscere questi atti come tasselli di una cornice repressiva ben più grande che sappiamo questo governo persegue dal primo giorno del suo insediamento con il decreto anti rave, decreto Caivano, decreto sicurezza e ora decreto sicurezza bis.

Oltre a una serie di misure sui furti, sulla violenza giovanile (perseguendo il modello Caivano), sulla microcriminalità (con particolare attenzione alla detenzione di strumenti di offesa e la loro vendita) e sullo spaccio, il pacchetto sicurezza si concentra soprattutto sulla repressione del dissenso, sul controllo oppressivo della migrazione e sull'estensione delle tutele per le forze dell'ordine.

Nel leggere tutto queste nuove misure emerge chiaro ed evidente che uno degli obiettivi è quello di fare in modo che possano essere applicate misure preventive senza che si passi dal vaglio di un giudice, senza la garanzia di un processo, si ridisegna il nostro assetto costituzionale e si rende il nostro paese uno stato di polizia in cui livello di autoritarismo e di repressione delle piazze, degli immigrati ma più in generale di tutte le soggettività non conformi all'idea di paese che ha il governo Meloni, devono essere criminalizzate. L’intero disegno è coerente con questa impostazione: l’introduzione e l’ampliamento delle misure preventive riducono drasticamente il controllo giurisdizionale, perché tali misure vengono adottate direttamente dalle forze di polizia, dalla questura o dalla prefettura.

Una delle novità più clamorose di questo pacchetto sicurezza è quella che riguarda il fermo di prevenzione come è stato definito. Nel nostro ordinamento già conosciamo l'istituto del fermo ma è una misura che viene attuata d'urgenza e dalle forze di polizia su una disposizione del pubblico ministero nel caso in cui il reato sia stato già commesso e sia necessario garantire la presenza sul territorio della persona che è indagata quindi evitare il pericolo di fuga. Invece stiamo parlando di un fermo preventivo, antecedente a eventuali ipotesi di reato e stiamo parlando di una misura che troverà applicazione nel corso di manifestazioni, se la polizia sospetta che una determinata persona, che appartiene a un gruppo di attivismo, a movimenti antagonisti, possa causare dei disordini all'interno di una manifestazione, può liberamente fermarla e portarla in questura e trattenerla 12 ore. Questo tipo di fermo è sicuramente una novità ed è sconosciuta all'interno del nostro ordinamento. Senza che sia commesso alcun reato è una misura di polizia che non dipende da un controllo giudiziario ed è lasciata alla polizia la più ampia discrezionalità nell'applicazione. Probabilmente dopo ci sarà una convalida ma è una convalida postuma da parte del giudice, nel frattempo si tratta di una vera e propria operazione di polizia.

Poi c'è un'altra misura sempre allo studio del Governo che riguarda una serie di sanzioni amministrative per chi convoca manifestazioni non autorizzate, devia dal percorso, disobbedisce all'ordine di sciogliere un concentramento, sanzioni che sono veri e propri salassi fino a 20.000 euro.

Come noto, le manifestazioni devono essere preavvisate almeno tre giorni prima, oggi tramite PEC. Questo garantisce la regolarità dell’evento. Tuttavia, per ragioni di urgenza, alcune manifestazioni nascono “sul momento” e non riescono a rispettare questa procedura. In passato, l’assenza di preavviso costituiva un illecito penale ai sensi dell’articolo 18 del Testo unico delle leggi di pubblica

sicurezza, con responsabilità in capo all’organizzatore. Nella pratica, però, questi procedimenti si concludevano quasi sempre con assoluzioni, rendendo la sanzione inefficace.

Per questo il legislatore ha scelto di depenalizzare il reato, trasformandolo in illecito amministrativo, con l’obiettivo dichiarato di accelerare il procedimento sanzionatorio e rendere effettive le punizioni. Sono state così introdotte sanzioni pecuniarie molto elevate, fino a 20.000 euro, applicabili senza passare dal giudizio penale.

Queste sanzioni incidono pesantemente non solo sul piano economico, ma anche sull’attività futura delle organizzazioni, poiché possono di fatto inibire la possibilità di promuovere nuove manifestazioni. Il meccanismo colpisce qualsiasi tipo di movimento, inclusi i sindacati, e si inserisce in una linea politica già emersa in passato, volta a imporre una sorta di penale prima dell’evento come responsabilità economiche per episodi di disordine o violenza. Le sanzioni amministrative possono essere applicate non solo per il mancato preavviso, ma anche per deviazioni dal percorso autorizzato o per il mancato rispetto delle prescrizioni della questura. Le violazioni potenziali sono numerose e l’entità delle sanzioni ha un evidente carattere repressivo e dissuasivo.

In sintesi, poiché la magistratura assolveva, si è scelto di superare il problema eliminando il reato e introducendo sanzioni amministrative immediate e molto severe, capaci di colpire direttamente i soggetti ritenuti responsabili.

In questa prospettiva, l’obiettivo è evitare l’intervento della magistratura, che potrebbe ostacolare la volontà repressiva del governo. L’intero disegno è coerente con questa impostazione: l’introduzione e l’ampliamento delle misure preventive riducono drasticamente il controllo giurisdizionale, perché tali misure vengono adottate direttamente dalle forze di polizia, dalla questura o dalla prefettura.

Si pensi, ad esempio, all’ampliamento del DASPO urbano nei confronti di soggetti ritenuti responsabili di reati durante le manifestazioni, o all’estensione delle zone rosse, anch’essa prevista da questo disegno di legge. Tutto va nella stessa direzione: spostare la gestione del dissenso dal piano penale a quello amministrativo e preventivo, anticipando le sanzioni e rafforzando il controllo sulle persone che manifestano dissenso.

Non si tratta di una semplice deriva: è un cambiamento strutturale. Il controllo passa dai giudici all’amministrazione, dalla repressione ex post alla prevenzione ex ante. Questo è uno Stato di polizia. Non stiamo scivolando verso di esso: ci stiamo precipitando dentro.

Ancora, nuove norme sui diritti dei migranti puntano a riscrivere radicalmente il loro status giuridico in Italia, costruendo di fatto una sorta di diritto speciale. Questo avviene attraverso una continua e ossessiva modifica del Testo unico sull’immigrazione, che ha prodotto una compressione sistematica dei diritti dei migranti.

Il risultato è un corpus normativo ormai avulso dai principi costituzionali. Basti un solo esempio: si ipotizza addirittura di escludere automaticamente i migranti dall’accesso al gratuito patrocinio nei procedimenti di convalida del trattenimento finalizzati all’esecuzione dell’espulsione. Una simile previsione incide direttamente sul diritto di difesa, che è un diritto inviolabile garantito a tutti, non solo ai cittadini italiani ma anche agli stranieri, e in particolare a chi non dispone di risorse economiche. Negare il gratuito patrocinio a persone che sono, per definizione, tra le più vulnerabili, povere e socialmente fragili significa svuotare di contenuto quel diritto. In questo modo, per i migranti si finisce per applicare un diritto separato e degradato, collocato deliberatamente al di fuori del quadro costituzionale.

È questa la direzione che il governo sembra voler imprimere: un sistema giuridico che tratta una parte della popolazione come un’eccezione permanente alle garanzie fondamentali 


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