giovedì 5 marzo 2026

pc 5 marzo - L'intervista di Radio Onda rossa allo Slai cobas Taranto, dopo la nuova morte/assassinio di un operaio all'Ilva

Radio Onda rossa - Ti rubiamo solo qualche minuto per raccontarci un po' come si sta reagendo, in che modo si sta reagendo all'ennesima morte sul lavoro all'Ilva.

Slai cobas Taranto - Il clima che c'è nella fabbrica è un silenzio irreale in queste ore perché questa seconda morte a distanza così breve dalla precedente e per di più con le stesse caratteristiche tecniche, ha lasciato sgomenti. Oggi non c'è un operaio che non dica: se deve essere così chiudiamo la fabbrica, e questo è detto dagli operai; chiaramente è detto con rabbia e rassegnazione perché gli operai non vogliono la chiusura della fabbrica per motivi oggettivi e soggettivi, perché chiaramente è il loro lavoro, ma gli annunci sul “futuro felice post Ilva” sono ridicoli, grotteschi, una favola immaginaria. Chiunque la faccia non tiene conto che questa è ancora la più grande fabbrica di questo paese, lo stabilimento centrale della siderurgia italiana e uno dei principali a livello europeo. Operai diretti, appalto, indotto, tutti sanno che si tratta di circa ventimila operai, vedono il loro lavoro senza prospettive e sicuramente nessuno vuole vivere di cassa integrazione, di attese.

Però vi devo dire che questa morte ha fatto più effetto, sia perché la situazione era di marasma assoluto dopo la decisione milanese sul fermo di tutta l’area a caldo dello stabilimento da fine agosto, sulla base di considerazioni altrettanto legittime che i magistrati hanno fatto, supportate da elementi di fatto, non certo da ideologie o da pregiudizio. Quindi in questa situazione non si vede luce con il governo che è assente materialmente dal rapporto con i lavoratori, con i sindacati che da tempo discutono solo di numeri di cassintegrazione, e di richieste di incontro diretto con la Meloni, del trasferimento del Tavolo a Palazzo Chigi - che noi appoggiamo molto tiepidamente perché non pensiamo affatto che i ministri che stanno trattando con i sindacati lo facciano per conto proprio e senza il pieno consenso della Meloni. Ma appunto a parte questo, la sostanza è che il governo sta consegnando la fabbrica in maniera stracciona a un Fondo americano oscuro, perché l’unica cosa che c'è di chiaro è che chiede soldi invece di metterli, quello che è chiaro è che si tratta di un Fondo avventuristico, sotto accusa anche in altri stati, come la Germania; per di più sembra avere tutte questo fondo, perché oltre ad essere parte dell'universo parassitario dei Fondi finanziari è legato a Trump ed è sionista, sionista nel sostegno, anche finanziario, all'ala più estrema del sionismo israeliano. Quindi in qualche maniera è il peggio che ci poteva capitare. Quando si dice “non c'è limite al peggio”, ecco ex Ilva sta provando che non c'è, che in realtà è vera questa frase.

Loris, l’operaio di 36 anni morto lunedì, era di una ditta dell'appalto. Queste ditte dell'appalto

nell'universo dell'Ilva in questo periodo stanno lavorando più dei diretti perché l'attività generale di produzione è abbastanza ferma per il fermo degli altoforni, e gli operai delle ditte dell’appalto però mantengono in piedi lo stabilimento, cercando di fare quello che dovrebbe essere il loro lavoro, la manutenzione di tutto lo stabilimento, perché in questo stabilimento alla fine la manutenzione la fanno gli operai delle ditte, mentre gli operai diretti addetti alla manutenzione sono in cassintegrazione.

Però da un lato si dice che dovrebbero fare la manutenzione, dall'altro ci sono due ditte che hanno già comunicato licenziamenti e le altre sono lì per farlo. E quindi è proprio la manutenzione che dovrebbe essere l’unico vero compito di fase dei commissari nominati dal governo non si fa o si fa su impianti che cadono a pezzi.

Quindi in sostanza la situazione è pessima. E’ pessima dal punto di vista dei padroni che ancora non hanno trovato nessuna quadra; del governo che non vuole nazionalizzare la fabbrica per ideologia e per soldi; ed è pessima dal punto di vista dei lavoratori che sono stati in un certo senso accompagnati alla passività, all'attesa di incontri inconcludenti a Roma, con il risultato concreto che da Roma non è avvenuto niente e a Taranto la situazione è peggiorata.

Chiaramente le famiglie in questi ultimi due morti, queste famiglie contano tanto perché si tratta di operai giovani e questo è già una cosa differente, operai giovani ma che hanno quasi vent'anni di stabilimento, perché qui la classe operai dell'Ilva è relativamente giovane, la grande parte dei lavoratori è entrata dopo una gigantesca rottamazione fatta da Riva. Quindi, non si tratta di operai all'ultimo stadio che aspettano una pensione come soluzione, ma di operai giovani che devono lavorare; perché sicuramente non è che possono mandare 10 mila persone in pensione, né questo governo né qualsiasi governo capitalistico attuale.

Se ci fossi stato io…”, è la frase che più abbiamo sentito in questi giorni alla morte di Loris tra gli operai delle ditte, e le prime parole sono per la famiglia.

In questo senso questa morte non è come le altre. Quindi ci aspettiamo qualcosa e lavoriamo per qualcosa; e qualcosa è la rivolta operaia, è la chiusura condizionata della fabbrica in relazione alle effettive soluzioni concrete, è il blocco delle attività che sono insicure. La sicurezza, con questa ultima morte in fabbrica, ha preso il sopravvento sulla narrazione delle morti fuori dalla fabbrica.

In questi due anni per effetto anche indotto della riduzione della produzione non è che la situazione sia migliorata, il problema è più o meno uguale, la pratica è stata lasciata dove era e le morti in fabbrica sono tornate e la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Martedì è stata fatta un’occupazione simbolica, da parte dei delegati della Direzione. Ma gli stessi sindacalisti, che a Taranto non sono dei migliori, e non solo per la linea ma per il personale sindacale ereditato negli ultimi anni, non ha effettive tradizioni di lotta sindacale, non è Genova per capirci. E quindi spesso i delegati sono degli autentici sprovveduti, gli manca l’abc della lotta sindacale, oltre un’analisi scientifica, che noi chiamiamo marxista, della fabbrica.

Ma ora siamo a un punto di non ritorno. L'incontro a Roma che è stato anticipato al 5 marzo, quasi come fatto oggettivo, dopo che i sindacali avevano già annunciato una sorta di autoconvocazione a Roma per il 9 marzo.

Questo è lo stato della fabbrica oggi. Chiaramente però dal 9 bisogna trovare il modo in cui i lavoratori mettano i piedi nel piatto.

Noi non siamo per la chiusura dell'Ilva e non siamo perché gli operai si facciano portatori di questa rivendicazione. Non crediamo agli ammortizzatori, per cui staremo a casa per 20 anni e poi ci daranno il lavoro... Perché tutte le attività industriali intorno all'Ilva e che non sono legate all'Ilva sono in chiusura. E' in chiusura la Vestas, è in chiusura la Natuzzi che è tessile, sono in chiusura perfino fabbriche che dovrebbero essere invece in pieno sviluppo legate al settore secondario; perché quando un polo industriale muore, muore anche il resto. La falsa bonifica, Bagnoli insegna, comincia dopo 30 anni, ed è anch’essa inquinante.

A Bagnoli le masse stanno protestando contro le bonifiche che non ci sono state e il modello di sviluppo che si prospetta.

Quindi in questo contesto l'Ilva cresce nella sua importanza, ma la sua importanza sociale e politica dipenderà dai lavoratori. Genova l'ha dimostrato, che se i lavoratori si muovono sono un “carrarmato”, purché non si faccia come a Genova, dove si fanno i carrarmati ma si dice: liberiamoci di Taranto, salvate noi, date a noi l'acciaio e la produzione necessaria perché non vogliamo dipendere da Taranto. Questo dicono a Genova i dirigenti sindacali, e la base dei sindacali confederali. E quindi noi non siamo affatto d'accordo.

Però sulle forme di lotta se si vedesse qualcosa del genere anche a Taranto crediamo che forse uno scenario differente può apparire.

Nessun commento:

Posta un commento