E' insopportabile che parte del movimento antimperialista nel nostro paese copre tutto questo - serve una critica e una lotta teorico politica aperta contro tutto questo nel movimento
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Iran, il silenzio della CinaPerché la reazione di Pechino all'attacco a un "alleato" è più che cautaL’attacco all’Iran - senza copertura delle Nazioni Unite - da parte di Stati Uniti e Israele, forse farà finalmente comprendere la natura del potere cinese a quanti (con mezzo secolo di ritardo) sognano la Cina in un ipotetico campo “anti-imperialista” o che comunque vedono Pechino come antagonista di Washington. Anche se non c’è da farsi troppe illusioni: le convinzioni più superficiali e dogmatiche sono le più dure a morire. Fatto sta che, finora, la reazione della leadership cinese all’aggressione a Tehran è stata improntata alla prudenza, limitata a un comunicato ufficiale del ministero degli esteri che, il 28 febbraio, ha fatto sapere che «la Cina è profondamente preoccupata per gli attacchi militari contro l’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele» e ne ha chiesto «l’immediata cessazione», aggiungendo che «devono essere rispettate la sovranità nazionale, la sicurezza e l’integrità territoriale dell’Iran». Ricordiamo che la Cina ha una “partnership strategica” con l’Iran, membro sia dei Brics che della Shanghai Cooperation Organization, che negli ultimi anni ha condotto anche diverse operazioni militari congiunte con Pechino e Mosca. Le relazioni bilaterali Cina-Iran (fiorenti dai tempi dell’antica Persia), dopo aver subìto una battuta d’arresto con la rivoluzione khomeinista del 1979 (“Abbasso l’America, abbasso Israele, abbasso la Cina”, gridavano gli studenti iraniani nelle piazze), sono state rilanciate nell’ambito dei grandi progetti promossi dall’amministrazione di Xi Jinping (nuova via della Seta anzitutto). Ebbene contro questo paese importante (la Cina nel 2025 vi ha importato il 13,4 per cento delle sue ben diversificate forniture di greggio) Pechino ha visto scatenare un attacco da parte di Stati Uniti e Israele che, ufficialmente, punta al cambio di regime, suprema violazione a quel principio di “sovranità” difeso religiosamente e promosso attivamente da Pechino, che da oltre un decennio ha alzato una grande muraglia ideologico-informatica-repressiva contro le “interferenze straniere” che ha visto via via avvicinarsi, con le primavere arabe, Euromaidan le rivolte anti-regime in Asia centrale. Non dimentichiamo che il 3 gennaio scorso Donal Trump aveva fatto rapire Nicolas Maduro, il presidente di quel Venezuela traballante alleato di Pechino nel “cortile di casa” degli Stati Uniti. La reazione, più che cauta, da Parte di Pechino a queste offensive senza precedenti contro due quasi-alleati può essere interpretata in parte come frutto di una fase di riflessione da parte della leadership cinese sulle possibili conseguenze delle mosse statunitensi e israeliane. «Gli attacchi contro l’Iran e la potenziale prospettiva di un cambio di regime incideranno gravemente sugli interessi della Cina», ha dichiarato Zhao Minghao, esperto di relazioni internazionali presso la Fudan University di Shanghai. «La Cina sta valutando le intenzioni più profonde dietro le azioni degli Stati Uniti in Venezuela e in Iran, poiché Washington potrebbe aumentare la pressione su Pechino controllando il mercato energetico internazionale», ha aggiunto Zhao. Tra i commentatori nostrani in tanti si sono affrettati a interpreatre la mossa contro il Venezuela e quella contro l’Iran come inquadrate in un unico disegno anti-cinese di dominio delle risorse energetiche da parte di Trump. Una valutazione che non convince del tutto, in quanto:
Di fronte a questa offensiva la risposta cinese non prevede di andare allo scontro con gli Stati Uniti ma, al contrario, la ricerca di compromessi. Il pensiero e il pragmatismo cinese, nonché le condizioni affatto uniche di questo paese-continente, suggeriscono che scontrarsi con una grande potenza rallenterebbe lo sviluppo socioeconomico della Cina. Dunque si tende, se non a renderlo impossibile, comunque a ritardare il più possibile tale scontro, a quando alla Cina arrecherebbe meno danni. Donald Trump (e Bejiamin Netanyahu) ha scatenato l’attacco all’Iran dopo che, il 30 ottobre scorso, si era incontrato con Xi Jinping e i due leader avevano deciso di allentare la tensione sino-statunitense (che nei mesi precedenti aveva raggiunto il calor bianco). Ora Xi e Trump intendono passare da una semplice de-escalation a un accordo che stabilizzi le relazioni bilaterali durante il XV Piano quinquennale (2026-2030), e che dia una mano a Trump nella campagna per il voto di mid-term (3 novembre 2026). Secondo le indiscrezioni delle ultime ore questa intesa potrebbe prevedere - oltre a concessioni commerciali sull’acquisto di soia e aerei Boeing da parte della Cina - investimenti cinesi negli States per assecondare i progetti di Trump di rilancio della manifattura nazionale. Il valore degli investimenti cinesi negli Usa è sceso dal picco di 17 miliardi di dollari, nel 2016, a 6,6 miliardi nel 2024. A fare da modello per un rilancio degli investimenti cinesi negli States sarebbe la joint-venture del 2023 tra Ford e CATL, il colosso cinese delle batterie elettriche. Perché le aziende cinesi dovrebbero costruire fabbriche negli Usa? Anzitutto perché ciò garantisce “protezione” al partito comunista cinese, legandolo alla prima economia del pianeta. Inoltre, la contropartita politica che Xi è pronto a chiedere all’illustre immobiliarista è di quelle pesanti: un clima disteso nelle relazioni bilaterali, per non intralciare le politiche del piano quinquennale, e una sostanziale riduzione delle “interferenze” Usa, politiche e militari, su Taiwan. Mentre su Tehran piovono incessanti le bombe - dopo quelli di Ginevra, Londra, Stoccolma, Madrid e Kuala Lumpur dei mesi scorsi -, nei prossimi giorni a Parigi è previsto un altro incontro tra le due delegazioni, guidate dal vice premier He Lifeng e dal segretario al tesoro Scott Bessent, per preparare il faccia a faccia Xi-Trump. Donald Trump - secondo quanto ufficializzato dalla Casa Bianca - è atteso a Pechino per il summit con Xi Jinping il 31 marzo. Qualche giorno fa, il ministro degli esteri, Wang Yi, a proposito dell’attacco all’Iran, ha denunciato l’affermarsi della “legge della giungla”. Per i cinesi non c’è contraddizione: il quadro internazionale continuerà a essere segnato dal caos (luàn): è in tale contesto che dovrà avanzare la modernizzazione socialista. Dunque, perché no, tappeto rosso per Tariff Man, che ha lanciato l’operazione “Furia epica” contro un quasi-alleato della Cina. Ciononostante, l’attacco a un grande paese come l’Iran convincerà Pechino a irrobustire la propria deterrenza nucleare, nonché la repressione dei dissidenti. Quello sferrato degli Stati Uniti contro Tehran (il 22 giugno 2025 sulle installazioni iraniane ci fu solo un raid) è il primo assalto contro un paese importante dell’ordine multipolare di cui Pechino e Mosca sono fautrici, membro dal 2021 della Bri, dal 2024 dei Brics e della Shanghai Cooperation Organization. Come è possibile che la Cina sia pronta a tollerarlo? Per Pechino non si tratta di ingoiare il rospo, ma di cogliere le opportunità presenti anche in questa ennesima crisi mediorientale. E così, da un lato, la Cina difenderà, con la sua retorica, i tanti paesi spaventati dall’aggressività Usa, dall’altro - come ha scritto il ricercatore di Chatham House Ahmed Aboudoudh -, proverà ad approfittare del «costo strategico della presenza statunitense nel Golfo, distraendo Washington dal confronto con la Cina nell’Indo‑Pacifico e logorandone gradualmente le risorse militari e finanziarie. Questa dinamica è coerente con l’obiettivo strategico globale di Pechino: indebolire l’egemonia statunitense, non sostituirla».
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