giovedì 5 marzo 2026

pc 5 marzo - Iran - Usa e Israele accarezzano l’ipotesi curda: il piano per spaccare il Paese - Un contributo

Questo alimenta la necessità del movimento di liberazione kurdo di liberarsi delle fazioni vassalle dell'imperialismo e dei regimi arabi e dell'opportunismo capitolazionista di Ocalan - proletari comunisti

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Usare i curdi come leva per spezzare l’unità iraniana e accelerare il collasso della Repubblica Islamica? Stati Uniti e Israele iniziano a pensarci. La notizia che la Cia e il Mossad sarebbero all’opera per armare le fazioni curde iraniane si rincorre sui media internazionale. E segue quella secondo cui Donald Trump, presidente Usa, avrebbe parlato personalmente con i leader curdi iraniani, compreso Mustafa Hijri, presidente del Partito Democratico del Kurdistan Iraniano. Un uno-due che alza l’asticella del conflitto scatenato il 28 febbraio e apre alla possibilità che un fronte interno corroda Teheran dopo l’attacco di decapitazione ai suoi vertici politici e militari.

Usa e Israele puntano sui curdi per colpire l’Iran

Axios ha confermato, inoltre, che Trump avrebbe parlato con due stretti alleati degli Usa: Masoud Barzani e Bafel Talabani, capi delle due maggiori fazioni del Kurdistan iracheno, alleate di Washington dai tempi della loro resistenza contro Saddam Hussein. Il secondo è figlio di Jalel Talabani, presidente dell’Iran dal 2005 al 2014, primo capo di Stato eletto dopo la caduta del Rais. Entrambi sostengono i compatrioti curdi entro il confine iraniano.

Sulla scia delle proteste di fine 2025 e inizio 2026, le fazioni curde hanno formato un centro di coordinamento unitario, la Coalizione delle forze politiche del Kurdistan iraniano, con l’obiettivo di garantire capacità d’azione ai loro uomini e alla loro azione politica nel contesto della sfida alle autorità

centrali di Teheran che continua dal 2016. Sostenuti in passato dall’Arabia Saudita e ora da Usa e Israele, più volte i gruppi curdi hanno subito attacchi in patria e nei loro santuari oltre confine in Iraq, come accadde nel 2022.

La coalizione anti-Iran dei curdi

“La coalizione curda iraniana di gruppi stanziati al confine tra Iran e Iraq, nella regione semi-autonoma del Kurdistan iracheno, si è addestrata a organizzare un attacco del genere nella speranza di indebolire l’esercito del Paese, mentre Stati Uniti e Israele bombardano obiettivi iraniani con bombe e missili”, nota il Times of Israel, aggiungendo che “l’obiettivo sarebbe quello di creare spazio per la rivolta degli iraniani contrari al regime islamico, ora che la Guida Suprema Ali Khamenei e altri alti funzionari sono stati uccisi”. Nelle ultime giornate di guerra, si sono intensificate le operazioni aeree e missilistiche contro località dell’Iran occidentale come Paveh e Sanandaj. Questo potrebbe servire a aprire il fronte a possibili operazioni di terra dei militanti curdi.

La manovra avviene a testimonianza del fatto che a predominare sia la strategia israeliana più che quella americana: Washington mira a indebolire e ridimensionare la proiezione iraniana, Tel Aviv ha sul terreno il vecchio progetto di sfascio dell’Iran tramite guerra civile e secessionismi su cui peraltro anche Benjamin Netanyahu ha puntato all’inizio della Terza guerra del Golfo. Teheran, per bocca del presidente del Supremo consiglio di sicurezza nazionale Ali Larijani, ha promesso fuoco e fiamme contro i ribelli curdi, e i Guardiani della Rivoluzione hanno duramente colpito i campi dei curdi con droni e missili.

Ora l’Iran si trova di fronte al rischio di dover combattere una campagna parallela a quella contro Washington e Tel Aviv, la cui decisione di armare la coalizione curda apre la strada al progetto di collasso interno del Paese tramite la spinta al separatismo etnico. Va sottolineato che la coalizione curda guidata dal partito di Hijri e sostenuta da Barzani, Talabani e dalle autorità curdo-irachene di Erbil contiene anche formazioni dal profilo ambiguo come il Partito della Vita Libera del Kurdistan (Pjak), formazione affiliata al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) turco e ritenuto organizzazione terroristica non solo dall’Iran ma anche dalla Turchia e dagli Stati Uniti.

Il nodo dei combattenti curdi e la strategia anti-Iran

Forbes nota che “la Cia sta ora lavorando per armare una coalizione con la cui spina dorsale le è ancora legalmente proibito intrattenere rapporti”, aggiungendo che se da un lato “il processo di pace in Turchia ha minato la logica strategica alla base della designazione del Pjak”, dall’altro “il calcolo di Ankara nella crisi iraniana è plasmato da timori contrastanti”, con un timore del caos generalizzato che si somma a una valutazione ambivalente verso i curdi.

La Turchia non vuole un salto nel buio regionale né la formazione di un’autorità statuale curda dopo la soppressione dell’autonomia del Rojava siriano, anche perché le capacità combattenti del Pjak, principale formazione militante e più radicale del campo curdo-iraniano sono apprezzabili, come ricorda Forbes:

 Nel 2011, il PJAK sventò una massiccia offensiva delle Guardie della Rivoluzione islamica sui Monti Zagros, una performance che costrinse Teheran a un cessate il fuoco di fatto piuttosto che rischiare ulteriori perdite.

Ora l’Iran si trova di fronte al rischio di dover combattere una campagna parallela a quella contro Washington e Tel Aviv, la cui decisione di armare la coalizione curda apre la strada al progetto di collasso interno del Paese tramite la spinta al separatismo etnico. Va sottolineato che la coalizione curda guidata dal partito di Hijri e sostenuta da Barzani, Talabani e dalle autorità curdo-irachene di Erbil contiene anche formazioni dal profilo ambiguo come il Partito della Vita Libera del Kurdistan (Pjak), formazione affiliata al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) turco e ritenuto organizzazione terroristica non solo dall’Iran ma anche dalla Turchia e dagli Stati Uniti.

Il nodo dei combattenti curdi e la strategia anti-Iran

Forbes nota che “la Cia sta ora lavorando per armare una coalizione con la cui spina dorsale le è ancora legalmente proibito intrattenere rapporti”, aggiungendo che se da un lato “il processo di pace in Turchia ha minato la logica strategica alla base della designazione del Pjak”, dall’altro “il calcolo di Ankara nella crisi iraniana è plasmato da timori contrastanti”, con un timore del caos generalizzato che si somma a una valutazione ambivalente verso i curdi.

La Turchia non vuole un salto nel buio regionale né la formazione di un’autorità statuale curda dopo la soppressione dell’autonomia del Rojava siriano, anche perché le capacità combattenti del Pjak, principale formazione militante e più radicale del campo curdo-iraniano sono apprezzabili, come ricorda Forbes:

 Nel 2011, il PJAK sventò una massiccia offensiva delle Guardie della Rivoluzione islamica sui Monti Zagros, una performance che costrinse Teheran a un cessate il fuoco di fatto piuttosto che rischiare ulteriori perdite.

Come ha ricordato Roberto Vivaldelli, il sostegno all’ipotesi di secessione e rivolta curda è arrivato anche da Israel Hayom, quotidiano di proprietà della miliardaria del settore del gioco d’azzardo Miriam Adelson, tra le più potenti lobbyste filo-israeliane e le maggiori donatrici di Trump negli Usa. Torna in scena il vecchio piano di ricomposizione del Medio Oriente tramite le faglie etniche. E per i curdi riemerge l’antico dilemma: le loro ambizioni nazionali sono sempre derivata prima e strumento di grandi competizioni geostrategiche e manovre esterne. Con il rischio di trovarsi a fare da “fanteria” di potenze straniere senza poter dettare la propria strategia autonomamente

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