venerdì 20 marzo 2026

pc 20 marzo - serve lo sciopero generale vero per difendere i salari e le condizioni di vita e di lavoro -1 -

 pubblichiamo articoli e contributi al servizio delle ragioni che richiedono questo sciopero generale 

slai cobas per il sindacato di classe - 

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L’Italia accumula ricchezza, ma l’ascensore sociale è fuori servizio

La ricchezza in Italia è tanta, ma è una ricchezza che ha smesso di circolare da tempo, si concentra, e non viene redistribuita: diventa il tesoretto di una ristretta élite. A settembre 2025, il patrimonio netto degli italiani ha raggiunto l’astronomica cifra di 11 mila miliardi di euro.

Secondo la Banca d’Italia, questo è il valore da attribuire all’insieme di case, azioni, titoli di Stato e risparmi che, se divisa equamente, garantirebbe circa 200mila euro a testa (o, più o meno, 440mila a famiglia). “Una cifra – si legge su Il Sole 24 Ore – leggermente più alta di quella del Regno Unito, ma un po’ più bassa di quella dei francesi e di un quinto inferiore di quella dei tedeschi“.

Ma le medie, si sa, vanno bene solo per la statistica, non per descrivere la realtà di un paese. Le fette della torta sono sempre più diseguali e l’ascensore sociale non solo si è fermato, ma sembra aver iniziato una lenta discesa. Dal 2011 a oggi, il patrimonio a valori correnti è cresciuto di ben 2.200 miliardi (+25%), ma solo una ristretta parte della collettività se ne è davvero avvantaggiata.

Il 10% delle famiglie più ricche detiene il 60% del patrimonio nazionale totale. Se guardiamo solo al top 5%, questa fetta minoritaria della popolazione controlla, da sola, metà della ricchezza complessiva (5.500 miliardi). È questo 5% che ha guadagnato i nove decimi dei 2.200 miliardi di aumento del patrimonio, negli ultimi 15 anni: ben 1.973 miliardi.

Il 50% più povero della popolazione deve accontentarsi di un misero 7,4% del patrimonio nazionale, ovvero un punto percentuale in meno rispetto a 15 anni fa. Il 20% più povero (il primo quintile) dispone dello 0,33% della ricchezza: 37 miliardi, che diventano briciole da poche migliaia di euro a testa.

Nel frattempo, i dati Istat sull’inflazione per il febbraio 2026 sono preoccupanti. L’aumento dei prezzi passa dal +1,0% di gennaio al +1,6% di febbraio, il carrello della spesa sale al 2,2%, e l’inflazione di fondo schizza al 2,4%. È la “conferma di come l’aumento dei prezzi sia purtroppo ormai strutturale, con servizi, trasporti e beni essenziali sempre più spesso inaccessibili“, scrive l’Unione Sindacale di Base.

Marzo e i danni provocati dall’aggressione statunitense e israeliana all’Iran peggioreranno ulteriormente i dati, con un sostanziale aumento dei costi per i carburanti e l’energia. Ciò non è, però, solo un danno economico, ma è un danno “politico” che inficia il modello adottato negli ultimi decenni.

La polarizzazione del paese è sempre più netta, per quanto la classe dominante si ostini a ignorare la questione. Le famiglie con patrimoni oscillanti tra i 200 e i 600 mila euro – una casa di proprietà, la macchina, un po’ di risparmi, magari qualche investimento in titoli di Stato – hanno visto il proprio peso specifico contrarsi.

Le “democrazie” occidentali si sono rette per decenni su una fetta importante di ceti medi a cui, tramite l’istruzione e la capacità di mettere da parte risparmi, era dato un orizzonte di miglioramento delle condizioni di vita. In maniera speculare, erano questi ceti medi che davano stabilità a un modello di sviluppo in cui una ristretta fascia padronale (industriale e finanziaria) poteva mantenere le redini politiche ed economiche del sistema.

Se la promessa di un futuro migliore si è infranta (non solo economicamente, ma addirittura promettendo di venir mandati al fronte in un futuro non troppo lontano), è l’intera architettura che vacilla. Con una profonda crisi egemonica, la classe padronale ha inoltre smesso di essere dirigente e si è definitivamente trasformata in classe dominante, che impone il proprio dominio.

Nella polarizzazione della società, si apre però la possibilità di promuovere un’alternativa sistemica. È in questi momenti di crisi che una rottura rivoluzionaria (con i suoi tempi e le sue forme specifiche) assume una funzione storica che può essere riconosciuta in maniera più ampia. Non si deve perdere l’occasione.

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