martedì 17 marzo 2026

pc 17 marzo - Referendum - UN NUOVO ORDINE REPRESSIVO CON L’INGANNO DEL GARANTISMO

di Claudio De Fiores  15/03/2026

Referendum Questa revisione costituzionale è parte di una torsione autoritaria che sta intossicando la vita democratica del Paese. E che non accresce le garanzie, le deprime

C’è un equivoco che pervade l’intera campagna referendaria. Non riguarda la separazione delle carriere. Quell’equivoco si è dissolto già all’inizio del dibattito pubblico, quando è emerso con chiarezza che quella soluzione era stata già introdotta per legge.

In coerenza con quanto stabilito dalla Corte costituzionale (sent. n. 37/2000). L’equivoco perdurante è, invece, un altro. Ed è quello alimentato dalla rappresentazione mediatica che si ostina a presentarci la consultazione referendaria come se fosse un derby tra due corporazioni, tra magistratura e ceto politico.

Si tratta di un approccio distorto e fuorviante. Innanzitutto, per ragioni di postura costituzionale. Le revisioni della Carta devono essere sempre analizzate e valutate assecondando un punto di vista diverso. E questo angolo visuale non può che essere quello dei diritti, della loro tutela, della coerenza della riforma con il sistema delle garanzie disegnato dalla Costituzione. Non a caso il procedimento di revisione è collocato nel Titolo VI della Costituzione, dedicato proprio alle “garanzie costituzionali”.

Ciò che però stupisce è che oggi a rivendicare le ragioni del garantismo sia proprio il fronte del Sì. Occorre allora chiedersi: di quali garanzie parlano i sostenitori della riforma?

Non certo di quelle previste dall’art. 138 della Costituzione, che impone tempi lunghi e passaggi

parlamentari reiterati per favorire la massima convergenza possibile. Insomma, non mi pare che, durante l’iter parlamentare, le forze di governo si siano fatte promotrici del rispetto di queste garanzie costituzionali. È anzi accaduto esattamente il contrario: i banchi del governo – ben lontani dal restare vuoti, come ammoniva Piero Calamandrei – si sono affollati all’inverosimile. Il dibattito parlamentare è stato compresso, gli emendamenti sventati, il disegno di legge blindato. Dal giorno della presentazione fino al voto finale il testo è rimasto identico, immobile, intangibile. I quattro passaggi parlamentari previsti dalla Costituzione si sono consumati senza lasciare traccia. Più che di un confronto parlamentare, si è trattato di una prova di fedeltà della maggioranza verso la propria leader, accompagnata dalla volontà di arrivare rapidamente al referendum nella convinzione che un basso livello di informazione e di dibattito nel Paese avrebbe favorito il successo della riforma.

Non si può definire garantista una simile condotta, né può essere attribuito al referendum costituzionale un significato così deformante che ne mistifica le finalità e la natura. Nato con un’impronta marcatamente oppositiva, concepito come strumento di resistenza costituzionale, oggi il referendum viene trasformato dalla Presidente del Consiglio in un vero e proprio plebiscito sulla sua persona (pure senza assumersene fino in fondo le conseguenze).

Né possono essere accampate le nobili ragioni del garantismo penale. La riforma non si propone di risolvere i problemi strutturali dell’amministrazione della giustizia, non inciderà sulla drammatica situazione delle carceri e non impedirà il ripetersi di casi giudiziari dolorosi come quelli di Enzo Tortora o di Mimmo Lucano. Né migliorerà la condizione degli imputati. I tempi dei processi continueranno ad essere lunghi e soprattutto insostenibili per chi non dispone delle risorse economiche necessarie per potersi “permettere” un procedimento penale. Il gratuito patrocinio – che nel nostro Paese oramai da anni versa in condizioni critiche – rischia oggi di essere ulteriormente ridimensionato e, in alcuni ambiti, persino smantellato: i primi ad essere colpiti saranno i migranti.

Così come non ha senso continuare ad atterrire i cittadini per persuaderli che, in caso di vittoria del No, la loro vita sarà messa a repentaglio da incursioni sempre più incalzanti e massicce dei pubblici ministeri. Non escludo che ciò possa accadere. Imputarne la responsabilità alla magistratura o addirittura al fronte del No è però un esercizio retorico debole e pretestuoso. Essa andrebbe piuttosto fatta risalire ai pacchetti sicurezza che, in questi anni, hanno moltiplicato a dismisura illeciti, reati, aggravanti ed esteso oltre ogni limite il controllo penale sulle nostre vite.

Chi si definisce garantista dovrebbe riconoscere che questa revisione costituzionale è parte integrante di una torsione autoritaria che già da tempo sta intossicando la vita democratica del Paese. Un’offensiva quanto mai insidiosa che non accresce le garanzie, le deprime. Non consolida l’equilibrio tra i poteri dello Stato, lo sconvolge. Non rafforza le ragioni del garantismo penale, le sacrifica sull’altare della costruzione del nuovo ordine repressivo.

Semmai la riforma dovesse entrare in vigore, i cittadini si troveranno di fronte un pubblico ministero più forte: un organo dotato di poteri esclusivi, che si autovaluta e si autopromuove e con funzioni disciplinari proprie. D’altra parte – diversamente da quello che si sente dire – le sanzioni più gravi (come la sospensione) non passerebbero all’Alta Corte disciplinare, ma resterebbero ben salde nelle mani del Csm dei Pm (ex art. 107 Cost.). E tutto ciò in un quadro costituzionale nel quale il Pubblico ministero continuerà a disporre dell’obbligatorietà dell’azione penale e ad avere alle sue dipendenze la polizia giudiziaria: un vero e proprio mostro giuridico scaturito dalla sopravvenuta rottura dell’unità della giurisdizione.

Non a caso le stesse forze politiche che sostengono la riforma stanno già prospettando possibili “correttivi” alla revisione costituzionale in caso di vittoria dei Si. Ad annunciarli è stato, fra i primi, il vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani che ha expressis verbis dichiarato che all’indomani dell’entrata in vigore della riforma sarà necessario sottrarre la polizia giudiziaria alle dipendenze della magistratura. Insomma, un rimedio peggiore del male. E la ragione è evidente: sottrarre le indagini al Pubblico ministero significa che questi potrà occuparsi soltanto delle notizie di reato così come formulate dagli apparati di polizia, organo posto alle dipendenze del ministero dell’interno: un primo, ma significativo passo verso la subordinazione della magistratura al controllo del potere politico. Insomma, anche questa un’ottima prova di garantismo.

Nessun commento:

Posta un commento