We Condemn the Police Attack on Doruk Mining Workers!
The Miners’ Resistance Is Our Resistance! Long Live International Solidarity!
ATIK
articolo informativo https://it.insideover.com/economia/turchia-la-protesta-dei-minatori-che-il-potere-vorrebbe-nascondere.html
Turchia, la protesta dei minatori che il potere vorrebbe nascondere La decisione dei minatori di attuare uno sciopero della fame per i salari arretrati rivela una seria crepa politica.
Minatori senza salario, istituzioni senza risposte. In Turchia la vicenda dei 110 minatori fermati ad Ankara racconta molto più di una semplice protesta sindacale. Racconta un Paese in cui una parte del mondo del lavoro, privata di stipendi arretrati e indennità di licenziamento, è costretta a ricorrere a forme estreme di pressione pur di ottenere ascolto. I lavoratori coinvolti avevano già compiuto quasi duecento chilometri a piedi dalla provincia di Eskisehir per arrivare davanti al ministero dell’Energia. Non erano lì per mettere in scena una provocazione politica, ma per reclamare ciò che ritenevano un diritto elementare: essere pagati.
La loro decisione di iniziare uno sciopero della fame davanti ai cancelli del ministero indica il livello di esasperazione raggiunto. Quando il salario non arriva più, la protesta smette di essere una semplice vertenza e diventa una questione di sopravvivenza. Ed è qui che il caso assume un rilievo politico più ampio. Perché di fronte a una richiesta tanto radicale quanto essenziale, la risposta iniziale dello Stato non è stata un tavolo di confronto, ma l’intervento delle forze dell’ordine, il fermo all’alba, quattordici ore di custodia e poi il rilascio.
Il corpo dei lavoratori come atto d’accusa
I minatori protestavano contro il mancato pagamento di salari arretrati e indennità di licenziamento da parte della società Doruk Mining. Alcuni di loro avevano scritto sul proprio corpo frasi di denuncia sulle condizioni di vita e di lavoro. È un dettaglio che pesa, perché mostra fino a che punto la protesta sia uscita dai confini ordinari della mediazione sindacale. Quando il lavoratore usa il proprio corpo come superficie di denuncia, significa che considera falliti i canali normali di interlocuzione. Significa che tra l’impresa, le istituzioni e chi lavora si è aperto un vuoto che non viene più colmato né dalla legge né dalla politica.
Il fatto che i manifestanti stessero semplicemente cercando di incontrare un responsabile del ministero dell’Energia rende il quadro ancora più eloquente. Non chiedevano l’impossibile. Chiedevano di essere ricevuti. Eppure anche questa soglia minima è stata respinta. Il ministero, una volta emerso il caso, ha preferito non commentare. Un silenzio che vale quasi quanto una chiusura esplicita, perché conferma la tendenza a trattare il conflitto sociale come fastidio da contenere, non come questione da risolvere.
La miniera come specchio della crisi sociale turca
Il settore minerario turco da anni resta uno dei più esposti alle tensioni legate a salari, sicurezza e diritti del lavoro. Per questo la vicenda di Ankara non può essere ridotta a episodio isolato. Essa illumina una fragilità strutturale: la crescita economica e la modernizzazione proclamata non cancellano affatto le sacche di sfruttamento, di precarietà e di marginalizzazione che continuano a segnare il mondo operaio. Dietro questi 110 minatori c’è un’intera questione sociale che riemerge con forza: imprese che non pagano, lavoratori che si sentono abbandonati, istituzioni che intervengono più rapidamente per bloccare la protesta che per sanare l’ingiustizia.
Da questo punto di vista, Ankara diventa il luogo simbolico di una contraddizione più ampia. La Turchia ambisce a presentarsi come potenza regionale, Stato solido, economia dinamica, ma poi si ritrova davanti a operai costretti alla marcia, alla fame e alla detenzione temporanea pur di far valere diritti primari. È qui che la distanza tra immagine ufficiale e realtà sociale si fa più vistosa.
Il potere teme il contagio del malcontento
Il sindacato, attraverso il suo presidente Gökay Çakir, ha dichiarato che la mobilitazione continuerà e che i lavoratori torneranno finché i loro diritti non saranno rispettati. Questo annuncio apre un problema non secondario per il potere politico. Perché ogni vertenza del lavoro, se resta senza risposta, rischia di allargarsi sul piano simbolico. Non riguarda più solo i minatori, ma tutti coloro che si riconoscono nell’idea di essere lasciati soli davanti ad abusi economici e disinteresse istituzionale.
Non a caso la protesta ha raccolto il sostegno di figure dell’opposizione, tra cui Özgür Özel, leader del principale partito avversario del governo. Anche questo passaggio è rilevante. Significa che la questione sociale può rapidamente trasformarsi in terreno di scontro politico. E per un potere abituato a dominare il discorso pubblico con i temi della sicurezza, dell’identità nazionale e della stabilità, le lotte salariali sono pericolose proprio perché parlano una lingua concreta, immediata, difficilmente neutralizzabile: la lingua della paga mancata, del licenziamento, dell’umiliazione.
La vera crepa
Il caso dei minatori di Ankara mostra dunque una crepa profonda. Non soltanto l’esistenza di tensioni persistenti nel settore minerario, ma anche la difficoltà crescente delle istituzioni turche nel gestire il dissenso sociale senza ricorrere a strumenti di pressione e contenimento. Quando il potere reagisce a una domanda di giustizia salariale con il fermo di massa, manda un messaggio preciso: il problema non è ciò che i lavoratori hanno subito, ma il fatto che lo rendano pubblico.
Ed è questo, in fondo, l’elemento più grave. Perché segnala un sistema in cui il conflitto sociale non viene assorbito attraverso la trattativa, bensì trattato come minaccia all’ordine. Ma un disagio che nasce dalla fame, dai salari non versati e dal senso di abbandono non scompare con quattordici ore di fermo. Al contrario, tende a radicarsi e a trasformarsi in una contestazione ancora più dura. La protesta dei minatori, perciò, non parla solo di una vertenza sul lavoro. Parla di una Turchia in cui le crepe sociali continuano ad allargarsi sotto la superficie del controllo politico.
in via di traduzione
We Condemn the Police Attack on Doruk Mining Workers!
Workers employed in mining operations across Turkey are forced to work under harsh and unsafe conditions. This situation has led to the loss of many workers’ lives as a result of repeated accidents over the years. These accidents, caused entirely by unsafe conditions, are essentially industrial homicides. Furthermore, the non-payment of wages in many companies has led to workers seeking their rights and engaging in resistance. Indeed, the recent resistance carried out by Doruk Mining workers stands out as a current example of this process.
“We don’t want charity, we want our rights”
Workers at Doruk Mining, a company affiliated with Yıldızlar SSS Holding in Eskişehir, are continuing their struggle—initiated in response to unpaid wages, redundancies and obstacles to the right to organise—in order to bring their cause to the public’s attention.
Organised within the Independent Miners’ Union, the workers marched from Eskişehir to Ankara under the slogan “We don’t want charity, we want our rights” to make their voices heard. At the end of their nine-day march, a police raid on the press conference they intended to hold outside the Ministry of Energy and Natural Resources resulted in the arrest of union officials and many workers, and their planned meeting with the ministry was blocked. The workers, however, have refused to back down from their resolute stance and have announced that they will continue their resistance with a hunger strike.
Who is Yıldızlar SSS Holding?
Following the transfer of the mine—which had been seized by the TMSF (Deposit Insurance Fund) in 2016—to Yıldızlar SSS Holding in 2022, many of the workers’ rights were violated, and payments for severance pay, notice pay, overtime and wages ceased. As a result, the number of mine workers has fallen from 1,200 to 300.
Yıldızlar SSS Holding owns numerous mining and energy operations across Turkey and frequently comes under scrutiny for practices such as the non-payment of workers’ wages, seniority and notice pay, and forcing workers onto unpaid leave without their consent.
The miners’ demands are as follows:
They are demanding the full payment of unpaid wages, bonuses and annual leave entitlements accrued both before and after the TMSF takeover, as well as the reinstatement and safeguarding of their trade union rights. This also includes redressing the grievances of workers who were unfairly dismissed and whose compensation has not been paid. The demand is for the abolition of the compulsory unpaid leave imposed on workers without their consent, the provision of working conditions compliant with OSH (Occupational Safety and Health) regulations, and the reinstatement of workers dismissed for leading the trade union struggle. Furthermore, in order to ensure job security and safeguard the mine’s sustainability, the nationalisation of the company and the legal safeguarding of workers’ job security are being demanded.
Your Resistance Is Our Resistance!
Hundreds of workers have lost their lives in the workplace tragedies caused by the slave-like and precarious working conditions faced by miners. The attacks on the protests organised by workers to voice their most basic demands—such as the improvement of health and safety conditions, the payment of their social entitlements and wages—constitute an attack on all workers and labourers.
As the Confederation of Turkish Workers in Europe, we support the resistance of all miners in Turkey, particularly that of the workers at Yıldızlar SSS Holding, and we condemn the police’s attack on the workers. We call on all workers and labourers, particularly the miners, to embrace the resistance initiated by the workers of Doruk Madencilik through international solidarity.
The Miners’ Resistance Is Our Resistance!
Long Live International Solidarity!
ATIK
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