Eternit, l’intrigo internazionale per far assolvere il magnate o offrirgli una sicura latitanza

Una rete con esponenti di spicco del governo israeliano ed ex agenti del Mossad, di cui faceva parte anche Jeffrey Epstein in azione con l’obiettivo di salvare dalla condanna definitiva in Cassazione nel 2015 il patron dell’Eternit Stephan Schmidheiny. O meglio “Sts” come veniva chiamato l’imprenditore svizzero nelle numerose mail riservate scambiate tra il suo braccio destro, il finanziere svizzero Heinz Pauli con Avner Azulay, ex alto ufficiale del Mossad e Ehud Barak, ex primo ministro israeliano, già capo di Stato maggiore dell’esercito e direttore dell’intelligence militare. Mail riservate per definire una strategia e impedire che l’imprenditore finisse in carcere. Oppure, nel peggiore dei casi, per garantirgli una sicura latitanza.
La ricostruzione dell’intrigo internazionale arriva dall’inchiesta esclusiva di
“Report”, in onda questa sera su Rai3, che svela per la prima volta l’azione della rete israeliana e l’interesse nei confronti del destino di Schmidheiny nel maxi processo Eternit. L’imprenditore è accusato di aver causato migliaia di malattie e morti tra i lavoratori e la popolazione residente vicino ai poli produttivi di Casale Monferrato, Cavagnolo, Rubiera e Napoli-Bagnoli. Oltre seimila le parti civile che si costituirono in rappresentanza delle vittime mentre è ancora in corso il processo Eternit Bis.L’inchiesta svela le tappe di questo “intrigo”, già dalla prima mail che risale al 16 settembre 2013. Già condannato in primo e secondo grado all’epoca, entro un mese gli avvocati del miliardario svizzero avrebbero dovuto depositare il ricorso in Cassazione contro l’accusa di disastro ambientale doloso permanente e omissione volontaria di cautele antinfortunistiche. In primo grado nel febbraio 2012 i giudici avevano deciso per una condanna a 16 anni, l’Appello aveva aumentato la pena fino a 18.
A quel punto la decisione della Cassazione sarebbe stata fondamentale, anche perché si sarebbe potuto creare un precedente in tutta Europa riguardo i rischi legati all’amianto. Così si è attivata la rete internazionale. La prima mail per discutere del futuro di “Sts” che l’inchiesta di Report mostra, è di Pauli, amico dell’imprenditore, ed è indirizzata all’ex alto ufficiale Azulay ex capo del Mossad. Quella stessa mail viene inoltrata a Ehud Barak, che dopo il suo percorso politico, ha cofondato l’azienda Paragon, ideatrice del software di spionaggio usato per spiare giornalisti e attivisti anche in Italia. Lo stesso Barak che negli Usa aveva come punto di riferimento proprio Epstein.
L’intenzione di questi scambi è organizzare un incontro per definire un’azione di lobbyng discreta nei circoli di Roma. Il piano è parlare con i leader d’opinione e, «senza essere aggressivi, far temere sul rischio di eventuali ricadute su investimenti e affari da parte della comunità internazionale in caso di condanna». Nel caso peggiore intervenire per fare in modo che le autorità rivedano o annullino la decisione della Cassazione o persino organizzare la possibilità di una latitanza.
Invece la Cassazione annullò la sentenza per prescrizione del reato, accettando la proposta dell’ allora procuratore Francesco Maria Iacoviello perché, aveva riferito «il diritto doveva prevalere sulla giustizia». Frase che lo stesso Iacoviello ha ribadito ai giornalisti del programma Rai garantendo di non aver subito pressioni. Quella stessa notte, oramai oltre 10 anni fa, quando la decisione fu ufficiale, Pauli scrisse ad Azulay per comunicare la sentenza, dicendosi «molto grato per l’aiuto che avete offerto e gli sforzi fatti a sostegno della causa di Sts». Il messaggio fu girato a Barak con l’aggiunta: «Fine della storia! tutto ciò che abbiamo fatto è offrire i nostri servizi».
L’imprenditore attende un altro giudizio in Cassazione, dopo essere stato condannato a 9 anni e sei mesi per l’Eternit Bis. Ha scelto tramite il legale di replicare all’inchiesta di Report, precisando che l’amico Heinz Paul non ebbe mai mandato di avviare azioni per la sua tutela. E che non ha mai pagato per questo scopo. Nell’inchiesta si ipotizza invece che siano state stanziate ingenti somme, più alte delle proposte di risarcimenti alle vittime dell’amianto
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