venerdì 2 gennaio 2026

pc 2 gennaio - In morte di Mohammad Bakri, palestinese

di Maurizio Fantoni Minnella (sue anche le foto di Mohammad Bakri)

Come se fossi già morto prima d’ora…

So cos’è questa visione, so che

Sto andando verso l’ignoto. Forse

In qualche luogo continuo a esser vivo

E so ciò che voglio…

Un giorno sarò ciò che voglio

Mahmoud Darwish, da Murale

Io penso sempre a che cosa significhi essere palestinese: a partire dagli ultimi sessant’anni noi non possiamo più mostrare la bandiera palestinese. Se tu vuoi esporre la bandiera palestinese, finisci in prigione. Molti giovani qui furono arrestati negli anni ’70 e ’80 perché esibivano la loro bandiera. La parola “Palestina” non deve essere mai usata. Molte volte sono state invitato da persone a non pronunciare il nome della Palestina. Mi trovavo in una conferenza, ad un meeting e dicevo “sono palestinese” e alcuni si avvicinavano e mi dicevano “perché dici palestinese, tu sei “arabo-israeliano” e io rispondevo no, io sono palestinese. Arabo è una parola troppo generale, io sono palestinese, arabo, in Israele. Per molti anni ho pensato a questa identità, non perché io sia nazionalista, no, io sono comunista, credo nell’Internazionale, ma a volte, quando dipingono il profeta Mohamed come un demonio, io divento musulmano, devi diventare musulmano per proteggere la tua religione, non perché tu sia religioso. La stessa cosa mi succede per la questione palestinese. Quando tentano di farti diventare ebreo, israeliano, devi proteggere te stesso, la tua anima, il tuo corpo, la tua identità, perché tu sei responsabile. Io sono un padre, ho sei figli, devo dare loro amore, fiducia nel vivere in questo mondo meraviglioso…la vita è dura…e devo dare loro gli strumenti per non perdersi, vediamo molte persone pazze a Roma, a New York, e a Parigi, perché hanno perso la loro identità, hanno perso il loro faro, a volte bisogna essere un faro, durante il giorno, non di notte, durante il giorno per dire ai figli come affrontare la dura realtà. Israele è una dura realtà per i palestinesi, una realtà molto dura, e per esistere devi essere orgoglioso, se non sei orgoglioso, sarai come un’ameba, io non sono un’ameba, ho braccia, orecchie, occhi, corpo, testa e cuore. Noi non siamo amebe. Noi siamo essere umani, e siamo palestinesi. E in un modo o in un altro Israele mi spinge a essere palestinese.

Così nel 2012 si esprimeva davanti alla telecamera Mohammad Bakri (1953-2025) (1), attore di teatro e cinema, filmmaker palestinese di grande fama anche fuori da Israele dove aveva sempre vissuto, durante

un incontro avvenuto con l’autore di queste pagine nella sua casa alle porte di Nazareth dove è ben visibile su una parete del soggiorno un ritratto di Mahmoud Darwish, il geniale e il più amato tra i poeti e scrittori non solo palestinesi ma di lingua araba più in generale. Aveva accettato di partecipare a un nostro film sulla condizione reale dei cittadini palestinesi in Israele (2) e in quell’occasione preziosa parlò dell’identità palestinese entro una società ostile come quella israeliana per la quale, mediamente, un palestinese non è che uno “sporco” arabo. Su un muro di Hebron in Cisgiordania, per lungo tempo è rimasta la seguente scritta: “Gas to arabs”.

Attore assai prolifico sia nel cinema che nel teatro, in Italia è conosciuto soprattutto per le parti recitate con i fratelli Taviani di cui era un fervido ammiratore, in La masseria delle allodole, 2007 e con Saverio Costanzo nell’opera prima Private, 2005, ai quali è doveroso aggiungere Hana K, 1983 di Costa-Gavras, film ingiustamente dimenticato su cui valgono le parole dello stesso Bakri:

Il film non era estremista, parlava del conflitto, e tentava di essere oggettivo. Ciononostante fu attaccato da tutto gli ambasciatori israeliani sparsi per il mondo. Uscì un articolo in cui si accusava Costa Gavras e il film di essere antisemita. Molte persone che avevano lavorato nel film erano ebree, l’unico che non era ebreo ero io. Scusate, non sono ebreo! Il film fu attaccato da Israele, dal governo, dal movimento sionista che lo distrussero…

Anche nel film di Costanzo (girato in una location della Basilicata e non in Palestina come accadde a Pier Paolo Pasolini per il Vangelo secondo Matteo), Bakri incarnò la figura emblematica del palestinese costretto a subire vessazioni e ingiustizie per il solo fatto di non essere ebreo.

Il film, con stile scabro, raccontava il sequestro dell’abitazione di un palestinese e della propria famiglia da parte dell’esercito israeliano con il pretesto di alcune esercitazioni militari. Un ritratto “molto duro”, come ebbe a dire Bakri, che ha il merito di rivelare in forma drammatica una delle molte modalità invasive, talora anche subdole, con cui Israele opprime da ben oltre mezzo secolo il popolo palestinese.

Nel 2002 il governo israeliano, con l’allora primo ministro Ariel Sharon, mise in atto la cosiddetta “Operazione Scudo Difensivo” che di fatto volle dire la distruzione del campo profughi di Jenin, popolosa città nel nord della Cisgiordania. Mohammad Baki vi entrò per cinque giorni documentando filmicamente i fatti e raccogliendo testimonianze degli abitanti e delle vittime. Nasceva così dopo tre mesi di montaggio Jenin Jenin, dedicato a Iyad Samoudi, che del film fu il produttore, ucciso a tradimento dai soldati israeliani poco dopo l’uscita del film che mostrava al mondo l’orrore di cui era capace lo stato ebraico, il cui fine ultimo è quello dell’espulsione del popolo palestinese dalla propria terra, attraverso tre modalità di azione sul territorio: quella dell’apartheid, mutuato dal Sudafrica razzista), quella dell’imposizione forzata di nuove colonie (settlements) in Cisgiordania e, infine, quella della rappresaglia, modello assimilato dagli storici aguzzini nazisti.

Censurato pochi giorni dopo la sua uscita, il film segnò l’inizio di un lungo calvario legale per Mohammad Bakri che oltre a denunce, processi e condanne a pene pecuniarie, ma anche qualche assoluzione, dovette subire ingiurie e minacce di ogni genere. Inoltre, in seguito all’attacco kamikaze di Meron (Israele) del 4 agosto 2002, alcuni membri della sua famiglia, due nipoti ritenuti amici degli attentatori, furono coinvolti nell’attacco e Bakri ingiustamente accusato di complicità. In Italia Il mondo della cultura e soprattutto del cinema stilarono un appello in difesa dell’uomo e dell’artista e, per conseguenza, il film riuscì ad ottenere ben 34 proiezioni all’estero. Tuttavia la mano inesorabile e stupida della censura israeliana, che fin dall’inizio aveva temuto che il messaggio di verità contenuto nel film facesse il giro del mondo, lo censurarono di nuovo film tra il 2021 e il 2022!

Nel 2005, la sua seconda e più matura opera cinematografica Da quando te ne sei andato, si apriva con la visita di Bakri alla tomba dell’amico scrittore palestinese e comunista di Haifa Emil Habibi (1922-1996), autore di uno grande romanzo Le straordinarie avventure di Felice Sventura Il Pessottimista (3), satira amara e insieme ironica della vita di un palestinese in Israele.  In quel romanzo, da molti considerato tra i più significativi del mondo arabo contemporaneo, Bakri vedeva lo specchio della sua stessa esistenza di esule nella propria terra d’origine, senza per questo perdere la speranza, attraverso la forza dell’intelligenza e dell’ironia. Questo era Habibi e quello era Bakri. Entrambi riposano nella terra dei loro avi.

L’ultimo lavoro documentaristico di Mohamed Bakri Zarah, 2009, film autobiografico legato alla figura della zia Zahara, povera e analfabeta, costretta al suo ritorno dal Libano dove era emigrata nel 1948, a vivere raccogliendo olive, mantenendo i propri figli insegnando loro l’amore per la propria terra. Un ritratto esemplare di donna, sorta di madre Courage palestinese.

Ora che Bakri non è più con noi, il ricordo di lui sarà certamente più forte tra coloro che hanno creduto e credono ancora che un giorno vi sarà un riscatto per il popolo palestinese, vittima di un genocidio a tutt’oggi rimasto impunito. Ma ancora una volta è il cinema a parlare per lui e di lui attraverso una vicenda familiare, la storia di tre generazioni di una famiglia palestinese, dalla Nakba alla Prima Intifada, interpretato da Mohamed e da tre dei suoi sei figli. Il film si chiama Tutto quello che resta di te, 2025, di Cherien Dabis. Noi crediamo sia molto!.

Note

  1. Nel 2022 Mohamed Bakri fu ospite della sezione visiva “Poevisioni” del Festival Internazionale di Poesia di Genova.
  2. Si tratta del film Il lato d’ombra storie di palestinesi d’Israele, 2012 di Maurizio Fantoni Minnella
  3. Emil Habibi, Le straordinarie avventure di Felice Sventura il Pessottimista, Editori Riuniti, Roma 1990, rist. Bompiani editore, Milano 2002

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