Dal CdS Milano - di Giovanni Cortesi
I racconti dei manovali nel cantiere sotto indagine per caporalato e il ruolo del gestore del personale della Caddell: «Era sempre in collera con tutti noi lavoratori, non gli piacevano le domande». Uno degli operai sul cantiere del consolato americano in piazzale Accursio, a nord-ovest di Milano, spiega in un inglese concitato il trattamento che chiunque riceveva da Aji Appukuttan, il gestore del personale per l’impresa Caddell Construction Co. Lcc, fermato venerdì sera dalle forze dell’ordine in aeroporto: «Se ti diceva di girare a sinistra, dovevi girare a sinistra, se ti diceva di girare a destra, dovevi girare a destra, non si potevano chiedere motivazioni».
Aji Appukuttan, il gestore del personale, era anche colui che organizzava gli appuntamenti con i manovali per gestire le faccende bancarie, per le questioni mediche in caso fosse necessario andare in
ospedale e per organizzare i trasferimenti di lavoro: «Si occupava del cosiddetto Pcc (Police clearance certificate), ossia il certificato di fedina penale, per accertare che nessuno avesse commesso reati, prendeva le impronte digitali. Poi, quando il tuo lavoro serviva da un’altra parte, preparava il visto per i trasferimenti».Tra le altre destinazioni, nel network edilizio internazionale della Caddell Construction, ci sono attualmente il Brasile e il Sudan: «In Brasile ci mandano i manovali indiani, quando servono là (sul cantiere milanese sono la componente maggioritaria, sono circa 500, ndr). In Sudan, invece, ci spediscono gli operai kenioti (che sui ponteggi di zona Cagnola sono una quarantina)». Una delocalizzazione della manodopera nei cantieri del colosso edile americano, sulla quale il racconto dell’operaio aggiunge nuovi dettagli.
Sul cantiere sono presenti anche degli americani. A loro è riservato un piano del palazzo in costruzione in cui nessuno può entrare, senza autorizzazione. Ma oltre agli ingeneri e ad altre figure altamente qualificate, ci sono anche i security officers, che si occupano di sorvegliare il lavoro degli operai: «Loro sono più amichevoli, a volte scambiano quattro chiacchiere – continua lui –. In uno di questi confronti, un security officer mi ha detto di guadagnare 10 mila dollari al mese. La cosa ci ha fatto infuriare, ma non abbiamo potuto dire nulla, perché altrimenti avremmo perso il lavoro».
Nel cantiere da 200 milioni di dollari, molti di loro sono stati licenziati «dall’oggi al domani con la spiegazione: non abbiamo soldi, dobbiamo ridurre il personale». «In caso di licenziamento, si viene condotti in un ufficio, si firma un documento, e poi in due, massimo tre giorni bisogna tornare al proprio Paese d’origine».
Aji Appukuttan era anche colui che gestiva la parte medica, in caso di infortuni gravi che richiedessero il trasporto in ospedale. Altrimenti, «sul cantiere è presente un dottore italiano. Ma bisogna lavorare, lavorare e lavorare, anche se non si sta bene: in caso di febbre, di vomito o di mancamenti, si viene portati dal medico che somministra antidolorifici, o le medicine necessarie. E poi si torna sul cantiere. Per chi sta a casa un giorno in malattia? Vengono sottratti tre giorni di lavoro, più di 150 euro».

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