sabato 14 marzo 2020

pc 14 marzo - Contagio sociale – Guerra di classe micro-biologica in Cina - seconda parte

Ovviamente, questa diffusione è guidata dai circuiti globali delle merci e dalle migrazioni regolari di manodopera che sono propri della geografia economica capitalista. Il risultato è "una sorta di selezione endemica sempre più intensificata", attraverso cui il virus si insedia con un maggior numero di percorsi evolutivi in un tempo più breve, consentendo alle varianti più adatte di superare le altre.


Ma questo è un punto facile da chiarire, ed è già presentato comunemente nella stampa tradizionale: il fatto che la "globalizzazione" consente la diffusione di queste malattie in modo più rapido, anche se con un'aggiunta importante, e cioè che lo stesso processo di circolazione stimola anche una mutazione più rapida del virus. La vera questione, tuttavia, viene prima: prima che la circolazione migliori la resilienza di queste malattie, la logica di base del capitale permette di prendere ceppi virali precedentemente isolati o innocui, e posizionarli in ambienti ipercompetitivi, che favoriscono l’emergere dei fattori specifici che causano le epidemie, come la rapidità dei cicli di vita dei virus, la capacità di compiere salti zoonotici tra le specie portatrici e la capacità di far evolvere rapidamente dei nuovi vettori di trasmissione. Questi ceppi tendono a distinguersi proprio per la loro virulenza. In
termini assoluti, sembra che lo sviluppo di ceppi più virulenti avrebbe l'effetto opposto, poiché il fatto di uccidere l'ospite prima fornisce meno tempo al virus per diffondersi. Il comune raffreddore è un buon esempio di questo principio, poiché generalmente mantiene dei livelli di intensità deboli, che ne facilitano una larga propagazione nella popolazione. Ma in alcuni ambienti, funziona molto di più la logica inversa: quando un virus ha numerosi ospiti della stessa specie nelle immediate vicinanze, e specialmente quando questi ospiti possono già avere dei cicli di vita abbreviati, l'aumento della virulenza diventa un vantaggio per la sua evoluzione.
Ancora una volta, il caso dell'influenza aviaria è un esempio saliente. Wallace sottolinea che gli studi hanno dimostrato "l’assenza di ceppi endemici altamente patogeni [dell'influenza] nelle popolazioni di uccelli selvatici, fonte ultima di quasi tutti i sottotipi di influenza". [iii] All'opposto, le popolazioni domestiche raggruppate insieme in allevamenti industriali sembrano avere una relazione evidente con tali focolai, per ovvi motivi:
“Le monocolture genetiche di animali domestici rimuovono qualsiasi forma di difesa immunitaria in grado di rallentare la trasmissione. Popolazioni più numerose e più dense favoriscono tassi di trasmissione più elevati. Queste condizioni di affollamento deprimono la risposta immunitaria. L'alto rendimento, che è lo scopo di qualsiasi produzione industriale, procura un rinnovo continuo dell’approvvigionamento di soggetti vulnerabili, il carburante per l'evoluzione della virulenza.” [iv]
E, naturalmente, ognuna di queste caratteristiche è una conseguenza della logica della concorrenza industriale. In particolare, il rapido tasso di "throughput" in tali contesti ha una dimensione eminentemente biologica: "Non appena gli animali industriali raggiungono la giusta massa vengono uccisi. Le infezioni da influenza residente devono raggiungere rapidamente la loro soglia di trasmissione in un dato animale […] Più rapidamente vengono prodotti i virus, maggiore è il danno per l'animale”[v].
Ironia della sorte, il tentativo di sopprimere questi focolai attraverso l'abbattimento di massa degli animali - come nei recenti casi di peste suina africana, che ha provocato la perdita di quasi un quarto dell'offerta mondiale di carne di maiale - può avere l'effetto non intenzionale di aumentare ulteriormente questa pressione selettiva, inducendo l'evoluzione di ceppi iper-virulenti. Sebbene storicamente questi focolai si siano verificati nelle specie domestiche, spesso in seguito a periodi di guerra o a catastrofi ambientali che accrescono la pressione sulle popolazioni di bestiame, l’aumento dell'intensità e della virulenza di tali malattie ha innegabilmente seguito la diffusione della produzione capitalistica.
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Storia ed eziologia
Le epidemie sono in gran parte l'ombra dell'industrializzazione capitalista, e allo stesso tempo ne fungono da precursore. Il caso del vaiolo e di altre pandemie introdotte in Nord America è un esempio fin troppo semplice da citare, poiché la loro intensità è stata rafforzata dalla separazione delle popolazioni per un lungo lasso di tempo dovuta alla geografia fisica - e queste malattie, nonostante tutto, avevano già acquisito la propria virulenza grazie alle reti mercantili pre-capitalistiche e all’urbanizzazione precoce in Asia e in Europa. Se, invece, guardiamo all'Inghilterra - il paese che ha visto sorgere il capitalismo prima nelle campagne, attraverso la cacciata dalle terre della massa dei contadini, sostituiti da monocolture di bestiame - vediamo i primi esempi di queste epidemie chiaramente capitalistiche. Tre diverse pandemie si sono verificate nell'Inghilterra del XVIII secolo, dal 1709 al 1720, dal 1742 al 1760, e dal 1768 al 1786. All'origine di ciascuna di queste epidemie c'è stato il bestiame importato dall'Europa, infettato dalle normali pandemie pre-capitaliste che seguivano i periodi di guerra. Ma in Inghilterra la concentrazione del bestiame aveva iniziato ad avvenire in modi nuovi, e l'introduzione di bestiame infetto andava quindi a dilaniare la popolazione in modo molto più aggressivo di quanto avvenisse in Europa. Non è un caso, quindi, che il centro dei focolai di epidemie fossero i grandi caseifici di Londra, che rappresentarono l’ambiente ideale per l'intensificazione del virus.
Alla fine, i focolai sono stati contenuti attraverso l'abbattimento selettivo precoce su piccola scala combinato con l'applicazione di moderne pratiche mediche e scientifiche, in un modo sostanzialmente simile a quello utilizzato oggi per reprimere queste epidemie. Questo è il primo esempio di quello che diventerebbe un modello che imita quello della crisi economica stessa: collassi sempre più intensi che sembrano spingere l'intero sistema verso un precipizio, ma che alla fine vengono superati attraverso una combinazione tra il sacrificio di massa che ripulisce il mercato/la popolazione e l'intensificazione dei progressi tecnologici: in questo caso le moderne pratiche mediche combinate con i nuovi vaccini, che spesso arrivano troppo tardi e in misura non sufficiente, ma che aiutano comunque a spazzare via i danni causati dalla devastazione.
Ma questo esempio proveniente dalla patria del capitalismo deve essere abbinato a una spiegazione degli effetti che le pratiche agricole capitaliste hanno avuto alla sua periferia. Mentre le pandemie di bestiame della prima Inghilterra capitalista erano contenute, altrove i risultati sono stati molto più devastanti. L'esempio che ha avuto il maggiore impatto storico è probabilmente quello dello scoppio della peste bovina in Africadello scoppio della peste bovina in Africa negli anni 1890. La data in sé non è una coincidenza: la peste bovina aveva colpito l'Europa con un'intensità che seguiva da vicino la crescita dell'agricoltura su larga scala ed era tenuta sotto controllo solo dall'avanzata della scienza moderna. Ma la fine del XIX secolo ha visto anche l'apice dell'imperialismo europeo, incarnato dalla colonizzazione dell'Africa. La peste bovina fu portata dall'Europa in Africa orientale dagli italiani, che cercavano di raggiungere le altre potenze imperialiste colonizzando il Corno d'Africa attraverso una serie di campagne militari. Queste campagne si sono concluse per lo più con un insuccesso, ma la malattia si diffuse in seguito tra la popolazione indigena di bestiame e finì per aprirsi un varco per il Sudafrica, dove devastò la prima economia agricola capitalista delle colonie, uccidendo persino le mandrie nelle proprietà del famigerato Cecil Rhodes, auto-proclamatosi suprematista bianco. Non si può negare che, uccidendo fino all'80-90% di tutti i bovini, il più importante effetto storico della peste fu quello di provocare una carestia senza precedenti nelle società prevalentemente pastorali dell'Africa sub-sahariana. Questo spopolamento è stato poi seguito dalla colonizzazione invasiva della savana da parte dei rovi, che hanno creato un habitat per la mosca tse-tse, che porta la malattia del sonno e impedisce il pascolo del  bestiame. Questo ha permesso di limitare il ripopolamento della regione dopo la carestia e ha aperto la strada all'ulteriore diffusione delle potenze coloniali europee in tutto il continente.
Queste epidemie, oltre a indurre periodicamente crisi agricole e a produrre le condizioni catastrofiche che hanno permesso al capitalismo di oltrepassare i suoi primi confini, sono state una persecuzione anche per il proletariato nel centro stesso dell’industrializzazione. Prima di venire a numerosi esempi più recenti, vale la pena sottolineare di nuovo che l'epidemia di coronavirus non ha niente di specificatamente cinese. Le ragioni per cui così tante epidemie sembrano avere origine in Cina non sono culturali, sono legate a dei fattori di geografia economica. Questo risulta perfettamente chiaro se confrontiamo la Cina con gli Stati Uniti o con l'Europa dell’epoca in cui Stati Uniti ed Europa rappresentavano il centro nevralgico della produzione globale e dell'occupazione industriale di massa [vi]. E il risultato è sostanzialmente identico, presenta le stesse identiche caratteristiche. Le ecatombi di bestiame che avvenivano nelle campagne, si combinavano nelle città con pratiche sanitarie di pessima qualità e una contaminazione generalizzata. È questo che è stato al centro dei primi sforzi per riformare in senso liberal-progressista le zone abitate dalla classe operaia, come testimonia l'accoglienza del romanzo The Jungle, di Upton Sinclair, scritto originariamente per documentare la sofferenza dei lavoratori immigrati nel settore della lavorazione della carne, ma ripreso dai liberali più ricchi, preoccupati dalle violazioni delle norme sulla salute e dalle condizioni generalmente poco igieniche in cui veniva preparato il loro cibo.
Questa indignazione liberale rispetto alla "sporcizia", con tutto il razzismo che implica, definisce ancora oggi quella che potremmo considerare come la lettura ideologica adottata automaticamente dalla maggior parte delle persone di fronte agli aspetti politici di qualcosa come le epidemie di coronavirus o di SARS. Ma i lavoratori hanno poco controllo sulle condizioni in cui lavorano. Fatto ancora più importante, se è vero che le condizioni insalubri e scarsamente igieniche escono dalla fabbrica attraverso la contaminazione delle forniture alimentari, questa contaminazione è in realtà solo la punta dell'iceberg. Queste condizioni sono l’ambiente in cui normalmente si lavora o si vive negli insediamenti proletari vicini, e, a livello di popolazione, queste condizioni portano a un declino della salute offrendo condizioni ancora più favorevoli alla diffusione delle molte epidemie del capitalismo. Prendiamo ad esempio il caso dell'influenza spagnola, una delle epidemie più letali della storia. Si tratta di uno dei primi focolai di influenza H1N1 (correlato a focolai più recenti di influenza suina e aviaria) e per lungo tempo si è pensato che in qualche modo questa epidemia fosse qualitativamente differente dalle altre varianti dell'influenza, dato l’elevato bilancio di vittime. Ciò nonostante, questa lettura sembra essere vera solo in parte (a causa della capacità dell'influenza di indurre una reazione eccessiva del sistema immunitario), poiché successive analisi della letteratura scientifica e la ricerca sulla storia dell'epidemiologia hanno fatto scoprire che l’influenza spagnola potrebbe essere stata poco più virulenta di altri ceppi. Al contrario, con ogni probabilità il suo alto tasso di mortalità è stato causato principalmente dalla malnutrizione generalizzata, dal sovraffollamento delle città e dalle condizioni di vita generalmente insalubri nelle aree colpite, che hanno incoraggiato non solo la diffusione dell'influenza stessa, ma anche la coltura di superinfezioni batteriche oltre alla super-infezione virale di fondo. [vii]
In altre parole, il bilancio delle vittime dell'influenza spagnola, sebbene venga rappresentato come un'anomalia imprevedibile per il carattere del virus, ha avuto un “aiuto” altrettanto importante dalle condizioni sociali. L'influenza si diffuse rapidamente grazie al commercio e alla guerra mondiale, a quel tempo legati ai rapidi cambiamenti degli imperialismi che sono sopravvissuti alla prima guerra mondiale. E anche qui ritroviamo ancora una volta una storia ormai familiare sul luogo e sul modo in cui è stato prodotto un ceppo di influenza così mortale: sebbene l'origine esatta sia ancora poco chiara, oggi si presume che il virus abbia avuto origine tra i maiali o il pollame allevati a livello domestico, probabilmente in Kansas. Il tempo e il luogo sono particolarmente degni di nota, poiché gli anni successivi alla guerra furono una sorta di punto di svolta per l'agricoltura americana, che ha visto l'applicazione generalizzata di metodi di produzione di tipo industriale sempre più meccanizzati. Queste tendenze si intensificarono solo negli anni '20 e l'applicazione massiccia di tecnologie come la mietitrebbia portò sia ad una graduale monopolizzazione [della produzione agricola], che al disastro ecologico, che, combinati insieme, causarono la crisi del “Dust Bowl” [la crisi delle tempeste di sabbia che colpirono gli Stati Uniti centrali e il Canada tra il 1931 e il 1939] e l'emigrazione di massa che ne seguì. L'intensa concentrazione di bestiame che in seguito avrebbe caratterizzato l’allevamento industriale non era ancora apparsa, ma le forme più elementari di concentrazione e produzione intensiva, che avevano già creato epidemie di bestiame in Europa, erano ormai diventate la norma. Se le epidemie che colpirono il bestiame nell’Inghilterra del XVIII secolo possono essere considerate il primo caso di peste bovina propriamente capitalista, e l'epidemia di peste bovina in Africa nel 1890 il più grande degli olocausti epidemiologici causati dall'imperialismo, l'influenza spagnola può essere considerata la prima delle epidemie del capitalismo che ha colpito il proletariato.
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L'età dell'oro
I parallelismi con l'attuale caso cinese sono particolarmente rilevanti. Il COVID-19 non può essere compreso senza tener conto dei modi in cui gli ultimi decenni di sviluppo della Cina all'interno del sistema capitalistico globale e attraverso di esso, hanno plasmato il sistema sanitario del paese e lo stato della salute pubblica in generale. L'epidemia, per quanto nuova, è quindi simile ad altre crisi della sanità pubblica che l'hanno preceduta, che tendono a prodursi quasi con la stessa regolarità delle crisi economiche e ad essere considerate in modo simile da parte della stampa popolare – come se fossero casuali, degli eventi del tipo “cigno nero”, assolutamente imprevedibili e senza precedenti. La realtà, tuttavia, è che queste crisi sanitarie ricorrono secondo schemi caotici e ciclici, resi più probabili da una serie di contraddizioni strutturali integrate nella natura della produzione e della vita proletaria entro il regime capitalistico. Proprio come nel caso dell'influenza spagnola, il coronavirus è stato originariamente in grado di prendere piede e propagarsi rapidamente a causa di un diffuso degrado dell'assistenza sanitaria di base presso l'insieme della  popolazione. Ma proprio perché questo degrado ha avuto luogo nel mezzo di una crescita economica spettacolare, è stato oscurato dallo splendore di città scintillanti e di fabbriche enormi. La realtà, tuttavia, è che in Cina le spese destinate a beni pubblici come l'assistenza sanitaria e l'istruzione rimangono estremamente basse, mentre la maggior parte della spesa pubblica è stata indirizzata verso infrastrutture in “mattoni e malta”: ponti, strade ed elettricità a basso costo per la produzione.
Nel frattempo, la qualità dei prodotti del mercato interno è spesso pericolosamente bassa. Per decenni l'industria cinese ha prodotto esportazioni di alta qualità e di alto valore, realizzate secondo i più alti standard globali per il mercato mondiale, come iPhone e chip per computer. Ma i beni destinati ai consumi sul mercato interno hanno standard incredibilmente scadenti, il che provoca regolari scandali e alimenta una profonda sfiducia da parte della popolazione. In molti casi si avverte un innegabile eco che ricorda The Jungle di Sinclair e altri racconti dell'Età dell'oro americana. Il più grosso caso avvenuto di recente, lo scandalo del latte alla melanina del 2008, ha causato la morte di una dozzina di neonati e il ricovero ospedaliero di decine di migliaia di persone (anche se i colpiti sono stati forse qualche centinaio di migliaia). Da allora, numerosi scandali hanno scosso con regolarità il pubblico: nel 2011, quando è stato scoperto che l'olio recuperato dalle trappole per grassi dei canali di scolo veniva utilizzato nei ristoranti di tutto il paese, o nel 2018, quando dei vaccini difettosi uccisero diversi bambini, e in seguito un anno dopo, quando dozzine di persone sono state ricoverate in ospedale in seguito alla somministrazione di falsi vaccini anti HPV. Storie meno pesanti sono anche più diffuse e costituiscono un panorama familiare per chiunque viva in Cina: preparato per zuppe istantanee in polvere tagliato con sapone in modo da contenere i costi; imprenditori che vendono maiali morti per cause misteriose ai villaggi vicini; pettegolezzi dettagliati su quali negozi di strada hanno maggiori probabilità di farti ammalare.
Un tempo, prima dell'incorporazione pezzo per pezzo della Cina nel sistema capitalistico globale, servizi come l'assistenza sanitaria venivano forniti (perlopiù nelle città) nell'ambito del “sistema danwei”, erano cioè legati all'impresa in cui si lavorava o (principalmente, ma non esclusivamente, nelle campagne) erano forniti gratuitamente da cliniche sanitarie locali gestite da un abbondante personale di "medici scalzi". I successi dell'assistenza sanitaria dell'era socialista – come i suoi successi nel campo dell'istruzione di base e dell'alfabetizzazione – furono tanto sostanziali che persino i critici più severi del paese dovettero riconoscerli. La schistosomiasi, che ha afflitto il paese per secoli, è stata sostanzialmente spazzata via in gran parte del suo epicentro storico, salvo ripresentarsi con vigore nel momento in cui il sistema sanitario socialista ha iniziato a essere smantellato. La mortalità infantile è crollata e, nonostante la carestia che accompagnò il Grande Balzo in avanti, l'aspettativa di vita è salita da 45 a 68 anni tra il 1950 e l'inizio degli anni '80. Le vaccinazioni e le pratiche sanitarie di base si sono diffuse su scala generale, e così pure le informazioni di base sulla nutrizione e sulla salute pubblica, nonché l'accesso ai medicinali rudimentali – tutto ciò era gratuito e accessibile a tutta la popolazione. Nel frattempo, il sistema dei medici scalzi ha contribuito a diffondere conoscenze mediche fondamentali – sebbene limitate – a una vasta fetta della popolazione, permettendo la costruzione di un solido sistema sanitario dal basso in condizioni di grave povertà materiale. Vale la pena ricordare che tutto ciò è avvenuto in un momento in cui la Cina era un paese più povero, a livello di reddito pro capite, della media dei paesi dell'Africa subsahariana di oggi.
A partire da quel momento [inizio anni '80] una combinazione di trascuratezza e privatizzazione ha notevolmente degradato questo sistema, proprio mentre la rapida urbanizzazione e una produzione industriale non regolamentata di beni per uso domestico e alimentare rendevano tanto più necessaria la generalizzazione dell'assistenza sanitaria – per non menzionare l'altrettanto importante necessità di stabilire chiare norme in materia alimentare, sanitaria e di sicurezza. Oggigiorno la spesa pubblica cinese per la difesa della salute è, secondo i dati dell'Organizzazione mondiale della sanità, di 323 dollari pro capite. Questa cifra è bassa anche in comparazione con quella di altri paesi a "reddito medio-alto", ed è circa la metà di quanto spendono Brasile, Bielorussia e Bulgaria. La regolamentazione è minima o inesistente, con conseguenti numerosi scandali analoghi a quelli sopra menzionati. Nel frattempo, gli effetti di questa situazione ricadono con maggiore forza sulle centinaia di milioni di lavoratori emigranti interni, per i quali qualsiasi diritto alle cure sanitarie di base svanisce completamente nel momento in cui lasciano la loro città natale rurale (luogo in cui, sotto il sistema hukou, sono residenti permanenti indipendentemente della loro effettiva residenza, il che significa che le risorse pubbliche rimanenti non sono accessibili altrove).
Apparentemente, la sanità pubblica sarebbe dovuta essere sostituita alla fine degli anni Novanta con un sistema più privatizzato (sebbene gestito tramite lo stato), in cui una combinazione di contributi – tanto da parte delle imprese quanto da parte dei dipendenti – avrebbe dovuto sostenere i costi dell'assistenza medica, delle pensioni e dell'assicurazione sulla casa. Ma questo regime di previdenza sociale è stato minato da una sistematica carenza di fondi, nella misura in cui i contributi "dovuti" da parte dei datori di lavoro spesso semplicemente non sono versati, facendo sì che la stragrande maggioranza dei lavoratori debba pagare di tasca propria. Secondo l'ultima stima nazionale disponibile, solo il 22% dei lavoratori emigranti interni aveva un'assicurazione medica di base. Il mancato versamento di contributi al sistema di previdenza sociale non è, tuttavia, un semplice atto malevolo da parte di padroni individualmente corrotti, è invece ampiamente dovuto al fatto che i margini di profitto ridotti non lasciano spazio alle indennità sociali. Nei nostri calcolNei nostri calcoli abbiamo scoperto che in un hub industriale come Dongguan chiedere di sborsare le somme al momento non pagate necessarie per garantire ai lavoratori la previdenza sociale, dimezzerebbe i profitti industriali e porterebbe molte aziende al fallimento. Per compensare le enormi lacune esistenti, la Cina ha istituito un regime medico supplementare di carattere basilare a copertura di pensionati e lavoratori autonomi, sistema che paga in media solo poche centinaia di yuan per persona all'anno.
Questo sistema medico assediato produce di per sé delle terribili tensioni sociali. Numerosi membri del personale medico vengono uccisi ogni anno e dozzine vengono feriti negli attacchi di pazienti arrabbiati o, più spesso, dei familiari dei pazienti che muoiono durante le cure. L'attacco più recente è avvenuto alla vigilia di Natale, quando a Pechino un medico è stato pugnalato a morte dal figlio di una paziente, che riteneva che sua madre fosse morta per le cure ospedaliere scadenti. Un sondaggio condotto tra i medici ha rilevato che un incredibile 85% di loro aveva subito violenza sul luogo di lavoro e un altro, del 2015, ha rilevato che il 13% dei medici in Cina era stato aggredito fisicamente nel corso dell'anno precedente. I medici cinesi visitano ogni anno il quadruplo dei pazienti rispetto i loro colleghi statunitensi, ma sono pagati meno di $ 15.000 all'anno – in termini relativi si tratta di una cifra inferiore al reddito pro capite (16.760 USD), mentre negli Stati Uniti il salario del medico medio (circa 300.000 USD) è quasi cinque volte più del reddito pro capite (60.200 USD). Prima della sua chiusura (nel 2016) e l'arresto dei suoi creatori, l'ormai defunto blog di censimento dei disordini di Lu Yuyu e Li Tingyu riportava le notizie di diversi scioperi e proteste da parte degli operatori sanitari ogni mese [viii]. Nel 2015 – l'ultimo anno per il quale sono presenti per intero i dati da loro meticolosamente raccolti – erano riportati 43 eventi del genere. Hanno anche registrato dozzine di "incidenti da cure mediche [proteste]" ogni mese, protagonisti familiari di pazienti, con 368 registrati nel 2015.

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