giovedì 12 marzo 2020

pc 12 marzo - Coronavirus - approfondire analisi e dibattito - usando tutti i contributi

Le “linee di faglia” del coronavirus
Il diffondersi dell’epidemia da coronavirus sta esercitando una pressione continua e inarrestabile su tutti i rapporti sociali movimentando infinite linee di faglia.
Per primo viene travolto il Servizio Sanitario Nazionale, o meglio viene travolta la favola della sanità di eccellenza e vengono messi a nudo i limiti del servizio sanitario in quelle regioni come la Lombardia, il Veneto e l’Emilia Romagna che guidavano tutte le classifiche di qualità.
Alleggerito con tagli su tagli, controriformato per poter essere meglio privatizzato, riorganizzato in funzione delle cosiddette eccellenze, questo Servizio Sanitario Nazionale
ha ormai perso la capacità di essere strumento di difesa della salute pubblica.
Assieme alla sanità viene travolta la politica di cui viene messa a nudo la subalternità agli interessi di banchieri e grandi industriali. Una subalternità bipartisan che vede da una parte il segretario del PD finire contagiato per aver risposto all’appello confindustriale #milanononsiferma, e dall’altra il governatore del Veneto che un giorno si erge a impavido condottiero del suo popolo e quello successivo si trasforma in marionetta degli interessi padronali.
E alla fine la spinta dell’epidemia sconvolge la società intera a partire dal basso, dalle carceri, dove la stupidità del sistema con il pretesto di prevenire un contagio nega tout court i colloqui con i familiari invece che metterli in sicurezza come si sta facendo nelle più diverse situazioni.
Ma la stupidità del sistema colpisce anche nelle fabbriche, nelle industrie, nei magazzini, nei cantieri. Si chiudono le scuole, le università, le palestre, le chiese, ma non le fabbriche. Si propone il lavoro da casa ma nella maggior parte dei posti di lavoro questa possibilità non esiste proprio, oppure si consiglia ai lavoratori di prendere ferie o congedi, come se i lavoratori dipendenti avessero la possibilità di decidere quando prendersi le ferie o non dovessero lottare ogni volta per ottenere un congedo.
E come sempre nell’emergenza risuona forte l’appello a non fare polemiche, a non disturbare il manovratore.
Ma nel momento in cui il manovratore oltre ad essere al servizio del nemico di classe, si dimostra incerto, indeciso e incapace è necessario sviluppare le conoscenze necessarie per forzare la situazione con proposte risolutive.

La ricerca dei contagi

L’analisi dei tamponi faringei per rilevare la presenza del coronavirus non è un esame banale e può essere effettuata solo nei laboratori  di virologia e microbiologia, che sono pochi, pochissimi.
In Veneto questi laboratori si contano sulle dita di una mano e i tecnici in grado di effettuare le analisi sono meno di una ventina. Lavorando senza interruzione e saltando i turni di riposo al momento si è arrivati ad analizzare 4.000 tamponi al giorno.
I test eseguiti in Veneto dall’inizio dell’epidemia fino al 9 marzo sono stati 15.956[i] su una popolazione di quasi 4.900.000  abitanti, pari a un test per ogni 307 abitanti. In Lombardia i test sono stati 20.135, che su una popolazione di 10 milioni di abitanti significa un test ogni 496 abitanti. In Emilia Romagna sono stati solo 4.906 su una popolazione di quasi 4.500.00 pari a un test ogni  917 abitanti.
Questo vuol dire che quando il ministero della sanità diffonde un numero di nuovi contagi  inferiore a quello del giorno precedente, come ad esempio è successo il 28 febbraio e il 2 marzo non è chiaro il significato da attribuire a questa informazione cioè se la crescita dei contagi è rallentata, oppure molto più semplicemente è rallentata la velocità dei laboratori di analisi.
La cosa assurda è che in Cina e in Corea si stanno facendo tamponi a decine di migliaia, mentre invece in Italia il governo ha deciso di testare solo chi ha sintomi o ha avuto rapporti con  malati.
Tant’è che il 4 febbraio prima ancora che l’epidemia si espandesse in Italia, l’Università di Padova aveva proposto di sperimentare un nuovo test in grado di individuare il coronavirus in meno di tre ore effettuando uno screening di massa alla comunità cinese, ma ricevendo il rifiuto secco da parte del direttore generale della ASL Veneto e presidente dell’Agenzia Italiana del farmaco), Domenico Mantoan[ii].

Il tasso di letalità

Fino ad oggi (9 marzo) a livello mondiale  i contagi sono stati 109.343 e i decessi 3.809, con un tasso di letalità (cioè il rapporto tra decessi e contagi) del 3,48%.
In Cina i contagi sono stati 80.904 e i decessi 3.123 con un tasso di letalità del 3,86%
Per quanto riguarda l’Italia il tasso di letalità è stato inferiore o al massimo uguale al 3% fino al 3 marzo e poi ha cominciato a salire arrivando il 9 marzo a oltre il 5%. (grafico 1)

Ci sono alcune differenze tra le diverse regioni. In Lombardia con 333 decessi su 5.469 contagiati il tasso di letalità è del 6,09% . In Emilia Romagna con 70 decessi su 1.386 contagiati il tasso è pari al 5,05%. In Veneto i decessi sono stati 20 e i contagiati 744 con un tasso di letalità del 2,69%.

Sono possibili diverse spiegazioni di queste differenze. La prima sta in quanto già scritto relativamente alla ricerca dei contagi. Semplicemente per le carenze di personale dei laboratori di analisi non si è riusciti ad analizzare tutti i tamponi e quindi il numero reale dei contagiati è in realtà più alto di quello pubblicato.
Se la spiegazione fosse questa, ipotizzando un tasso di mortalità allineato a quello cinese, cioè il 3,86% il numero reale dei contagiati in Italia il 9 marzo invece di essere 9.172 sarebbe di quasi 12.000,  in Lombardia invece di  5.469 contagiati ce ne sarebbero stati oltre 8.600, in Emilia Romagna ce ne sarebbero stati 1813 invece che 1.386.
Un’altra spiegazione possibile riguarda invece l’età media della popolazione. In Cina solo l’11% ha più di 65 anni. In Italia invece il 35%. Se è vero che le vittime del coronavirus sono quasi tutte persone con un età maggiore di 65 anni si spiegherebbe perché in Italia muoiono più persone che in Cina.
C’è un’ultima spiegazione che è la più difficile da accettare e cioè che la sanità della Lombardia sia già andata in tilt e non riesca più a garantire le prestazioni salva vita.
Molto probabilmente la spiegazione corretta è un mix delle tre.

Le modalità di cura

All’oggi (dati di lunedì 9 marzo ore 18) in Lombardia su un totale di 4.490 pazienti in cura (cioè contagi meno decessi e guarigioni), il 10% è ricoverato in terapia intensiva, mentre la maggior parte, il 62%, è ospedalizzata in altro reparto e solo il 28% è in isolamento domiciliare.
In Emilia Romagna su un totale di 1.286 pazienti in cura solo il 7% è ricoverato in terapia intensiva, il 45% è ospedalizzato in altro reparto, mentre il 48% è in isolamento domiciliare.
In Veneto su un totale di 694 pazienti in cura la percentuale di quelli ricoverati in terapia intensiva è dell’7%, di quelli ospedalizzati in reparto è del 27%, e la percentuale di pazienti in isolamento domiciliare è la più alta, il 66%.
Bisogna chiedersi come mai in Lombardia ci sia una maggior percentuale di ricoveri in terapia intensiva e  una minor percentuale invece di isolamenti domiciliari.

Anche qui ci sono più spiegazioni possibili. Una è quella già data relativamente al tasso di letalità del coronavirus. Se effettivamente in Lombardia il numero dei contagi fosse maggiore scenderebbero sia la percentuale di ricoverati in terapia intensiva che quella degli ospedalizzati, tornando in linea con i valori delle altre due regioni.
Un’altra spiegazione, più maliziosa, è che la sanità lombarda non solo è privatizzata ma finanzia le strutture pubbliche con gli stessi criteri adottati per pagare quelle private. E sicuramente ricoverare un paziente in terapia intensiva determina un rimborso più alto che gestirlo in reparto o in isolamento domiciliare.
Se davvero fosse così sarebbe un esempio chiarissimo di come la logica del profitto privato porti ad uno spreco irrazionale delle risorse.

I reparti di terapia intensiva

I reparti di terapia intensiva della Lombardia[iii] hanno un totale di 794 posti letto, quelli del Veneto[iv] 642 e quelli dell’Emilia Romagna[v] 465.
Chiaramente non tutti questi posti letto possono essere immediatamente disponibili per i pazienti da coronavirus, ma solo la metà, che è la percentuale che viene tenuta libera appunto per far fronte a eventuali emergenze, quindi circa 400 posti letto in Lombardia, circa 320 in Veneto e circa 240 in Emilia Romagna.
Confrontando questi dati con quelli del numero dei pazienti da coronavirus ricoverati in terapia intensiva appare evidente che in Lombardia il numero dei posti disponibili è già saturato.
La situazione è ulteriormente aggravata  dal fatto che i pazienti affetti da coronavirus hanno la necessità di ricoveri lunghi di due, tre settimane, mentre i normali pazienti delle terapie intensive in genere hanno una degenza media di due o tre giorni.
Quello che è importante focalizzare è che il problema di aprire nuovi reparti di terapia intensiva non è semplicemente quello di trovare nuovi spazi fisici e di reperire le apparecchiature, ma soprattutto quello di formare personale medico e infermieristico.
Nelle terapie intensive serve un infermiere ogni due pazienti per ognuno dei tre turni. Quindi per fare un esempio per avere 100 nuovi posti letto in terapia intensiva, bisogna anche assumere 150 nuovi infermieri e formarli. Anche nel caso in cui questi infermieri fossero spostati in terapia intensiva da altri reparti per acuti (ad esempio da una chirurgia) la formazione minima necessaria è di tre, quattro settimane.
Ma anche senza epidemia di coronavirus dopo 10 anni di blocco del turn over per garantire il normale funzionamento del servizio sanitario sarebbe comunque necessario assumere almeno 35.000 nuovi infermieri[vi]. Inoltre sempre a causa dello stesso blocco l’età media del personale infermieristico è sopra i 50 anni, non esattamente l’ideale per affrontare una situazione come quella che si va delineando.

I reparti di malattie infettive e di pneumologia

Se ci sono problemi, soprattutto in Lombardia, per il ricovero dei pazienti in rischio di vita in terapia intensiva, ci sono anche problemi per il ricovero di tutti gli altri pazienti nei reparti di malattie infettive e di pneumologia che dovrebbero essere quelli più indicati per il ricovero dei pazienti affetti da coronavirus.
Il numero complessivo dei posti letto in questi reparti è di 1.080 in Lombardia, 385 in Veneto, 498 in Emilia Romagna.
Ma per queste tipologie di reparti i posti letto non occupati sono mediamente solo il 20%, quindi 216 in Lombardia a fronte di 2.802 ricoveri in reparto per coronavirus (dati 9 marzo ore 18), 77 in Veneto a fronte di 186 ricoveri, 99 in Emilia Romagna a fonte di 576 ricoveri.
E’ evidente che già oggi in nessuna delle tre regioni è possibile ricoverare tutti i contagiati da coronavirus nei reparti più indicati, o che si è dovuto procedere in qualche modo al trasferimento dei pazienti che erano presenti in questi reparti per far posto a quelli nuovi. Anche in questo caso la situazione più grave è quella della Lombardia in cui anche liberando completamente i reparti di pneumologia e malattie infettive si sarebbero avuti solo la meta dei posti letto necessari: 1080 su 2.217 ricoveri per coronavirus.

Il rischio collasso

Il totale dei posti letto nella sanità pubblica e privata accreditata sono 34.473 in Lombardia,  15.857 in Veneto, 16.304  in Emilia Romagna[vii].
Prendendo in considerazione anche qui la quota del 20% dei posti letto disponibili sul totale si hanno in Lombardia circa 6.900 posti letto disponibili per nuovi ricoveri, in Veneto circa 3.200, in Emilia Romagna circa 3.300.
Sono numeri che sono più alti di quelli degli attuali ricoveri in reparto per coronavirus, ma non incredibilmente più alti. In Lombardia ad esempio i ricoverati per coronavirus sono  2.802 in reparto e 440 in terapia intensiva, quasi la metà dei posti disponibili in tutta la regione.
E con un numero giornaliero di nuovi contagiati superiore al migliaio nella sola Lombardia è evidente che in pochi giorni si arriverà alla saturazione completa delle strutture e del personale.
Tutto dipende però dalla velocità di aumento del contagio e dalla durata dell’epidemia.

L’Italia e la Cina

Qualche idea in merito ce la si può fare sulla base dell’andamento dell’epidemia in Cina[i] e più precisamente nella provincia dello Hubei che ha 58 milioni di abitanti, ed è quindi paragonabile all’Italia.
Confrontando le due scale temporali abbiamo una prima corrispondenza per quello che è il nostro giorno 7, cioè il 26 febbraio, giorno in cui il totale dei contagi registrati in Italia è stato di 400. Nello Hubei si è avuto un numero analogo di contagi, 375, il 22 gennaio, che per semplicità prenderemo in considerazione come giorno 7 dell’epidemia cinese.
Il giorno 17 che nello Hubei corrisponde corrisponde all’1 febbraio si avevano lì 9.074 contagi. In Italia la crescita del contagio è stata leggermente più lenta (oppure è stata misurata con più lentezza) e solo il giorno 19, cioè il 9 marzo si arriva ad una cifra analoga: 9172 contagi.
A questo punto per quanto riguarda lo Hubei è storia certa, mentre per quanto riguarda l’Italia è tentativo di previsione.
Sta di fatto che la svolta nello Hubei e in tutta la Cina è tra il giorno 23 e il giorno 24, cioè tra il 7 e l’8 febbraio,  quando l’aumento giornaliero dei casi di contagio che nei giorni precedenti aveva un valore tra 2.500 e 3.000 comincia a rallentare e ogni giorno si hanno meno nuovi contagi di quelli che si erano verificati il giorno precedente.
Questo succede perché 14 giorni prima, il 23 gennaio, cioè il giorno 8 dell’epidemia in Cina, si era presa la decisione di sigillare Wuhan e l’Hubei. E dal momento che il periodo di incubazione del virus è appunto di 14 giorni, dopo due settimane si sono potuti vedere gli effetti di questa decisione.


Qui in Italia il primo decreto è del 23 febbraio e le sue disposizioni attuative sono del 25, il secondo è del 1 marzo, il terzo dell’8 marzo.
Gli effetti del primo decreto si dovrebbero vedere in questi giorni, (9-10 marzo), quelli del secondo tra il 16 e il 17 marzo, quelli del terzo tra il 23 e il 24 marzo.
Se i decreti del 1 marzo avranno lo stesso effetto che ha avuto in Cina la decisione di sigillare la provincia di Hubei, allora il decorso dell’epidemia in Italia potrebbe essere analogo a quello della Cina.
Nel grafico 5 i casi giornalieri di contagio dopo il 9 marzo (il giorno 19 dell’epidemia in Italia) sono quelli calcolati sulla base del tasso di incremento dello Hubei nei giorni successivi al 3 febbraio (il giorno 19 dell’epidemia in Cina).

In questa ipotesi, cioè che i decreti del 1° marzo in Italia abbiano lo stesso effetto della decisione presa in Cina il 23 febbraio, (e che il contagio non si estenda in maniera massiccia nelle altre regioni italiane) si arriverebbe alla fine del mese di marzo ad un totale cumulativo di circa 45.000 contagiati.
La percentuale dei decessi potrebbe essere tra il 3,5% e il 6%, in numeri tra i 1.700 e i 2.700. Per quanto riguarda invece i pazienti guariti possiamo supporre che tra 21 giorni, a fine mese, siano guariti tutti i pazienti in cura al 9 marzo, cioè circa 8.000. A questo punto sottraendo il numero dei decessi e il numero dei pazienti guariti, a fine marzo avremmo circa 35.0000 pazienti in cura.
Se i rapporti dei pazienti in cura tra le tre regioni rimanessero gli stessi di adesso potremmo ipotizzare che di questi il 70% gravitasse sulla sanità lombarda, il 20% su quelle emiliana e il 10% su quella veneta.
In numeri sarebbero 24.500 in Lombardia, 7.000 in Emilia Romagna, 3.500 in Veneto.
Ipotizzando una distribuzione delle modalità di cura che sia del 50% ricovero, del 10% in terapia intensiva e del 40% in isolamento domiciliare, il fabbisogno di posti letto in terapia intensiva sarebbe di 2.450 in Lombardia (contro gli attuali 794 posti letto), di 700 in Emilia (contro  465 i posti attuali), di 350 in Veneto (contro i 642 posti attuali).
E soprattutto se si volesse mantenere il rapporto attuale di 1 infermiere per ogni due pazienti in ognuno dei 3 turni si avrebbero bisogno nelle tre regioni di oltre 5000 nuovi infermieri per gestire i nuovi pazienti di terapia intensiva.
Per quanto riguarda invece le degenze in reparto sarebbero necessari tra 12.200 posti letto in Lombardia (su un totale attuale di 34.473), tra 3.500 posti letto  in Emilia Romagna   (su un totale attuale di 16.304 ) tra  1.750 posti letto in Veneto (su un totale attuale di 15.857).
La situazione più critica sarebbe quella della Lombardia dove anche supponendo di occupare tutti i posti liberi in tutti i reparti, cioè il 20% del totale, ci sarebbe comunque la necessità di allestire almeno altri 6.000 posti letto, seguita da quella dell’Emilia Romagna in cui, con una saturazione totale dei posti letto attuali si recupererebbero 3200 posti letto ma comunque se ne dovrebbero allestire altri 300.
E per ogni 3 nuovi posti letto si dovrebbe formare un nuovo infermiere, quindi oltre 2.000 nuovi infermieri che si sommerebbero ai 5000 necessari per la terapia intensiva.
Ma tutto questo se e solo se le misure prese il 1° marzo avranno davvero effetto e se e solo se il contagio non si diffonderà in altre regioni.

Lavoro zero, salario intero

La settimana tra il 10 e il 17 marzo a questo punto è cruciale. Se le misure di contenimento prese il 23 febbraio e il 1° marzo non avranno effetto la curva dei contagi continuerà ad aumentare esponenzialmente invece che rallentare, generando nella settimana fino al 23 marzo ulteriori 40.000 contagi (3.600 nuovi contagi il primo giorno, poi 4.300, fino ad arrivare 10.000 il 7 giorno).
All’oggi il numero dei nuovi contagi giornalieri è diminuito solo nelle due zone rosse, quella di Vo’ in Veneto e quella del Lodigiano in Lombardia[ii], a dimostrazione della necessità di fermare davvero tutto e anche i luoghi di lavoro se si vuole davvero sconfiggere l’epidemia.
E’ necessario fermare la produzione. E’ necessario fermarla subito a cominciare da quelle situazioni in cui i datori di lavoro non hanno fatto nulla per garantire la salute dei propri dipendenti, incuranti anche di quanto stabilito dai decreti.
E’ necessario fermarla anche a difesa di quanti subiscono il licenziamento a causa della riduzione delle commesse. Nessuno deve essere licenziato finché dura l’epidemia e tutti i licenziamenti di questi giorni devono essere dichiarati nulli.
E se nei prossimi giorni  il numero dei nuovi contagi non comincerà a scendere sarà necessario imporre con forza la chiusura per almeno due settimane di tutti i posti di lavoro non connessi con il servizio sanitario, garantendo a tutti il 100% del salario, come unica misura in grado di contenere l’espansione del contagio, come ha ben dimostrato il caso cinese.
[i]     Coronavirus disease (COVID-19) outbreak – Situation Report
[ii]    Coronavirus, in Lombardia calo costante dei contagi a Codogno e nell’ex rossa del Lodigiano. Gallera: “Isolamento funziona”
[i]     Coronavirus in Italia, i dati e la mappa. https://lab24.ilsole24ore.com/coronavirus/
[ii]    Coronavirus, il Veneto aveva la ricetta per scovare i contagiati asintomatici già 20 giorni fa. Ma ha temporeggiato
[iv]   Schede ospedaliere allegate alla DGR 22 del 13 marzo 2019.
[v]    ReportERHome – Scheda Posti Letto al 31/12
[vi]   Carenza infermieri allarmante: i numeri Regione per Regione https://www.nurse24.it/infermiere/ordine/carenza-infermieri-numeri-regione-per-regione.html

Nessun commento:

Posta un commento