venerdì 14 agosto 2020

pc 14 agosto - I migranti non sono untori! Governo imperialista italiano e opposizione fascio-razzista sciacalli!

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Con il rialzo della curva dei contagi in Italia tanto si è speculato sull’aumento degli sbarchi sulle coste italiane di migranti provenienti dalla Tunisia, com’era prevedibile i due fenomeni sono stati posti demagogicamente in correlazione a partire dai partiti neofascisti reazionari all’opposizione (Lega e FDI) e da esponenti della maggioranza stessa uno su tutti dal “democratico” Minniti (vero padre putativo dei decreti sicurezza salviniani) nonché dai populisti reazionari grillini. Un coro unanime che in nome della sicurezza sanitaria degli italiani ancora una volta punta il dito contro l’immigrato che oggi oltre ad essere visto come un criminale e stupratore, ricopre il ruolo di untore. In realtà seppur in aumento, gli sbarchi di migranti tunisini né sono “fuori controllo” né sono la causa della nuova ondata di contagi nel nostro paese.
Qualcuno diceva che “la verità è rivoluzionaria”, è necessario quindi riaffermare tale verità per spazzare via il velo di menzogne che facendo presa tra le masse si è già tradotto in violenze e aggressioni a sfondo razziale, vedi quanto avvenuto a Marsala recentemente.
La Tunisia post-Rivolta è al centro delle attenzioni delle potenze imperialiste europee, come l’Italia, che aveva favorito l’ascesa di Ben Ali, la Francia e di tutte le altre. In particolare l’Italia dalla sua nascita in quanto Stato-nazione ha sempre considerato la Tunisia come un territorio da colonizzare di
diritto o quantomeno come il proprio “cortile di casa”. Le mire dell’imperialismo italiano da sempre si scontrano in primis con quello francese.

Seppur nel contesto generale, l’interesse comune europeo è quello di chiusura delle frontiere (ma in realtà ogni paese in base alle proprie necessità di manodopera fissa delle quote d’ingresso) ogni paese porta avanti la propria politica migratoria tramite rapporti bilaterali con il governo tunisino, in questo caso, travestendo la propria sete di investimenti nel paese e conseguentemente l’attrazione di quest’ultimo nella propria sfera d’influenza, con argomentazioni da politiche umanitarie e sulla sicurezza.
Un recente rapporto pubblicato su inkyfada.org mostra chiaramente come il cappio degli Investimenti Diretti all’Estero (IDE) svolga un ruolo non indifferente in materia di controllo dell’emigrazione illegale e come l’Unione Europea e alcuni suoi paesi membri (in particolare Germania, Francia, Italia e Belgio) utilizzino lo spauracchio dell’immigrazione per minacciare il governo tunisino di chiudere i rubinetti di tali investimenti (i quali lungi dall’essere fonte di “sviluppo” per il popolo tunisino servono a rafforzare il potere della classe dominante e parassitaria del paese e del proprio Stato che mantiene il paese in una situazione neo-coloniale e semi-feudale).
Lo stesso rapporto ci dice che dal 2016 la Tunisia ha ricevuto investimenti europei di  varia origine per 58 milioni di euro e se contiamo a partire dal 2011 (anno in cui è iniziata la cosiddetta “transizione democratica”, leggi restaurazione) si parla di 2,5 miliardi di euro, l’obiettivo dichiarato di tali investimenti è quello di “rimuovere le cause dell’emigrazione”, in realtà tali interventi si traducono in finanziamento agli apparati repressivi e polizieschi dello Stato tunisino ed in particolare al controllo delle frontiere: il cosiddetto fenomeno dell’esternalizzazione delle frontiere europee in paesi extraeuropei. Tornando all’Italia, quest’ultima tra il 2011 ed il 2017 ha fornito una dozzina di motovedette alla guardia costiera tunisina e oltre 12 milioni di euro per l’ammodernamento di quelle già in possesso di quest’ultima. Il risultato atteso dall’Italia imperialista è che il paese dipendente riduca efficacemente i flussi pena la chiusura del rubinetto dei finanziamenti come ricordato prima, non a caso all’indomani di tale accordo, la guardia costiera tunisina speronava un barcone partito dalle coste tunisine di Sfax causando una vera e propria strage con decine di morti. La notizia fece scalpore nella Tunisia della transizione democratica in cui vi è quantomeno una parvenza di democrazia formale, nella Libia della guerra tra bande e per interposta persona come sappiamo avvengono stragi simili a cui si aggiunge anche un vero è proprio mercato schiavistico dei migranti oltre all’arruolamento forzato…
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Anche gli altri paesi europei su citati ricorrono a tali finanziamenti aventi come obiettivo generale l’esternalizzazione delle frontiere che si traducono in finanziamenti o trasferimenti di beni alla guardia nazionale, polizia ed esercito tunisino.
Intanto il presidente della repubblica Kais Saied a seguito della visita della ministra degli interni italiani Lamorgese alla fine del mese scorso, da un lato ha ribadito che la questione migratoria non può essere trattata in termini prettamente securitari dall’altro ieri ha rinnovato di un anno lo status di “regione militare” riguardanti la frontiera orientale con la Libia e quella centro-occidentale e meridionale con l’Algeria, esso rafforza le prerogative delle autorità militari nel controllo securitario delle frontiere: ciò è in contraddizione da quanto predicato dallo stesso Saied infatti a farne le spese non sono solo i migranti, ma anche i padri di famiglia e giovani che pur non volendo emigrare ma non riuscendo a sbarcare il lunario in tali regioni frontaliere come quella di Tataouine, praticano il contrabbando e cadono spesso, al rientro dalla frontiera sotto il fuoco delle forze militari le quali recentemente uccidendo uno di loro hanno provocato l’ira della popolazione già in fermento nella regione. Come si dice “chi semina vento raccoglie tempesta”: recentemente alcuni contrabbandieri hanno risposto al fuoco ferendo dei militari e facendo gridare allo spauracchio dell’intervento di potenze straniere operanti in Libia quando è proprio il governo che apre la porta a tali potenze in chiave antinazionale!
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Oltre alla repressione ed al controllo delle frontiere, negli ultimi incontri bilaterali l’Italia ha annunciato di riprendere con i rimpatri settimanali via aerea di 80 tunisini in spregio del diritto internazionale che prevede la possibilità per il migrante (qualunque persona al mondo ha diritto di migrare secondo l’attuale diritto internazionale invalidando teoricamente il concetto di “migrazione clandestina”) di fare richiesta d’asilo o per ottenere lo status di rifugiato. Il ministro degli esteri Di Maio riprende le argomentazioni del suo ex alleato di governo Salvini che la Tunisia essendo un paese non in guerra e dove si svolgono elezioni democratiche, è un “porto sicuro” ciò dovrebbe giustificare tali rimpatri, rafforzati dall’argomento del pericolo pandemia.
Il FTDES (Forum Tunisino dei Diritti Economici e Sociali) lo scorso 19 giugno ha pubblicato un rapporto dal titolo eloquente: “Politica di non accoglienza in Tunisia”. La Tunisia infatti oggi non è solo terra d’emigrazione ma anche terra d’immigrazione come conseguenza della relativa stabilità del paese (pur essendo quest’ultima appesa ad un filo), la sua vicinanza alle coste italiane ma allo stesso tempo la sempre maggiore difficoltà nell’attraversare lo stretto di Sicilia. Questo cocktail ha fatto si che migliaia di africani subsahariani rimangano bloccati per mesi ed anni in Tunisia più o meno volontariamente. Il rapporto mette in luce come il governo tunisino tratti tali immigrati alla stregua di come facciano i governi europei: “respingimenti alla frontiera, condizioni di permanenza disastrose, deficienza nella presa a carico sanitaria, mancanza d’informazioni, impedimenti per la domanda d’asilo […] razzismo, […] espulsioni in pieno deserto…”
Questo ci dice che da un lato la Tunisia non rappresenta un “porto sicuro” per eventuali barconi di migranti respinti dall’Italia e da Malta (così come non lo è la Libia), dall’altro che seppur formalmente la Tunisia abbia finora rifiutato le “proposte” europee ed italiane di divenire una sorta di “paese hotspot”, le politiche europee di chiusura delle proprie frontiere e i rimpatri e la pressione migratoria che non trova un adeguato sfogo verso i paesi di destinazione, oltre ad aver fatto entrare il paese in questa transizione in cui nella fase attuale è sia paese d’emigrazione che paese d’immigrazione, rischia di far cedere la classe dirigente tunisina alle avances imperialiste per poter restare in sella data la pressione sociale che rischia di esplodere  a causa della crisi economica crescente determinata strutturalmente dalla sua natura dipendente dall’imperialismo (indebitamento crescente, economia export oriented di materie prime penalizzando ad esempio il mercato alimentare interno, sviluppo predominante del terzo settore e delle sue parti più speculative) e aggravata ulteriormente dalla pandemia che ha paralizzato tali settori.
Negli ultimi mesi sono già esplose “mini rivolte regionali” a Gafsa e Tataouine (rispettivamente la regione in cui si estraggono fosfati e quella in cui vi è la maggiore presenza di giacimenti di petrolio) paralizzando di conseguenza la regione industriale di Gabès dove hanno sede i principali impianti chimici del paese. Ciò ha aggravato ulteriormente la situazione economica del paese in questo frangente in cui anche l’agognata stagione turistica non è mai partita. Se i rischi di una rivolta generalizzata dovrebbero concretizzarsi, come già successo del resto recentemente nell’area in Algeria, Sudan, Iraq e Libano, non è da escludere che una classe dirigente per sua natura burocratica e compradora possa ritenersi obbligata ad accettare l’offerta di ulteriori finanziamenti in cambio di una totale subordinazione alle politiche migratorie dei paesi europei.
D’altronde è solo tramite la rivolta popolare che il popolo tunisino ha già dimostrato di poter rovesciare un regime poliziesco e autocratico ventennale ma il merito della rivolta ha anche mostrato il suo limite: se essa non si sviluppa in Rivoluzione di Nuova Democrazia le forze reazionarie sostenute dall’imperialismo capitalizzano a proprio vantaggio il vuoto di potere intaurando un regime equalmente anti-popolare e reazionario.
Intanto ieri una manifestazione di protesta si è tenuta davanti all’ambasciata di Italia in cui erano presenti i familiari di alcuni giovani rimpatriati o in via di rimpatrio denunciando l’illegittimità dei rimpatri del governo italiano e allo stesso tempo contrastando la propaganda razzista dei migranti-untori, del resto sempre nella giornata di ieri si ha avuta notizia che dei 700 migranti in quarantena su una nave italiana, solo 12 migranti di varie nazionalità dell’Africa subsahariana risultino contagiati e posti in isolamento, la stessa fonte indica che da gennaio a oggi 6185 immigrati sono arrivati in Italia (di cui 197 rimpatriati), siamo ben lontani dallo spauracchio albanese agitato dal ministero dell’interno italiano…
E’ quantomai necessario che le masse popolari italiani combattano il proprio governo e le opposizioni reazionarie razzisti, in solidarietà con il popolo tunisino in lotta per i propri diritti in Tunisia e per il sacrosanto diritto di libera circolazione!
I governi della borghesia al servizio dei padroni sono il nemico e i reali responsabili dell’aggravarsi della pandemia, non i popoli!

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