martedì 21 dicembre 2021

In Libia continua la guerra per procura: invece che elezioni-farsa, blocco dei pozzi e scontri armati. L’Italia di Draghi e l’ENI cercano di riposizionarsi nel pantano della Libia

Manca ancora l’ufficialità, ma è certo che le elezioni che gli imperialisti – e tra questi l’imperialismo italiano in prima linea – volevano imporre alla Libia non si terranno. Invece che elezioni-farsa, blocco dei pozzi e scontri armati tra le varie fazioni libiche. Alcuni uomini armati affiliati alle Guardie delle strutture petrolifere (Pfg) in Libia hanno annunciato la chiusura forzata di quattro giacimenti di idrocarburi (Wafa, El Feel, Sharara e Hamada) e di due raffinerie (Zuara e Mellitah). Il giacimento di Wafa, nella Libia centro-occidentale (gestito dalla Mellitah Oil and Gas Company, società compartecipata paritariamente dall’italiana ENI e da Noc), è collegato al gasdotto Green Stream che rifornisce l’Italia del gas libico. Il Green Stream, composto da una linea di 520 chilometri, realizza l’attraversamento sottomarino del Mar Mediterraneo collegando l’impianto di trattamento di Mellitah sulla costa libica con Gela, in Sicilia, punto di ingresso nella rete nazionale di gasdotti.


Ora il Noc (National Oil Corporation, la compagnia petrolifera della Libia) ha applicato la clausola di “forza maggiore” ai campi di Sharara e Wafa, secondo l’Agenzia Nova, “l’azienda libica statale guidata da Mustafa Sanallah ha comunicato di non potere adempiere ai propri obblighi contrattuali “relativamente alla produzione di petrolio greggio nei giacimenti petroliferi”, cessando “le operazioni di esportazione ai terminal di Zawia e Mellitah”. La Noc spiega che l’annuncio è causato da “circostanze non prevenibili e al di fuori del suo controllo”….. La produzione petrolifera nel Paese nordafricano membro del Cartello petrolifero Opec dovrebbe essere scesa da 1,2 milioni a circa 920-950 mila barili al giorno, dal momento che Sharara (gestito dalla joint venture Akakus, che riunisce la libica National Oil Corporation, la spagnola Repsol, la francese Total, l’austriaca Omv e la norvegese Statoil) da solo vanta una produzione di circa 280 mila barili al giorno.

Nei giorni scorsi, in prossimità della data delle elezioni, le milizie armate hanno circondato il palazzo del governo. La ribellione è scoppiata dopo che il Consiglio aveva licenziato il comandante del Distretto militare. La "Brigata Al-Samoud" aveva avvertito: "Non ci saranno elezioni". A Sebha, nel sud della Libia, ci sono stati pesanti scontri a fuoco tra le forze del Governo di unità nazionale e l’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) che fa capo al generale Khalifa Haftar.

Conferenze di “pace”, dichiarazioni dei governi imperialisti, dell’ONU….sono il castello di carte puntualmente sbaragliato dalle varie fazioni che decidono sul campo quando chiudere i pozzi di petrolio e gas, quando ridurre la produzione approfittando anche dell’aumento dei prezzi, quando bloccare la confluenza di migliaia di dollari nelle casse dello Stato libico e decidere quando accendere i piccoli fuochi della guerra civile sempre latente dopo l’aggressione della NATO. Come sempre sono il piano internazionale con Italia, Francia, Russia e in misura minore gli USA e quello regionale con il ruolo dei regimi reazionari di Turchia, Egitto, Quatar, EAU a mantenere la destabilizzazione della Libia per il petrolio e per il controllo dei principali porti e vie marittime.

Un sonoro schiaffo alle pretese di stabilizzazione imperialista per il controllo su petrolio e gas e per i respingimenti delle ondate migratorie verso l’Italia e l’Europa. 


L’Italia, con l’ENI, ha forti interessi per i profitti legati all’estrazione del petrolio (che tuttavia non riceverà grosse perdite da quest’ennesimo blocco perché si tratta di greggio onshore mentre quelle offshore e di gas sarebbero ancora in produzione), così come fiumi di denaro pubblico l’imperialismo italiano – oggi rappresentato dal governo Draghi – fa confluire alle bande criminali che costituiscono la famigerata Guardia costiera libica e arricchiscono le mafie nostrane. La Libia per l’Italia è strategicamente importante perché nel quadro degli interessi imperialisti del Mediterraneo Allargato. Dalle elezioni sarebbe dipeso il ruolo dell’Italia di Draghi nel realizzare una nuova conferenza internazionale sulla Libia, dopo quella di Parigi e Berlino che ad oggi sembra un’ipotesi sfumata.

Intanto l’Italia contribuisce ad alimentare la criminale, razzista, politica dei respingimenti che ha trasformato la Libia nell’inferno per i migranti. “Il Viminale ha un nuovo partner per i programmi di formazione, addestramento e riarmo della Guardia costiera libica contro migranti e migrazioni: l’AID - Agenzia Industrie Difesa, l’ente che gestisce gli stabilimenti del Ministero della Difesa e che fornisce mezzi e sistemi bellici alle forze armate. E per addolcire la pillola un po’ di soldi e di servizi verranno affidati in Libia all’OIM, l’Organizzazione internazionale per le Migrazioni delle Nazioni Unite” (fonte Antonio Mazzeo).

Ma non basta. Il quotidiano Avvenire e IrpiMedia (Investigative Reporting Project Italy) hanno pubblicato un’inchiesta chiamata “Libyagate, il sistema di interessi che ha cambiato il volto del Mediterraneo coinvolgendo faccendieri, trafficanti di uomini, capi milizia, signori della guerra, governi di numerosi Paesi ed esponenti delle principali organizzazioni mafiose internazionali… In Sicilia agiscono infatti i clienti dei contrabbandieri, coloro che secondo le ipotesi di diverse procure distribuiscono il carburante in tutta Europa. E che con gli incassi favoriscono anche l’organizzazione mafiosa siciliana. Sono un anello fondamentale affinché il traffico funzioni, perché le autorità maltesi possono lasciar perdere solo se il traffico porta fuori dalla giurisdizione maltese. ..le mosse di alcuni acquirenti del gruppo di contrabbandieri conducono fino a Mazara del Vallo, feudo di Matteo Messina Denaro…..Dal 2016, dunque, il gruppo dei “catanesi” si approvvigiona di gasolio presso il deposito mazarese con il favore di Francesco Burzotta, il cui fratello fu legato al boss di Cosa nostra Mariano Agate, morto nel 2013, noto anche per essere stato iscritto alla loggia massonica “Iside 2” di Trapani e considerato l’uomo di riferimento di Totò Riina a Trapani. Nel 2004 Agate venne intercettato mentre, dal carcere al 41 bis, ordinava al figlio Epifanio di comunicare gli sviluppi dei traffici illeciti al superlatitante Matteo Messina Denaro, capo indiscusso di Cosa nostra in provincia di Trapani”.

Di tutto questo è responsabile l’imperialismo italiano. Le denunce, gli appelli, non bastano. Per i proletari e le masse si tratta di rovesciarlo come assoluta necessità perchè epicentro di una fogna che riversa i suoi liquami sui lavoratori, sulle masse, sui migranti in fuga dall’inferno libico che l’Italia, assieme agli altri paesi imperialisti, ha creato.

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