sabato 2 giugno 2018

pc 2 giugno - 1 - Per un dibattito reale nel movimento operaio e comunista - PER UNA VALUTAZIONE DEGLI ESITI DELLE ELEZIONI

GLI ESITI DELLE ELEZIONI DEL 4 MARZO E LA LOTTA CONTRO IL POPULISMO DI SINISTRA 
da Nuova Egemonia - nuovaegemonia@yahoo.com

1a parte

PER UNA VALUTAZIONE DEGLI ESITI DELLE ELEZIONI
Le elezioni del 4 marzo hanno determinato un ulteriore spostamento a destra del quadro politico ed istituzionale e di conseguenza si tradurranno, anche tramite ulteriori passaggi intermedi, in un approfondimento dell’attacco alle condizioni di vita e di lavoro del proletariato e delle masse popolari e in un salto di qualità della repressione, della tendenza al fascismo e dell’espansionismo militarista dell’imperialismo italiano. Tutte le forze politiche e sindacali reazionarie che oggi si propongono, sul piano governativo ed istituzionale, come interpreti degli interessi strategici del grande capitale industriale-finanziario mediati, di volta in volta con altri settori e frazioni borghesi, sono costrette ad
operare per rappresentare, impersonificare e dare pratica attuazione a tali tendenze.

Questo si traduce in un più rapido logoramento di queste stesse forze che imprime un’accelerazione alla decomposizione reazionaria del quadro politico-istituzionale. Il logoramento è dovuto da un lato al loro progressivo smascherarsi agli occhi di vasti settori di massa, situazione questa che spinge queste stesse forze a radicalizzarsi in senso reazionario con conseguente accentuazione del nazionalismo, del razzismo e del militarismo all’interno ed all’esterno, come forme e modalità per contenere, spostare ed incanalare, l’indignazione crescente delle masse popolari.
Dall’altro, particolarmente in un paese come l’Italia che rappresenta un anello debole della catena imperialista, tale logoramento, ha le sue radici nella stessa crisi dell’imperialismo che opera destrutturando e “macinando” i sistemi parlamentari, i partiti che si propongono al governo del paese, le “corporazioni” sindacali e la stressa società civile borghese reazionaria considerata nel suo complesso. La conseguenza è che, in un paese come l’Italia, si apre sempre più la strada sia all’ espansione di forze politiche reazionarie più radicali apertamente fasciste, sia ad un ruolo sempre più interventista degli apparati statali in direzione della ridefinizione in senso corporativo e presidenzialista del sistema della rappresentanza, con conseguente emergere, sempre più aperto e diretto, sul piano politico, del ruolo e dell’influenza degli stessi apparati polizieschi e militari.
I processi di logoramento e destrutturazione delle stesse forze politiche borghesi di potere, comportano, non solo un crescente settarismo ed una sempre più esasperata competizione a tutti i livelli, non solo continue scissioni e drastici ridimensionamenti, ma persino veri e propri processi di dissoluzione, mentre favorisce contemporaneamente processi di riciclaggio nelle politiche che si presentano in ascesa a destra ed, in prospettiva, anche all’estrema destra.  Logoramento e destrutturazione, non sono affatto, come sembrerebbe dinamiche che escludono processi di disciplinamento, viceversa sono le forme concrete e le modalità con cui si cerca proprio di arrivare a tali esiti che si vorrebbero conclusivi e capaci di risultare definitivi rispetto ad un’esigenza di stabilizzazione reazionaria.
Le forze borghesi di potere ed i settori della società civile di volta in volta più pesantemente oggetto dei processi di destrutturazione e di progressivo disciplinamento, per avere la possibilità di sottrarsi a tutto questo dovrebbero fare un salto per loro impensabile ed impossibile,  dovrebbero cioè  passare dalla parte degli interessi economici e politici fondamentali delle masse popolari e proporsi come portatori di una prospettiva di governo effettivamente riformista capace di tradursi in una fase di “modernizzazione”. Questo significherebbe però nella situazione attuale, rispetto ad un anello debole della catena come quello rappresentato dall’imperialismo italiano e quindi rispetto ad una realtà nazionale in cui si concentrano oggi contraddizioni politiche e sociali maggiori che in altri paesi europei, andare ad aprire la strada ad un processo rivoluzionario.  Ora è proprio tale prospettiva che, però, rappresenta il problema  maggiore per tutte le forze borghesi. Di fronte all’alternativa tra il rischio di una rivoluzione e l’eventualità di un fascismo dispiegato, le forze politiche borghesi e sindacali di potere e la stessa società civile nel suo complesso, lavoreranno sempre e comunque, anche a costo di suicidarsi formalmente, per favorire il fascismo e combattere la prospettiva della rivoluzione proletaria. In Italia lo sfacelo della sinistra reazionaria di potere (PD, LUE)  e la manifesta crisi di settori di “Potere al popolo” [PaP] provenienti dall’esperienza del PRC ecc., ha queste basi e queste radici e al di là delle oscillazioni e riprese parziali che potranno intervenire, quel che è certo è che le elezioni del 4 marzo hanno espresso in forma più pura la traiettoria che la borghesia vuole imprimere alle prossime fasi politiche.  Tutto questo può anche essere sinteticamente espresso ed esposto come l’evidenziarsi di una situazione oggettiva in cui la crisi dell’imperialismo si ripercuote, in un anello debole come l’Italia , attivando una dinamica di biforcazione, da un lato, l’attacco alle condizioni di vita e di lavoro delle larghe masse popolari, la tendenza al fascismo ed all’espansionismo imperialistico e, dall’altro, la tendenza alla rivoluzione proletaria.
Si delinea così una tendenza, anche sul piano delle condizioni soggettive, alla polarizzazione sociale e politica che, pur risultando allo stato attuale estremamente embrionale, nessuna forza politica reazionaria o riformista può in prospettiva eventualmente impedire. Si tratta di una tendenza che oggi nel nostro paese, nel campo delle forze di opposizione che si richiamano all’anticapitalismo, all’antifascismo, al sindacalismo alternativo, ai movimenti ed alle lotte politiche, sindacali e sociali,  si esprime essenzialmente nei termini della differenziazione tra un’impostazione proletaria e rivoluzionaria ed una impostazione populista di sinistra.  Quest’ultima si presenta attualmente come portatrice egemone di proposte, programmi e strategie improntate ad un “riformismo conflittuale” che si rivelano velleitarie ed incapaci di intercettare i sentimenti più profondi del proletariato e delle masse popolari, così come si evidenziano minate da una crisi di fondo dovuta alla contraddizione tra la promozione di esperienze di resistenza e di opposizione e la loro successiva inevitabile dissipazione al servizio delle forze più reazionarie.  Di fronte ad una situazione economica, sociale e politica, che pone oggettivamente il problema del lavoro sul terreno ideologico e politico, sindacale e sociale, per la rivoluzione proletaria come unica possibile alternativa all’accentuazione delle tendenze reazionarie in atto, Il portato fallimentare insito nella proposta avanzata dal populismo di sinistra risiede nella volontà di persistere nella ricerca di una impossibile terza via. Questa ricerca di un’alternativa sia alla reazione dilagante che alla prospettiva proletaria e rivoluzionaria, comporta inevitabilmente un progressivo slittamento dei populisti di sinistra, contro la loro stessa coscienza, volontà ed interessi, in direzione della condivisione di assunti politici ed ideologici privi in realtà persino di elementi di carattere progressivo o democratico. 
In Italia il populismo di sinistra non è riconducibile solo al cartello di forze di “Potere al popolo”, ma comprende anche centri sociali e settori di movimento che pur non aderendo a tale raggruppamento ne condividono decisive posizioni di fondo.  Innumerevoli siti internet, intellettuali accademici “marxisteggianti”, organismi e circoli culturali propagandano e diffondono inoltre le concezioni politiche, economiche e filosofiche di tale forma di populismo. Persino partiti e raggruppamenti che viceversa si richiamano al marxismo-leninismo e che dovrebbero essere in prima fila nella lotta per organizzare su posizioni rivoluzionarie di classe  il proletariato, i giovani ed i settori popolari, risultano invece singolarmente tolleranti nei confronti del populismo di sinistra contribuendo di fatto al suo pericoloso ed inconcludente lavorio. Si va dal Partito Comunista di Rizzo che ha scelto di condurre la campagna elettorale incentrandola essenzialmente sull’ambigua direttrice dell’opposizione al “capitale finanziario europeo”, ai compagni del Carc-nPCI che non si sono più  risollevati, almeno per quanto attiene alla linea politica, dalla confusione in cui si sono addentrati con la proposta del governo di emergenza nazionale a cui è conseguentemente seguito una sorta di “supporto tattico” al M5S visto, tra l’altro, come un utile fattore di approfondimento, in senso progressivo, della “crisi politica” della borghesia.
Se rispetto alle elezioni del 4 marzo si possono ascrivere al campo del populismo di sinistra quelle forze di opposizione che hanno scelto direttamente   la strada elettorale con PaP, accanto a tali forze bisogna dunque comunque collocare anche tutte quelle che supportano posizioni sostanzialmente assimilabili sulla “rottura dell’Europa”, rispetto alla questione dell’analisi delle classi sociali e della natura dello Stato, riguardo all’impostazione della questione del  programma e della strategia politica.
Per quanto riguarda l’Europa, la contraddizione tra l’impostazione proletaria e l’impostazione populista di sinistra consiste nel mancato riconoscimento, con ciò che ne consegue sotto il profilo della compromissione con il nazionalismo e la politica borghese, del carattere imperialista del capitalismo italiano. 
Per quanto riguarda la questione delle classi sociali, la contraddizione risiede nell’abnorme dilatazione del campo sociale ascritto alle “masse popolari” o al “popolo” e nella relativa negazione o sottovalutazione della contraddizione tra borghesia e proletariato come contraddizione principale.
Per quanto riguarda la questione della natura dello Stato, la contraddizione risiede nella mancata assunzione della “società civile” come dimensione dello Stato borghese e nel relativo farsi portatori di un’iniziativa ed una conflittualità politica e sociale finalizzata ad amplificare  una presunta presenza antagonistica che si indica come già data e operante al suo interno.  
Per quanto attiene al programma ed alla strategia politica, la contraddizione attiene ad un un’impostazione velleitaria e gradualista  del cambiamento e della trasformazione sociale e politica.  Questo dato è insito non solo nell’elettoralismo, ma anche  del nesso programma-lotte-organizzazione proposto  da PaP e dalla Rete dei Comunisti, nelle proposte del mutualismo e del controllo popolare di settori di PaP e dei movimenti, nel più aperto nazionalismo di componenti neo-trotskijste di Eurostop.

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