sabato 21 agosto 2021

pc 21 agosto - Industria dell’auto: le contraddizioni tra i produttori dei paesi imperialisti si acuiscono e si scaricano su “milioni di addetti” cioè sulla classe operaia


Quella dell’auto “È un’industria fortemente incastrata negli interessi economici degli Stati, perché occupa milioni di addetti e investe miliardi nella ricerca, e soprattutto per il peso nella bilancia commerciale e nello sviluppo delle tecnologie.”

Questa è una chiara affermazione dell’importanza dell’industria dell’auto che Il Sole 24 Ore del 14 agosto mette addirittura in parallelo con “l’equilibrio economico globale”.

Vediamo perché.

“L’Europa è leader indiscusso del comparto, stando ai dati dell’Observatory of Economic Complexity del MIT. Con 411 miliardi di dollari nel 2019, i suoi prodotti sono stabilmente più della metà dei 777 miliardi dell’export mondiale.”

La Cina, invece, è attualmente più un mercato di importazione che non di produzione ed esportazione:

“La Cina, primo mercato auto al mondo, nel 2019 ne ha importato per 42 miliardi di dollari, pari a una quota del 5,4% a fronte però di esportazioni per appena 9 miliardi, pari all’1,2 per cento. Una posizione ancora molto sbilanciata, seppure sensibilmente migliorata rispetto a cinque anni prima … Nel 2014 le importazioni erano pari a 54 miliardi con una quota del 7,6% contro esportazioni per 4,3 miliardi di dollari e una quota dello 0,6 per cento.”

Ma la Cina da decenni adotta la sua strategia in questo e altri campi, e per accelerare i tempi “compra quote dei costruttori europei, che ovviamente più sono deboli e più sono scalabili: il ‘deserto dei profitti’ torna comodo. Nel Vecchio Mondo è la Germania il boccone grosso.”

La Germania, infatti, “Nel 2019 è stata il primo esportatore di auto al mondo, con 145 miliardi, ed importazioni pari alla metà, 75 miliardi: la sua bilancia commerciale è stata piuttosto in attivo. La Cina importa auto tedesche per 17 miliardi a fronte di esportazioni risibili: 190 milioni.”

La Germania, come dice l’articolo, è forse la più “incastrata” delle economie con la Cina.

“Poi ci sono gli Stati Uniti, da cui la Germania ha acquistato meno di 7 miliardi, pari allo 0,9% del commercio totale, più o meno in linea con lo 0,8% del 2014. Di contro, dal 2014 le esportazioni sono invece calate molto sia in assoluto, da 27 a 21 miliardi, sia in quota, dal 3,8 al 2,7 per cento.”

Poi c'è l’industria automobilistica in Giappone è una delle industrie più importanti e più grandi del mondo e anch'essa ben connessa.

Insomma “lo scenario – continua il quotidiano dei padroni - è ben più ampio delle macchine, gli americani stanno giocando due partite fondamentali con i cinesi e i russi. Più la Germania si lega ai primi nell’industria dell’auto (sempre più intrisa di connettività e 5G) e ai secondi nell’energia (il Nord Stream2), più gli Stati Uniti si irritano. La stessa vicenda dei microchip, ancora tutta da chiarire e che sta strozzando la ripresa dell’industria automobilistica, difficilmente risulterà estranea a queste complesse dinamiche geopolitiche.”

Queste “dinamiche geopolitiche”, cioè la difficoltà per i padroni delle industrie automobilistiche di districarsi tra le contraddizioni create dall’intreccio tra produzione, esportazione, importazione, fusione e acquisizione… e necessaria concorrenza per restare sul mercato raggiungendo il limite minimo (almeno 5 milioni di auto all’anno diceva Marchionne), queste “tensioni” dicevamo, si scaricano sui “milioni di addetti”, cioè le operaie e gli operai che producono le auto in tutto il mondo con cassa integrazione, licenziamenti, riduzione dei salari...

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