giovedì 27 febbraio 2025

pc 27 febbraio - L'Italia imperialista nell'Europa imperialista, in tempi di Trump - problemi per il riarmo

Questo articolo è equivoco e come li definiamo noi 'rossobruno' - ci serve per conoscere meglio le cose

LaPresse

Per anni l’Europa si è illusa che la storia fosse finita e la guerra fosse un termine tossico, un problema di vicini più poveri e lontani, o degli Stati Uniti. Quella illusione non è svanita nel 2008 quando Vladimir Putin invase la Georgia, né nel 2014 quando la Russia occupò militarmente la Crimea e invase il Donbas, e neppure il 24 febbraio 2022 quando sempre la Russia, e sempre Putin, invasero l’Ucraina in una operazione speciale che sarebbe dovuta durare tre giorni e invece prosegue da tre anni grazie all’eroica resistenza ucraina. In questi decenni gli Stati europei hanno eliminato la coscrizione obbligatoria, ridotto i loro eserciti e disinvestito nella difesa sperando che l’economia avrebbe annacquato la geopolitica, non capendo che la prima è la conseguenza della seconda. E ora che Putin e Trump hanno deciso di negoziare da soli, l’Europa ha scoperto di essere militarmente irrilevante e impreparata a un’eventuale invasione.

Ma l’attualità della guerra costringerà gli europei a riarmarsi rapidamente, anzi lo sta già facendo. E l’Italia può avere un ruolo di primo piano in questo processo. Lo spiega a Linkiesta Thomas Theiner,

documentarista ex alpino, esperto di Nato e guerra fredda che negli ultimi mesi su X ha vivisezionato la capacità bellica italiana e dei Paesi europei: «L’Italia ha il potenziale per diventare uno dei protagonisti dell’industria bellica europea perché per anni il ministero dello Sviluppo economico ha sostenuto le aziende di eccellenza del settore della difesa, incentivandole a mantenere la produzione sul territorio nazionale per ragioni di occupazione, indotto e sicurezza strategica». Grazie a questo sostegno, realtà come Leonardo (soprattutto per gli elicotteri), Fincantieri e molte altre hanno continuato a operare nel Paese.

Un esempio concreto è quello degli F-35: la produzione e l’assemblaggio avvengono a Cameri perché l’Italia, al momento dell’acquisto, ha posto come condizione che parte delle attività industriali rimanessero nel Paese. Invece, quasi tutti gli altri Stati che acquistano gli F-35 lo fanno direttamente dagli Stati Uniti. Solo il Giappone, oltre all’Italia, ha ottenuto di poter produrre e assemblare localmente. «Italia, Svezia, Norvegia e Germania hanno già filiere produttive ben strutturate, ma non tutti gli altri. Per esempio la Danimarca ha perso nel tempo tutte le aziende del settore. Non possono più costruire navi, sottomarini, aerei, armi leggere o carri armati. Adesso cercano fornitori in giro per il mondo, ma si trovano in difficoltà. Lo stesso problema ce l’hanno i canadesi per i sottomarini: non hanno più aziende in grado di costruirli e ora non sanno a chi affidarsi», spiega Theiner.

L’Italia, insomma, ha scelto di preservare e sviluppare il proprio settore industriale militare. «Produciamo radar, missili, mine, siluri, sottomarini», aggiunge Theiner. «Abbiamo cantieri navali come quelli di Muggiano e Riva Trigoso della Fincantieri, tra i più attivi in Europa. Mentre molti altri Paesi hanno smantellato le proprie capacità produttive, l’Italia ha deciso di fare tutto internamente, garantendosi così un vantaggio strategico. Oggi, escludendo gli Stati Uniti, solo Italia e Germania hanno ancora aerei per soppressione delle difese aeree nemiche. L’Italia ha persino investito con il Pentagono nello sviluppo del missile AGM-88E AARGM per ritenere questa capacita. Tutti gli altri Paesi europei hanno smantellato questi programmi perché troppo costosi».

Vista la delirante conferenza stampa di Trump, in cui il presidente degli Stati Uniti ha dato la colpa dell’invasione russa all’Ucraina, non sembra così improbabile un disimpegno americano in Europa. Se accadesse in poco tempo, il nostro esercito sarebbe in grado di fare la propria parte per aiutare l’Ucraina? «L’Italia dispone solo di due brigate pesanti, mentre il minimo per garantire una rotazione efficace sarebbe tre: una schierata in Polonia, una in fase di preparazione e una appena rientrata per il ricambio del personale. In futuro, l’Italia prevede di formare una terza brigata pesante, trasformando la brigata “Granatieri di Sardegna”, ma questo richiederà almeno cinque anni». Per capirci una singola brigata è composta tipicamente da tremila a cinquemila soldati. 

Ma perché il nostro Paese ha così poche brigate?  Nei suoi lunghi thread su X, Theiner spiega che negli anni Ottanta, l’Italia ne aveva ventiquattro. Poi, con la convinzione che la Russia non fosse più una minaccia, le ha progressivamente smantellate: sette nel 1991, quattro nel 1996, due nel 1997, poi altre due nel 2002. Lo stesso hanno fatto gli altri Paesi europei. La Germania, che alla fine della Guerra Fredda aveva cinquanaquattro brigate, oggi ne ha solo cinque. La Svezia è passata da ventinove a due. Un esempio ancora più lampante del disarmo europeo è la Germania: la capacità di produzione tedesca è di milleduecento mezzi corazzati, ma in tre anni ne ha prodotti appena quaranta, e solo per l’Ungheria. «Abbiamo abbassato la guardia troppo presto e ora ne stiamo pagando le conseguenze».

In un mondo di droni e satelliti ci dimentichiamo spesso quanto siano importanti i soldati. L’Ucraina ha retto per tre anni l’invasione russa perché ha circa cento brigate, più di quante ne abbia tutta l’Europa messa insieme. Eppure, anche con questo numero, fa fatica a contenere l’offensiva russa. Questo dimostra che, con le attuali forze armate, gli europei non sarebbero in grado di resistere a un attacco russo. «Se la Russia oggi attaccasse l’Estonia, gli estoni avrebbero appena due brigate, la Romania sette, la Polonia, che aumenta il suo esercito, fra due anni ne avrà diciassette. Il problema principale dell’Europa è che non ha la massa critica necessaria per sostenere un conflitto di lunga durata. Servirebbe introdurre anche in Italia la coscrizione obbligatoria. L’unico Paese europeo che ha mantenuto un sistema di leva è la Finlandia, che può mobilitare ottocentosettantamila soldati, una forza numericamente superiore all’intero esercito russo prima della guerra, composto allora da seicentomila uomini».

Ma anche se ci fosse una volontà politica da parte del governo Meloni, non sarebbe così facile ricostruire rapidamente le forze armate. «Negli anni Ottanta l’Italia aveva ancora un sistema ben strutturato per formare nuovi soldati, c’erano battaglioni dedicati all’addestramento degli allievi ufficiali di complemento ma tutto è stato smantellato con la convinzione che la Russia non fosse più una minaccia. Si pensava che, non avendo nemici diretti, fosse meglio dirottare i fondi militari su altri settori. Un ragionamento comprensibile all’epoca, ma dopo il 2014 sarebbe stato necessario cambiare rotta e ricostruire l’esercito. Eppure Putin è stato chiaro nei suoi intenti, come lo era Mussolini alla fine degli anni Trenta con le sue dichiarazioni su Albania e Grecia.

L’ostacolo principale è quello del costo: per anni abbiamo sentito diversi presidenti degli Stati Uniti lamentarsi perché gli alleati europei non arrivavano a stanziare il due per cento del loro prodotto interno lordo per la difesa. Ma quel numero è già diventato obsoleto: servirebbe almeno il cinque per cento. Tradotto: novantacinque miliardi di euro, più di tre volte la legge di bilancio 2024. «Il due per cento del Pil per la difesa è stato stabilito dalla Nato sotto la presidenza di Obama, ma non con l’intento di prepararci alla guerra o rafforzare le nostre capacità difensive. Era un livello minimo per mantenere lo stato attuale delle forze armate. Con il due per cento si riesce appena a conservare ciò che già si possiede. La produzione bellica italiana opera a un livello troppo basso. Non perché non ci sia il potenziale, ma perché mancano i fondi. Se l’Europa decidesse finalmente di escludere la spesa per la difesa dal vincolo del tre per cento del Prodotto interno lordo, e stanziare un fondo da settecento-mille miliardi di euro per l’acquisto di armi europee, l’Italia potrebbe triplicare la sua produzione industriale nel settore militare», spiega Theiner.

Coscrizione obbligatoria, aumento degli investimenti nel settore difesa, produzione al massimo delle possibilità. Anche ammettendo tutto questo, su cosa dovrebbe investire il nostro Paese per evitare efficacemente un attacco russo? Due sono le aree chiave: la protezione dei carri armati e la difesa aerea.

Il primo grande problema riguarda i carri armati, che senza un moderno sistema di protezione attiva diventano bersagli facili per i missili anticarro e i droni kamikaze. «Gli israeliani lo hanno capito da tempo», spiega Theiner, sottolineando le potenzialità del sistema Trophy, in grado di intercettare e distruggere missili in volo prima che colpiscano il veicolo. «Hamas ha lanciato più di mille missili contro i carri armati israeliani, ma solo due hanno superato le difese», racconta, mettendo in evidenza l’efficacia della tecnologia. In Europa, invece, la situazione è drammatica: esiste un singolo carro armato con un sistema di protezione attiva operativo, mentre Israele ne ha più di mille veicoli corazzati con un sistema di protezione attiva. Theiner avverte che «se l’Italia andasse in guerra con i suoi duecento carri Ariete senza protezione attiva, verrebbero distrutti in pochi giorni». Per questo motivo, il nostro Paese deve investire massicciamente in questi sistemi, che pur avendo un costo significativo (circa settecentomila euro per unità), rappresentano un’assicurazione di sopravvivenza sul campo di battaglia.

L’altro grande investimento necessario riguarda la difesa aerea, una lezione che l’Ucraina ha imparato sulla propria pelle. Theiner sottolinea che «la Russia può colpire Kyjiv con cinquanta missili alla volta», e senza un sistema avanzato di difesa antiaerea, ogni città italiana sarebbe altrettanto vulnerabile. «Se vogliamo proteggere le nostre città – Venezia, Milano, Roma, Napoli – oltre alle basi aeree e alle industrie strategiche, abbiamo bisogno di molte più batterie antiaeree», spiega. Attualmente, l’Italia dispone di appena tre o quattro batterie Samp/t, un numero insufficiente per difendere il Paese da un attacco su larga scala. «Ne servirebbero almeno trenta». Inoltre, anche le basi aeree e le infrastrutture militari dovrebbero essere protette meglio. L’Ucraina, per esempio, ha iniziato a costruire bunker sotterranei nei Carpazi per proteggere le sue industrie della difesa e ha nascosto i suoi aerei in tunnel vicino alle basi aeree per evitare attacchi missilistici russi. «E noi? Non abbiamo nulla di simile», osserva Theiner.

Infine, c’è un’ulteriore minaccia che non può essere ignorata: la presenza russa nel Mediterraneo. Se Mosca stabilisse una base in Libia, un sottomarino russo potrebbe lanciare missili da crociera a Roma o Firenze. «Abbiamo solo quattro fregate FREMM specializzate nella caccia ai sottomarini. Troppo poche».

In ogni caso, le forze armate europee non sono ancora pronte per fronteggiare una minaccia diretta da parte della Russia. «Durante la Guerra Fredda, la Nato era organizzata in modo completamente diverso. All’epoca la Germania ospitava: tre divisioni olandesi, due divisioni belghe, quattro divisioni britanniche, una divisione canadese, sei divisioni americane. I confini erano presidiati e la catena di comando era chiara: se i sovietici avessero attaccato, la reazione sarebbe stata immediata. Nessuna riunione di emergenza a Bruxelles, nessuna attesa per il consenso politico. I generali avrebbero risposto all’istante, indipendentemente dal punto d’attacco», spiega Theiner.

«Oggi, invece, il processo decisionale è troppo lento. Se la Russia invadesse, la Nato dovrebbe prima convocare un consiglio di ambasciatori a Bruxelles per determinare se si tratta di un’aggressione. Poi, ogni governo nazionale dovrebbe tenere un’altra riunione per decidere come rispondere. In tutto questo tempo, i russi avrebbero già conquistato metà del territorio attaccato. Se Trump decidesse che non si tratta di un attacco, l’Europa sarebbe paralizzata e la Nato rischierebbe di crollare Anche nel caso in cui gli Stati Uniti riconoscessero l’aggressione, ma non schierassero truppe, l’alleanza sarebbe comunque inefficace. In poche parole, il processo decisionale dell’alleanza è troppo lento per reagire tempestivamente».

Uno dei problemi più gravi per la difesa europea è la collocazione delle forze armate. Oggi, le truppe europee non si trovano dove servirebbero in caso di conflitto con la Russia, ovvero nell’Europa dell’Est: Polonia, Paesi Baltici, Finlandia, lungo il fronte che va dal Nord Atlantico al Mar Nero. Una distribuzione inefficace delle forze significa che, in caso di attacco russo, molti Stati europei non sarebbero in grado di rispondere tempestivamente, lasciando intere regioni vulnerabili. «I Paesi Baltici dispongono complessivamente di sole sei brigate, mentre la Russia ne ha circa duecento. L’Italia ha due sole brigate pesanti, la Garibaldi e l’Ariete, ma per trasferirle in Polonia servirebbero due mesi, un lasso di tempo in cui i russi avrebbero già occupato e represso duramente la popolazione locale».

Il problema non è solo la distribuzione delle truppe, ma anche la loro carenza numerica e operativa. Un esercito non è efficace solo per dove si trova, ma anche per quanti uomini ha a disposizione e in che condizioni può combattere. «Dopo l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022, gli Stati Uniti hanno iniziato a ruotare tre brigate in Europa ogni otto mesi: due pesanti e una leggera, tutte ben equipaggiate e pronte al combattimento. Al contrario, Francia, Italia e Germania hanno faticato persino a schierare più di un singolo battaglione, perché non hanno abbastanza uomini, equipaggiamenti o risorse per sostenere rotazioni di intere brigate operative. Se Putin facesse pressione su Trump per il ritiro delle tre brigate statunitensi, l’Europa si troverebbe priva di una capacità difensiva sufficiente, con un tempo di reazione che renderebbe impossibile fermare un’invasione russa».

Per colmare queste lacune, sarebbe necessario rafforzare stabilmente il fronte orientale. «L’Italia, ad esempio, potrebbe formare tre nuove brigate, costituendo un’intera divisione da schierare in Polonia. La Francia potrebbe creare una divisione pesante da posizionare vicino al confine russo, a Białystok. Il Regno Unito potrebbe fare lo stesso, affiancandosi ai tedeschi in Lituania. Un tale schieramento di forze, se composto da unità professionali, creerebbe un deterrente credibile: in caso di attacco, le perdite iniziali sarebbero così devastanti per entrambe le parti da rendere impossibile un’avanzata russa». Se invece l’Europa continuasse con una presenza militare limitata e a rotazione, con il semplice invio di una brigata o di un battaglione ogni sei mesi in Polonia, lo scenario cambierebbe drasticamente. In caso di attacco, i russi potrebbero raggiungere Varsavia in pochi giorni, costringendo l’Europa a mobilitarsi in fretta per respingerli, ma senza avere le forze necessarie per farlo.

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