lunedì 14 settembre 2020

pc 14 settembre - OMICIDIO WILLY - UNA LETTERA DALLA CUGINA, GIORNALISTA DI "NONSOLONERO" - Questa "intolleranza crescente" è frutto del moderno fascismo


Omicidio Willy, «il dramma di mio cugino e l’intolleranza crescente nell’Italia che ci ha accolti»

Il delitto di Colleferro. Il dolore della cugina Maria de Lourdes Jesus, giornalista e volto di «Nonsolonero»


Omicidio Willy, «il dramma di mio cugino
          e l'intolleranza crescente nell'Italia che ci ha accolti»
Quando arrivai a Roma nel 1971 avevo quindici anni. Ero una ragazzina, ma già abbastanza matura e con un forte senso di responsabilità. Ero emigrata a dodici a Lisbona, dove avevo trascorso i miei primi anni da «schiavetta»: una terribile esperienza che non ho mai più dimenticato. Per fortuna in Italia trovai un gruppo significativo di donne capoverdiane che mi aiutarono ad inserirmi. La nostra è stata in assoluto una delle prime comunità straniere approdate qui. Arrivate tutte come collaboratrici domestiche in famiglie benestanti, disposte a sostituire le italiane che oramai preferivano altri lavori. Nel nostro progetto di vita una cosa era ben chiara: lavorare per un periodo sufficiente a mettere da parte dei soldi e poi tornare nel nostro Paese per realizzare lì i nostri sogni. Nessuna contemplava la possibilità di una permanenza a lungo termine, per cui non aveva alcun
senso per noi la parola inserimento o integrazione. Ma nemmeno discriminazione o razzismo. All’epoca si poteva parlare di una certa curiosità nei nostri confronti, a volte anche molto fastidiosa perché invadente, senza alcun rispetto, ma dettata solo da una generica ignoranza (ancora innocente) sugli usi e costumi degli stranieri in generale.
Inoltre la nostra presenza passava quasi inosservata perché l’uscita pubblica delle «colf» era relegata al giovedì pomeriggio e alla domenica, e si rimaneva molto tra di noi. Ma anche perché l’Italia era molto indaffarata a portare avanti grandi battaglie per i diritti sindacali e per i diritti civili, come il divorzio e l’interruzione della gravidanza. Anche la nostra comunità era impegnata sul suo campo di battaglia, ma essenzialmente per sconfiggere la povertà da cui venivamo, salvare la propria famiglia garantendo un futuro ai figli rimasti nel nostro amatissimo paese di origine, l’arcipelago di Capo Verde.
È proprio da una di queste isole dell’arcipelago, São Nicolau, che arrivava la maggior parte delle donne capoverdiane. Un flusso ideato e gestito all’inizio da padre Gesualdo Fiorini, un cappuccino di Fiuggi, che cominciò ad inviare le prime ragazze di sua fiducia, (quelle che erano nel coro della chiesa) presso le famiglie che frequentavano le parrocchie di Roma. Da lì, São Nicolau, arrivai anch’io, e arrivarono anche Lucia e Armando, i genitori di Willy, l’amato figlio che pochi giorni fa è stato massacrato e ucciso a Colleferro. Lucia è mia cugina, figlia di zio João Duarte. Sia zio João che la moglie, zia Realeza, erano molto cattolici, nel più profondo senso della parola. Il rispetto verso gli altri, il sacrificio, l’onestà, la cura di se stessi: erano questi i valori che facevano parte dell’educazione che Lucia e suo marito Armando hanno sempre trasmesso ai figli, Willy e la sorella Milena. Valori cheavevano fatto di Willy un giovane educato, impegnato nello sport, grande lavoratore, con un progetto per il futuro e un forte senso di responsabilità. Un ragazzo rispettoso delle leggi e ben integrato, al contrario dei suoi assassini violenti, disadattati, incivili, malamente integrati nella società.
L’assassinio di Willy ci dà la dimensione di quanto sia cambiata questa società rispetto ai primi anni 80, quando noi donne immigrate cominciavamo a percepire che l’idea del rientro nel paese d’origine si stava sempre di più allontanando. Fu questa la ragione principale del nostro cambiamento di prospettiva.Da qui iniziarono i primi passi verso l’ipotesi di inserimento nella società italiana. Anche l’opinione pubblica si stava accorgendo di questo cambiamento ma la reazione, per una parte di questa società, non era molto positiva. Ci sentivamo però abbastanza rassicurate grazie alla maggioranza della gente che all’epoca si schierava dalla parte dei più deboli, noi immigrati, con il permesso di soggiorno subordinato al contratto di lavoro.
Era un’Italia molto diversa da quella di oggi. Un’Italia con una presenza già significativa di immigrati (la mia generazione). Un’Italia con una Chiesa che dava il primo grosso sostegno, una forza sindacale potentissima scesa in campo in difesa dei nostri diritti, una forza politica di sinistra compattamente schierata a favore di tutti i lavoratori, una popolazione antirazzista che all’epoca riusciva ad esercitare un forte controllo sociale. Tutte le forze politiche e buona parte dell’opinione pubblica vedevano nell’integrazione la soluzione dei problemi.
Eppure, quella minoranza di italiani (ai quali nessuno dava importanza, all’epoca) che non vedeva di buon occhio la presenza degli immigrati, è via via cresciuta negli anni, mentre cresceva insieme il rifiuto drastico verso gli immigrati, accusati senza vergogna di rubare il lavoro agli italiani. Persone che vedevano nell’immigrato il capro espiatorio per tutti i loro problemi.
Fu in questo periodo, nel novembre 1988, che nacque la trasmissione «Nonsolonero», la prima rubrica della RAI (TG2) dedicata all’immigrazione, ideata e curata da Massimo Ghirelli. Era la prima trasmissione che apriva una finestra sul mondo dell’immigrazione, e lo faceva attraverso il volto di una donna africana, con un nome molto cattolico: Maria de Lourdes Jesus. Ero io. Ghirelli aveva convinto il direttore, Alberto La Volpe, del salto di qualità che la rubrica avrebbe potuto realizzare rompendo con gli schemi tradizionali e dando spazio ad una trasmissione di grande successo. E così fu.
Erano gli anni dell’assassinio di stampo razzista di Jerry Masslo, un giovane sudafricano rifugiato in Italia: la goccia che farà traboccare il vaso, accelerando i tempi per la più grande e imponente manifestazione antirazzista mai realizzata in Italia, e che porterà poi all’elaborazione della prima legge sull’immigrazione: la legge Martelli. L’esperienza di «Nonsolonero» durerà sei anni, fino al 1994, nell’era di Berlusconi. Essendo una rubrica del TG2, decise il direttore di turno. Fu la nostra morte mediatica. Tutto il lavoro svolto in quegli anni per contrastare l’immagine negativa dell’immigrazione, venne cancellato con un semplice no. Gli immigrati ritornarono come prima solo nelle pagine di cronaca scandalistica e di cronaca nera. Senza nessun mezzo in grado di opporsi alle dilaganti informazioni distorte, spesso false, sulla società interculturale che si stava formando in Italia e in tutta Europa. Da allora stiamo ancora parlando dei diritti di cittadinanza, e per di più sotto il peso del Decreto Sicurezza.
Oggi mi chiedo, e la domanda la rivolgo al primo Ministro Conte: Cosa succederà dopo il funerale di Willy? Dopo che le luci dei media si saranno spente sul caso? Ci aspettiamo una pena esemplare affinché un crimine simile non possa mai più accadere. Ci aspettiamo che il governo investa nelle politiche dell’integrazione, coinvolgendo nella programmazione i soggetti interessati e prima di tutti i figli degli immigrati. 

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