mercoledì 26 febbraio 2020

pc 26 febbraio - Coronavirus, alcune riflessioni su epidemie, stati d’emergenza e controllo sociale, da hurriya

Dalle frontiere alle città: alcune riflessioni su epidemie, stati d’emergenza e controllo sociale



Ci sono alcune cose che ci preme dire sull’epidemia di Nuovo Coronavirus in corso. Non siamo esperti, non abbiamo titoli di studio ed esperienze in medicina, virologia ed epidemiologia, ma pensiamo di poter e dover comunque porre qualche questione. Uno dei punti da cui vorremmo partire è proprio l’appiattimento del discorso pubblico su quello presuntamente “tecnico”. Spesso si considera il discorso istituzionale alla stregua delle ricerche scientifiche su cui certo si supporta, dimenticando che le istituzioni operano scelte sociali e politiche, basate sulla scienza quanto volete, ma in fondo: sociali e politiche. Bloccare o non bloccare i voli, testare o non testare per il virus chi presenta i sintomi, investire e quanto su strutture sanitarie, personale medico, cure e vaccini, usare o no dispositivi militari o civili per mettere in quarantena chi presenta sintomi o è “a rischio”, trattare confini nazionali alla stregua di cordoni sanitari, emanare o meno leggi speciali di
limitazione delle libertà: sono scelte politiche di cui secondo noi dovrebbe discutere anche chi non ha una cattedra in epidemiologia. Un’epidemia di queste proporzioni è prima di tutto un fatto sociale e per questo motivo non può che riguardarci tutti.
Dopo un iniziale appiattimento del discorso su quello “scientifico” delle grandi istituzioni sanitarie sovranazionali (che è in realtà ovviamente già politico) il dibattito politico-mediatico italiano sembra ora polarizzato su due posizioni che riflettono quelle della politica italiana. Da una parte bollare ogni legittima preoccupazione per l’impreparazione a fronteggiarlo come “psicosi”, dall’altra l’invocazione di un più completo stato di polizia. Due polarizzazioni per niente escludenti che rispondono agli stessi interessi: conservare i rapporti di potere durante l’emergenza, se possibile migliorarli a favore degli attuali detentori. Mentre Salvini allarma e invoca il contrario di ciò che serve, il PD tranquillizza: va tutto bene così. Nel frattempo grande assente nel dibattito è lo stato della sanità italiana. Ci sembra che finora nessuno abbia chiesto di incrementare significativamente le risorse al sistema sanitario per fronteggiare la situazione. Al contrario il governo già discute e propone finanziamenti di centinaia di milioni di euro per le imprese che dovessero vedere ridotti i propri profitti dalle misure contro il virus. Da una parte si pretende una chiusura che è dimostrata controproducente anche da innumerevoli studi scientifici. Dall’altra, si concede parzialmente la chiusura invocata, quel tanto che serve a legittimare il discorso salviniano, senza intaccare la produzione mentre lo stato di polizia è sempre pronto a esplicitarsi in caso di necessità. È anche probabile che con il progredire dell’epidemia salti questo equilibrio tra posizioni solo apparentemente diverse, in realtà compatibili e interscambiabili, per arrivare a una sorta di “unità nazionale” dettata dall’emergenza.
Ma siamo davvero sicurx che le epidemie si combattano tutte e sempre con il contenimento delle persone malate? E questo contenimento è di un tipo solo, o ci sono molti modi di attuarlo, in base anche al livello a cui è giunta l’epidemia? Persino l’OMS/WHO, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, non ha ritenuto di indicare blocchi dei voli, ma invece il governo italiano per primo ha interrotto tutti i collegamenti aerei diretti con la Cina, a epidemia peraltro già in corso da tempo, quando ormai dalla Cina erano arrivate migliaia di persone. Tuttora sono ovviamente libere di entrare in Italia semplicemente facendo scalo in un altro paese, come ha fatto per esempio la squadra cinese di fioretto al completo impegnata in una competizione a Torino nei giorni scorsi (solo un piccolo esempio ufficiale tra migliaia di situazioni simili).

Isolare i malati in ospedale e rintracciare le persone con cui sono entrati in contatto è un approccio che funziona soltanto se i numeri restano contenuti“, una fase che in realtà in Italia abbiamo superato da tempo, e comunque molto probabilmente una “linea del fronte” che sarebbe stata insostenibile fin dal principio vista la gravità del focolaio iniziale cinese. Eppure a tutt’oggi, 23 febbraio 2020, con molti casi accertati in Italia il cui contagio è avvenuto circa 20 giorni fa, e due morti certe, la linea invocata è ancora quella. “Con ogni azione che prendiamo in considerazione per cercare di rallentare la diffusione del virus o proteggere i vulnerabili, dobbiamo chiederci se è giustificata. Non si tratta solo di epidemiologia. Non possiamo scegliere misure che causino più danni alla società del virus stesso.” sostiene Jennifer Nuzzo, una delle tante ricercatrici che si sono espresse in questo senso, anche prima di questa epidemia.
Ci sono molti casi storici e relativi studi che dimostrano proprio questo, ovvero che i blocchi dei viaggi non funzionano anzi spesso sono controproducenti. Non funzionarono per l’HIV negli anni ’80, né per l’ebola, né per l’aviaria, né per la cosiddetta “swine flu”, né per la SARS. Le restrizioni dei viaggi sono un teatro politico ,  una misura di propaganda attuata per mantenere l’impressione nella popolazione che “siamo protetti e controllati”. Se si va ad approfondire gli studi scientifici  sull’efficacia e sugli effetti reali delle restrizioni alla mobilità durante le epidemie il quadro che emerge è ben diverso. Ammesso che si fosse potuto isolare più efficacemente il focolaio iniziale alla provincia di Hubei in Cina, è dimostrato da analoghe situazioni precedenti come questo non avrebbe portato a un numero totale di vittime inferiori ma solo a una maggiore incidenza nel territorio del primo focolaio o della comunità più colpiti. (Per ulteriori approfondimenti, molto interessante questo convegno di studi epidemiologici sui confini durante le epidemie. Questo articolo invece elenca molte altre fonti scientifiche scettiche e critiche verso le restrizioni alla mobilità durante le epidemie ).
Quella che molti invocano come necessaria, ed è solo ostacolata da questo teatro politico delle restrizioni alla mobilità, è invece una nuova “diplomazia sanitaria globale“. Resta irrisolta la questione di chi e che cosa dovrebbe farsi carico di agire questa diplomazia, mentre assistiamo a Stati e istituzioni sovranazionali che agiscono spesso in versi completamente opposti a essa.
La Cina intanto ha pagato e sta pagando un prezzo altissimo, con una mortalità molto più elevata nella regione dell’Hubei non dovuta a una maggiore virulenza locale del virus, ma alla saturazione del sistema sanitario che lo fronteggia. Questo prezzo altissimo ha forse contribuito soltanto a far guadagnare tempo alle regioni e paesi esterne a quella provincia e a quel paese, ma come si sta spendendo questo tempo? Quali misure sono state prese per prepararsi a fronteggiare l’epidemia? Ora che è arrivata, quali misure vengono prese?
Ieri notte dopo un lungo consiglio dei ministri è stato emanato un decreto emergenziale con alcune prime misure, tra queste: il divieto di allontanamento e quello di accesso al Comune o all’area interessata; la sospensione e il divieto di tutte le manifestazioni di piazza, eventi e di ogni forma di riunione in luogo pubblico o privato, l’applicazione della quarantena con sorveglianza attiva a chi ha avuto contatti stretti con persone affette dal virus. Infine il testo prevede che i Prefetti “assicurino l’esecuzione delle misure avvalendosi delle forze di polizia e, ove occorra, delle forze armate”.
Quindi si stanno attuando nuovi contenimenti e isolamenti per i nuovi focolai (che non funzioneranno, come i precedenti), aumentano divieti e restrizioni e nel contempo non viene previsto  nessun reale incremento delle risorse sanitare disponibili per curare chi poi alla fine si ammala, come se l’attuale sistema sanitario fosse già pienamente sufficiente.
Ma quante ambulanze predisposte per il contenimento in sicurezza ci sono? Quanti posti nei reparti specializzati in malattie infettive negli ospedali, e dove si effettuano i test? Che preparazione c’è tra il personale sanitario? Che attrezzature hanno per non contaminarsi? Che disponibilità c’è rispetto agli antivirali attualmente usati per contrastare il virus? Il virus è molto nocivo ma il decorso per fortuna non è sempre mortale, anche per i casi di polmonite gravissima. Molto possono le cure già attuali, l’impiego di macchinari per la respirazione artificiale, per esempio. Quanti posti abbiamo in terapia intensiva? Quante macchine per la respirazione? E poi, sul piano della prevenzione, quali lavori e attività a forte rischio potrebbero essere sospese e ridimensionate durante l’epidemia? Sono tutte domande che nel frattempo, tra un isolamento a domicilio e una quarantena in una base militare, nessuno pone.
Ad esempio, in  una regione italiana con più di 5 milioni di abitanti, tutti i casi sospetti sono trasportati fino all’unico ospedale attrezzato del capoluogo, già solo per fare un test di controllo. Le singole province hanno ognuna, a quanto pare, una sola ambulanza attrezzata per il trasporto in sicurezza. Ma non si tratta di un caso particolare. Nella maggior parte delle regioni italiane c’è spesso un solo ospedale di riferimento per la conduzione dei test e per il ricovero di chi risulta positivo. Con già due morti in Italia, è lecito immaginare che il numero di casi reali sia statisticamente molto più elevato di quelli finora confermati.
C’è poi il discorso terribile della quarantena: australiani rinchiusi nei centri di detenzione per e con gli immigrati sulle isole a migliaia di km dal continente, la nave in Giappone (dove la percentuale di contagiati, proprio a causa dell’isolamento coatto, è la più alta finora riscontrata ovunque ), gli italiani costretti tutti insieme in una base militare alla Cecchignola, che hanno dovuto ricominciare da capo la quarantena quando uno di loro si è ammalato… Come ampiamente già approfondito dagli studi scientifici citati, finora si è verificato appunto che quando una comunità è stata isolata (in una provincia, in un ospedale, in un campo, in una prigione) spesso il numero di casi al suo interno è schizzato a cifre altissime. La politica cinese di autoisolamento a domicilio ha portato al contagio e in molti casi alla morte di intere famiglie, perché spesso avere una persona malata in casa significa poi che TUTTE le persone che vi convivono contraggono il virus.
Vista la politica attuale di contenimento, dove pensano le istituzioni di isolare tutte queste persone, individualmente o collettivamente (abbiamo visto con che effetti) e in quali condizioni? Dalle prime notizie a riguardo, sembra che la quarantena sarà obbligatoria e collettiva, in Lombardia sono state già indicate un paio di strutture militari come già avvenuto per chi era rientrato dalla Cina ufficialmente con voli militari e non in autonomia (facendo cioè semplicemente scalo in nordeuropa o medioriente per aggirare i blocchi dei voli). Sarebbero perciò rinchiuse tutte insieme le persone che sono state in contatto con chi è malato, con le conseguenze accennate sopra. È chiaro che un isolamento individuale, forzoso o meno, sarebbe ben più oneroso, soprattutto per quanto riguarda il controllo. A proposito di controllo il governo ha già inviato, sul luogo del focolaio che appare più “esteso” al momento, 80 carabinieri mentre l’ospedale di Codogno, e chi ci lavora dentro, versano in condizioni drammatiche, col personale e le persone ricoverate, isolate da 48 ore.
Si profila una sorta di detenzione per via amministrativa che potrebbe riguardare migliaia di persone.
Chi lavora nella sanità, spesso in alte percentuali con contratti precari, già normalmente costretto dalle carenze di organico nei reparti di primo intervento a turni massacranti, non dispone di dispositivi individuali sufficienti, di formazione, di strutture adeguate. Questa epidemia in Cina si è già rivelata particolarmente pericolosa proprio per il personale sanitario, che costituisce il gruppo di persone più colpito dal virus. Che cosa si sta facendo per proteggerlo? Il personale sanitario, e non le forze dell’ordine, dovrebbe essere il principale agente della lotta contro il virus.
Che i luoghi di contenimento siano l’habitat ideale per un’epidemia lo dimostra anche la terribile situazione delle carceri cinesi. Che cosa si pensa di fare su questo aspetto per le carceri italiane e gli altri luoghi di prigionia come i centri dove sono detenute le persone migranti? La prospettiva atroce è che invece la condizione di prigionia venga estesa anche a chi ha la nuova “colpa” di essere malato. A questo andazzo non contribuiscono solo le misure e i discorsi di politici, presunti “esperti” e altri “decisori” istituzionali, ma purtroppo in molti casi anche le persone comuni, pronte a introiettare e adoperare il concetto di colpa per chi è malato e quindi ha “diffuso” inconsapevolmente il virus. Questo atteggiamento non fa che rafforzare la linea istituzionale di puro contenimento militare dell’epidemia e di scarso o nullo potenziamento delle misure di cura reale necessarie.
In questa fase le istituzioni fanno attivamente appello a una sorta di autocontenimento della popolazione, che non viene solo invitata alla “massima collaborazione” da parte ad esempio della Protezione Civile, ma alla quale vengono proprio “delegate” in parte le misure di contenimento accennate. Ad esempio, per le persone venute a contatto con chi è malato, a chi vive da solo o ha una casa sufficientemente grande (con una stanza e un bagno personale) viene data la possibilità di isolarsi in casa, chi non ha questa possibilità sarà  costretto nelle basi militari comuni. Se e quando il numero dei contagiati supererà quello (attualmente molto limitato) dei posti nei reparti specializzati negli ospedali, tali misure verranno estese anche a chi è malato, come già successo in Cina, con conseguenze disastrose? O a quali altre soluzioni si pensa di arrivare? L’elefante nella stanza di cui nessuno parla resta quello della cura vera e propria, del lavoro di cura necessario a ogni guarigione; delle persone, delle energie e delle risorse che questo lavoro richiede.
Ma se la situazione dovesse degenerare e questo autocontenimento controllato e imposto saltasse, a cosa si arriverà? Le nostre comunità sono pronte all’autogestione vera e propria, in una situazione come questa? E fino a che punto si spingerebbero le istituzioni per mantenere il controllo e sopravvivere al collasso? Cosa possiamo fare per fronteggiare questa situazione? Anche se non si arrivasse a questo punto, abbiamo avuto diverse esperienze storiche e anche recenti (come ad esempio il post 11 settembre) di come una volta che venga istituito un insieme di dispositivi di sicurezza e repressione per fronteggiare un’emergenza, poi questi permangono indefinitivamente nella società. Un tema di per sé che meriterebbe attenzioni e approfondimenti.
A molte delle domande poste qui non abbiamo risposte semplici e immediate ma pensiamo di condividere qualche punto di partenza. Non collaborare alla colpevolizzazione delle persone malate. Pretendere la liberazione di chi è rinchiuso in prigioni e campi di concentramento che rischiano concretamente di diventare fosse comuni. Pretendere la cura per la malattia e non il suo solo contenimento più o meno militare, più o meno volontario o imposto con la forza. Acquisire e diffondere consapevolezza della complessità di questo tema.
Postilla del 24 febbraio 2020.
L’articolo ha ricevuto osservazioni e critiche, e ci fa piacere che abbia raggiunto il suo obiettivo: non certamente pretendere di essere esaustivo sull’argomento ma al contrario sollecitare una più ampia riflessione, che ci auguriamo continui in altre sedi più adatte di un blog.
Su quanto scritto, aggiungiamo solo alcune precisazioni.
Abbiamo iniziato a discuterne e scriverne tra noi qualche giorno fa, quando ancora la situazione italiana era molto diversa, ma già condividevamo gli assunti principali che abbiamo esposto. Alcune delle nostre critiche, e alcune delle fonti su cui ci siamo appoggiatx, riflettono quella fase, e sono rivolte alle limitazioni e blocchi della mobilità internazionale. Poi abbiamo dovuto accelerare e allargare l’analisi alla nuova situazione attuale. Quello che ci preme ora specificare è che le varie misure di contenimento del virus meritano attenzioni e analisi diverse. Restiamo convintx che le misure iniziali di blocchi dei voli, tutt’ora in vigore, fossero e siano inutili e per certi versi dannose. Non fermano i flussi dalla Cina ma costringono chi arriva a percorsi più lunghi con maggiori occasioni di contagio, e rendono più difficoltosa la tracciatura dei casi che poi si rivelassero positivi. Per quanto riguarda invece i contenimenti in Italia, ribadiamo che non possono essere la misura principale di contrasto all’epidemia, che è prima di tutto da affrontare a livello strettamente sanitario, rafforzando urgentemente le capacità di cura vera e propria, agendo sui colli di bottiglia più critici: difesa dei lavoratori e lavoratrici della sanità, aumento della capienza nei reparti di terapia intensiva, con tutto ciò che ne consegue. Ci rendiamo conto che alle condizioni attuali l’isolamento delle persone malate, durante il periodo necessario alla cura, è ovviamente necessario al rallentamento della diffusione, che comunque non si può certo sperare di fermare, ma si può fare in modo che i casi da curare non aumentino troppo in fretta e rendere così possibile la loro cura effettiva, limitando la saturazione del servizio sanitario. Poi ci sono i contenimenti delle persone valutate come “a rischio”, che non sono positive ai test, o non sono state ancora testate, che non presentano sintomi, che hanno solo la “sfortuna” o peggio la “colpa” di poter essere venute in contatto con persone malate o di abitare in territori presuntamente più colpiti,  per un maggior numero di casi rilevati al momento.
Per chi fosse venuto in contatto con persone poi risultate positive, ci sembra anche giusta la massima prudenza e tutela, ma che certo non passa attraverso la quarantena collettiva. Per quanto riguarda  il contenimento collettivo nelle zone che le autorità hanno identificato come “focolai di contagio” a maggior ragione esprimiamo ancora più forti perplessità. Si rischia in questo modo di peggiorare la situazione, esponendo a una probabilità di contagio molto più elevata chi fosse inclusx in queste restrizioni alla libertà personale, senza per altro benefici reali per chi ne resta fuori, essendo ormai la situazione tale da non garantire per nessun territorio italiano la certezza di essere completamente “al sicuro”. Inoltre quei territori verrebbero condannati alla saturazione delle strutture sanitarie locali. Sul resto, sulle altre nocività delle misure prese e della situazione che si sta creando, restiamo al momento convintx di quanto scritto.
In questa fase ancora caotica e di mancato coordinamento istituzionale forse molto del nuovo equilibrio che si verrà per forza a creare dipende da come accetteremo o respingeremo le misure che vengono ora prospettate, che diventano di giorno in giorno più liberticide, dall’invito del Garante alla sospensione degli scioperi alla segregazione coatta in quarantena per le persone migranti rese irregolari dalle leggi statali, alla circolare del DAP sulle carceri. Fondamentale pensare con calma e lucidità e confrontarsi. Niente o quasi di quello che è in ballo è soltanto e direttamente una misura sanitaria. Sono misure economiche, politiche e sociali per un fatto sociale, l’equilibrio dipenderà dai rapporti di forza, da cosa subiremo e da cosa riusciremo a pretendere. La sospensione delle libertà fondamentali e dei servizi pubblici essenziali è inaccettabile e ingiustificabile, per giunta considerando anche la mancata sospensione del lavoro e della produzione e l’assenza di un potenziamento del sistema sanitario.

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