mercoledì 30 dicembre 2015

pc 30 dicembre - FORMAZIONE OPERAIA: La legge generale dell’accumulazione capitalistica. Composizione del capitale, concentrazione e centralizzazione, esercito industriale di riserva… si può cambiare il “destino della classe operaia”?

In questo capitolo 23° Marx analizza l’aumento del capitale e come questo influenza il destino della classe operaia.

Il fattore più importante di questa indagine”, dice, è la “la composizione del capitale e le variazioni che essa subisce nel corso del processo d’accumulazione.” E, spiega, anche se questa composizione del capitale rimane la stessa, durante la crescita del capitale c’è, comunque, una crescita di domanda di forza-lavoro.

Che cos’è la composizione del capitale? Il capitale è composto, come abbiamo visto nel corso di tutta l’analisi, da una parte che si chiama capitale costante e da un’altra parte che si chiama capitale variabile, e tra queste due parti c’è sempre una proporzione (per esempio, considerato secondo il suo valore, un capitale di 1000 può essere suddiviso in 500 in capitale costante – i mezzi di produzione - e 500 in capitale variabile – la forza lavoro, somma complessiva dei salari; oppure in 600 e 400, 800 e 200 ecc.)

In senso materiale, cioè per produrre concretamente, questa composizione è tra mezzi di produzione e forza-lavoro vivente; anche queste due componenti stanno in un certo rapporto tra loro.

Quindi, dice Marx “Chiamerò composizione del valore la prima e composizione tecnica del capitale la seconda.” E fra queste due “esiste uno stretto rapporto reciproco” che si chiama: “composizione organica del capitale.” Ogni capitale singolo dice Marx ha una sua composizione e la media di tutti i capitali singoli fa la “composizione del capitale sociale di un paese”. E questo viene analizzato nelle pagine che seguono.


Perché è fondamentale sapere cos’è la composizione organica del capitale? Perché dall’aumento del capitale e quindi da come si dividono le due parti che lo compongono dipende la sorte della classe operaia!


Man mano che aumenta il capitale, e abbiamo visto che questo succede con il normale ciclo produttivo, perché una parte del plusvalore viene reinvestito nella produzione, aumenta anche la forza lavoro. Con la scala allargata l’accumulazione aumenta continuamente e può richiedere un aumento ulteriore di operai che potrà “superare la loro offerta, e quindi potranno aumentare i salari.” Storicamente, dice Marx “Lamentele in proposito si fanno sentire in Inghilterra durante tutto il secolo XV e durante la prima metà del XVIII.” Ma, è bene precisare, e questo Marx lo fa più volte, che “Le circostanze più o meno favorevoli in cui i salariati si mantengono e si moltiplicano non cambiano tuttavia nulla al carattere fondamentale della produzione capitalistica.” Insomma non è un salario più alto, se e quando può succedere, che cambia il modo di produzione! Questo fenomeno dell’aumento dei salari, e delle sue conseguenze, si può vedere adesso in Cina e in alcuni altri paesi asiatici a grande sviluppo industriale.

Perché come “la riproduzione semplice riproduce costantemente lo stesso rapporto capitalistico, capitalisti da un lato e salariati dall’altro, la riproduzione su scala allargata ossia l’accumulazione riproduce il rapporto capitalistico su scala allargata, più capitalisti o più grossi capitalisti a questo polo e più salariati a quell’altro.” Capitale e classe operaia sono due facce della stessa medaglia. Il capitale non esiste se non sfrutta l’operaio che è costretto a vendersi. Questa “servitù nei confronti del capitale” che viene “solo nascosta” perché l’operaio è “libero” di scegliersi il capitalista individuale cui vendersi di volta in volta, “costituisce effettivamente un elemento della riproduzione dello stesso capitale. Accumulazione del capitale è quindi aumento del proletariato.” Qui in una nota Marx chiarisce, in polemica con alcuni economisti dell’epoca, cosa intende per “proletario” (per proletario dal punto di vista economico non si deve intendere se non l’operaio salariato che produce e valorizza capitale ed è gettato sul lastrico non appena sia diventato superfluo per i bisogni di valorizzazione del capitale.)

Il fatto che con l’aumento del capitale aumenta anche il proletariato, dice Marx, l’economia classica (A. Smith, Ricardo), lo aveva capito benissimo tanto da incorrere nell’errore, che è stato riportato nel capitolo precedente, di pensare che “tutta la parte capitalizzata del plusprodotto” venisse consumata dagli “operai produttivi, ossia con la sua trasformazione in salariati addizionali.” Invece, nonostante gli errori, alcuni borghesi ed economisti di allora, con il “cinismo naturale” che li contraddistingueva, avevano chiaro da dove venisse la loro ricchezza: “Il lavoro del povero è la miniera del ricco» diceva uno, e un altro: “sarebbe più facile vivere senza denaro che senza poveri, giacché chi farebbe il lavoro?.” E ancora: “Se qua e là qualcuno della classe infima si eleva, in virtù di un’assiduità straordinaria e di uno stringere la cintola, al di sopra delle condizioni in cui è cresciuto, nessuno deve ostacolarlo; ma è interesse di tutte le nazioni ricche che la gran maggioranza dei poveri non sia mai inattiva, e che pur tuttavia spenda costantemente quello che intasca... Coloro che si guadagnano la vita con il loro lavoro quotidiano, non hanno nulla che li stimoli ad essere servizievoli se non i loro bisogni che è saggezza alleviare, ma sarebbe follia curare.” Sarebbe follia curare i bisogni della classe operaia! Non è questa la politica di tutti i padroni e dei loro governi? Ancora: “in una nazione libera in cui non siano consentiti gli schiavi, la ricchezza più sicura consiste in una massa di poveri laboriosi.”, “è necessario che la grande maggioranza rimanga sia ignorante che povera.” Perché il sapere aumenta e moltiplica “i nostri desideri”, “non è il possesso della terra e del denaro che distingue i ricchi dai poveri, ma il comando sul lavoro”.

Quanto più aumenta il capitale, tanto più si estende il rapporto di dipendenza della classe operaia.  Certo, continua Marx, man mano che cresce il plusprodotto degli operai, una parte maggiore rifluisce ad essi sotto forma di salario “cosicché possono ampliare la cerchia dei loro godimenti, arricchire il loro fondo di consumo per vestiti, mobili ecc. e costituire piccoli fondi di riserva di denaro. Ma come il vestiario, l’alimentazione, il trattamento migliori e un maggiore peculio non aboliscono il rapporto di dipendenza e lo sfruttamento dello schiavo, così non aboliscono quello del salariato.” Un aumento del salario “significa effettivamente soltanto che il volume e il grosso peso della catena dorata che il salariato stesso si è ormai fucinato, consentono una tensione allentata.”

Questo succede perché la differenza specifica del modo di produzione capitalistico, la sua legge assoluta è “La produzione di plusvalore o il fare di più”. E in questo senso anche quando il salario cresce, ciò significa solo che cala la quantità di lavoro non retribuito. Ma nel sistema capitalistico il lavoro non retribuito non può mai abbassarsi fino al punto “in cui minaccerebbe il sistema stesso.” Anche quando l’operaio lotta per un salario migliore “il padrone resta sempre padrone” diceva già pure Adam Smith.

E, infatti, il capitale ha le sue contromisure automatiche, quando il salario cresce in maniera “sproporzionata” e fa diminuire l’accumulazione. Mentre diminuisce questa accumulazione, diminuisce anche la quantità di capitale investito, per cui servono meno operai e il salario si abbassa di nuovo, insomma “Il meccanismo del processo di produzione capitalistico elimina dunque esso stesso gli ostacoli che crea.”  
Questi movimenti propri del capitale in più o in meno, si riflettono sulla quantità di operai impiegati di volta in volta: quando il capitale aumenta rapidamente “rende insufficiente la forza-lavoro sfruttabile”, e sembra che ci sia capitale eccedente che non trova operai. Quando il capitale diminuisce sembra che ci siano più operai di quanto sia necessario. Questi movimenti del capitale al capitalista e al suo economista appaiono invece come movimento proprio della popolazione lavorativa.

“Per usare un’espressione matematica” dice Marx: la variabile indipendente è la grandezza dell’accumulazione e quella dipendente è la grandezza del salario, non viceversa.
L’economia classica pensa che ci sia una “legge naturale” della popolazione e Marx risponde così: “La legge della produzione capitalistica, che sta alla base della pretesa «legge naturale della popolazione», si riduce semplicemente a ciò, si tratta: “solo del rapporto fra il lavoro non retribuito e quello retribuito di una medesima popolazione operaia.”
2.  In questo secondo punto Marx analizza ancora gli effetti della crescita, dell’accumulazione del capitale, della sua concentrazione sulla classe operaia. Abbiamo visto che il capitale non sta mai fermo. Cresce costantemente grazie alla produttività sociale del lavoro che diventa “la leva più potente dell’accumulazione”, afferma Marx, e cambia costantemente la composizione organica del capitale.

E in che senso cambia la composizione? Con l’aumento gigantesco dei mezzi di produzione. Per mettere in moto questi mezzi serve adesso relativamente meno massa di lavoro, cioè diminuisce il fattore soggettivo, gli operai, a paragone dei suoi fattori oggettivi, le macchine. E questo si rispecchia anche nella composizione del valore del capitale, nell’aumento della parte costitutiva costante, ci vuole un capitale in denaro più alto, a spese della sua parte variabile, meno soldi spesi per l’acquisto di operai.
Gli effetti sulla classe operaia creati dal movimento dei capitali vengono modificati e accelerati anche da altri fenomeni: dalla concentrazione e dalla centralizzazione dei capitali.

Si ha concentrazione quando il capitale cresce e si accumula nelle mani di ogni capitalista individuale. Dice Marx, “Ogni capitale individuale è una concentrazione più o meno grande di mezzi di produzione, con il corrispondente comando su un esercito più o meno grande di operai.”  E questo succede ai tanti capitalisti individuali “i quali sono contrapposti l’uno all’altro come produttori di merci indipendenti ed in concorrenza fra loro.” La concorrenza, che viene condotta rendendo più a buon mercato le merci, infuria tra i capitalisti e soprattutto tra quelli più piccoli. Questa guerra “termina sempre con la rovina di molti capitalisti minori, i cui capitali in parte passano nelle mani del vincitore, in parte scompaiono.” Durante questa guerra, inoltre, alcuni capitali già formati passano nelle mani di altri capitalisti, c’è “l’espropriazione del capitalista da parte del capitalista”, dice Marx, e molti capitali minori si trasformano in capitali più grossi. “Il capitale qui in una mano sola si gonfia da diventare una grande massa, perché là in molte mani va perduto … È questa la centralizzazione vera e propria a differenza dell’accumulazione e concentrazione.”

Questa centralizzazione dei capitali viene ulteriormente accelerata da “un’arma nuova e terribile nella lotta della concorrenza”, il sistema del credito. Il sistema del credito, continua Marx, “ai suoi inizi s’insinua furtivamente come modesto ausilio dell’accumulazione, attira mediante fili invisibili i mezzi pecuniari, disseminati in masse maggiori o minori alla superficie della società, nelle mani di capitalisti individuali o associati.” Quindi concorrenza e credito sono “le due leve più potenti della centralizzazione.”  “Oggi, dice Marx, quindi la reciproca forza d’attrazione dei capitali singoli e la tendenza alla centralizzazione sono più forti che mai nel passato.” Oggi, diciamo noi, questo fenomeno che gli economisti borghesi chiamano “fusione e acquisizione” ha raggiunto livelli inimmaginabili.

“In un dato ramo d’affari la centralizzazione raggiungerebbe l’estremo limite solo se tutti i capitali ivi investiti si fondessero in un capitale singolo. In una società data questo limite sarebbe raggiunto soltanto nel momento in cui tutto il capitale sociale fosse riunito nella mano di un singolo capitalista o in quella di un’unica associazione di capitalisti.” Nella Cina reazionaria di oggi è successo proprio questo, il controllo totale sulla produzione, sull’esercito di operai, e sui relativi profitti, ne ha fatto una potenza capitalistica mondiale.

Marx spiega anche perché la funzione della centralizzazione è importante: “Il mondo sarebbe tuttora privo di ferrovie, se avesse dovuto aspettare che l’accumulazione avesse messo in grado alcuni capitali individuali di poter affrontare la costruzione di una ferrovia. La centralizzazione, invece, è riuscita a farlo d’un tratto, mediante le società per azioni. E mentre la centralizzazione aumenta in tal modo gli effetti dell’accumulazione e li accelera, essa allarga ed accelera allo stesso tempo i rivolgimenti nella composizione tecnica del capitale, che ne aumentano la parte costante a spese di quella variabile, e con ciò diminuiscono la domanda relativa di lavoro.”

3. In questo punto Marx continua ad analizzare gli effetti sulla classe operaia parlando della creazione di una sovrappopolazione relativa cioè di quello che chiama esercito industriale di riserva.

Abbiamo visto che “Con il procedere dell’accumulazione varia quindi la proporzione fra la parte costante del capitale e quella variabile; se in origine era di i 1:1 ora diventa 2:1, 3:1, 4:1, 5:1, 7:1, ecc., cosicché, aumentando il capitale, invece della metà del suo valore complessivo si convertono in forza-lavoro progressivamente solo 1/3, 1/4, 1/5, 1/6, 1/8, ecc., e di contro si convertono in mezzi di produzione 2/3, 3/4, 4/5, 5/6, 7/8, ecc.” Ma siccome “la domanda di lavoro non è determinata dal volume del capitale complessivo, ma dal volume della sua parte costitutiva variabile” questa domanda di lavoro diminuirà in proporzione al capitale e diminuirà in maniera progressiva. Anche se, abbiamo detto, che la domanda di lavoro in senso assoluto può anche aumentare. Insomma, Marx dice che l’accumulazione capitalistica produce costantemente, precisamente in proporzione della propria energia e del proprio volume, una popolazione operaia relativa, cioè eccedente i bisogni medi di valorizzazione del capitale, e quindi superflua ossia addizionale.” E vista dalla parte degli operai: “Quindi la popolazione operaia produce in misura crescente, mediante l’accumulazione del capitale da essa stessa prodotta, i mezzi per rendere se stessa relativamente eccedente.”

“È questa una legge della popolazione peculiare del modo di produzione capitalistico, come di fatto ogni modo di produzione storico particolare ha le proprie leggi della popolazione particolari, storicamente valide. Una legge astratta della popolazione esiste soltanto per le piante e per gli animali nella misura in cui l’uomo non interviene portandovi la storia.”
“Ma se una sovrappopolazione operaia è il prodotto necessario della accumulazione ossia dello sviluppo della ricchezza su base capitalistica, questa sovrappopolazione diventa, viceversa, la leva dell’accumulazione capitalistica e addirittura una delle condizioni d’esistenza del modo di produzione capitalistico. Essa costituisce un esercito industriale di riserva disponibile”
Quando la produzione aumenta e il mercato per esempio improvvisamente si allarga, “grandi masse di uomini devono essere spostabili improvvisamente nei punti decisivi, senza pregiudizio della scala di produzione in altre sfere; le fornisce la sovrappopolazione.”

La produzione capitalistica si espande con scatti improvvisi e alla stessa maniera si contrae. Questa contrazione a sua volta provoca di nuovo l’espansione, ma per questa ci vogliono operai disponibili subito senza dipendere dall’aumento assoluto della popolazione. Questo aumento degli operai viene creato, dice Marx, con la “messa in libertà” di una parte di quelli che lavorano.  Per cui “La forma di tutto il movimento dell’industria moderna nasce dunque dalla costante trasformazione di una parte della popolazione operaia in braccia disoccupate o occupate a metà.” L’economia politica invece vede nell’espansione e contrazione del credito, cioè nei sintomi dei cicli industriali, la causa di questi movimenti.

“Finora è stato presupposto che all’aumento o alla diminuzione del capitale variabile corrisponda esattamente l’aumento o la diminuzione del numero degli operai occupati.” Ma non è così nella realtà, perché l’aumento della somma spesa per la massa dei salari, “diventa indice di più lavoro, ma non di un maggiore numero di operai occupati.” Il capitalista, come si comprende, fa lavorare di più gli operai che già ci sono, infatti: “Ogni capitalista è assolutamente interessato a spremere una determinata quantità di lavoro da un minore numero di operai invece che da un numero maggiore a prezzo egualmente conveniente o anche più conveniente.” E così che nasce “Il lavoro fuori orario della parte occupata della classe operaia” che quindi “ingrossa le file della riserva operaia, mentre, viceversa,” la maggiore pressione di questi disoccupati costringe quelli che sono al lavoro a “fare gli straordinari” e “alla sottomissione ai dettami del capitale. La condanna di una parte della classe operaia e un ozio forzoso mediante il lavoro fuori orario dell’altra parte e viceversa diventa mezzo d’arricchimento del capitalista singolo e accelera allo stesso tempo la produzione dell’esercito industriale di riserva su una scala corrispondente al progresso dell’accumulazione sociale.” Insomma, dice Marx: “i movimenti generali del salario sono regolati esclusivamente dall’espansione e dalla contrazione dell’esercito industriale di riserva, le quali corrispondono all’alternarsi dei periodi del ciclo industriale.”

Il dogma degli economisti è che invece ciò dipende dal numero assoluto della popolazione operaia. Gli economisti dicono, come abbiamo visto, che l’aumento del salario fa aumentare i proletari che saranno disponibili al momento del bisogno con una nuova leva di operai giovani. E Marx risponde: “Prima che potesse verificarsi un qualche aumento positivo della popolazione realmente atta al lavoro, aumento dovuto all’aumento del salario, il termine entro il quale deve essere condotta la campagna industriale, combattuta e decisa la battaglia, sarebbe più che trascorso.”

Un esempio illustra meglio: “Fra il 1849 e il 1859 nei distretti agricoli dell’Inghilterra” Marx dice che aumentarono i salari a causa tra l’altro dell’enorme deflusso di operai agricoli per la guerra, e quindi mancavano operai. “Che cosa fecero allora i fìttavoli? Attesero forse finché gli operai agricoli, in seguito a questo brillante pagamento, si fossero moltiplicati al punto che il loro salario dovesse di nuovo diminuire, secondo quanto avviene nel cervello dogmatico dell’economista?” Niente affatto. “Introdussero più macchine, e in batter d’occhio gli operai erano di nuovo «in soprannumero». Ora si trovava investito nell’agricoltura «più capitale» di prima e in una forma più produttiva. Con ciò la domanda di lavoro diminuì non solo relativamente, ma in via assoluta.”
È importante notare che durante i periodi di stagnazione e prosperità media l’esercito industriale di riserva preme sull’esercito operaio attivo e ne frena le rivendicazioni durante il periodo della sovrappopolazione. “La sovrappopolazione relativa è quindi lo sfondo sul quale si muove la legge della domanda e dell’offerta del lavoro.” dice Marx.

Quindi il capitale da un lato con l’accumulazione aumenta l’offerta di lavoro e dall’altro lato aumenta “l’offerta di operai” licenziando. Perciò, afferma Marx, “non appena gli operai penetrano il mistero e si rendono conto come possa avvenire che, nella stessa misura in cui lavorano di più, producono una maggiore ricchezza altrui e cresce la forza produttiva del loro lavoro, perfino la loro funzione come mezzo di valorizzazione del capitale diventa sempre più precaria per essi; non appena scoprono che il grado d’intensità della concorrenza fra loro stessi dipende in tutto dalla pressione della sovrappopolazione relativa; non appena quindi cercano mediante Trades Unions (sindacati) ecc., di organizzare una cooperazione sistematica fra gli operai occupati e quelli disoccupati per spezzare o affievolire le rovinose conseguenze che quella legge naturale della produzione capitalistica ha per la loro classe, — il capitale e il suo sicofante, l’economista, strepitano su una violazione della «eterna» e per così dire «sacra» legge della domanda e dell’offerta. Ogni solidarietà fra gli operai occupati e quelli disoccupati turba infatti l’azione «pura» di quella legge.” E il capitalista cerca sempre di ristabilire questa “legge” anche con la forza.

4. In questo punto Marx illustra le diverse forme di esistenza dell’esercito industriale di riserva e la legge generale dell’accumulazione capitalistica.
“La sovrappopolazione relativa esiste in tutte le sfumature possibili … essa ha ininterrottamente tre forme: fluida, latente e stagnante.”

Quella fluida, continua Marx, si presenta “Nei centri dell’industria moderna — fabbriche, manifatture, ferriere e miniere ecc. — gli operai sono ora respinti, ora di nuovo attratti in massa maggiore, cosicché in complesso il numero degli operai occupati aumenta, seppur in proporzione costantemente decrescente della scala di produzione.” Nell’agricoltura, dove una parte degli operai agricoli è nella forma fluida, perché emigra tra il proletariato delle città; ma questo flusso costante “presuppone nelle stesse campagne una sovrappopolazione costantemente latente”. È per questo che l’operaio agricolo viene “depresso al minimo del salario e si trova sempre con un piede dentro la palude del pauperismo.” Quella stagnante, dice Marx, “costituisce una parte dell’esercito operaio attivo, ma con un’occupazione assolutamente irregolare.” Ciò rappresenta per il capitale “un serbatoio inesauribile di forza-lavoro disponibile. Le sue condizioni di vita scendono al di sotto del livello medio normale della classe operaia, e proprio questo ne fa la larga base di particolari rami di sfruttamento del capitale. Le sue caratteristiche sono: massimo di tempo di lavoro e minimo di salario.” E infine, la parte più bassa si trova nella sfera della povertà. Anche questo strato sociale si può dividere in tre categorie, dice Marx “Astrazione fatta da vagabondi, delinquenti, prostitute, in breve dal sottoproletariato propriamente detto.” La prima categoria è quella delle “persone capaci di lavorare. Basta guardare anche superficialmente le statistiche del pauperismo inglese per trovare che la sua massa si ingrossa ad ogni crisi e diminuisce ad ogni ripresa degli affari. Seconda: orfani e figli di poveri. Sono i candidati dell’esercito industriale di riserva e, in epoche di grande slancio, come nel 1860 per esempio, vengono arruolati rapidamente e in massa nell’esercito operaio attivo. Terza: gente finita male, incanaglita, incapace di lavorare. Si tratta specialmente di individui che sono mandati in rovina dalla mancanza di mobilità causata dalla divisione del lavoro, individui che superano l’età normale di un operaio, infine le vittime dell’industria, il cui numero cresce con il crescere del macchinario pericoloso, dello sfruttamento delle miniere, delle fabbriche chimiche ecc., mutilati, malati, vedove ecc. Il pauperismo costituisce il ricovero degli invalidi dell’esercito operaio attivo e il peso morto dell’esercito industriale di riserva. La sua produzione è compresa nella produzione della sovrappopolazione relativa, la sua necessità nella necessità di questa; insieme con questa il pauperismo costituisce una condizione d’esistenza della produzione capitalistica e dello sviluppo della ricchezza. Esso rientra nei faux frais (spese superflue) della produzione capitalistica, che il capitale sa però respingere in gran parte da sé addossandoli alla classe operaia e alla piccola classe media.”

“Quanto maggiori sono la ricchezza sociale, il capitale in funzione, il volume e l’energia del suo aumento, quindi anche la grandezza assoluta del proletariato e la forza produttiva del suo lavoro, tanto maggiore è l’esercito industriale di riserva. Questa è la legge assoluta, generale dell’accumulazione capitalistica.”

Marx conclude questo punto ricordando come i metodi che aumentano la produzione sociale si ritorcono contro l’operaio stesso, infatti, dice; “entro il sistema capitalistico tutti i metodi per incrementare la forza produttiva sociale del lavoro si attuano a spese dell’operaio individuo; tutti i mezzi per lo sviluppo della produzione si capovolgono in mezzi di dominio e di sfruttamento del produttore, mutilano l’operaio facendone un uomo parziale, lo avviliscono a insignificante appendice della macchina, distruggono con il tormento del suo lavoro il contenuto del lavoro stesso, gli estraniano le potenze intellettuali del processo lavorativo nella stessa misura in cui a quest’ultimo la scienza viene incorporata come potenza autonoma; deformano le condizioni nelle quali egli lavora, durante il processo lavorativo lo assoggettano a un dispotismo odioso nella maniera più meschina, trasformano il periodo della sua vita in tempo di lavoro, gli gettano moglie e figli sotto la ruota di Juggernaut del capitale. Ma tutti i metodi per la produzione di plusvalore sono al tempo stesso metodi dell’accumulazione e ogni estensione dell’accumulazione diventa, viceversa, mezzo per lo sviluppo di quei metodi. Ne consegue quindi, che nella misura in cui il capitale si accumula, la situazione dell’operaio, qualunque sia la sua retribuzione, alta o bassa, deve peggiorare. La legge infine che equilibra costantemente sovrappopolazione relativa, ossia l’esercito industriale di riserva da una parte e volume e energia dell’accumulazione dall’altra, incatena l’operaio al capitale in maniera più salda che i cunei di Efesto non saldassero alla roccia Prometeo. Questa legge determina un’accumulazione di miseria proporzionata all’accumulazione di capitale. L’accumulazione di ricchezza all’uno dei poli è dunque al tempo stesso accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavitù, ignoranza, brutalizzazione e degradazione morale al polo opposto ossia dalla parte della classe che produce il proprio prodotto come capitale.”

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