mercoledì 22 maggio 2013

pc 22 maggio - "Papa, capitalismo selvaggio causa crisi"... il capitalismo, signor Bergoglio, il capitalismo


Il papa prova ancora ad ingannare le masse popolari e soprattutto quelle più povere e cioè quella che considera la base incomprimibile della rivolta...

"... il capitale è esso stesso la contraddizione in processo. Il capitale si manifesta sempre più come una potenza sociale – di cui il capitalista è l’agente – che ha ormai perduto qualsiasi rapporto proporzionale con quello che può produrre il lavoro di un singolo individuo; ma come una potenza sociale, estranea, indipendente, che si contrappone alla società come entità materiale e come potenza dei capitalisti attraverso questa entità materiale. La contraddizione, tra questa potenza generale sociale alla quale si eleva il capitale e il potere privato del capitalista sulle condizioni sociali della produzione, si va facendo sempre più stridente e deve portare alla dissoluzione di questo rapporto e alla trasformazione delle condizioni di produzione in condizioni di produzione sociali, comuni, generali..."
[Karl Marx, Il capitale, Lineamenti fondamentali]


"Tanto per la produzione in massa di questa coscienza comunista quanto per il successo della cosa stessa è necessario una trasformazione in massa degli uomini, che può avvenire soltanto in un movimento pratico, in una rivoluzione; che quindi la rivoluzione non è necessaria soltanto perché‚ la classe dominante non può essere abbattuta in nessun'altra maniera, ma anche perché‚ la classe che l'abbatte può riuscire solo in una rivoluzione a levarsi di dosso tutto il vecchio sudiciume e a diventare capace di fondare su basi nuove la società."

Marx-Engels, L'ideologia tedesca

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Visita casa per poveri in Vaticano, suore lo accolgono con fiori

21 maggio, 19:37
Papa, capitalismo selvaggio causa crisi
(ANSA) - ROMA, 21 MAG - Un "capitalismo selvaggio ha insegnato la logica del profitto ad ogni costo, del dare per ottenere, dello sfruttamento senza guardare alle persone... e i risultati li vediamo nella crisi che stiamo vivendo". Lo ha detto il Papa, visitando in Vaticano la casa Dono di Maria delle suore di Madre Teresa dedicata ai poveri. A lui un'accoglienza festosa e particolare, secondo l'uso indiano: le suore, che da 25 anni gestiscono l'attività, gli hanno posto al collo una ghirlanda di fiori.
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martedì 21 maggio 2013

pc 21 maggio: Bangladesh, continua la rivolta dei lavoratori dopo la strage del Rana Plaza


20/05/2013

da rassegna.it | Autore: silvana cappuccio





Almeno 50 persone sono rimaste ferite lunedì 20 maggio negli scontri tra la polizia e gli operai del settore tessile, ad Ashulia, alle porte di Dacca, in Bangladesh. I manifestanti, circa 7mila, chiedevano un aumento del salario minimo, dagli attuali 38 dollari mensili a 102. La polizia ha cercato di dissolvere la protesta che aveva bloccato l'autostrada Dacca-Tangail per circa due ore e mezza; i manifestanti hanno reagito lanciando pietre e la polizia ha risposto con gas lacrimogeni e proiettili di gomma.

Le proteste degli operai del tessile vanno avanti da settimane, innescate dal crollo del Rana Plaza, l'edificio che ospitava cinque fabbriche di abbigliamento per l'export (New Weave Bottoms, New Weave Style, Phantom Apparels, Phantom Tac Bangladesh Ltd ed Ethertex Textiles), il 24 aprile 2013, in cui 1127 persone sono state uccise e circa 2500 sono rimaste ferite, molte delle quali gravemente. Dopo Bhopal, in India, si tratta della più grave strage sul lavoro, che ha parzialmente riacceso i riflettori sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche, soprattutto quelle che producono per l'export, dei paesi a basso reddito.

Il proprietario del Rana Plaza, il sindaco di Savar, la zona dove si trovava l'edificio, e altre otto persone, tra proprietari e direttori di fabbriche di abbigliamento e ingegneri, sono stati arrestati nel corso delle indagini. Dal rapporto preliminare di una commissione d'inchiesta è emerso che l'edificio era stato costruito su un acquitrino interrato senza le dovute precauzioni; e che alcuni grossi generatori installati ai piani alti avrebbero provocato delle vibrazioni compromettendo la stabilità strutturale. Il proprietario dell'edificio ha inoltre aggiunto alla struttura, illegalmente, delle pavimentazioni e ha permesso alle aziende di installare attrezzature pesanti che l'edificio non poteva supportare, non essendo stato progettato per questo. Il peso che i piani dovevano sorreggere era sei volte superiore a quello previsto, secondo un esame fatto dall’Asian Disaster Preparedness Center, e nei giorni prima del crollo si erano create enormi crepe sui muri. Gli operai le avevano viste e segnalate. Ciononostante, erano stati costretti a riprendere il lavoro.

Subito dopo il disastro, in Bangladesh la popolazione è scesa per strada per chiedere rispetto e migliori condizioni di lavoro e di vita. Contemporaneamente, è montata una campagna internazionale su iniziativa di IndustriAll e UNI Global Union, le federazioni sindacali internazionali dei lavoratori dei settori industriali e dei servizi, le organizzazioni non governative Clean Clothes Campaign (CCC), Workers Rights Consortium, International Labor Rights Forum, (ILRF), United Students Against Sweatshops (USAS), Maquila Solidarity Network (MSN), War on Want, People and Planet, Some of Us, Change.org, Credo Action, Avaaz e Causes, con il coordinamento dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) e il sostegno di altri organismi governativi, che hanno insieme lanciato una petizione per chiedere azioni concrete da parte dei marchi implicati.

La pressione internazionale che si è sviluppata ha portato il 15 maggio alla sottoscrizione di un accordo sugli incendi e la sicurezza degli edifici in Bangladesh (Accord on Fire and Building Safety in Bangladesh), ovvero un protocollo di durata quinquennale con molte delle più grandi firme di abbigliamento occidentali.

Quest'accordo mette insieme complessivamente 31 aziende, che si servono direttamente o indirettamente di più di 1.000 fabbriche in Bangladesh, tra cui la svedese H&M, che è il più grande acquirente di capi di abbigliamento dal Bangladesh, l'olandese C & A, Inditex, proprietario spagnolo della catena di abbigliamento Zara, due rivenditori britannici, cioè Primark e Tesco, il rivenditore tedesco Tchibo, Hess Natur, El Cortes Ingles, Mango, Marks & Spencer, Stockmann, Abercrombie & Fitch e N Brown Group. Inoltre, l'americana PVH Corporation - la società madre di Calvin Klein, Tommy Hilfiger e Izod - ha accettato di aggiornare un analogo accordo già siglato nel 2012. Gap, che stava per firmare il testo dello scorso anno, alla fine si è rifiutato, adducendo preoccupazioni per le implicazioni in termini di responsabilità giuridica.

Anche Benetton, uno degli ultimi clienti della New Wave Style, ha alla fine aderito all'accordo, messa alle strette dalla forte pressione esercitata a livello internazionale, in forza delle prove emerse dalle macerie sui suoi rapporti con i fornitori che si avvalevano di quelle produzioni attraverso intermediari.

In base all'intesa le imprese si impegnano a intervenire finanziariamente per il miglioramento della sicurezza delle fabbriche di abbigliamento in Bangladesh, dando accesso a ispezioni indipendenti in fabbrica e facendosi carico degli adempimenti derivanti, a partire dalla messa in sicurezza degli stabili. I lavoratori hanno il diritto di rifiutare il lavoro pericoloso, conformemente a quanto previsto dalla Convenzione OIL n.155.

L'accordo impegna le committenti a interrompere i rapporti con le imprese che rifiutino di fare controlli e migliorare sulla sicurezza.

Il Bangladesh è uno dei più grandi esportatori mondiali di abbigliamento e paga anche uno dei salari mensili più bassi al mondo, intorno a 38 dollari. I bassi salari e la mancanza di norme di tutela del lavoro attraggono miliardi di dollari di ordini da rivenditori e marchi di abbigliamento occidentali. Quasi tutti i vestiti prodotti in Bangladesh sono esportati: il settore dell’abbigliamento ha rappresentato nel 2012 l'80 % delle esportazioni nazionali, con 20 miliardi di dollari, il 25 % in più del 2010. Nel 2010 le fabbriche di vestiti nel paese erano cinquemila, solo la Cina ne aveva di più.

Per Scott Nova, dell’associazione statunitense Workers' Rights Consortium, la spesa per rendere gli stabilimenti in Bangladesh più sicuri (cioè con uscite di sicurezza e antincendio, luci di emergenza, impianti elettrici a norma) sarebbe di tre miliardi di dollari. Cioè 8 centesimi per ogni capo d’abbigliamento prodotto. Per le grandi aziende, che in media hanno il cinque per cento della loro produzione in Bangladesh, si tratterebbe di rinunciare a circa lo 0,4 per cento dei ricavi totali. E chi compra una maglietta si troverebbe a pagare un paio di centesimi in più.

E' del 13 maggio la decisione del Governo di Dhaka di riconoscere la libertà di organizzazione sindacale ai 3,6 milioni di lavoratori tessili del paese, che finora dovevano passare dal permesso dei proprietari delle fabbriche. Questa novità, contenuta in una proposta di legge che verrà esaminata dal Parlamento il prossimo giugno, fa seguito alle sollecitazioni dell'OIL e di altre autorità internazionali a intervenire tempestivamente introducendo maggiori controlli e modifiche legislative. Tra le altre cose, la proposta di legge prevede la registrazione dell'outsourcing; l'obbligo dell'assicurazione di gruppo per i lavoratori delle aziende con più di cento dipendenti e, in caso di morte di un dipendente, il datore di lavoro dovrà occuparsi di incassare l'indennizzo e consegnarlo ai familiari del deceduto; la spesa per la realizzazione di uno stabilimento dovrà essere adeguata al progetto e nelle aziende di export dovranno essere costituiti dei fondi previdenziali.

Si è decisa la costituzione di un team di controllo su edifici e laboratori che porterà alla chiusura di quelli non a norma. Intanto sono state chiuse circa duecento fabbriche e sono già partite alcune campagne di boicottaggio contro diversi marchi, su iniziativa di organizzazioni di consumatori, anche in Italia.

L'OIL ha messo in guardia da un boicottaggio dei prodotti del Bangladesh dopo il crollo del Rana Plaza. "Se i consumatori smettono di comprare il Made in Bangladesh, il risultato sarebbe un calo degli affari e dell'export, con migliaia di donne che si ritroverebbero disoccupate. Questo non è un miglioramento", ha affermato Gilbert Houngbo, direttore generale aggiunto dell'OIL. "Ma anche lo status quo non è accettabile ed è per questo che dobbiamo continuare a fare pressione", affinché la situazione cambi, ha aggiunto Houngbo, che ha guidato una missione di alto livello dell'OIL in Bangladesh a inizio maggio. “Credo che dopo la tragedia del Rana Plaza, molti Paesi dovranno rivedere il modo di attrarre gli investimenti stranieri", ha aggiunto. "Il modello di business deve cambiare" e "i costi bassi non devono essere perseguiti a scapito della vita delle persone e della loro sicurezza”. Dopo la tragedia, in Bangladesh sembra profilarsi una certa volontà di voltare pagina e il "nostro appello è perchè questo si traduca in azione e perché questo accada in fretta", ha detto Houngbo.

Il Governo francese, su iniziativa del Ministro del commercio estero, M.me Nicole Bricq, intanto ha convocato il PCN (punto di contatto nazionale per l'applicazione delle Linee Guida OCSE sulle Multinazionali), che riunisce sindacati, imprese e amministrazione, affinchè intervengano nel caso di non rispetto dei principi dell'OCSE, soprattutto con riferimento alle condizioni di lavoro. In particolare, ha chiesto che vengano effettuate audizioni di imprese coinvolte, organizzazioni non governative e rappresentanti dell'OIL, per poi formulare proposte concrete che facciano fare dei passi in avanti sul terreno dell'osservanza delle norme sociali ed ambientali nel commercio internazionale.



pc 21 maggio: L'espansionismo indiano sempre più decisivo nel sostegno del governo fantoccio filoimperialista afghano.




 Karzai in India per chiedere aiuti militari in vista del 2014


Il presidente afgano Hamid Karzai si è recato in India per un incontro con il presidente Pranab Mukherjee ed il primo ministro indiano Manmohan Singh: lo scopo è quello di discutere del futuro dell’Afghanistan, ma anche quello di chiedere aiuti militari, dopo che la Nato avrà ritirato, antro la fine dell’anno, 100mila soldati.
Va detto che l’India ha sempre cercato di tenere l’Afghanistan sotto la propria influenza, arrivando ad investire in modo massiccio pur di scongiurare gli interessi del vicino Pakistan, paese che un tempo aveva riconosciuto il governo talebano (insieme ad Emirati Arabi Uniti e ad Arabia Saudita).
Citato dall’agenzia Press Trust of India (PTI), Karzai ha ricordato che “L’India ha contribuito con 2 miliardi di dollari, denaro duramente guadagnato dai suoi contribuenti, al progresso dell’Afghanistan”, ma ha anche ammesso di temere un ritorno dei talebani a Kabul dopo la partenza dei soldati Nato.
“L’India è pronta a rispondere positivamente a tutte le richieste che servano a rafforzare le istituzioni e la sicurezza afgane”, ha commentato una fonte indiana.



pc 21 maggio: Nella crisi alla borghesia imperialista italiana non basta più il complesso militare-industriale per la contesa interimperialista, punta sempre di più ai profitti dell'industria di guerra.




Nel movimento antimperialista, contro le basi e le spese militari, per i proletari è necessario lottare per il rovesciamento rivoluzionario dello Stato borghese



da l' Espresso



SPESE MILITARI, AVANTI TUTTA
di Gianluca Di Feo

La Marina annuncia il piano per costruire altre dodici navi da un miliardo e mezzo. Un programma non previsto dai bilanci. Con la scusa delle calamità e della disoccupazione

 Dodici nuove navi per la Marina Militare. Ma poiché siamo in tempi di crisi, si tratterà di navi innovative che «un giorno potranno essere ospedali galleggianti in caso di calamità e il giorno successivo combattere una guerra ad alta intensità»: parole dell'ammiraglio Giuseppe De Giorgi, comandante in capo della flotta.
Il progetto irrompe nel dibattito sulle spese della Difesa, senza che fosse mai stato citato finora nei programmi dei governi. «E' un concetto in fase iniziale, ma lo Stato maggiore ha già dato l'approvazione preliminare per costruirne sei», ha dichiarato De Giorgi in un'intervista al sito specializzato Defensenews. Il costo?
«Sarebbe due terzi di quello delle fregate Fremm». Il prezzo di una Fremm è di circa 350 milioni di euro, si tratterebbe quindi di un cifra vicina ai 250 milioni. E dove si pensa di trovare i fondi per finanziarne ben sei? Si può in questo momento, senza risorse nemmeno per la cassa integrazione, lanciare un'operazione da un
miliardo e mezzo di euro?
L'ammiraglio ha fornito una spiegazione chiara delle esigenze della Marina. Nei prossimi anni trenta unità andranno in pensione, mentre è previsto l'ingresso in linea di sole dieci fregate Fremm. Ecco quindi l'idea di far partire questo progetto, con dodici navi che avranno una stazza tra le 3500 e le 4000 tonnellate, lunghe 125 metri e larghe quindici. Ma «le unità che ho in mente dovrebbero essere concepite sin dall'inizio come dual use», ossia convertibili «in modo rapido e modulare» da scopi bellici a umanitari.
Cosa significa? Le "mini-fregate" avranno due cannoni e una stiva modulare. Lì si potranno inserire centrali di controllo e armamenti, come missili di vario tipo e siluri. Oppure in caso di disastri naturali «potrà ospitare 230 letti, fornire acqua potabile ed elettricità per una comunità di 6000 persone. L'alta velocità gli permetterà di intervenire rapidamente nei luoghi dei disastri. Se guardate la mappa dell'Italia, potete vedere che queste navi con i loro elicotteri potranno raggiungere qualunque zona del Paese».
Una previsione forse ottimistica. Gli ultimi terremoti sono stati a l'Aquila, nelle montagne tra Marche e Umbria e ancora prima in Irpinia e Friuli: tutte aree parecchio lontane dalla costa. E, come ha scritto "l'Espresso" in un'inchiesta di Fabrizio Gatti nel numero in edicola, oggi anche la Protezione Civile ha altri problemi: una disperata carenza di fondi per la prevenzione, in un territorio fragile dove case e capannoni si sbriciolano alla prima scossa, come è accaduto in Emilia.
Pure le forze armate stanno vivendo lo stesso problema. La spending review comporta tagli massicci, che influiscono sull'addestramento dei reparti in missione in Libano e Afghanistan. Mentre altri progetti ad alto costo sottoscritti dai governi di destra e sinistra, come il supercaccia F35, impegnano risorse colossali. Tanto che, “ come ha annunciato tre giorni fa il neosottosegretario alla Difesa Roberta Pinotti, persino il finanziamento delle ulteriori fregate Fremm è stato rinviato di almeno sei mesi. E allora come si fa a pagare le
nuove navi?
Il piano dell'ammiraglio De Giorgi cerca alleati nell'industria. «Per il Paese investire nella Marina in maniera più incisiva significherebbe dare una forte spinta all'economia e all'occupazione, non solo alla sicurezza», ha spiegato al quotidiano Mf. «Pensiamo a un'eccellenza come Fincantieri e al fatto che nei suoi cantieri viene utilizzato per il 90 certo l'acciaio proveniente dall'Ilva, per capire cosa si può mettere in moto con una commessa. L'indotto è enorme, va dai sistemi d'arma agli arredi».
Considerazioni fondate, indubbiamente. Che sosterrebbero tante aziende in difficoltà come Ilva, Fincantieri, Finmeccanica, spesso nell'ultima stagione protagoniste della cronaca giudiziaria per i comportamenti dei loro amministratori. Certo, ci sono tanti operai e tecnici d'eccellenza che rischiano il posto, come accade però in tutte le aziende italiane. Ricadute tecnologiche e occupazionali si possono avere anche investendo nelle università, nelle biotecnologie, negli ospedali, nelle start up. Mentre l'equazione industria bellica-crescita
economica viene accolta con scetticismo crescente in tutto il mondo.
Dieci anni fa il Sud Africa di Nelson Mandela, ad esempio, ne fece il fulcro del suo rilancio industriale: ora caccia supersonici e sottomarini costruiti a caro prezzo stanno arrugginendo, perché non ci sono soldi per farli funzionare.

pc 21 maggio - Processo Eternit a Torino - 3 giugno udienza finale


la rete nazionale per la sicurezza e salute sui posti di lavoro e sul territorio informa e fa appello al sostegno, solidarietà mobilitazione
bastamortesullavoro@gmail.com


 Appello Eternit: "no" alla ridiscussione delle parti civili.
La decisione è stata è presa con un'ordinanza dopo la camera di consiglio a seguito della richiesta della difesa. Prossima udienza lunedì 27 maggio.  Intanto è stato presentato alla libreria "Il Labirinto di via Benvenuto Sangiorgio il libro "Amianto, una storia operaia" di Luigi Prunotti Stampa

E' confermato: il 3 giugno la Corte d'Appello entrerà in camera di consiglio per pronunciare la sentenza di secondo grado per il processo Eternit.  Lunedì 20 maggio la difesa delle società civilmente responsabili in solido con i due condannati in primo grado, lo svizzero Stephan Schmidheiny (Amindus ed altre) ed il belga De Cartier De Marchienne, ha chiesto, in sede di replica, di ridiscutere la posizione delle parti civili. Si trattava di una richiesta, ovviamente, finalizzata a prendere tempo ed a rimescolare le carte. Ma siccome nella fase delle conclusioni del processo, in sede di replica si può intervenire soltanto su argomenti che siano già stati trattati (e questo la difesa dell'Afeva e di altre parti civili non lo aveva fatto per una precisa scelta processuale) sia il pubblico ministero Sara Panelli, sia l'avvocato dell'Afeva Sergio Bonetto hanno sollevato un'eccezione.
La Corte d'Appello è così entrata in camera di consiglio respingendo la richiesta.
Lunedì prossimo, 27 maggio, tocca invece alla difesa dei due imputati. Poi si andrà verso la conclusione di un processo comunque complesso che sciverà la parola fine al secondo grado dopo solo 3 mesi e mezzo di aula.

pc 21 maggio - Papa Bergoglio: “Il vero Francesco è molto diverso da quello che tanti immaginano”


Sul “nuovo” Papa abbiamo già scritto, vedi http://proletaricomunisti.blogspot.it/2013/03/pc-17-marzo-francesco-i-un-populista.html, ma riportiamo adesso anche questo articolo dell'Espresso perché tra coloro che hanno “arruolato il papa tra i progressisti”, c'è anche il segretario della Fiom, se tra i progressisti possiamo includerlo, Maurizio Landini, che durante il corteo della Fiom ha detto, sapendo che in quel momento stava incontrando la Merkel: “Spero che la Cancelliera Merkel ascolti le parole di Papa Francesco, che sta lanciando messaggi contro la precarietà e l’austerità”.
Le “uscite” in piazza e tra il “popolo” del Papa in questi mesi, accompagnate dalla grande propaganda mediatica, confermano l'atteggiamento populista analizzato nel precedente articolo.
In queste righe che riproduciamo viene ancora evidenziato il suo “populismo reazionario”. L'insistenza sui poveri e sul popolo chiarisce uno spregiudicato modo di provare a fare presa sui settori più deboli e indifesi della popolazione per affermare questa ideologia reazionaria, che comprende l'attacco ai diritti delle donne e degli omosessuali, tesa a scongiurare tutto ciò che c'è di progressista nelle società.
E tutto questo è chiaro per chi vuol vedere e sentire per cui delle due l'una, o Landini non conosce la storia e la posizione ideologica di questo Papa o, se la conosce, ne condivide le concezioni! E quindi smascherano ulteriormente tutte le sue chiacchiere perfino sulla bontà della democrazia borghese.
È di oggi la notizia che il Papa, noto per la sua grande ossessione e avversione al diavolo, avrebbe fatto un esorcismo in piazza. Alla luce della sua biografia e delle sue concezioni potremmo dire che qui l'unico vero indemoniato sia proprio lui!
Mettiamo in grassetto le parti che più ci interessa sottolineare.
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I teologi della liberazione lo elogiano, ma tra lui e loro c'è un abisso. I progressisti lo arruolano, ma lui se ne tiene lontano. Il vero Francesco è molto diverso da quello che tanti immaginanodi Sandro Magister

ROMA, 16 maggio 2013 – In perdurante luna di miele con la pubblica opinione, papa Francesco s'è guadagnato anche l'elogio del più barricadiero dei teologi francescani, il brasiliano Leonardo Boff: "Francesco darà una lezione alla Chiesa. Usciamo da un inverno rigido e tenebroso. Con lui viene la primavera".

Veramente, Boff ha lasciato da tempo il saio, si è sposato, e all'amore per Marx ha sostituito quello ecologista per madre terra e fratello sole. Ma è pur sempre il più famoso e citato dei teologi della liberazione.

Quando, appena tre giorni dopo la sua elezione a papa, Jorge Mario Bergoglio ha invocato "una Chiesa povera e per i poveri", la sua annessione nelle file dei rivoluzionari sembrava cosa fatta.

In realtà c'è un abisso tra la visione dei teologi latinoamericani della liberazione e la visione di questo papa argentino.

Bergoglio non è un prolifico autore di libri, ma quel che ha lasciato di scritto basta e avanza per capire che cosa ha in mente con quel suo insistito mescolarsi col "popolo".

La teologia della liberazione la conosce bene, la vide nascere e crescere anche tra i suoi confratelli gesuiti, ma con essa marcò sempre il suo disaccordo anche a costo di ritrovarsi isolato.

Suoi teologi di riferimento non erano Boff, né Gutierrez, né Sobrino, ma l'argentino Juan Carlos Scannone, anche lui gesuita inviso ai più, che era stato suo professore di greco e che aveva elaborato una teologia non della liberazione ma "del popolo", centrata sulla cultura e la religiosità della gente comune, dei poveri in primo luogo, con la loro spiritualità tradizionale e la loro sensibilità per la giustizia.

Oggi Scannone, 81 anni, è ritenuto il massimo teologo argentino vivente, mentre su quel che resta della teologia della liberazione già nel 2005 Bergoglio chiuse il discorso così: "Dopo il crollo del 'socialismo reale' queste correnti di pensiero sono sprofondate nello sconcerto. Incapaci sia di una riformulazione radicale che di una nuova creatività, sono sopravvissute per inerzia, anche se non manca ancora oggi chi le voglia anacronisticamente riproporre".

Questa sentenza liquidatoria contro la teologia della liberazione Bergoglio l'ha infilata in uno dei suoi scritti più rivelatori: la prefazione a un libro sul futuro dell'America Latina che ha per autore il suo amico più stretto nella curia vaticana, l'uruguaiano Guzmán Carriquiry Lecour, segretario generale della pontificia commissione per l'America Latina, sposato con figli e nipoti, il laico di più alto grado in curia.

A giudizio di Bergoglio, il continente latinoamericano ha già conquistato un posto di "classe media" nell'ordine mondiale ed è destinato ad imporsi ancor più nei futuri scenari, ma è insidiato in ciò che ha di più proprio, la fede e la "saggezza cattolica" del suo popolo.

L'insidia più temibile egli la vede in ciò che chiama "progressismo adolescenziale", un entusiasmo per il progresso che in realtà si ritorce – dice – contro i popoli e le nazioni, contro la loro identità cattolica, "in stretto rapporto con una concezione dello Stato che è in larga misura un laicismo militante".

Domenica scorsa ha spezzato una lancia per la protezione giuridica dell'embrione, in Europa. A Buenos Aires non si dimentica la sua tenace opposizione contro le leggi per l'aborto libero e i matrimoni "gay". Nel dilagare in tutto il mondo di simili leggi egli vede l'offensiva di "una concezione imperialista della globalizzazione", che "costituisce il totalitarismo più pericoloso della postmodernità".

È un'offensiva che per Bergoglio porta il segno dell'Anticristo, come in un romanzo che egli ama citare: "Il signore del mondo" di Robert H. Benson, un sacerdote anglicano, figlio di un arcivescovo di Canterbury, che si convertì al cattolicesimo un secolo fa.

Nelle sue omelie da papa, il frequentissimo rimando al diavolo non è un artificio retorico. Per papa Francesco il diavolo è più reale che mai, è "il principe di questo mondo" che Gesù ha sconfitto per sempre ma che ancora è libero di fare del male.

Ha ammonito in un'omelia di qualche giorno fa: "Il dialogo è necessario tra noi, per la pace. Ma con il principe di questo mondo non si può dialogare. Mai".

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Questa nota, col titolo "Non è tutt'oro quel che Francesco", è uscita su "L'Espresso" n. 20 del 2013, in edicola dal 17 maggio, nella pagina d'opinione "Settimo cielo" affidata a Sandro Magister.

pc 21 maggio - FIAT SATA: TI PAGO DI MENO PRODUCI DI PIU'

La Fiat del «regime Marchionne» è capace di aumentare la produttività anche con i lavoratori in cassa integrazione.

«A Melfi succedono cose incredibili dopo il licenziamento dei tre lavoratori  Fiom (bocciato dal giudice in primo grado: ndr) accusati di aver sabotato l'azienda.
Oggi quello stabilimento registra una produzione superiore al tabellone previsionale esposto sulla testa dei dipendenti, i lavoratori sono obbligati a movimenti ridotti e contingentati per le otto ore di turno. La morale è
semplice: ti pago di meno, produci di più e intanto la tua qualità della vita è compromessa per sempre».


Dall'opuscolo "S/catenate - donne lavoro-non lavoro una lotta di classe e di genere".

La Fiat con il piano Marchionne è l’esempio più lampante e drammatico di questa condizione.
Da un’altra inchiesta fatta dalle lavoratrici dello Slai cobas per il sindacato di classe, prima e dopo il piano Marchionne, è emerso chiaro l’effetto altamente nocivo di questo piano. Il nuovo sistema degli orari, la riduzione delle pause, la nuova metrica e la turnistica determinano un notevole peggioramento dei carichi di lavoro e dell’affaticamento sulle linee di produzione. L’uso dilatato e degli orari e dei turni, insieme all’intensificazione dei ritmi di lavoro, sovraccarico di lavoro, straordinario anche di sabato e domenica, sottrae tempo al riposo, al tempo libero, al tempo in famiglia.
"Loro - hanno detto delle operaie Fiat Sata - non sanno cosa significa catena di montaggio. Dicono: "che cosa sono 10 minuti di pausa in meno...", ma quando, come alla Sata, i bagni stanno a inizio e fine del reparto, per chi sta in mezzo ci vogliono 10 minuti solo per arrivarci! E per le donne? Chi ha il ciclo mestruale come deve fare?". Alla Sata già con i precedenti sistemi (TMC – TMC2) le operaie hanno subito pesanti conseguenze sull'apparato riproduttivo, disfunzioni, interruzioni del ciclo mestruale, problemi durante le gravidanze. Ora è anche peggio.
“Faccio i turni - racconta una operaia della Fiat di Termoli - di mattina e pomeriggio ma sono del tutto inconciliabili con l'orario spezzato di mio marito. Tutte le mie richieste di cambiare orario sono rimaste senza risposta ... mia madre è costretta a venire a casa mia all'alba...”.