Nel disperato tentativo di rivincere le elezioni la Meloni e il suo governo stanno cercando di approvare una nuova legge elettorale a colpi di “fiducia”. Nel merito di questa nuova legge il cui impianto è chiaramente anticostituzionale si sono già espressi in tanti, riportiamo qui l’intervento della giurista costituzionale Alessandra Algostino apparso sul manifesto di oggi.
Quello che la Algostino chiama “neoliberismo autoritario” o “democrazia
decidente” però non esprime in realtà il vero contenuto del processo in corso
da anni oramai e che correttamente si chiama moderno fascismo. Ma questo
risulta chiaro anche da una lettura attenta delle formulazioni della stessa
Algostino che inserisce questo tentativo all’interno del “capitalismo in crisi”.
“L’unico obiettivo è «vincere»” dice l’Algostino, “conquistare
il potere”. No, il potere la borghesia di questo paese ce l’ha già, la Meloni vorrebbe
stare ancora al governo per mettere in pratica la sua “visione”, quella di una
società apertamente fascista.
La risposta a questa “visione” la possono dare solo il
proletariato e le masse popolari in lotta!
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Così le elezioni sono un inganno alla democrazia
Scegliere un «capo» Una nuova legge elettorale occupa
la discussione politica mentre nel mondo imperversano diseguaglianze,
riscaldamento climatico, guerra
Una nuova legge elettorale occupa la discussione politica mentre nel mondo imperversano diseguaglianze, riscaldamento climatico, guerra. Un mezzo di distrazione, certo, ma non solo. È un elemento nella costruzione del neoliberismo autoritario. Con in mente la propria vittoria.
Il progetto di revisione costituzionale sul premierato è naufragato, ma la volontà di concentrare il potere
e insinuare l’autoritarismo per via legale prosegue. E non è storia solo del governo Meloni, ma un processo legato a doppio filo all’agenda neoliberista (per tutti, il report del 2013 della J.P. Morgan), all’aggressività di un capitalismo in crisi.Da un lato, vi sono le leggi (alias decreti legge) in
materia di sicurezza, che a ritmo serrato svuotano diritti di libertà e
progetto di emancipazione, criminalizzando il dissenso e il disagio sociale
(oltre, ça va sans dire, lo straniero). Dall’altro, il premierato di
fatto, che si nutre della normalizzazione dell’abuso di strumenti
costituzionali (dal decreto legge alla questione di fiducia), e prassi, dal
monocameralismo alternato al rovesciamento dei rapporti parlamento-governo, con
l’asservimento del primo.
La legge elettorale, tralasciando qui altri profili di
incostituzionalità (debole previsione delle preferenze, numero eccessivo di
firme per la presentazione di nuove liste, lacune nella garanzia della parità
di genere), attraverso il premio di governabilità e l’indicazione della
proposta di presidente del Consiglio al momento della presentazione del
programma, rafforza in via surrettizia l’edificio del premierato di fatto.
Quanto al premio, la rappresentanza è distorta in favore
della governabilità, nel segno della riduzione della democrazia a mero
meccanismo di governo, con abbandono dell’orizzonte del pluralismo, del
conflitto e della partecipazione che costituiscono l’essenza di una democrazia
effettiva. È la democrazia decidente.
Come ricorda la Corte costituzionale, costituisce
«senz’altro un obiettivo costituzionalmente legittimo» lo «scopo di garantire
la stabilità del governo del Paese e di rendere più rapido il processo
decisionale», ma, se ciò consente «una illimitata compressione della
rappresentatività dell’assemblea parlamentare», diviene «incompatibile con i
principi costituzionali» (sentenza 1 del 2014).
Quanto all’indicazione del candidato presidente del
Consiglio, nonostante la formulazione reciti «proposta» e precisi che «sono
fatti salvi le prerogative del presidente della Repubblica previste
dall’articolo 92 della Costituzione, nonché il rispetto di quanto disposto
dall’articolo 67 della Costituzione» (ci mancherebbe… è la Costituzione), è
evidente la volontà di polarizzare l’elezione dei membri del parlamento intorno
alla figura del candidato premier.
È la democrazia del capo, un ossimoro, che coniuga
esautoramento del parlamento (rispetto al governo), concentrazione del potere
nel vertice dell’esecutivo e affidamento passivizzante all’«uomo di fiducia di
tutto il popolo» (Schmitt).
La rappresentanza da politica e plurale diviene simbolica e unitaria: la scelta
del Capo, nel contesto di una dialettica e di un conflitto compressi nello
schema dicotomico vittoria/sconfitta. Un «cesarismo regressivo» che può
esistere «anche senza un cesare, senza una grande personalità “eroica”»
(Gramsci).
La verticalizzazione del potere si accompagna alla volontà
di scrivere a tavolino le regole del gioco, ritagliate ad hoc in relazione ai
sondaggi, per permettere il successo della propria formazione
politica/coalizione. È un intento che, sul piano della realtà politica, alla
prova dei precedenti, come dei pronostici (al momento la variabile Vannacci),
si rivela poco attendibile. Sul piano costituzionale contraddice la prospettiva
del velo dell’ignoranza (porsi dal punto di vista in cui si ignora la propria posizione)
che dovrebbe guidare le forze politiche al fine di garantire al meglio il
rispetto del voto di tutti, nonché le minoranze.
Sottesa è sempre la concezione delle istituzioni come luoghi
di potere e non come parte organizzativa di una democrazia che ha nel suo cuore
un progetto di partecipazione ed emancipazione.
L’unico obiettivo è «vincere»: conquistare il potere; un
potere sempre più concentrato e autoritario. Le elezioni come strumento e
maschera dello svuotamento della democrazia, prima strangolata nel bipolarismo
ed ora ridotta a elezione del capo. Un premierato surrettizio (anche) per via
elettorale. Un altro passo nell’autoritarismo elettorale.
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