Dopo settimane di mobilitazione in tutta Italia e all’estero, ieri mattina eravamo a l'Aquila, davanti e dentro al tribunale per sostenere Anan, Ali e Mansour. Presenti un centinaio di compagne e compagni provenienti da varie regioni, i giovani palestinesi, l’UDAP e tantissime persone solidali dall’Abruzzo, che con le loro iniziative di solidarietà concreta hanno voluto, almeno in parte, alleggerire una giornata dura e vergognosa come quella di ieri, contrassegnata, sin dall' inizio del dibattimento dall’atteggiamento ostile, denigratorio e minimizzante della corte nei confronti della difesa, dall’arroganza servile di una PM, che dietro il suo linguaggio burocratico non ha fatto altro che avallare e legittimare la violenza coloniale, da una traduzione in gran parte errata e fuorviante, che distorceva gravemente la dichiarazione resa da Anan.
Dichiarazione che Anan aveva chiesto fosse letta dal suo avvocato in italiano, ma che di fronte al diniego del giudice, che non voleva si parlasse del contesto palestinese, ha scelto di leggere lui.
Eppure anche la sua voce è stata scientemente travisata e falsata con il contributo di una interprete scelta dalla corte tra i collaboratori della polizia, tant’è che poi anche il pubblico ha protestato, anche se in maniera composta, ed il giudice ha ordinato di sgomberare l’aula per non avere troppi testimoni.
La compagna di srp nel frattempo era stata fatta uscire dall’aula con la scusa che ci fossero problemi fuori al presidio, perché si era andati oltre gli orari comunicati alla questura per il preavviso. Dato che in realtà problemi non ce n’erano, la compagna è rientrata e ha cercato di registrare le ultime fasi dell’udienza, ma un carabiniere le ha strappato il cellulare di mano e la compagna ha reagito urlando “la resistenza non è reato, Anan Yaeesh va liberato”. Speriamo che almeno questo grido di solidarietà sia giunto ad Anan.
Le interviste agli avvocati
Legittimando 77 anni di occupazione e 18 mesi di genocidio, nonostante le numerose e accertate violazioni dei diritti umani e dopo gli innumerevoli crimini di guerra commessi da Israele, il Tribunale dell’Aquila ieri, in ossequio alle direttive dello stato nazisionista di Israele e del governo fascista italiano è riuscito a ricondurre ogni tentativo di liberazione di un intero popolo a un atto terroristico.
La PM, che ha esordito dicendo “questo processo non è politico e la questione israelo-palestinese non dovrebbe entrare in questa aula”, ha presentato come prova di accusa un faldone di verbali contenenti gli interrogatori di 22 detenuti palestinesi di Tulkarem deportati in Israele, a cui è stata negata l'assistenza legale da parte di un difensore dopo essere stati sottoposti a tortura da parte dei servizi segreti israeliani prima e dall’autorità giudiziaria poi. Dopo la sua dichiarazione è stato un continuo di interruzioni, tentativi di banalizzazione e svilimento degli interventi dei difensori da parte del giudice Giuseppe Romano Gargarella, e di incalzanti suggerimenti della PM alla corte e di quanto questa avrebbe dovuto sentirsi oltraggiata dagli atteggiamenti della difesa, che per inciso chiedeva solo di poter finire la sua esposizione.
Questa prima giornata termina con l'acquisizione, per il principio di “reciproca fiducia tra Stati” di 15 verbali di interrogatori ottenuti presumibilmente sotto tortura nelle carceri israeliane, sicuramente in assenza di un avvocato, senza la possibilità, per la difesa, di dibatterli.
Dei 47 testi proposti dalla difesa, tra cui la relatrice speciale dell' ONU Francesca Albanese e il dirigente dei servizi segreti Israeliani, solo 3 sono stati ammessi, e solo per Mansour. Testimoni tra l’altro di pochissima, o quasi nulla rilevanza.
Anche la calendarizzazione delle udienze mira a ostacolare il diritto di difesa e la solidarietà. E’ stato fissato un calendario fittissimo, l’ultima udienza è al 9 luglio, la prossima il 16 aprile, poi vi sono due udienze a maggio e tre a giugno, a cadenza ravvicinata.
Un processo quindi esclusivamente politico, dove tutto è già stato deciso. Un processo che mira a criminalizzare la resistenza palestinese nel suo insieme, colpendo chi ha lottato e chi continua a difendere la libertà del proprio popolo, infangando tutto questo con il nome di “terrorismo”.
Un processo che mira a logorare anche la solidarietà che si è espressa in questi giorni e a normalizzare e legittimare le atrocità commesse dallo stato sionista e la repressione della resistenza ad esso
A maggior ragione sarà importante esserci alle prossime udienze e amplificare al massimo la lotta e la denuncia contro questo processo
Giù le mani dai partigiani palestinesi!
LA RESISTENZA NON SI ARRESTA E NON SI PROCESSA!
Di seguito il Comunicato stampa del collegio difensivo