mercoledì 7 ottobre 2026

pc 7 ottobre – Sulla legge elettorale truffa del governo Meloni, ovvero come procedere verso li moderno fascismo - un intervento di Alessandra Algostino

Nel disperato tentativo di rivincere le elezioni la Meloni e il suo governo stanno cercando di approvare una nuova legge elettorale a colpi di “fiducia”. Nel merito di questa nuova legge il cui impianto è chiaramente anticostituzionale si sono già espressi in tanti, riportiamo qui l’intervento della giurista costituzionale Alessandra Algostino apparso sul manifesto di oggi.

Quello che la Algostino chiama “neoliberismo autoritario” o “democrazia decidente” però non esprime in realtà il vero contenuto del processo in corso da anni oramai e che correttamente si chiama moderno fascismo. Ma questo risulta chiaro anche da una lettura attenta delle formulazioni della stessa Algostino che inserisce questo tentativo all’interno del “capitalismo in crisi”.

“L’unico obiettivo è «vincere»” dice l’Algostino, “conquistare il potere”. No, il potere la borghesia di questo paese ce l’ha già, la Meloni vorrebbe stare ancora al governo per mettere in pratica la sua “visione”, quella di una società apertamente fascista.

La risposta a questa “visione” la possono dare solo il proletariato e le masse popolari in lotta!

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Così le elezioni sono un inganno alla democrazia

Alessandra Algostino

Scegliere un «capo» Una nuova legge elettorale occupa la discussione politica mentre nel mondo imperversano diseguaglianze, riscaldamento climatico, guerra

Edizione 07/10/2026

Una nuova legge elettorale occupa la discussione politica mentre nel mondo imperversano diseguaglianze, riscaldamento climatico, guerra. Un mezzo di distrazione, certo, ma non solo. È un elemento nella costruzione del neoliberismo autoritario. Con in mente la propria vittoria.

Il progetto di revisione costituzionale sul premierato è naufragato, ma la volontà di concentrare il potere

e insinuare l’autoritarismo per via legale prosegue. E non è storia solo del governo Meloni, ma un processo legato a doppio filo all’agenda neoliberista (per tutti, il report del 2013 della J.P. Morgan), all’aggressività di un capitalismo in crisi.

Da un lato, vi sono le leggi (alias decreti legge) in materia di sicurezza, che a ritmo serrato svuotano diritti di libertà e progetto di emancipazione, criminalizzando il dissenso e il disagio sociale (oltre, ça va sans dire, lo straniero). Dall’altro, il premierato di fatto, che si nutre della normalizzazione dell’abuso di strumenti costituzionali (dal decreto legge alla questione di fiducia), e prassi, dal monocameralismo alternato al rovesciamento dei rapporti parlamento-governo, con l’asservimento del primo.

La legge elettorale, tralasciando qui altri profili di incostituzionalità (debole previsione delle preferenze, numero eccessivo di firme per la presentazione di nuove liste, lacune nella garanzia della parità di genere), attraverso il premio di governabilità e l’indicazione della proposta di presidente del Consiglio al momento della presentazione del programma, rafforza in via surrettizia l’edificio del premierato di fatto.

Quanto al premio, la rappresentanza è distorta in favore della governabilità, nel segno della riduzione della democrazia a mero meccanismo di governo, con abbandono dell’orizzonte del pluralismo, del conflitto e della partecipazione che costituiscono l’essenza di una democrazia effettiva. È la democrazia decidente.

Come ricorda la Corte costituzionale, costituisce «senz’altro un obiettivo costituzionalmente legittimo» lo «scopo di garantire la stabilità del governo del Paese e di rendere più rapido il processo decisionale», ma, se ciò consente «una illimitata compressione della rappresentatività dell’assemblea parlamentare», diviene «incompatibile con i principi costituzionali» (sentenza 1 del 2014).

Quanto all’indicazione del candidato presidente del Consiglio, nonostante la formulazione reciti «proposta» e precisi che «sono fatti salvi le prerogative del presidente della Repubblica previste dall’articolo 92 della Costituzione, nonché il rispetto di quanto disposto dall’articolo 67 della Costituzione» (ci mancherebbe… è la Costituzione), è evidente la volontà di polarizzare l’elezione dei membri del parlamento intorno alla figura del candidato premier.

È la democrazia del capo, un ossimoro, che coniuga esautoramento del parlamento (rispetto al governo), concentrazione del potere nel vertice dell’esecutivo e affidamento passivizzante all’«uomo di fiducia di tutto il popolo» (Schmitt).
La rappresentanza da politica e plurale diviene simbolica e unitaria: la scelta del Capo, nel contesto di una dialettica e di un conflitto compressi nello schema dicotomico vittoria/sconfitta. Un «cesarismo regressivo» che può esistere «anche senza un cesare, senza una grande personalità “eroica”» (Gramsci).

La verticalizzazione del potere si accompagna alla volontà di scrivere a tavolino le regole del gioco, ritagliate ad hoc in relazione ai sondaggi, per permettere il successo della propria formazione politica/coalizione. È un intento che, sul piano della realtà politica, alla prova dei precedenti, come dei pronostici (al momento la variabile Vannacci), si rivela poco attendibile. Sul piano costituzionale contraddice la prospettiva del velo dell’ignoranza (porsi dal punto di vista in cui si ignora la propria posizione) che dovrebbe guidare le forze politiche al fine di garantire al meglio il rispetto del voto di tutti, nonché le minoranze.

Sottesa è sempre la concezione delle istituzioni come luoghi di potere e non come parte organizzativa di una democrazia che ha nel suo cuore un progetto di partecipazione ed emancipazione.

L’unico obiettivo è «vincere»: conquistare il potere; un potere sempre più concentrato e autoritario. Le elezioni come strumento e maschera dello svuotamento della democrazia, prima strangolata nel bipolarismo ed ora ridotta a elezione del capo. Un premierato surrettizio (anche) per via elettorale. Un altro passo nell’autoritarismo elettorale.

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