Questa mattina alle 7 c’era 1 ora di assemblea dei metalmeccanici esterna all'appalto per il contratto e questo ci ha aiutato per parlare molto agli operai con vari interventi.
Mentre diffondevamo il volantino con la Dichiarazione congiunta internazionale, diffuso in tutto il mondo.
GLI INTERVENTI
IL VOLANTINO CON ESTRATTI DALLA DICHIARAZIONE INTERNAZIONALE
Successo straordinario della Campagna Internazionale di Sostegno
alla Guerra Popolare in India e al Partito Comunista dell'India
(Maoista) del 07-12 aprile 2025! Avanti con la campagna prolungata
fino a marzo 2026!
La Campagna Internazionale lanciata dal Comitato Internazionale di
Sostegno alla Guerra Popolare in India (CISGPI) con le parole
d'ordine:
Stop all'Operazione Kagar! Contro la repressione di regime per il rilascio di tutti i
prigionieri politici in India!
Lottiamo contro la guerra imperialista e in solidarietà con il
popolo palestinese!
Con la guerra popolare ed il Partito Comunista dell'India
(Maoista) fino alla vittoria!
Lunga vita all'internazionalismo proletario!
si è sviluppata in 12 paesi toccando tutti i continenti, con
l'adesione di 19 tra partiti e organizzazioni comunisti,
rivoluzionari ed in particolare marxisti-leninisti-maoisti e di
organizzazioni di massa dei lavoratori, degli studenti, delle donne e
dei contadini.
In Brasile
la campagna è stata organizzata unitariamente dal New
Popular Revolutionary Students Movement,
dal Women's Revolutionary
Movement e dalla
newsletter Cultural
Revolution ed è stata
massiccia, si è sviluppata tramite assemblee di massa con studenti
nelle università e lavoratori e tra le masse contadine, in cui si è
denunciata la campagna genocida Kagar da parte del regime di Modi
Gli agenti della
Digos stanno visionando i filmati delle numerose telecamere del centro
città per cercare gli altri manifestanti della Rete Bergamo per la
Palestina che hanno tentato di affrontare i rappresentanti della Brigata
ebraica che sfilavano e si sono scontrati con le forze dell’ordine.
Un’inchiesta pubblicata oggi dal New York Times rivela
come Israele abbia trasformato il campo di battaglia in un laboratorio
sperimentale senza precedenti per l’intelligenza artificiale applicata
alla guerra. Un laboratorio in tempo reale, con esseri umani, spesso
civili.
Secondo il quotidiano
statunitense, citando interviste condotte con nove funzionari israeliani
e americani della difesa, Israele ha impiegato la sua offensiva per
testare e implementare rapidamente tecnologie militari basate
sull’intelligenza artificiale, raggiungendo livelli mai visti prima.
Droni capaci di inseguire autonomamente bersagli, software di
riconoscimento facciale distribuiti ai checkpoint, chatbot che
analizzano conversazioni in arabo.
Gran parte di questi
sistemi sono il frutto di una collaborazione tra l’Unità 8200 –
l’intelligence militare israeliana – e riservisti che lavorano in
aziende di punta come Google, Microsoft e Meta. All’interno di un centro
chiamato The Studio, questi
esperti civili si sono ritrovati a progettare sistemi di guerra
computazionale capaci di processare masse di dati in tempo reale. Un
“Silicon Wadi” in uniforme, dove la logica del venture capital incontra
quella dell’azione militare.
“Dopo il 7 ottobre – riferisce il New York Times
– molte di queste tecnologie sono state autorizzate ed
La
direzione del cimitero “acattolico” di Roma, dove riposa dal 1937
Antonio Gramsci, ha giudicato “divisivo” il rosso delle bandiere portate
ieri dai militanti che intendevano ricordare la morte del segretario
del PCd’I avvenuta il 27 aprile del 1937 dopo oltre 10 anni di
incarcerazione e confino subite dal regime fascista.
Si
tratta di un episodio che si commenta da solo e che si allinea a tante
altre, grandi e piccole, manifestazioni di intolleranza versol’antifascismo e le ricorrenze di questi giorni tra il 25 aprile e il 1
maggio tra le quali si inseriva anche la commemorazione gramsciana.
Appare
del tutto superfluo in questa sede ricordare Antonio Gramsci come
gigante della cultura italiana del ‘900 e come esponente politico della
sinistra a lungo perseguitato fino alla morte.
Soprattutto
ci preme sottolineare la motivazione della “divisività” del colore
rosso: il colore delle nostre bandiere, il colore delle organizzazioni
del movimento operaio, il colore che contraddistinse le brigate
Garibaldi durante la Resistenza.
Un ulteriore sfregio alla storia che non deve essere sopportato.
Un missile ha colpito domenica pomeriggio un edificio nella periferia sud di Beirut, nel quartiere di Dahiyeh...
L’esplosione
è stata udita a chilometri di distanza, secondo media locali, mentre
nella zona si possono ancora udire spari e droni in sorvolo. La
protezione civile libanese ha dichiarato di non avere trovato vittime,
dopo che le fiamme sono state spente.
...Gli
Stati Uniti e la Francia “devono assumersi le loro responsabilità e
costringere” Israele a fermare “immediatamente” i propri attacchi in
Libano, “in quanto garanti dell’intesa sulla cessazione delle ostilità”
....l’amministrazione Trump in azione per seminare il terrore in tutto
il paese; si rapiscono ed espellono persone con
l’obiettivo di mettere a tacere le critiche a Israele e stroncare la
solidarietà con le vittime palestinesi del genocidio israeliano in corso
nella Striscia di Gaza, sostenuto dagli Stati Uniti.
Ufficialmente,
più di 50.000 palestinesi sono stati massacrati dall’ottobre 2023; da
quando Israele ha violato il cessate il fuoco a marzo, le Nazioni Unite
riportano che almeno 100 bambini sono stati uccisi o feriti ogni giorno a
Gaza. Agli occhi degli Stati Uniti, tuttavia, nulla di tutto ciò
costituisce un reato. L’unico reato è opporsi al genocidio.
A tal fine, il governo statunitense ha avviato la sparizione di persone
come Rumeysa Ozturk, una dottoranda turca di 30 anni alla Tufts
University nel Massachusetts. Borsista Fulbright che studia lo sviluppo
infantile, Ozturk è stata aggredita il 25 marzo da sei agenti in
borghese, alcuni dei quali mascherati, mentre si recava a una cena
iftar.
Visibilmente
terrorizzata, Ozturk è stata ammanettata e costretta a salire su un
furgone anonimo. Non si è saputo più nulla di lei per quasi un giorno
intero, quando i suoi avvocati hanno scoperto che era stata trasportata
in aereo dall’altra parte
Il 25 Aprile di Torino e gli inglesi che sospesero l'attacco dei partigiani: volevano essere loro a liberare la città
L’atteggiamento
rigido e non negoziabile degli inglesi che volevano evitare che Torino
venisse liberata dai partigiani di sinistra prima del loro arrivo in
città
Quella che per tutti noi costituisce la
data della vittoria, della liberazione del nostro Paese dal regime
fascista e dall’occupazione tedesca, il 25 aprile 1945 cioè, è in realtà
una data convenzionale, scelta perché il 24 aprile 1945, Radio Londra e
poi tutte le piccole Radio clandestine della resistenza, avevano
ripetuto la frase in codice: «Aldo dice 26 × 1». Era il segnale
dell’insurrezione generale che doveva scattare all’una di notte del 25
indirizzato a tutte le unità partigiane dal Comitato Nazionale di
Liberazione Alta Italia. A Milano, nel pomeriggio, in Prefettura, dopo
l’incontro tra i rappresentanti del Cln Alta Italia e Mussolini, con la
mediazione del cardinale Schuster, si prende atto dell’impossibilità di un accordo.
Sarà l’ultimo incontro prima della decisione del Duce di lasciare una
Milano ormai liberata e con i tedeschi che si stavano ritirando senza
scontri a fuoco verso nord. A Milano, dunque, la liberazione avviene
proprio in coincidenza del 25 aprile. A Torino, invece, la situazione è ben diversa, tutt’altro che chiara e definita.
I comandi militari della Repubblica Sociale
Italiana, avendo avuto notizia dei movimenti partigiani di
avvicinamento a Torino pongono in allarme le truppe e predispongono 22 posti di blocco intorno alla
Contro questa alleanza e il regime fascista indutva di Modi abbiamo iniziato una campagna internazionalista mondiale nella settimana 7-12 aprile e nuove iniziative si preparano anche in Italia
Gli USA premono sull’India per concedere ad Amazon e Walmart pieno accesso al mercato
Investing.com
— L’amministrazione di Donald Trump sta facendo pressione sull’India
affinché conceda pieno accesso al suo mercato dell’e-commerce da $125
miliardi ai giganti statunitensi Amazon (NASDAQ:AMZN) e Walmart Inc (NYSE:WMT)
nell’ambito dei colloqui commerciali in corso, ha riportato martedì il
Financial Times, citando dirigenti del settore e funzionari
statunitensi.
Walmart possiede Flipkart, la più grande piattaforma di e-commerce dell’India. Washington
sta cercando condizioni di parità per i rivenditori elettronici
americani, contestando le restrizioni di Nuova Delhi che limitano le
aziende straniere a operare come marketplace, mentre i concorrenti
nazionali come Reliance Retail (NSE:RELI) possono produrre e vendere i propri prodotti, ha affermato il rapporto del FT. L’India
permette alle aziende di e-commerce statunitensi di funzionare
esclusivamente come piattaforme online che facilitano le vendite da
parte di venditori terzi.
La questione fa parte di più ampie
discussioni commerciali che abbracciano alimenti, automobili e
tecnologia, e si svolgono sotto la minaccia di tariffe del 26% sulle
esportazioni indiane se non si raggiunge un accordo entro 90 giorni,
secondo il rapporto.
Il
vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha incontrato il primo
ministro indiano Narendra Modi a Nuova Delhi lunedì, con entrambe le
parti hanno notato progressi su un patto commerciale "reciprocamente
vantaggioso".
L’amministratore delegato di Walmart Doug McMillon e
l’amministratore delegato di Amazon Jeff Bezos hanno entrambi sollevato
preoccupazioni riguardo alle regole dell’e-commerce indiano in recenti
incontri con il presidente Trump e funzionari dell’amministrazione, ha
riportato il FT.
I negoziati posizionano i rivenditori
statunitensi contro Mukesh Ambani di Reliance, il cui dominio nel
commercio al dettaglio indiano ha complicato l’accesso al mercato per le
aziende straniere, ha aggiunto il rapporto.
Stop al riarmo, contro il Partito della Guerra. Organizziamoci verso e oltre il primo maggio
Le parole d’ordine uscite dall’assemblea per la costruzione dello
spezzone del primo maggio torinese parlano chiaro: organizzarsi per
stoppare il riarmo generale, contrastare il partito della guerra che si
riassume nelle posizioni liberal-sovraniste, rappresentare una proposta
praticabile per chi non si riconosce in un futuro di militarizzazione di
ogni ambito dell’esistente.
In primo luogo il piano europeo del Rearm Eu va considerato come la
bussola da rompere e riorientare in direzione opposta. Il piano prevede
l’aumento delle spese militari per ogni Stato europeo il che implica
flessibilità fiscale per permettere di aumentare la spesa militare per
la difesa; l’offerta di prestiti per 150 miliardi di euro per progetti
di difesa congiunti; la riorganizzazione del bilancio e quindi dirottare
altri fondi come quelli Coesione e Sviluppo – che dovrebbero essere
destinati ai territori – negli investimenti per la difesa; il sostegno
delle aziende nel settore della difesa stimolando anche gli investimenti
privati. Per quanto riguarda l’Italia aumentare la spesa militare
almeno al 2% del pil è un disastro annunciato per quanto riguarda il
disinvestimento conseguente in tutti i settori del welfare, della sanità
e della formazione già al collasso. Il cambiamento del nome in
“Readiness” non ne sposta di una virgola la sostanza, così come la
denuncia della commissione europea sulla votazione avvenuta senza il
parere dell’Eurocamera: pallidi palliativi per edulcorare la pillola.
L’autoillusione generale sulla creazione di un piano di difesa autonomo e
condiviso dagli stati membri per contrastare la Russia e per sostenere
l’Ucraina in una guerra che ha già perso porta con sé qualcosa di
macabro oltre che di
Dal Cpr di Torino un ragazzo chiede aiuto all’esterno, lamenta mancanza di cure e l’ambulanza lo porta in ospedale
Secondo quanto
riferito dai manifestanti che hanno ascoltato la sua voce oggi
pomeriggio, ha una patologia che non viene curata all’interno del centro
TORINO
– Nel pomeriggio di oggi, 26 aprile, un ragazzo detenuto nel Cpr di
Torino é stato portato in ospedale. È riuscito a chiedere aiuto
contattando i manifestanti che si erano radunati all’esterno del centro
per un presidio, iniziato intorno alle 15,30. Nella breve telefonata, il
ragazzo (di circa 19 anni) ha riferito di avere una patologia che
richiede regolari trasfusioni di sangue e che il personale della
struttura della coop Sanitalia gli avrebbe negato di recarsi in
ospedale.
I manifestanti quindi hanno contattato un’ambulanza, che é riuscita
ad entrare nel centro e, dopo un’ora, uscire con a bordo un ospite (come
confermato dalla polizia).
Il centro torinese ha riaperto a fine marzo, in precedenza era stato
chiuso per due anni dopo che i reclusi avevano dato fuoco a una parte
della struttura, facendo emergere violenze e trattamenti disumani. É
ancora in corso il processo di primo grado per la morte di Moussa Balde.
Nel frattempo, le reti di solidarietà che hanno contattato i detenuti
sostengono che “si sono registrati diversi scioperi della fame, tra cui
uno durato 3 giorni”. Non solo: “nei giorni scorsi una persona é stata
pestata talmente forte dalle guardie da renderne necessario il
trasferimento in ospedale”.
Altri detenuti che sono riusciti ad avere un contatto all’esterno con
operatori e avvocati non hanno fatto cenno a questi episodi e la
prefettura non risponde ai giornalisti.
Cpr di Torino, ancora un pomeriggio di proteste fuori dalla struttura
La situazione oggi pomeriggio è rimasta sempre sotto controllo, senza mai dare segni di tensione
TORINO – Una nuova manifestazione si è tenuta oggi pomeriggio davanti al Cpr
di corso Brunelleschi a Torino. “Indipendenza, hurriya, autonomia”:
sono questi i tre termini ripetuti più volte nel pomeriggio di oggi. A
intonarli, con l’ausilio di megafoni e cori, alcune decine di partecipanti al presidio, decisi a ribadire la loro opposizione alla riapertura della struttura.
Imponente la presenza delle forze dell’ordine, con
polizia e carabinieri sul posto, mentre agenti della polizia municipale
bloccavano l’accesso alle strade circostanti per i veicoli. Tuttavia, la
situazione è rimasta sempre sotto controllo, senza mai dare segni di tensione.
I manifestanti, radunatisi nell’area verde che divide le due
carreggiate di corso Brunelleschi, nei pressi della pista ciclabile,
hanno ripetutamente intonato slogan contro il Cpr e parole di sostegno per le persone attualmente trattenute all’interno. Sul finale della protesta, sono stati lanciati alcuni fuochi d’artificio,
accompagnati da appelli a resistere e dalla promessa di tornare ancora
davanti ai cancelli del Cpr per portare la loro vicinanza. Le
contestazioni si sono poi spostate anche in via Santa Maria Mazzarello,
sull’altro lato della struttura.
Il Cpr di corso Brunelleschi ha riaperto lo scorso 24 marzo, dopo un
periodo di chiusura di due anni per lavori di ammodernamento.
Negli anni Novanta veniva chiamata
“novembrite”, un neologismo tutto interno al mondo della scuola, che
indicava quel periodo in cui si moltiplicavano in tutto il paese, le
proteste e le occupazioni degli istituti. Oggi, dopo anni di riforme e
decreti sempre più restrittivi, si è arrivati alla concessione da parte
dei presidi, della settimana dello studente; un rito stanco che prevede
un paio di giorni in cui la didattica tradizionale viene sostituita da
attività ricreative miste a noiose conferenze.
Non è così in tutta Italia, tantomeno a Bologna, dove gli studenti dello storico liceo classico Minghetti,
promuovendo uno stato di agitazione basato su contenuti chiari, sono
arrivati a occupare la scuola. Lo scorso 18 marzo hanno convocato
un’assemblea nel cortile della sede centrale del liceo e hanno
proclamato l’occupazione della scuola. Forte la volontà di “esprimere il
dissenso al piano per il riarmo europeo, al Ddl sicurezza, alla riforma della scuola Valditara e alle complicità del nostro governo con la pulizia etnica in corso contro il popolo palestinese”.
Dopo alcune “positive interlocuzioni”,
come aveva dichiarato la stessa dirigenza, che spingeranno quest’ultima
ad accettare i quattro giorni di occupazione e la sospensione
dell’attività didattica, gli studenti vengono a sapere leggendo i
giornali, alla fine dell’occupazione, di denunce penali e provvedimenti
disciplinari. Il collegio docenti ha votato infatti quasi all’unanimità
la mozione della
In Piazza 9 martiri, dove ogni 25 aprile a L’Aquila si tiene una "colazione resistente" a microfono aperto, quest’anno abbiamo preso la parola per ricordare che oggi essere antifascista vuol dire essere antisionista, vuol dire sostenere la rivoluzione palestinese e la resistenza di tutti i popoli oppressi. Abbiamo ribadito in più interventi la necessità di lottare per il diritto alla Re-esistenza del popolo palestinese, contro il genocidio e la violenza coloniale sionista, contro il piano di riarmo europeo, contro il DDL ex 1660, contro tutte le misure di chiaro stampo fascista di questo governo.
Ma soprattutto abbiamo dato voce ai partigiani e ai martiri palestinesi.
Abbiamo dato voce ad Anan Yaeesh, partigiano palestinese in Cisgiordania, arrestato e sottoposto, insieme ad Ali e Mansour, ad un ignobile processo-farsa con l’accusa infamante di terrorismo, mentre migliaia di cittadini italiani arruolati nell'esercito di occupazione israeliano sono liberi di fare a pezzi donne e bambini a Gaza.
E abbiamo dato voce a Rafat Radwan, paramedico di Gaza giustiziato il 23 marzo in un agguato dell’esercito israeliano insieme ad altri 14 volontari della mezza luna rossa e della protezione civile palestinese.
Con queste testimonianze abbiamo esortato tutte e tutti ad agire ora per fermare il genocidio in Palestina e la persecuzione dei resistenti palestinesi, portando la propria presenza solidale alle future udienze che ci saranno a L’Aquila e boicottando attivamente le aziende complici del genocidio in Palestina, come il Carrefour, attraverso un corteo funebre, improvvisato, che ha sfilato fino a Piazza Regina Margherita, passando dentro il punto vendita in centro della multinazionale francese (https://abruzzoweb.it/carrefour-laquila-manifestanti-nessun-atto-di-violenza-semplice-flashmob/).
Come Slai cobas per il sindacato di classe vogliamo invece arrivare al cuore e al cervello di lavoratori e lavoratrici, non solo del Carrefour, rivendicando a pieno l’azione compiuta come una delle tante forme di lotta, e dal nostro punto di vista il minimo sindacale, che sempre più lavoratori e lavoratrici dovrebbero mettere in campo per riprendersi i propri diritti negati, perché ciò che unisce i lavoratori e i proletari di tutto il mondo è la classe e non il padrone.
Chi oggi, dalla destra alla falsa sinistra, ci accusa di vile azione squadristica nei confronti dei lavoratori del Carrefour, dando per buone e scontate le dichiarazioni di un imprenditore, non sta dalla parte dei lavoratori ma della classe dei padroni.
Ancora un elemento per comprendere il perchè dell'azione internazionalista che svolgiamo dalla Stellantis per l'unità proletaria anticapitalista e antimperialista.
Verso una iniziativa negli stabilimenti Stellantis in Italia e in India
proletari comunisti
Stellantis punta a India per veicoli elettrici sviluppati da partner cinese
(Reuters) - Stellantis (BIT:STLAM)
ha in programma di vendere in India veicoli elettrici di marca cinese
sviluppati dal partner Leapmotor già entro la fine dell’anno.
Lo ha detto Tianshu Xin, responsabile delle operazioni di Stellantis in Cina e Ceo della joint venture Leapmotor International. "Considerata la portata del mercato automobilistico, anche l’India ha sicuramente un grande potenziale", ha affermato.
"Stiamo accelerando l’ingresso nel mercato indiano", ha detto Xin a Reuters a margine del salone dell’auto di Shanghai. Xin
non ha specificato quale modello Stellantis avrebbe intenzione di
vendere in India tramite Leapmotor, né se i veicoli sarebbero esportati
dalla Cina o assemblati in loco.
La joint venture controllata da
Stellantis ha in programma di utilizzare gli stabilimenti Stellantis in