Martedì scorso a Taranto i legali dell’azienda (Severino compresa) hanno visto i pm: niente ammissioni di colpa, la società è vittima. La Procura: proposta irricevibile. Se si va a processo, gli avvocati hanno già spiegato a Gnudi che gli converrà chiedere l’applicazione dei nuovi “ecoreati”
(dal Fatto Quotidiano di Francesco Casula e Marco Palombi)
"...nell'istanza di patteggiamento presentata solo come bozza dai commissari dell'Ilva ci sarebbe stato un punto irricevibile per gli inquirenti... il pool di legali infatti - oltre a una multa di tre milioni e all’ipotesi di interdizione per qualche mese - avrebbe addirittura chiesto di confiscare non i beni dell’Ilva, ma quelli di Riva Fire, la holding che controllava Ilva e nelle cui casse sono transitati i soldi che la famiglia Riva guadagnava con lo stabilimento siderurgico... Riva Fire che è sempre stata la cassaforte della famiglia. Fire, infatti, è semplicemente l’acronimo di Finanziaria Industriale Riva Emilio...
...Nella richiesta di sequestro da 8,1 miliardi di euro (concessa dal Gip, confermata dal Riesame e poi annullata dalla Cassazione) i pm di Taranto avevano sottolineato come il legame tra le due società fosse “di fondamentale importanza”, tale che “la ‘capogruppo’ possa essere chiamata a rispondere” per i reati commessi dai vertici di Ilva Spa. Le cariche ai vertici di entrambe le società, d’altronde, erano ricoperte solo da membri della famiglia Riva: “Gli interessi finanziari di Ilva Spa sono strettamente connessi a quelli della controllante Riva Fire Spa... Insomma Ilva spa non ha ammodernato la fabbrica e non l’ha resa sicura - rendendola “causa di malattia e morte” per i tarantini, come dice il Tribunale - arricchendo invece la cassaforte di famiglia. Un risparmio di oltre 8 miliardi sulla pelle di operai e cittadini.
Ora, però, i legali del commissario Gnudi raccontano che no, Ilva era vittima dei Riva, col disastro non ha a che fare. Forse andrebbe pure risarcita, chissà...
Tradotto: per la difesa, Ilva è stata danneggiata da Riva Fire ed è quindi da considerare vittima e non colpevole. Un punto sul quale, evidentemente, i magistrati non possono cedere...
Se venisse accolto il patteggiamento, creerebbe una sorta di paradosso: un maxiprocesso all’Ilva, ma senza l’Ilva..."
Ma ci sarebbe ora un cambio di strategia. "...giovedì scorso tra il ministro Federica Guidi, Paola Severino e i commissari Gnudi e Corrado Carrubba, si sarebbe deciso di rinunciare alla proposta di patteggiamento e di puntare - nel caso si dovesse andare al processo vero e proprio - sull’effetto che la nuova legge sugli ecoreati, ritenuta più “favorevole” agli imputati..."
LA LEGGE SUGLI ECOREATI A MISURA PER L'ILVA
Questa legge, infatti, così come è fatta può costituire una grossa carta a favore dei Riva nel processo "Ambiente svenduto".
La legge sugli ecoreati punisce il disastro ambientale solo se realizzato "abusivamente". In tal modo, come scrive Peacelink di Taranto "chi commettesse crimini ambientali potrà difendersi sostenendo che è vero che ha leso delle persone e che ne ha anche provocato la morte o che ne ha messo in pericolo la vita, ma che tutto ciò è stato fatto 'legittimamente', senza violare le leggi esistenti e senza venir meno all'autorizzazione ottenuta. Questa norma sembra dire che con la giusta autorizzazione l'inquinatore può ferire, uccidere o mettere in pericolo la vita di moltissime persone".
E questo è quanto è di fatto accaduto all'Ilva. I legali dei Riva, come già stanno facendo e come ora faranno ancora di più, sosterranno che l'Ilva non ha fatto alcun crimine perchè vi era tanto di autorizzazione dell'Aia, perchè vi erano i controlli della regione, dell'Arpa. E ora questa legge giunge a proposito.
Ma proprio questo processo dimostra che le "autorizzazioni" del governo o degli Enti non sono affatto una garanzia di non inquinamento, di rispetto per la salute e la vita dei lavoratori e della popolazione, perchè le leggi e le autorizzazioni vengono fatte da uno Stato che è dalla parte dei padroni.
GLI ABITANTI DEI TAMBURI DEVONO PURE DIRE "GRAZIE" ALL'ILVA
Secondo i legali di Gnudi, Laghi e Carruba, l'Ilva non solo non avrebbe danneggiato i Tamburi, ma avrebbe anche portato benessere...
Lo hanno affermato nel ricorso contro la sentenza con la quale l'Ilva è stata condannata a risarcire alcuni degli abitanti dei Tamburi, sostenendo che grazie all'Aia del 2011 - quella del governo Berlusconi fatta su dettatura dei Riva e che è tra gli elementi fondamentali del processo "Ambiente svenduto" - si sono adottate le migliori tecniche contro l'inquinamento.
E questi squallidi ominicchi di avvocati, che prendono mega parcelle, non si prendono la briga neanche di andarsi a leggere la storia dei Tamburi, di andare a farsi un giro nel quartiere, arrivando a sostenere che il rione Tamburi sia stato costruito nelle attuali dimensioni dopo l'Ilva e "proprio perchè c'era l'Ilva a fare da calamita".
E questi "azzeccagarbugli" insistono: "Il rione tamburi si è di fatto sviluppato proprio per la sua vicinanza ad Ilva - viene scritto nell'appello - come sempre capita negli insediamenti industriali che inducono uno sviluppo edilizio nelle immediate prossimità dello stabilimento... e questo sviluppo deriva di regola, come accaduto in questo caso, da piani di edilizia popolare", quindi "...gli abitanti dei Tamburi si dolgono dell'esistenza di Ilva e chiedono infondati danni, omettendo di considerare che proprio Ilva che ha costituito la ragione d'essere dello sviluppo del quartiere".
L'ignoranza e il servilismo raggiunge veramente livelli tanto abissali, che non vale neanche la pena di controbattere; e questi luridi personaggi dovrebbero solo stare, invece che in lussuosi studi di avvocato, in nere galere.
A parte pochissimi quartieri, Tamburi è tra i quartieri più antichi di Taranto e quello che ha mantenuto praticamente intatta la sua struttura ed estensione.
Ma anche prendendo per un attimo per buona la motivazione di questi avvocaticchi e dei commissari (che le volte che saranno venuti a Taranto non vanno oltre le dita di una mano), secondo cui gli insediamenti industriali inducono ad uno sviluppo edilizio (questo per esempio è valso per il Quartiere Paolo VI - ex quartieri Italsider), si dice di fatto che questo deve mettere "normalmente" in conto che gli abitanti debbano ammalarsi e morire.
Dichiarando senza veli qual'è la logica del sistema capitalista: il profitto dei padroni - difeso da questo Stato e da tutti i governi di qualsiasi colore, ultimo Renzi - val bene la vita dei lavoratori come delle popolazioni.
ANCHE PER QUESTO IL PROCESSO ILVA E' UN PROCESSO POLITICO, CONTRO CUI VA FATTA ANCHE UNA BATTAGLIA POLITICA.
Sarebbe giusto e necessario che gli abitanti dei Tamburi, i lavoratori, facessero ingoiare agli avvocati dei padroni assassini queste parole, impedendo con la loro presenza, dentro e fuori il tribunale, con la lotta che il processo diventi sempre più un'arena, una vetrina del capitale e dei suoi servi, invece che un terreno della guerra di classe tra operai, masse popolari e Riva, istituzioni, governo, politici, ecc. ecc.
Ma, purtroppo, qui ci sono a Taranto i vari "liberi e pensanti" che sono andati due anni fa a promettere fuoco e fiamme ai Tamburi e che ora si accontentano di farne al massimo una volta all'anno un intermezzo tra una canzone e l'altra dal palco del 1° Maggio, ben lontano dal quartiere Tamburi; mentre vanno a chiedere incontri in piena campagna elettorale indifferentemente ai demagoghi Pd, Emiliano, come alla fascista Meloni...
Oggi ci arriva una chiamata. è Salvatore, un compagno del Comitato Resistenza Operaia dell'Irisbus, storica fabbrica di autobus di Grotta Minarda. Salvatore sta
un po' incazzato un po' incredulo: gli hanno fatto una multa e gli
hanno dato il foglio di via dal comune di Lioni. Per un anno non potrà
più mettere piede nel comune dell'avellinese. Ma perché? Il pretesto è
stato un volantinaggio in occasione dell'ormai imminente scadenza
elettorale delle regionali... Ma la vera "colpa" di Salvatore crediamo
vada ricercata facendo un passo indietro.
Salvatore viene considerato "socialmente pericoloso", perché è uno che
lotta. Un operaio che, a dispetto dell'età (55 anni), che poteva
portarlo a più miti consigli, a fare calcoli utilitaristici in vista
della pensione, ha invece deciso di lottare contro la chiusura
dell'Irisbus decisa dalla FIAT e di fatto avallata dai governi che si
sono succeduti nel nostro paese.
Salvatore lo conosciamo ormai da
anni, con lui siamo andati in giro, abbiamo condiviso picchetti e
bicchieri di vino, viaggi in macchina inerpicandoci sulle colline
campane e cortei in giro per il paese. Salvatore è uno di quei compagni
che ti fanno porre delle domande, perché ti chiedi come faccia una
persona con un'intera vita di lavoro sulle spalle ad avere ancora tutta
quell'energia, che l'ha portato a fare un megafonaggio sotto sotto la
neve al Duomo di Milano, a partecipare ad incontri con gli operai di
Mantova, Firenze, ecc., a prender parte ad un congresso internazionale
in Francia, con tanto di corteo interno alla Citroen... E' uno di quei
compagni che ti trasmette immediatamente fiducia, col suo cappellino
onnipresente e quello striscione del Comitato "Resistenza Operaia" sotto
al braccio, sempre pronto per essere srotolato.
Salvatore è un
esempio per tutte e tutti noi. E per questo, per "loro", è "socialmente
pericoloso". Va messo al bando, va tenuto lontano. Per questo il foglio
di via. E per questo noi, invece, lo stringiamo ancora di più a noi.
Mentre a "loro", che sanno usare solo le armi stupide della repressione,
rivolgiamo un beffardo sorriso, consapevoli che non saranno una multa
ed un foglio di via a spegnere in Salvatore e in tutti noi la voglia e
l'impegno a trasformare la realtà di merda che abbiamo di fronte tutti i
giorni...
SIAMO TUTTI SALVATORE! NON MOLLEREMO!
Alle prime ore di stamattina la polizia turca ha fatto irruzione nelle case di parecchi militanti della DHF (Federazione per i Diritti Democartici) organizzazione legale di ispirazione maoista accusata di essere legata al clandestino MKP.
Dalle scarne notizie disponibili al momento i compagni arrestati sono oltre 20, per fatti connnessi alle manifestazioni dello scorso 1° maggio.
Questa una prima lista dei nomi degli arrestati:
Helin Felekoğlu, Çağlar Fakir, Sinan Candan, Erdem Taş, Erdal
Sönmez,Özge Tanır, Cihan Soyaktaş, Sinan Yaşar, Veysel Yıldız, Selin
Aktaş, Çağla Göçebe, Halil İbrahim Şeker, Kadir Çelik.
Pubblicheremo altri dettagli appena disponibili.
Preparaiamoci da subito a mobilitarci in solidarietà!
Police Terror and arrests against revolutionaries of DHF in Istanbul and
Kocaeli (Turkey)
Today, 27.05.2015, 18 activists of DHF
(Federation of democratic rights)
get arrested by an police and anti-terror
raid in Istanbul and Kocaeli.
The arrested people are accused to be member
of the Maoist Communist
Party (MKP) and to participate on 1. May and Berkin
Elvan
demonstrations.
800 Police and Anti-Terror members take part
during this raid against
revolutionaries. There were at least 18 arestments
in 10 districts of
Istanbul and Kocaeli. These are: Çağlar Fakir, Sinan
Candan, Erdem Taş,
Erdal Sönmez,Özge Tanır, Cihan Soyaktaş, Veysel Yıldız,
Çağla Göçebe,
Halil İbrahim Şeker, Kadir Çelik, Sinem Yaşar, Özgür Han
Memiş, İsa
Yalçın, Fırat Önal, Eren Sayilgan, Akın Odabaş and Taylan
Erdogan
(Kocaeli).
Except the arestments of the DHF, DGH and DKH
activists the police also
confiscate the laptop of the DHF – HDP candidate
for the elections Erdal
Atas.
According to information of the police
there could more raids against
the DHF especially against Senol Akdag,
Helin Felekoglu and Soner
Gündüz. The Police investigates also against Ali
Yildiz and Ceylan
Cagir. But the two of them could not be found by the
police.
Barricades were build during the raids against the activists to
stop the
police. After short clashes the police managed to destroy the
barricades.
Today there will be demonstrations in Istanbul and other
cities against
these police terror.
Non è
molto difficile quest'anno alle elezioni regionali invitare proletari
e masse popolari al boicottaggio elettorale, attraverso le diverse
forme con cui esso si esprime (astensionismo, voto nullo, scheda
bianca), dato il carattere di queste elezioni e dati i candidati che
in esse ci sono.
Tutti
coloro che vanno a votare o che seguono le elezioni non dovrebbero
avere nulla da dire se affermiamo che sul piano strettamente politico
amministrativo relativo alle Regioni in cui si vota, queste elezioni
sono sostanzialmente insignificanti.
Tutti
i candidati effettivi alle future presidenze sono o gli stessi delle
precedenti o sicuramente peggiori delle precedenti, quindi non
possono che garantire o lo status quo o amministrazioni sicuramente
più corrotte, più equivoche, più incapaci di amministrare negli
interessi delle popolazioni.
In
Liguria una grottesco servetto di Berlusconi, Toti, rappresenta Forza
Italia e Lega messi insieme; un candidato che non conosce neanche la
geografia della Regione in cui si presenta e che già per questo ha
creato ironie per le sue gaffes.
Il Pd
di Renzi presenta una signora eletta alle primarie anche con l'aiuto
dei fascisti tanto che ha generato, caduto l'altro candidato
Cofferati, un candidato alternativo, Pastorino, un egregio signore
della sinistra tradizionale che naturalmente è parte solo teatrino
della finta democrazia.
I
grillini nella città di Grillo non hanno mai dato grande prova di sé
in nessun campo.
Insomma
un panorama desolante.
Nelle
Marche l'assurdo è che il candidato più accreditato è un certo
Spacca, che prima era il Presidente per il PD e ora si presenta alla
Regione come Presidente per la coalizione avversa.
Che
dire in Puglia, dove al “virtuoso” in poetica decadenza, Vendola,
si appresta probabilmente a succedere un demagogo trasformista, ex
magistrato, Emiliano, che elogia tutti, da Salvini ai 'Comunisti
italiani', per insediarsi al potere per conto del Pd di Renzi.
Ad
esso si oppongono due politicanti di lungo corso del territorio
pugliese, Fitto e Poli Bortone espressione del disfacimento del
blocco berlusconiano.
In
Campania, al continuismo del camorrismo dal “volto umano”,
Caldoro, si oppone il trasformismo dal volto disumano del candidato
De Luca, che è riuscito a tirar dentro la sua coalizione più
fascisti e collusi della camorra dell'avversario.
In
Veneto, impazza il leghismo che cambia pelle per divenire aperto
fascio-leghismo alla Salvini intorno a Zaia; mentre il Pd presenta in
queste zone un'altra renziana di successo, Moretti cdel genere delle
Serracchiani, Boschi, ecc.
Le
Regioni non sono quasi mai state esempi di buone candidature e di
buone amministrazioni, anche dal punto di vista della degenerata
democrazia borghese.
Esse
sono un gigantesco spreco di denaro pubblico e di malaffare,
inventato dalla democrazia borghese e sancito da inchieste
giudiziarie che hanno praticamente inquisito tutti: dall'ignobile ras
dell'arrogante malaffare, Formigoni, all'ultimo consigliere regionale
che usava i fondi della Regione per comprarsi perfino i preservativi.
Eppure
queste elezioni stanno lì a dimostrarci che in democrazia borghese
al peggio non c'è mai fine.
La
natura dei candidati può essere così proprio perchè nulla di
sostanziale per gli interessi della classe dominante è in
discussione.
Più
interessante sarebbe invece la critica a muso duro da fare nelle file
della parte organizzata delle masse su come si possa pensare di
sostenere e votare in elezioni come queste, e come sia degradante che
forze e settori di sinistra possano ad esse presentarsi e indicare il
voto, scambiando queste fiere per politica.
Sul voto regionale,
quindi, un sano boicottaggio.
2
Ciò
non vuol dire però che queste elezioni sul piano politico generale
non contino davvero nulla. Sarebbe miope non guardare al contesto
generale in cui si muovono.
Partiamo
dal buono.
Nel
contesto di questa battaglia elettorale si è sviluppato un forte
movimento di proteste, dovunque è arrivato, contro il fascio
leghista razzista in carriera, Salvini.
Al di
là della partecipazione, in certi casi molto estesa in altri meno,
queste iniziative hanno rappresentato e rappresentano una trincea
molto importante della mobilitazione politica nel nostro paese, in
fasi in cui dell'immigrazione viene fatta un uso dispiegato per
cercare voti e per dare consenso alla politica imperialista che sta
producendo il mare di morti nel mediterraneo.
Certo
le manifestazioni sono tuttora una debole alternativa rispetto
all'odiosa funzione che svolgono le televisioni e i talk-show
televisivi che hanno permesso una sfrenata campagna elettorale per
Salvini, facendone l'ospite d'onore quotidiano.
Il
secondo elemento positivo è che queste elezioni possono comunque
essere una battuta d'arresto nella autopropaganda di Renzi che si
fonda sul fatto che egli avrebbe il 41 e oltre per cento del consenso
elettorale alla sua ascesa e alla sua politica di questi mesi. Si
tratta di una menzogna ben venduta. Renzi non è stato eletto se non
in un tempo lontano a sindaco di Firenze, il suo partito ha preso
alle elezioni europee, con un meccanismo elettorale molto diverso, un
20% di voti dell'elettorato e comunque le sue leggi sono venute solo
dopo la conquista con una congiura di Palazzo prima del Pd, poi del
governo - sulla base dell'imposizione pilotata di Confindustria,
banche e poteri forti e con l'alleanza con Berlusconi.
Le
sue leggi quindi non sono state mai sottoposte in maniera
programmatica al voto elettorale.
Queste
elezioni dimostreranno che il consenso di Renzi è assai al di sotto
di quello che pensa di avere. E questo dato politico può accentuare
le contraddizioni in seno alla classe dominante, ai partiti e al
sistema parlamentare che lo sostiene.
Bisogna
vedere anche l'altro lato della natura politica di queste elezioni.
E'
possibile che le liste di estrema destra esplicite, Salvini, o
mascherate, comprese i restanti grillini, possano comunque veder
crescere complessivamente il loro consenso e legittimarsi,
conquistare posti di potere nelle istituzioni, negli apparati dello
Stato- compreso polizia carabinieri, forze armate servizi segreti e
allargare la loro struttura militante di base (che poi significa,
intensificazione di azioni e campagne fasciste, razziste assassine,
progrom antimmigrati, ecc.).
Avremo
7 Regioni ancora più allineate con il governo Renzi e il suo
“partito per la nazione” che scaricheranno la crisi economica e
il saccheggio dei fondi statali sulle condizioni di vita e di lavoro
delle masse e su quelle voci della spesa sociale di competenza
regionale, sanità, politiche del lavoro, territori, ambiente, ecc.
Quindi un risultato
elettorale che sarà comunque negativo.
Bisogna
rafforzare tutto il movimento di opposizione nel perseguire l'unica
strada alternativa, quella della lotta proletaria,
dell'organizzazione e dello sviluppo della lotta sociale, la
costruzione degli strumenti necessari agli operai, ai precari, ai
disoccupati, alle masse popolari, per una politica alternativa che
deve essere una politica rivoluzionaria per rovesciare lo stato di
cose presenti.
NEL SEMINARIO SUL XX ANNIVERSARIO DEL MFPR, CHE SI TIENE A PALERMO IL 6 GIUGNO, SARANNO DECISE INIZIATIVE A SOSTEGNO DELLE PRIGIONIERE POLITICHE ANCORA IN CARCERE E SOTTOPOSTE AL 41bis
Murali Kannambally e Ismail Hamja CP, in custodia fino al 9
giugno
PUNE: Lunedì una sessione speciale tribunale ha prolungato il
fermo di polizia per il dirigente del PCI (maoista) Murali Kannambally e del suo
compagno, Ismail Hamja CP, fino al 9 giugno, accogliendo la richiesta della
Anti-Terrorism Squad (ATS), che si è riservata la facoltà di chiedere di
proseguire ulteriormente la custodia per interrogarli in seguito di nuove
informazioni emerse dall’inchiesta a loro carico. Murali (61) e il suo compagno
sono stati arrestati dalla ATS a Talegaon Dabhade, presso a Pune, l'8 maggio e
sono accusati di diversi reati, tra cui falsificazione e uso di documenti falsi
e sostituzione di persona e dei reati ai sensi dell’UA(P)A, attività
anti-nazionali e promozione di attività e diffusione dell’organizzazione del
bandito PCI (maoista).
Dopo l’arresto e prima di quest’ultima proroga, l'ATS aveva
già ottenuto proroghe della loro custodia prima fino al 15 maggio, poi fino al
21 maggio e ancora fino al 25 maggio, in totale 16 giorni. Nell'udienza la ATS
aveva informato il giudice di voler arrestare un sospetto chiave a Thane, che ha
fornito ai due denaro e supporto logistico e di aver anche effettuato il test
del DNA di Murali a causa delle numerose identità false da lui fornite fino al
suo arresto. Un funzionario ATS ha detto: "Abbiamo informato il giudice sugli
ulteriori progressi della nostra indagine ma abbiamo anche richiesto la proroga
della custodia per i due imputati, perché possiamo aver bisogno di interrogarli
in custodia in un successivo momento, quando saranno stati effettuati altri
arresti".
L'avvocato di Murali, Rahul Deshmukh, ha detto: "Il rapporto
della ATS di lunedì non ha prodotto alcuna rivelazione significativa, salvo che
sono sulle tracce di un sospetto chiave a Thane. La ATS ha prelevato un campione
di sangue di Murali e ha convocato il fratello per confrontare la corrispondenza
del DNA. Una volta che avremo copie autenticate di tutti i documenti rilevanti,
potremo presentare istanza di libertà su cauzione".
Roopesh e Shyna trasferiti a Perumbavoor
PERUMBAVOOR: il leader maoista Roopesh e sua moglie Shyna,
accusati di aver fornito un nascondiglio al membro del comitato centrale maoista
Mallaraja Reddy e al capo della cellula femminile del gruppo People’s War Beecha
Jaganna (Suguna), sono stati portati segretamente a Perumbavoor per un incidente
probatorio. Il confronto, durato 20 minuti, ha avuto luogo in una casa di
proprietà Kanjirakkad Amampilli Murali, che Roopesh aveva preso in affitto sotto
falso nome.
Secondo la stampa indiana , Anil Kumar, funzionario della divisione sicurezza interna, ha
detto che Roopesh ha ammesso di aver preso la casa affitto per organizzare un
nascondiglio per Mallaraja e che questi ha abitato con loro. Il proprietario
della casa ha riconosciuto Roopesh e Shyna.
Nell’affittare la casa, Roopesh aveva detto di venire da
Engandiyur Sumesh e che sua moglie era un’insegnante. Dato che i fatti risalgono
all’agosto-dicembre 2007, non c’era alcuna prova materiale di raccogliere sul
posto. Da tempo un'altra famiglia ha affittato in quella casa. C'è già stato un
altro procedimento a carico di Roopesh e Shyna durante il quale dalla casa dove
Mallaraja Reddy aveva soggiornato erano stati sequestrati computer e
pubblicazioni maoiste. Il confronto si è tenuto in segreto per evitare che
qualche simpatizzante della loro causa li raggiungesse a Perumbavoor, dove ci
sono molti lavoratori provenienti da altri stati. In diverse precedenti
occasioni dei gruppi si erano riuniti per sostenerli gridando slogan al loro
passaggio. Durante il trasferimento al tribunale avevano anche avuto occasione
di parlare coi giornalisti. L’incidente probatorio è stato supervisionato dai
DYSP A. Shanavas e KV Vijayan.
Genova - In occasione del ritorno nel capoluogo ligure di Matteo Salvini, leader
della Lega Nord, antagonisti e centri sociali hanno indetto un corteo che
partire dalle 12.30 si è mosso dalla zona di San Lorenzo: «Nessuno spazio a
Salvini - hanno scritto in un volantino - che tenterà di tenere un comizio in
piazza De Ferrari continuando una campagna elettorale che vorrebbe mostrare
la Lega e il suo progetto di apertura ai fascisti come unica opposizione al Pd e
a Renzi».
Al corteo hanno partecipato circa 200 persone, che hanno anche bloccato
brevemente il traffico all’altezza di via delle Fontane.
Renzi a Spezia per Paita.
Non sono
mancate però le contestazioni: al grido di «scuola
pubblica, scuola pubblica», precari della scuola hanno contestato il premier non appena il
premier ha citato, tra gli impegni del governo, quello per la scuola, i precari
hanno iniziato a urlare e fischiare
"Dobbiamo fare l'ultimo sprint ce la possiamo fare", ha detto invece
Raffaella Paita dal palco aprendo l'appuntamento. "Parliamo dei
problemi veri della Liguria e cerchiamo di far capire la bontà del nostro
progetto. Vi prego di convincere ogni indeciso e chi pensa al voto di protesta",
ha aggiunto. "Non possiamo la Liguria mettere
nelle mani di Berlusconi", ha poi affermato il ministro Andrea
Orlando, originario della città è a La Spezia per una visita ai
cantieri Baglietto, che producono yacht plananti in alluminio fino a 65 metri.
Insieme a Renzi c'erano anche il presidente della Regione Claudio
Burlando, il sindaco di Spezia Massimo Federici
e Beniamino Gavio, presidente dei cantieri Baglietto,
dopo l'acquisizione da parte del gruppo Gavio. «Da qualche giorno stanno dicendo che la Liguria è il
laboratorio della politica nazionale, è una sfida nazionale - ha aggiunto Renzi
- Noi non discutiamo dei laboratori di politica nazionale ma del governo della
regione: è l'ora di farla finita di trasformare le elezioni in uno scontro per i
giochi politici romani».
Processo Michelin, "nostro dovere fare chiarezza sulle cause
dei tumori"
Il pubblico ministero al processo per lesioni e
omicidio colposo contro cinque dirigenti e direttori dello stabilimento Michelin
di Spinetta chiede un supplemento di indagini per accertare la presenza di
amianto e per appurare l'utilizzo di una sostanza, la ortotolidina, nelle
lavorazioni: “potrebbe essere stata una concausa delle malattie
professionali”
ALESSANDRIA – C'era amianto nello stabilimento
Michelin di Spinetta Marengo. Il pubblico ministero Marcella
Bosco, nell'udienza in cui avrebbe dovuto iniziare la sua requisitoria
finale, chiede di aprire nuove indagini per accertare
le cause di morte e malattie degli operai che sono parte lesa o parte
civile al processo per omicidio colposo e lesioni personali contro cinque
imputati, ex dirigenti della società o direttori dello
stabilimento.
L'amianto, ha detto, sarebbe stato utilizzato anche come
isolante per le presse. Un nuovo elemento che, però, il giudice non ha
voluto introdurre in un dibattimento che sta già volgendo verso il
termine e che presenta già i suoi “problemi”.
Per alcune delle posizioni,
infatti, è intervenuta la prescrizione, per altre sta per
arrivare. “Se per le malattie c'è la prescrizione, per le morti no”, ha detto il
pubblico ministero.
E' stata invece accettata la possibilità di
ascoltare tre nuovi testimoni. Nell'ambito di indagini effettuate su
altri stabilimenti che lavorano gomma in Piemonte, è infatti emerso come venisse
usata una sostanza, la ortotolidina, considerata cancerogena.
La sostanza non era stata presa in considerazione nella perizia effettuata dagli
esperti chiamati dall'accusa ad esprimere una valutazione. Ne escluderebbe
l'uso, invece, il perito della difesa. Se il fumo di sigaretta è da considerarsi
una concausa all'insorgenza delle malattie tumorali, perchè non potrebbe esserlo
anche l'ortotolidina? Il pubblico ministero chiamerà quindi sul banco dei
testimoni tre tecnici di Arpa Piemonte che, in una loro
relazione, avrebbero dichiarato di aver trovato tale sostanza. Nuovi elementi
che fanno quindi “ripartire” la fase dibattimentale e che potrebbero ribaltare
l'esito delprocesso.
“E' nostro dovere – ha detto il pubblico
ministro in aula – fare chiarezza. Occorre superare questa ambiguità.
E' ben vero che l'ammina considerata cancerogena non venne più utilizzata a
partire dal 1984 ma se fu sostituita con altre sostanze la cui combustione
potrebbe essere dannosa, o essere stata dannosa, è nostro dovere capirlo”.
La
prossima udienza è stata fissata per lunedì 8 giugno.
Polo chimico, per la difesa “nessun diritto ai risarcimenti”
Continuano le arringhe finali dei difensori. Per
l'avvocato Ponzanelli, difensore responsabile civile Solvay, “nessun
risarcimento può essere concesso” in quanto “inammissibile e infondato,
contrario alla normativa europea e italiana. Presupporrebbe un danno ambientale
che non è stato provato”. L'8 giugno si concluderanno le repliche. A settembre
annunciata la sentenza
ALESSANDRIA - Ultime battute al processo contro
otto dirigenti delle aziende che si sono succedute alla guida del polo chimico
di Spinetta Marengo, Ausimont / Montedison / Solvay.
Ieri, davanti
alla Corte d'Assise del tribunale di Alessandria hanno
concluso le arringe finali gli avvocati difensori Giulio Ponzanelli per
il responsabile civile Solvay e gli avvocati di due uomini Ausimont, Giulio
Tommasi e Carlo Cogliati.
"Nessun reato dimotrato", ovviamente, secondo
le difese. Se non c'è reato, non ci deve essere neppure nessun
risarcimento. Cento milioni di euro è quanto l'avvocatura di Stato ha
chiesto per riparare il danno ambientale causato dall'inquinamento delle acque
da parte delle aziende. Una richiesta senza precedenti, afferma l'avvocato
I lavoratori/trici non consentiranno
compromessi sui presidi padroni e sull’assunzione stabile dei precari e
decideranno, in base alle risposte del governo, se proseguire la lotta anche
oltre i due giorni di blocco-scrutini già indetti
Oltre al
ruolo nelle lotte di questi mesi, anche le elezioni del CSPI confermano la
rappresentatività dei COBAS nella scuola.
Prendiamo atto, assai sgradevolmente, che la ministra Giannini ha deciso di
convocare per oggi, al fine di discutere sul conflitto in atto riguardo al Ddl
“cattiva scuola”, i Cinque sindacati (Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda), che
detengono il monopolio della contrattazione e della rappresentanza, e non i
COBAS. E’ una decisione arrogante, rancorosa, illusoria e
antidemocratica. Perché:
Dopo l'uccisione a Valparaiso di due giovani studenti, Exequiel Borvarán e Diego Guzman, il F.E.R. prende una posizione netta e chiara sulla questione. Come sempre accade in questi casi di violenza non si può e non si deve parlare di mele marce all'interno delle "forze dell'ordine".
L'uccisione dei due giovani studenti è infatti il frutto di una lunga campagna di repressione che da Pinochet, passando per la Bachelet, e tutti i partiti reazionari, continua fino ad oggi e non fa altro che opprimere le masse e perpetuare l'oppressione di una classe sull'altra.
Tutti i politici del parlamento borghese cileno (compreso i componenti dei finti partiti comunisti) non fanno altro che abbaiare e ringhiare tra di loro, cercando da un lato di spartirsi le briciole che le politiche imperialiste, in questo caso statunitensi, lasciano loro; e dall'altro si esprimono all'unisono condannando la violenza delle masse che non chiedono altro che diritti, lavoro, dignità e futuro.
Sono anni che ancora le masse cilene si leccano le ferite lasciate dal colonnello Pinochet e dai suoi sgherri fascisti; ferite che non possono guarire di certo con il pacifismo elettorale ed il corporativismo portato avanti dai governi "demo-liberali" all'interno della campagna di transizione del Cile verso una "piena democrazia".
Tuttavia i fantasmi del fascismo di Pinochet, in chiave moderna, riecheggiano nella mente dei cileni e vengono incarnati appieno dalla polizia in camicia nera.
Il F.E.R dice apertamente che è compito delle masse rivoluzionarie smascherare le falsità del governo Bachelet e di tutti i partiti reazionari.
Le masse cilene potranno realmente opporsi alle politiche di oppressione della sua borghesia abbracciando l'ideologia marxista-leninista-maoista che quotidianamente dimostra tutta la sua forza nella lotta di classe mondiale.
Di seguito riportiamo il comunicato ufficiale del F.E.R in lingua originale:
Como Frente Estudiantil Revolucionario repudiamos lo ocurrido en Valparaíso donde un reaccionario atentó contra las masas disparándoles al ser increpado junto a su padre por querer agredir y entregar a la policía a unos jóvenes manifestantes que se encontraban rayando paredes, asesinando en el hecho a los estudiantes Exequiel Borvarán y Diego Guzmán. Afirmamos que lo ocurrido es resultado de una larga campaña contra la lucha reivindicativa violenta de nuestro pueblo, campañas que han sido organizadas por el Viejo Estado, sus gobiernos de turno y toda la reacción para defender los intereses de las clases explotadoras e intentar evitar que la violencia revolucionaria sea organizada en función de la liberación de las masas populares. Su objetivo ha sido aplicar la política fascista de oponer masas contra masas, tratando de organizar a una parte para que se oponga al necesario uso de la violencia para conquistar nuestras demandas. Por lo mismo, así como repudiamos este asesinato, repudiamos también el cinismo de aquellos que se montan de manera grotesca y oportunista sobre este hecho para limpiar su imagen, lavándose las manos de su propia responsabilidad como lo están haciendo todos los partidos burgueses de la concertación, dentro de ellos el falso partido comunista y las JJCC al ser uno de los jóvenes pertenecientes a ellos, siendo oportunista incluso con su misma gente.
¿Acaso no han sido estos partidos burgueses los que han difundido al interior del movimiento popular la necesidad de oponerse y enfrentar la lucha reivindicativa violenta de nuestro pueblo? Dentro del movimiento estudiantil han sido los mismos dirigentes vendidos los que han colaborado e introducido esa política, acordonando las marchas, llamando a los estudiantes y a la población a "enfrentarse" contra los encapuchados, a entregarlos a la policía, a golpearlos, tal como lo hicieron los revisionistas de Camila Vallejo y Camilo Ballesteros, oportunistas como Jackson y Boric junto a la CONFECH y tantos otros en el 2011 y en la actualidad, condenado la protesta abiertamente para aislar la lucha popular apoyándose en el parlamento burgués, en los reaccionarios medios de comunicación y en la misma policía. El asesinato de estos jóvenes es fruto de la campaña realizada durante todos estos años, ¡Y ellos se lavan las manos manoseando la lucha de nuestro pueblo, como los Teillier, Carmona y tantos otros revisionistas que venden a las masas a cambio de puestos en el parlamento! Ahora aprovechándose del hecho hablan de que la JJCC son los grandes luchadores por la gratuidad, cuando fueron los grandes traidores el 2011, hablan de "luchar por el socialismo, por el comunismo, por la clase obrera" pero aprovechan de realizar campañas a favor de las reformas antipopulares del gobierno, discursillos grandilocuentes pero falsos para traficar con la sangre derramada tal como lo hicieron con las masas asesinadas por el gobierno militar pavimentado por su pacifismo electoral para después acomodarse en su "transición" y mantener los rasgos fascistas aplicados por Pinochet bajo los gobiernos demoliberales de la concertación mientras nuestro pueblo es estrujado y oprimido mediante la dictadura que ejercen grandes burgueses y terratenientes. Hoy ellos sirven al plan imperialista yanqui aplicado por Bachelet para seguir oprimiendo a las masas populares, aplicando corporativismo para intentar conciliar a la fuerza los intereses del pueblo con los explotadores, renegando de los principios marxistas con su práctica anticomunista que busca enlodar la ideología del proletariado para intentar alejar a las masas de su liberación.
Es tarea de los revolucionarios y masas democráticas arrancarles las caretas, desenmascarar como el gobierno de Bachelet y toda la reacción de la que ellos son parte está aplicando con fuerza esta política fascista en el campo y en la ciudad para hacer ver que los que ellos denominan "violentistas" deben ser atacados y aniquilados, pero la realidad es que han sido las amplias masas las que utilizan la violencia en su lucha para conquistar las demandas esenciales siendo esto lo que buscan detener. Hacemos el llamado a las organizaciones democráticas a separar las aguas, a denunciar este hecho tomando posición por el pueblo y no conciliando con la concertación y el revisionismo como lo está haciendo la falsa izquierda.
¡ABAJO LAS POLÍTICAS FASCISTAS APLICADAS POR EL VIEJO ESTADO Y SUS LACAYOS! ¡ABAJO LOS QUE TRAFICAN CON LA SANGRE DEL PUEBLO! ¡VIVA LA JUSTA LUCHA ESTUDIANTIL!
Diritto di sciopero, la Germania
introduce una legge per limitare l'indizione al solo sindacato più
rappresentativo
ControLaCrisi
Le "riforme strutturali" vengono imposte dappertutto, su
indicazione tedesca e di Bruxelles, oltre che su "consiglio" della Bce.
Eppure tutti sostengono che la Germania sta meglio perché "aveva fatto
le riforme prima degli altri". Poi una lunga ondata di proteste dei
lavoratori tedeschi, di molte e varie categorie, illumina
improvvisamente la scena interna, che sembrava totalmente pacificata nel
consenso ben pasciuto verso il duo Merkel-Schaeuble.
E qual'è la reazione di Berlino? Ma ovviamente una bella "riforma
strutturale" per imporre quel "sindacato unico" che fin qui sembrava
soltanto una stronzata reazionaria comparsa all'improvviso nella mente
reazionaria del signor Renzi.
Dal che, invece, si può agevolmente capire come esista una sola
"politica delle relazioni industriali" che si va imponendo - su input
della Troika - in tutto il continente. Fondata sul principio strategico
che i lavoratori non devono avere più diritti; tantomeno quello di
organizzarsi in sindacati liberi e farsi rappresentare da quello che
ritengono il più adatto ai propri interessi.
Non vi sembra interessante il fatto che le imprese pretendano - e
ottengano - tutte le libertà mentre soltanto a chi lavora si tolga ogni
libertà e diritto di autotutela? Se ne potrebbe addirittura trarre la
conclusione - logica, dunque anche rivoluzionaria - che la libertà delle
prime significa la schiavitù di tutti gli altri...
Qui di seguito l'articolo apparso ieri su Controlacrisi.org.
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Il 2015 potrebbe diventare l'anno record per i giorni di sciopero in
Germania. Ed ecco che l'apparato politico amministrativo ha già prodotto
una legge antisciopero tra le più repressive di Europa. Il parlamento
federale ha approvato ieri a larga maggioranza una modifica della legge
che regola le attività dei sindacati, riducendo così lo spazio di azione
dei sindacati minori, come quello dei ferrovieri (Gdl) che da mesi, in
rappresentanza di 20mila macchinisti, danno parecchio da fare alla
Deutsche Bahn, l’azienda che gestisce i collegamenti su ferro.
La
nuova legge sull'unità salariale, che entrerà in vigore a luglio,
impone che a trattare con l'azienda per una determinata categoria di
lavoratori sia solo la sigla sindacale con più iscritti. La legge,
fortemente voluta dalla ministra del Lavoro Andrea Nahles (Spd), riporta
la situazione al periodo antecedente al 2010, quando una sentenza della
corte federale del lavoro introdusse la pluralità salariale. Sebbene la
legge non impedirà al piccolo e combattivo sindacato dei macchinisti di
bloccare il Paese in futuro, sarà però cancellata la possibilità che
Gdl punti a rappresentare altre categorie di lavoratori alzando il
prezzo della trattativa, facendo 'concorrenza' a sigle maggiori, come
Evg, per esempio sul personale di carrozza o di stazione.
''Non
tocchiamo il diritto di associazione e di sciopero'' (per il quale
comunque ci vuole il 75% dei consensi al referendum, ndr), ha precisato
Nahles. Altri sindacati di categoria, come quello dei medici Marburger
Bund, quello degli impiegati statali dbb, dei piloti Cockpit e dei
giornalisti DJV, hanno però annunciato di fare ricorso contro la nuova
normativa, fino alla corte costituzionale.
Critiche anche le opposizioni alla grande coalizione, che hanno votato contro alla legge.
Quest'anno
la situazione della agitazioni sul lavoro particolarmente calda in
Germania. Oltre agli scioperi dei ferrovieri, che hanno bloccato il
Paese, al momento incrociano le braccia maestri e maestre d'asilo,
lavoratori delle poste, delle assicurazioni e della vendita al
dettaglio. Secondo calcoli dell'istituto di ricerca economica Iw, già
oggi in Germania si è scioperato per il doppio dei giorni di tutto il
2014.
Intanto, il sindacato dei macchinisti dei treni in Germania
ha accettato di sottoporre a un arbitrato la contesa negoziale con
Deutsche Bank, sospendendo gli scioperi che duravano da 10 mesi. In
questi 10 mesi sono stati proclamati 9 scioperi, indetti per chiedere un
aumento del 5% degli stipendi e una riduzione dei tempi di lavoro. Gli
scioperi hanno causato forti i disagi a milioni di pendolari, hanno
suscitato un grande allarme politico e sono costati fino a 100 milioni
di euro al giorno all'azienda. In Germania sono 5,5 milioni i cittadini
che quotidianamente viaggiano in treno e un quinto delle merci e'
trasportato su rotaie. La Gdl, il sindacato dei macchinisti, ha fatto
sapere in un comunicato che a sbloccare la situazione e' stata la
decisione dell'azienda di accettare la sua richiesta di rappresentare e
negoziare i salari anche dei lavoratori non macchinisti delle ferrovie.
Esattamente quello che la legge in seguito impedirà di fare.
Un decreto lurido, dispotico, antidemocratico come il Jobs
Act, si sta rivelando ad ogni nuovo passaggio una autentica macchina
trituratrice di ogni possibilità di autodifesa da parte dei lavoratori.
Singolarmente o collettivamente. A ogni passaggio c'è una "sorpresa",
bisogna ricordare, perché il decreto otato dal Parlamento era una pura e
semplice cambiale in bianco che ora il governo Renzi va riempiendo di
tutto ciò che Confindustria chiede.
L'ultima novità sono i "controlli a distanza" dei dipendenti, fin qui
qui regolati da una legge e sottoposti ad autorizzazione preventiva
tramite accordi sindacali (e non mancavano certo i sindacati "complici"
disposti a firmare queste autorizzazioni) oppure dall'ispetorato del
lavoro. Non che i padroni rispettassero alla lettera queste limitazioni,
naturalmente, ma potevano essere scoperti e, nel caso, denunciati.
Ora sono completamente liberi di infilare il naso in modo perenne nei
computer, tablet, slartphone usati dai dipendenti per lavorare. Si
parla dei device, sia fissi che portatili, assegnati dall'azienda per
svolgere la mansione. Quindi la disposizione riguarda soprattutto
impiegati, sia pubblici che privati, sia tecnici e dirigenti di
baso-medio livello. Insomma, tutto quello che farai di "non lavorativo"
col tuo mezzo potrà essere usato contro di te. Una mail di contenuto
sindacale, un tweet in cui mandi giustamente a quel paese il capo o
direttamente l'amministratore delegato, una condivisione di un commento
politicamente sgradito... Starà ai sorveglianti aziendali stabilire se
ciò sarà sufficiente a motivare una sanzione, ovviamente a totale
discrezione dell'azienda. L'ipocrisia
governativa però è ormai proverbiale. Per non sembrare troppo
appiattito sul fronte padronale, il dispositivo apposito inserito nel
jobs act prevede anche che l’azienda consegni ai dipendenti un "preciso
documento di policy". In pratica un foglio con su scritto quello che
puoi o non puoi fare con il device assegnato.
Non
è tutto. In teoria resta invariata la normativa che esclude il
controllo via telecamere del lavoro individuale, ma come ogni carognata
di basso livello il diavolo viene nascosto sotto forma di "deroga": se
c’è un’"autorizzazione sindacale o amministrativa" a installare una rete
di telecamere per "esigenze di sicurezza e prevenzione". E figuratevi
voi se non si trova una ragione "di sicurezza" per fare una cosa del
genere, di questi tempi.
Per non correre rischi giudiziari, il testo chiarirebbe anche che i risultati dei controlli così effettuati - sia con impianti o strumenti di lavoro, autorizzati o meno
- potranno essere utizzati a qualsiasi scopo, anche disciplinare. Un
deroga, insomma, che cancella la legge esistente, nello spirito del
vecchio "articolo 8" di Maurizio Sacconi, che consentiva agli accordi
aziendali di andare "in deroga" ai contratti nazionali e perfino "alla
legge". Una porcata degna del peggior berlusconismo, insomma.
Il tutto infilato dentro un provvedimento che parla di
"semplificazione" degli obblighi amministrativi che ogni azienda deve
rispettare, che mira esplicitamente a cancellare anche l'art. 4 dello
Statuto dei lavoratori. E se si guarda bene, si vede subito che questa è
l'altra faccia dell'abolizione dell'art. 18. Da una parte la libertà di
licenziare, dall'altra la libertà di spionaggio per poter ottenere
ragioni "disciplinari" per motivare il licenziamento.
L'art. 4 infatti, come parte del "Titolo I" riguardante la "libertà e dignità del lavoratore", recita:
È vietato l'uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature
per finalità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori.
Gli impianti e le apparecchiature di controllo che siano richiesti da
esigenze organizzative e produttive ovvero dalla sicurezza del lavoro,
ma dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza
dell'attività dei lavoratori, possono essere installati soltanto previo
accordo con le rappresentanze sindacali aziendali, oppure, in mancanza
di queste, con la commissione interna. In difetto di accordo, su istanza
del datore di lavoro, provvede l'Ispettorato del lavoro, dettando, ove
occorra, le modalità per l'uso di tali impianti.
Per gli impianti e le apparecchiature esistenti, che rispondano alle
caratteristiche di cui al secondo comma del presente articolo, in
mancanza di accordo con le rappresentanze sindacali aziendali o con la
commissione interna, l'Ispettorato del lavoro provvede entro un anno
dall'entrata in vigore della presente legge, dettando all'occorrenza le
prescrizioni per l'adeguamento e le modalità di uso degli impianti
suddetti.
Contro i provvedimenti dell'Ispettorato del lavoro, di cui ai
precedenti secondo e terzo comma, il datore di lavoro, le rappresentanze
sindacali aziendali o, in mancanza di queste, la commissione interna,
oppure i sindacati dei lavoratori di cui al successivo art. 19 possono
ricorrere, entro 30 giorni dalla comunicazione del provvedimento, al
Ministro per il lavoro e la previdenza sociale.
La deroga renziana punta dunque esplicitamente ad eliminare la
"libertà e dignità" di ogni singolo lavoratore, trasformandolo in
detenuto in regime di "massima sicurezza", spiato dalle telecamere e dai
microfoni ogni minuto che passa sul luogo di lavoro.
Il sotterfugio elaborato per cecare di evitare la bocciatura della
Corte Costituzionale è banale quanto la fantasia di questi governanti
per conto terzi: "distinguere tra controlli sugli impianti e quelli
sugli strumenti di lavoro". I primi, teoricamente restano vietati
"tranne che per ragioni di sicurezza" (ad libitum...), i secondi sono pienamente autorizzati.
Benvenuti nel carcere del posto di lavoro... E pensa tu che a qualcuno si chiede persino di farlo gratis!
Questa notte Wikileaks reso pubblici due documenti riservati
dell’Unione Europea, nei quali si delinea l'intervento militare contro o
barconi che trasportano gli immigrati dalla Libia verso l'Italia. Il più significativo dei due documenti è stato scritto dai responsabili militari e della Difesa degli Stati membri dell'UE. Il piano è stato formalmente approvato il 18 maggio scorso dai rappresentanti di tutti i 28 paesi aderenti.
È importante sottolineare come uno dei documenti riconosca che
“l’obiettivo politico dell'intervento militare non è chiaramente
definito” e raccomanda che la Commissione Europea realizzi ulteriori
indicazioni.I documenti parlano di un'operazione militare contro le reti di trasporto di rifugiati e delle infrastrutture ma parlano anche dei
dettagli dei piani per condurre operazioni militari per distruggere in
territorio libico le barche usate per il trasporto di migranti e
rifugiati impedendogli così loro di raggiungere l'Europa. Il documento è elaborato dal EEAS [European External Action Service]
Single Intelligence Analysis Capacity – SIAC) ossia dai servizi segreti
europei.Il piano riconosce anche la possibilità dell’uso della forza militare
da parte della UE contro gruppi come ISIS 'all'interno del territorio
sovrano libico':“La
minaccia della forza dovrebbe essere riconosciuta, in particolare
durante le attività come l'imbarco e quando si opera sul territorio o in
prossimità di una costa protetta, o durante l'interazione con navi in
mare. La potenziale presenza di forze ostili, estremisti o terroristi, come
Da'esh (nome arabo dell’Isis) dovrebbe anche essere presa in
considerazione”.I
documenti segnano un cambiamento dalla precedente strategia militare
dell'UE prima dichiarata come mirata alle infrastrutture civili in
Libia. Numerosi paesi dell'Unione europea, tra cui Belgio, Bulgaria,
Danimarca, Francia, Grecia, Italia, Paesi Bassi, Romania, Spagna, Svezia
e Regno Unito hanno partecipato a attacchi aerei NATO sulla Libia nel
2011. Il piano riconosce che l'Unione Europea rischia pubblicità
negativa ' qualora le eventuali perdite umane venissero attribuite,
correttamente o meno, all’ azione o alla inazione inazione dalla forza
dell'UE'. Per
gestire questo rischio di immagine, i documenti raccomandano “una
strategia d'informazione dell'UE sin dall'inizio” al fine di “facilitare
la gestione delle aspettative”. Essi riconoscono anche la “necessità di calibrare l'attività militare'
particolarmente nelle acque libiche che a terra “, al fine di evitare
di destabilizzare il processo politico, provocando danni collaterali,
interrompere l'attività economica legittima o la creazione di una
percezione di avere scelto una fazione contro l’altra.WikiLeaks rende pubblico il Documento nr. 1 dal titolo "Consigli del comitato militare sul Progetto CMC ossia Concetto di Gestione della Crisi (struttura creata ad hoc dall’Unione Europea, ndr) per una possibile operazione PSDC per smantellare le reti di traffico di esseri umani nel sud del Mediterraneo centrale". Qui il documento in inglese "Il
Piano classificato dell'UE, è stato approvato dai capi di difesa stati
membri dell'Unione Europea, per un anno (almeno) prevede un'operazione
militare contro le reti e le infrastrutture di trasporto dei rifugiati
del Mediterraneo, tra cui la distruzione di barche ormeggiate e le
operazioni all'interno dei confini territoriali della Libia. Il documento è significativo. Stabilisce
l'obiettivo dei Capi della Difesa dell'UE: schierare la forza militare
contro le infrastrutture civili in Libia per fermare i flussi di
rifugiati. Date
i precedenti attacchi sulla Libia da parte di diversi membri europei
della NATO e le riserve accertate di petrolio della Libia, il piano può
portare ad ulteriore coinvolgimento militare in Libia. Formalmente, il documento è stato approvato dal Consiglio militare del
Comitato Militare dell'Unione Europea (EUMC), dal Comitato Politico e
di Sicurezza (CPS).
Il secondo documento rilevato da WikiLeaks è titolato: "PMG
Raccomandazioni relative al progetto di Concetto di Gestione della Crisi
per una possibile operazione PSDC per smantellare le reti di
contrabbando umani nel sud Mediterraneo Centrale". Qui il documento in inglese"Questo
è il documento di raccomandazioni del Gruppo politico-militare (PMG) e
del Comitato per gli aspetti civili della gestione delle crisi (CIVCOM),
che lavorano con il supporto del Segretariato generale del Consiglio in
seno al Consiglio dell'Unione europea, per il Comitato Politico e di Sicurezza (CPS).. Il
5 Maggio 2015 il CPS ha discusso una possibile operazione militare
dell'UE CSPD smantellare le reti di tratta di esseri umani nella
centrale regione del Mediterraneo meridionale, tra cui il sequestro e la
distruzione di navi da trasporto, sulla base del Concetto di Gestione
delle Crisi (CMC) ".
Libera traduzione di
un articolo scritto da Patrick Markey e da
noi commentato in grassetto in alcune parti.
TUNISI (Reuters) - Quattro città della principale regione produttrice
di fosfati della Tunisia hanno iniziato
uno sciopero generale Mercoledì ( 20 Maggio 2015 n.d.t.) per protestare
contro la disoccupazione, come i dati hanno mostrato l'attività industriale è
sceso bruscamente nei primi mesi del 2015.
Centinaia di persone sono scese nelle strade di Metlaoui, Om
Lrayes, Mdhila e Redayef nel sud nel "bacino
minerario" del paese nordafricano, mentre le istituzioni pubbliche e le
maggior parte dei negozi sono stati chiusi, hanno detto i residenti ed i funzionari.
Le proteste meridionali sono una grande sfida per gli sforzi
del governo per rilanciare l'economia dopo che la Tunisia ha completato la sua
transizione verso la democrazia dopo la rivolta del 2011 che ha spodestato l’autocrate
Zine El-Abidine Ben Ali.
La cosiddetta “democrazia”
borghese (per essere precisi) che ha restaurato il “vecchio” potere con gli
stessi rappresentanti della borghesia che da RCD hanno cambiato nome in Nidaa
Tounes con la partecipazione dei rappresentanti della borghesia più reazionaria
legata all’islam politico e ai regimi del golfo Qatar in testa, rappresentata
dal partito di Ennahdha.
L’azienda stata dei Fosfati di Gafsa della Tunisia aveva già
sospeso la produzione dopo le proteste e i sit-in dei giovani disoccupati avevano
chiesto di fermare il lavoro delle consegne all'inizio del mese. Le
esportazioni di fosfato sono una delle principali fonti di valuta forte della
Tunisia.
"Lo sciopero di Redayef e in altre città ha lo scopo di
attirare l'attenzione sulle pessime condizioni della regione, circa il tasso di
disoccupazione, nonostante la ricchezza dei fosfati si trovi lì", ha detto
il leader sindacale Ali Jdidi. "La gente vuole lavoro più di ogni altra
cosa."
Il primo ministro Habib Essid, che guida un governo di
coalizione tra partiti laici e islamici, ha annunciato un pacchetto di progetti
di sviluppo per la regione Venerdì scorso, tra cui strade e un ospedale. Ma i
manifestanti hanno detto che non è abbastanza.
Come dare torto alla
popolazione del governatorato di Gafsa dato che queste promesse si susseguono
da decenni, chiunque visiti una città come Metlaoui, municipalità dove si trova
una delle più grande miniere di fosfati della regione, si può rendere conto
come la classe operaia che produce tale ricchezza e “ripagata”: una cittadina
dove manca qualsiasi servizio comprese zone ricreative molto comuni in Tunisia
come caffè e giardini pubblici.
Ammar Amroussia, un leader locale del partito di opposizione
del Fronte Popolare, ha detto che le misure sono importanti, ma non abbastanza
per rassicurare i giovani della regione che cercano lavoro.
Quasi uno ogni tre lavoratori è disoccupato in alcune parti
della Tunisia meridionale e centrale, il doppio della media nazionale del 15
per cento, secondo i dati del governo.
Sottolineiamo “secondo
i dati del governo” il dato reale è di almeno il doppio.
Le difficoltà economiche sono state l’innesco per la rivolta
del 2011, mentre le proteste nella regione mineraria del sud, nel 2008 hanno
segnato una rara manifestazione pubblica contro il governo di Ben Ali.
Lo spostamento della
Tunisia verso la democrazia è stato salutato come un modello per la regione, ma
molti dei suoi cittadini restano preoccupati per posti di lavoro e il costo della
vita.
Come dicevamo sopra,
è avvenuta una vera e propria restaurazione in continuità col regime precedente
e i reali problemi dei lavori e delle masse popolari sono rimasti irrisolti.
Le cifre di Mercoledì dall'istituto di statistica nazionale hanno
mostrato che la crescita economica è rallentata al 1,7 per cento anno dopo anno,
nel primo trimestre l'attività industriale si è ridotta del 3,7 per cento. La
crescita trimestrale è cresciuta un po ', al 2,4 per cento dal 2,3 per cento
negli ultimi tre mesi del 2014.
La Tunisia è sotto pressione dagli istituti di credito
internazionali per ridurre la spesa pubblica, comprese le sovvenzioni sui
prodotti alimentari di base e del combustibile, e a tagliare il deficit per
aiutare la crescita economica. Ma le tensioni sociali rendono il taglio dei
costi sensibili.
Come tutti i paesi
oppressi dall’imperialismo (volgarmente chiamati “in via di sviluppo”) anche la
Tunisia è rapinata delle proprie risorse da alcuni paesi imperialisti Francia,
USA, Germania e Italia su tutti che inoltre tramite i propri organismi
internazionali come Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, impongono
le cosiddette “misure di aggiustamento strutturali” citate qui nell’articolo
che colpiscono principalmente le masse popolari e i lavoratori con la
complicità della borghesia compra dora locale.
Il governo si aspetta che il deficit di bilancio si possa ridurre
al 5 per cento del prodotto interno lordo nel 2015 dal 5,8 per cento dello
scorso anno. Si prevede una crescita del 3 per cento quest'anno rispetto al 2,3
per cento per l'intero esercizio 2014.
DALLA REPUBBLICA Così metà paga finisce al caporale di RAFFAELLA COSENTINO TARANTO – Alle tre di notte le donne del Brindisino e
del Tarantino sono già in strada. Indossano gli abiti da lavoro e hanno
in mano un sacchetto di plastica con un panino. Nei punti di raccolta,
agli angoli delle piazze, alle stazioni di benzina, aspettano il
caporale che viene a prenderle con l’autobus gran turismo per portarle
sui campi, dove lavorano sfruttate e ricattate, a volte anche con la
richiesta di prestazioni sessuali. Sono soprattutto italiane, più
affidabili, ma soprattutto più “mansuete” delle lavoratrici straniere,
protagoniste in passato di proteste e denunce.
Per costringere le italiane al silenzio non servono violenze fisiche.
Basta la minaccia “domani resti a casa”. “I proprietari dei pullman
sono i caporali. È a loro che ci rivolgiamo per trovare lavoro in
campagna o nei magazzini che confezionano la frutta”, racconta Maria,
nome di fantasia, che ha 24 anni e lavora sotto i caporali da quando ne
aveva 16. Secondo le stime del sindacato Flai Cgil,
sono 40mila le braccianti pugliesi vittime dei caporali italiani, che
in molti casi hanno comprato licenze come agenzie di viaggio, riuscendo
così ad aggirare i controlli. Il reclutamento. “Nei paesi ci sono delle persone,
generalmente sono delle donne, che fanno da tramite tra chi vuole
lavorare e il caporale. Raccolgono i nominativi per lui – racconta
Antonietta di Grottaglie – Il caporale decide dove mandare a lavorare le
braccianti e quello che deve essere dato come salario. Cercano di non
avere uomini, anche per i lavori pesanti, perché le donne si possono
assoggettare più facilmente”. Antonio, altro nome di fantasia, è ancora
più esplicito: “Non vogliono stranieri, il motivo è che loro si
ribellano e gli italiani no: ci sentiamo gli schiavi del terzo
millennio, ci hanno tolto la dignità”. Le italiane sfruttate per la fragola “top quality”. “La
donna si presta di più a un lavoro piegato di tante ore – spiega un
produttore agricolo che assume circa 60 operaie nelle sue serre di
Scanzano Jonico – Io ho quasi tutte italiane, andiamo a prendere la
manodopera in Puglia, perché quella locale non basta. In tutta Scanzano
esistono 600 ettari di coltivazioni di fragole. A 6 donne a ettaro fanno
3600 braccianti donne”. Ci sono rumeni che si propongono per la
raccolta, ma non vengono quasi mai presi in considerazione. “La fragola è
molto delicata – dice Teresa – facilmente si macchia e diventa
invendibile, per questo servono le donne a raccoglierla nelle serre, con
la temperatura che raggiunge i 40 gradi”. Tra Scanzano, Pisticci e
Policoro si produce la fragola Candonga, brevettata in Spagna e
diventata un’eccellenza molto apprezzata sul mercato perché è più grande
e ha una lunga durata. Spesso vengono “trattate” con ormoni come la
gibberellina, come vediamo dalle scritte sui tendoni “campo avvelenato”. Caporali tour operator. Da aprile a settembre
centinaia di grossi pullman si spostano carichi di lavoratrici tra le
province di Brindisi, Taranto e Bari per la stagione delle fragole,
delle ciliegie e dell’uva da tavola. Grottaglie, Francavilla Fontana,
Villa Castelli, Monteiasi, Carosino, sono solo alcuni dei nomi della
geografia del caporalato italiano che sfrutta le donne. Il nome del
caporale è scritto in grande, stampato sulla fiancata dei bus, insieme
al numero di cellulare. “È per questo che nessuno li ferma”, dice
Teresa, altro nome di fantasia.
Donne e italiane, le nuove vittime del caporalato agricolo
Il potere del caporale si misura dal numero di pullman che possiede,
perché questo è indice anche della quantità di lavoratori che riesce a
controllare. Si va dalle cinquanta alle oltre 200 persone. Il caporale
prende dall’azienda circa 10 euro a donna e sui grandi numeri guadagna
migliaia di euro a giornata. “Nel magazzino per il confezionamento
dell’uva da tavola dove lavoro ci sono mille operaie italiane, portate
lì da più di dieci caporali diversi”, racconta Antonio, bracciante della
provincia di Taranto. In questi giorni i pullman percorrono quasi cento
chilometri, dalla Puglia fino alle aziende agricole che producono
fragole nel Metapontino, tra Pisticci, Policoro e Scanzano Jonico, in
provincia di Matera.
Questi proprietari conferiscono il prodotto a dei consorzi di
commercianti con sede nel nord Italia che hanno magazzini in loco.
L’intermediario prende una percentuale variabile, almeno del 2%, poi si
aggiungono i costi delle cassette e la tariffa del 12% pagata al
“posteggiante”, il personaggio che la espone in vendita ai mercati
generali. Alla fine si arriva a un prezzo al consumatore anche di 7 euro
al chilo nei supermercati di Milano. Sfruttate come lavoratori immigrati. Gli orari di
lavoro e la paga variano a seconda del tipo di raccolta. Ma la regola
sono impieghi massacranti e sottosalario. Alle fragole si lavora per
sette ore, ma se sono mature e vanno raccolte subito si arriva anche a
10 ore. Nei magazzini di confezionamento si arriva anche a 15 ore. Ogni
donna deve raccogliere una pedana di uva pari a 8 quintali. Se ci mette
più tempo la paga resta uguale, per cui alla fine il salario reale è
meno di 4 euro l’ora. “C’è il pregiudizio che le donne iscritte negli
elenchi agricoli siano false braccianti – spiega Giuseppe Deleonardis,
segretario della Flai Cgil Puglia – invece vivono una condizione di
sfruttamento pari agli immigrati. Nel sottosalario, a parità di mansioni
con gli uomini, c’è un’ulteriore differenza retributiva: se la paga
provinciale sarebbe di 54 euro e all’uomo ne danno in realtà 35, la
donna non va oltre 27 euro”.
Ricatti ed estorsioni. Il salario ufficiale è di
50-60 euro. Ma vengono segnate la metà delle giornate di lavoro
effettivamente lavorate. Le braccianti vengono costrette a firmare buste
paga che rispettano i contratti, perché le aziende hanno bisogno di
dimostrare che sono in regola per poter accedere ai finanziamenti
pubblici. Di fatto continuano a pagare un terzo o al massimo la metà del
salario dovuto, richiedendo indietro i soldi conteggiati in busta paga.
“In provincia di Taranto, con inquadramento minimo, posso avere una
busta paga ‘ufficiale’ di 47 euro lordi, però in realtà me ne arrivano
27, massimo 28 a giornata – racconta Antonietta – L’azienda ci dà il
foglio di assunzione, noi dobbiamo portarlo con noi tutti i giorni nel
caso ci dovesse essere un controllo. L’autista del pullman risulta
essere un dipendente dell’agenzia di viaggio”. I datori di lavoro
mettono la paga del caporale sull’assegno che percepiscono le
lavoratrici, le quali riscuotono e danno al caporale la sua parte in
nero. Sotto gli occhi della fattora. Nei campi italiani
succede di tutto, approfittando della disperazione e della crisi
economica. C’è chi aspira a diventare una “fissa” della squadra del
caporale come se fosse una specie di nota di merito in graduatoria. Chi
subisce molestie sessuali o la richiesta di prostituirsi per poter
lavorare. Ci sono donne caporali che sono anche proprietarie di pullman.
Ma la figura più ambigua è quella che tutti chiamano “la fattora”, una
sorta di kapò al femminile con una funzione di ricatto. È lei la persona
di fiducia del caporale che controlla le lavoratrici sul campo. “Il suo
ruolo è di subordinare psicologicamente le braccianti, garantendo loro
assunzioni se rinunciano ai diritti”, spiega Deleonardis. “Alla minima
protesta, rimostranza o insubordinazione si resta a casa per punizione –
dice Teresa – Anche se ti lamenti perché non vuoi viaggiare nel cofano
del pulmino”. Né denunce né ispezioni. Emerge il quadro di un
sistema di produzione basato su ricatti, soprusi, omertà e conoscenza
personale. “Non ho mai visto un pullman essere fermato da una pattuglia
della polizia, anche se ne incontriamo molte”, continua Antonio. Secondo
Deleonardis questo è un sistema di caporalato legalizzato. “È una
situazione conosciuta da tutti sul territorio. Qui c’è una tolleranza di
un sistema di illegalità, non si vuole colpire il caporalato – dice
il sindacalista – Abbiamo chiesto al prefetto di Taranto di fare dei
controlli, ma possibile che non ci sia mai una verifica se i pullman
hanno le autorizzazioni a trasportare persone e in quali aziende
vanno?”.
I dati ufficiali del ministero del Lavoro dicono che ci sono state
1818 ispezioni in Puglia in tutto il 2014. Quelle che hanno riscontrato
irregolarità sono state 925, circa il 50%, per un totale di 1299
lavoratori coinvolti, pari a 1,4 lavoratori ad azienda. Un numero
davvero esiguo se paragonato ai datori di lavoro che assumono anche
mille braccianti per volta servendosi dei caporali.
Sessantamila sfruttate in tre regioni di VALERIA TEODONIO ROMA – Amina indossa un vestito leggero e scarpe
sporche di terra. Ha 25 anni, ma ne dimostra dieci di più. È diventata
mamma sei mesi fa e ha lasciato il suo bambino in Romania per venire a
lavorare in Italia. La pelle cotta dal sole, gli occhi grandi e scuri. E
gonfi di paura. Li tiene bassi, incollati al pavimento. Sta raccontando
a due operatrici della Caritas di
Foggia che è appena scappata, che l’hanno costretta a stare piegata sui
campi dei padroni italiani dall’alba alle dieci di sera, che non
l’hanno mai pagata, che le hanno preso i documenti. E che per
riprenderseli, e andarsene, è stata costretta ad avere dei rapporti
sessuali con il suo caporale romeno. Adesso non ha neanche i soldi per
il biglietto dell’autobus.
Il fenomeno del caporalato in Italia è una piaga sempre più profonda.
E la novità è che negli ultimi due anni c’è stato un aumento costante
della manodopera femminile: donne ghettizzate, violentate e sfruttate
che vanno lentamente a sostituire i braccianti di sesso maschile: oggi –
dicono i dati che sta raccogliendo la Flai Cgil e che pubblichiamo in
anteprima – le straniere schiavizzate in agricoltura sono 15mila (contro
i 5mila uomini). Sono quasi sempre giovani mamme, ricattabili proprio
perché hanno figli piccoli da mantenere. Un dato impressionante, che si
somma ad un altro elemento preoccupante: il numero sempre crescente
delle lavoratrici italiane, che, se non schiavizzate, sono comunque
gravemente sfruttate: sempre secondo le stime del sindacato, in
Campania, Puglia e Sicilia, le tre regioni a maggiore vocazione
agricola, sono almeno 60mila, in proporzione crescente rispetto alle
straniere. Vengono pagate 3-4 euro l’ora, ma anche meno in alcuni
territori, e costrette a turni massacranti.
Ad Amina hanno raccontato che tutti i soldi guadagnati in un mese
servono per pagare il viaggio, gli spostamenti, l’acqua, il vitto. E
che, anzi, è lei ad essere in debito. E che deve continuare a lavorare
fino a quando non sarà saldato. Altrimenti niente paga e niente
documenti. “Fai quello che ti diciamo, oppure ti ammazziamo”. Si è
dovuta anche prostituire in cambio della libertà. Molte altre restano a
spezzarsi la schiena fino a 14 ore al giorno, cercando in tutti i modi
di portare qualcosa a casa a fine stagione. Hanno bambini piccoli e un
bisogno disperato di soldi. E tornare a mani vuote non è pensabile.
Anche se le condizioni sono disumane.
Catania, ‘caporalato’ agricolo: le condizioni disumane delle vittime
Restano per l’estate o anche solo per qualche settimana, e poi se ne
vanno. Rientrano in Italia dopo qualche mese o l’anno successivo. Quando
va bene e hanno saldato il “debito” (i caporali trattengono soldi anche
per l’affitto delle baracche dove le fanno dormire), vengono pagate 3
euro l’ora come gli uomini schiavizzati, ma spesso anche meno. Vengono
preferite alla manodopera maschile proprio perché non si ribellano e
sottostanno a tutto, anche ai ricatti sessuali. Una pratica frequente in
Puglia, nel Brindisino e nel Tarantino, e in Campania, nel Casertano. E
in Sicilia, in particolare nella provincia di Ragusa, dove è stato
documentato il caso di donne romene “vendute” dai caporali ai padroni italiani, con cui vengono costrette ad avere rapporti sessuali, anche nel corso di festini a cui partecipano diversi uomini.. Ragazze reclutate in Romania. I caporali che operano
in Puglia vanno a reclutare le ragazze soprattutto nelle zone agricole
della Romania, nelle campagne intorno a Timisoara o a Iasi, zona al
confine con la Moldavia. Le imbarcano su pullman da 50 posti. Il viaggio
dura un giorno e una notte. “Organizzano viaggi verso il sud Italia –
racconta Concetta Notarangelo, coordinatrice del progetto Caritas in
Puglia – ma sappiamo per certo che arrivano anche in Emilia Romagna. Ma
nessuno ha il coraggio di denunciare. Qui non si tratta di caporali e
basta, si tratta di organizzazioni criminali. Malavita. Il caporale è
solo un anello della catena. Gli annunci per questi lavori escono
addirittura su un giornale romeno. Non è solo un passaparola. E le donne
hanno paura. Ma senza denunce nessuno viene punito. In tre anni che
seguo il progetto Caritas abbiamo raccolto in tutto 15 denunce. E poi è
comunque difficile provare il reato, ci sono alcuni processi in corso,
ma per ora nessuna condanna”.
In Campania ad essere schiavizzate sono le donne africane. “Se non
accettano di avere rapporti sessuali con il datore di lavoro (quasi
sempre italiano, ndr) non vengono pagate – spiega Cinzia Massa,
responsabile immigrazione Flai Campania – Non hanno permesso di
soggiorno, ed essendo clandestine sono le più ricattabili”. Tutto il Sud coinvolto. Secondo i dati della Flai
Cgil solo in Puglia sono tra le 30 e le 40mila le donne gravemente
sottopagate, a cui vanno aggiunte diverse altre migliaia in Campania e
in Sicilia. A volte partono alle tre di notte e tornano a casa di
pomeriggio. I caporali intascano 12 euro per ogni donna che hanno
“procurato”. Anche se hanno un regolare contratto, vengono pagate 20-25
euro al giorno. Mentre sulla busta paga ne risultano 45. Succede
soprattutto nel Casertano e nel Salernitano. “Mentre lavorano – denuncia
ancora il sindacato – le donne vengono controllate da un guardiano, che
grida continuamente di non distrarsi e di essere più veloci. Per andare
in bagno hanno 10 minuti a turno. E se qualcuna si rifiuta di andare
sui campi in un giorno di festa, come il 15 agosto, viene ‘punita': per
qualche giorno non la fanno lavorare”. E se una ragazza è considerata
troppo ribelle non viene scelta. Le donne selezionate vengono caricate
sui furgoni o ammassate – anche in 30 – in camion telonati. Per questo
trasporto bestiame ogni lavoratrice paga fino a 7 euro a viaggio.
Gli addetti all’agricoltura in Italia sono un milione e 200 mila. Nel
43 per cento dei casi – è il dato dell’Istat – si tratta di lavoro
sommerso. E il giro d’affari legato al business delle agromafie,
secondo le stime della Direzione nazionale antimafia, è di 12,5
miliardi di euro all’anno. “Il caporalato – spiega Stefania Crogi,
segretario generale Flai Cgil nazionale – è stato riconosciuto come
reato penale solo nell’agosto 2011, ed è punibile con l’arresto da 5 a 8
anni. Prima era prevista solo una sanzione pecuniaria. Ma non sempre si
riesce a provarlo, anche a causa delle difficoltà che incontrano le
vittime nel denunciare. Serve un percorso di protezione”.
Amina è alla Caritas di Foggia. Ha fatto 50 chilometri a piedi per
arrivarci. Ora è seduta davanti a Concetta e le chiede i soldi per
l’autobus. Ma quando le chiedono di denunciare i suoi sfruttatori,
finalmente alza lo sguardo dal pavimento, gli occhi scuri fissano
quell’italiana che vorrebbe aiutarla. Forse pensa a suo figlio, e
all’uomo che le ha rubato tutto quello che poteva. Si alza. E scappa
via.
Ci manca il coraggio del camerunense Sagnet di RAFFAELLA COSENTINO ROMA – A pochi giorni dall’apertura dell’Expo le Ong del commercio etico di Norvegia e Danimarca hanno scritto al governo Renzi una lettera apertachiedendo
di agire contro il caporalato ed esprimendo la preoccupazione dei
consumatori dei loro paesi per l’illegalità che vige nel sistema di
produzione agricolo italiano. Si rischia il boicottaggio dei prodotti
italiani a causa dello sfruttamento dei braccianti, italiani e
stranieri.
Dal 2011 il caporalato è un reato penale sulla carta. Ma si fatica ad
applicare la legge, a vedere i caporali dietro le sbarre e a punire le
aziende agricole che si servono di loro. I processi sono lunghi e
dall’esito incerto. Questa mancanza di giustizia rafforza la tendenza
all’assuefazione a un sistema di soprusi da parte dei lavoratori,
soprattutto di quelli italiani.
Se il caporalato è diventato un reato penale lo si deve allo sciopero
dei braccianti africani di Nardò che nell’estate del 2011 rifiutarono
di obbedire all’ennesimo ordine del caporale che chiedeva un supplemento
di lavoro sui pomodori per la stessa paga di 3 euro e 50 centesimi a
cassone. Una protesta spontanea, guidata dal giovane camerunense Yvan
Sagnet, oggi sindacalista in quelle stesse terre con la Flai Cgil e
minacciato di morte per le sue denunce.
Il processo “Sabr” che vede Sagnet e altri braccianti testimoni al
tribunale di Lecce contro imputati italiani e stranieri, accusati di
essere i caporali e i mandanti dello sfruttamento, è ancora in corso.
La Regione Puglia e la Cgil si sono costituite parte civile, mentre il
comune di Nardò ha rifiutato di farlo, una spia della difficoltà ad
affrontare questo problema sul territorio.
“La protesta era sacrosanta perché le condizioni di lavoro degli
stagionali non erano coerenti con le nostre leggi e neppure con i
principi di civiltà”, ammette il sindaco e avvocato Marcello Risi.
Secondo il primo cittadino però, grazie ai controlli degli ispettori del
lavoro, il caporalato “si è di molto ridimensionato ed è diventato
residuale”. Eppure basta andare d’estate a Nardò per vedere le tendopoli
in cui alloggiano i migranti sfruttati e i ruderi in cui sono costretti
a vivere gli altri, sottomessi ai caporali. “Non ci siamo costituiti
parte civile perché il processo è fondato su intercettazioni e indagini
effettuate quando il reato non esisteva”, spiega Risi. Insomma, sul
territorio ci si aspetta che i datori di lavoro locali coinvolti nel
processo, come i Latino, vengano assolti. Il Comune non si costituisce
parte civile in un processo simbolo perché, afferma Risi, “per
l’amministrazione comunale di Nardò la costituzione repubblicana è il
simbolo più alto di tutti”.
Anche a Rosarno, cittadina calabrese teatro della famosa rivolta dei
braccianti africani che nel 2010 si ribellarono alla ‘ndrangheta e allo
schiavismo, le istituzioni non hanno pensato di costituirsi parte civile
nel processo contro Antonio Pititto, condannato a 13 anni e 10 mesi di
carcere in primo grado per avere ridotto in schiavitù il ghanese Joseph
Biribi. Dopo essere fuggito durante gli scontri, Biribi ha denunciato il
suo schiavista. L’unica a costituirsi parte civile è stata
l’associazione anti-tratta abruzzese “On the road”
che ha dato assistenza legale al bracciante. Biribi era costretto a
vivere in un rudere distante diversi chilometri dal paese di Cessaniti
(VV), insieme agli animali del ‘padrone’, senza bagno, energia elettrica
e senza copertura, per cui quando pioveva lui dormiva sotto l’acqua.
Lavorava con orari massacranti, sette giorni su sette, accudendo le
pecore, raccogliendo arance e mandarini, con una paga pattuita di 20
euro al giorno in nero. Parte del lavoro non gli fu pagato e Pititto gli
consegnò anche 100 euro falsi come salario. Biribi era costretto a
lavarsi con l’acqua avanzata dall’abbeveraggio degli animali, gli era
vietato usare la bombola del gas per scaldarsi. I giudici hanno
stabilito che c’è stato sfruttamento mediante violenza, inganno e
approfittandosi della situazione di necessità del lavoratore.
Pititto arrivò a picchiare e ferire Biribi con un pezzo di legno in
testa perché non obbediva al suo ordine di gettare via il cellulare che
squillava durante il lavoro e che era il suo unico mezzo di collegamento
con il resto del mondo. Dopo due anni, quando le forze dell’ordine
andarono a fare accertamenti sul datore di lavoro calabrese, trovarono
altri lavoratori stranieri segregati nello stesso rudere e ridotti alla
fame, costretti a mangiare gli avanzi dei cani di Pititto. Il processo
di appello è previsto per il 9 giugno in Corte d’Assise d’Appello a
Reggio Calabria.
Il ruolo ambiguo delle agenzie interinali di RAFFAELLA COSENTINO ROMA – “Il nome Quanta l’ho letto solo sulle buste paga
e sui Cud che arrivano a casa. Ma io non mi sono mai rivolta
all’agenzia interinale, lavoravo sempre e solo con il solito caporale”. È
la testimonianza di Maria, lavoratrice di Brindisi impiegata nelle
raccolte agricole stagionali attraverso l’agenzia interinale Quanta di
Rutigliano, in provincia di Bari. Sono migliaia le storie come la sua.
Per mascherare di legalità il caporalato, l’intermediazione illecita
avveniva usando la filiale barese di un’importante agenzia di
somministrazione del lavoro. “Non solo l’uso di caporali ma anche falsi
part time, sottosalario ed evasione – spiega il segretario della Flai
Cgil Puglia Giuseppe Deleonardis – Abbiamo fatto le segnalazioni ai
carabinieri e all’Inps e sono scattate le ispezioni e le sanzioni”.
Quanta ha azzerato il gruppo dirigente locale e ha avuto penali di
“centinaia di migliaia di euro”. Il 23 aprile ha firmato un protocollo
d’intesa con i sindacati (Cgil, Cisl e Uil) per contrastare il
caporalato. Nel documento c’è scritto che si ricorrerà a liste di
prenotazione e che “sarà garantito gratuitamente e secondo quanto
previsto da contratto, il trasporto per il raggiungimento del posto di
lavoro”.
Vincenzo Mattina, vice presidente del gruppo Quanta,
ex sindacalista ed ex parlamentare italiano ed europeo con i
socialisti, conferma che la filiale di Rutigliano è stata
“commissariata” e che le sanzioni dall’Inps sono state pari a “parecchie
centinaia di migliaia di euro”. A suo avviso la responsabilità è
interamente dei due ex responsabili della sede barese che sono stati
licenziati. Il vice presidente li definisce “dipendenti infedeli” che
hanno avuto “comportamenti anomali”. “Non avevamo nessuna percezione che
potessero essere usati caporali”, spiega Mattina elencando le
contromisure prese dal gruppo: filiale commissariata, ravvedimento
all’Inps, pagamento delle sanzioni, regolarizzazione dei lavoratori che
avevano avuto trattamenti inadeguati, esclusione dai clienti delle
aziende colluse con i dipendenti infedeli, accordo con i sindacati per
una condotta legale.
“Questi due dipendenti – precisa ancora il vice presidente di Quanta –
per semplificarsi la vita si facevano fare le squadre dai caporali, non
posso definirli altrimenti, invece la nostra presenza doveva servire a
regolarizzare situazioni off limits”. “Da questa vicenda abbiamo avuto
solo danni – continua Mattina – delle migliaia di lavoratori coinvolti,
nessuno ci aveva segnalato una qualsiasi anomalia e forse questo ha
determinato una falla nei nostri sistemi di controllo. Si è scoperto che
i caporali sono proprietari di pullman, ma per questo devono avere
delle autorizzazioni, è strano che queste persone siano tutte immacolate
e abbiano potuto avere le licenze”.