
Molte cose sono state dette e
molte analisi politiche si sono avvicendate riguardo il ruolo e
l’utilità dei centri sociali occupati nel contesto attuale.
Contesto
che, sotto gli occhi di tuttə, è radicalmente mutato rispetto al
periodo di maggiore prosperità e diffusione delle occupazioni.
Riteniamo
tuttavia semplicistica e poco utile la visione dicotomica che sembra
delinearsi troppo spesso: da una parte chi ritiene la pratica
dell’occupazione ormai obsoleta e totalmente superata/superabile, la
“fine di un’era”; dall’altra chi ne continua a ribadire la centralità,
sottostimando tuttavia i mutamenti socio-politici in corso che ne
impongono un ripensamento.
Due posizioni comprensibili, ma poco soddisfacenti nel tenere insieme più livelli di complessità.
Se
ci sembra evidente la necessità di fuoriuscire dalle logiche
burocratiche e immobilizzanti, che spesso
Per noi l’occupazione è, e deve essere, un progetto politico che si radica in un luogo, senza tuttavia coincidere né esaurirsi con esso. È ancorato, ma non chiuso; situato, ma non confinato.
La sua funzione non è solo abitare uno spazio e autogestirlo, bensì generare del movimento a partire da esso.
Al suo interno può e deve svilupparsi un’intelligenza collettiva, una capacità condivisa di analisi, organizzazione e invenzione che permettano la sperimentazione e la diffusione di pratiche capaci di incidere nel reale.
È nel dialogo continuo tra tradizione e innovazione — tra memoria delle lotte e sperimentazione — che questa intelligenza si consolida e si rinnova. Lo spazio liberato permette l’intrecciarsi di persone e lotte diverse, di risorse, relazioni, strumenti e competenze che rendono possibile l’organizzazione collettiva.
Lo spazio funziona, allora, come isola dentro un contesto ostile, avamposto in campo nemico, in cui sottrarsi temporaneamente alla pressione e repressione per elaborare strategie e consolidare legami.
Un’isola di cui noi stessə abbiamo bisogno, in una città in cui gli spazi sono sempre più rari e compressi.
Nel mondo capitalista, patriarcale e razzista in cui viviamo – sempre più atomizzato e discriminante – sentiamo il bisogno di vivere e costruire luoghi in cui essere e sentirci all’opposto.
Abbiamo bisogno dei centri sociali perchè abbiamo bisogno di comunità resistenti: per vivere meglio ed essere meno solə nell’affrontare la solitudine strutturale e le precarietà che il sistema produce.
Un’isola non è tuttavia un recinto.
Se diventa solo comunità autoreferenziale, se si esaurisce nella dimensione identitaria e nel conforto reciproco, smette di essere politica e diventa sterile ripetizione di sé. Ridotto a rifugio, rischia di funzionare come palliativo morale: uno spazio in cui si allevia il disagio prodotto dalla società dominante senza però incidere realmente su di essa.In questo modo, più che produrre conflitto, neutralizza la propria potenza trasformativa.
Il centro sociale deve, invece, essere un luogo di politicizzazione e conflitto: uno dei primi tasselli di un percorso che necessariamente eccede i suoi confini. Perché tutto ciò assume senso solo nella proiezione all’esterno – nel quartiere, nella città – e nella contaminazione tra contesti, lotte e persone.
E allora, cosa cambia dall’incontrarsi, socializzare, fare assemblea in uno spazio qualunque? O nell’affittarne uno?
A nostro parere, si tratta di considerare il piano stesso in cui si dà l’esperienza politica.
Lo spazio non è mai neutro: riunirsi in un luogo concesso, temporaneo, regolato, significa muoversi interamente dentro l’ordine esistente, accettarne le cornici e le condizioni, anche quando le pratiche che vi si svolgono vorrebbero metterle in discussione. Attraversare uno spazio occupato è già un atto di rottura e rifiuto di questa logica. Il semplice varcarne la soglia espone i corpi, li colloca, li posiziona senza ambiguità da un lato preciso della barricata. Qui la politica non è mediata dal discorso o dalla rappresentanza, ma passa attraverso la presenza, il rischio, rendendo impossibile qualsiasi pretesa di neutralità.
La domanda, allora, non è se incontrarsi altrove sia possibile, ma che cosa cambia quando lo si fa in uno spazio occupato.
L’occupazione sottrae uno spazio alle dinamiche capitaliste di produzione e messa a valore. Sospende le regole e la legalità che normano il nostro agire, prescrivendo e sanzionando ciò che è vietato e invitandoci a comportarci come si conviene. Produce, per contrasto, uno spazio dove altre pratiche diventano possibili, dove si intravvedono altre forme di vita.
In questo senso, uno spazio occupato orienta chi lo attraversa verso una prospettiva radicale e non riformista: non si tratta di migliorare l’accesso a spazi concessi, ma di contestare il principio stesso di proprietà, gestione e governo dei territori. La radicalità che ne emerge è praticata e situata: si costruisce nella continuità dell’uso, nella difesa quotidiana, nella tensione permanente con l’ordine istituzionale.
Lo spazio sociale occupato non è un contenitore al cui interno “fare politica”, ma è già in parte pratica politica stessa, una pedagogia implicita che, attraverso l’esperienza concreta, dimostra che lo spazio può essere sottratto, trasformato, liberato.
Non solo: la riappropriazione ed autogestione di un luogo ci obbligano ad affrontare qui e ora questioni che troppo spesso le organizzazioni rivoluzionarie rischiano di rimandare ad un fumoso domani, quando la rivoluzione sarà già avvenuta:
Come si organizza una società rivoluzionaria?
Come e cosa produce?
Come prende le decisioni?
Come applica la giustizia e come la forza?
Oltre ad essere uno spazio, per noi il nostro centro sociale occupato è una di quella forme organizzative di cui abbiamo ancora bisogno: una forma ibrida, diversa tanto dall’organizzazione gerarchica o di massa, come i partiti novecenteschi, quanto dalla semplice somma di bande affini.
Una pratica che oscilla tra mezzo e fine, tra un dentro e un fuori, che continua a lavorare con una prospettiva di lungo periodo.
La vecchia talpa che erode il sistema.
Il punto di partenza per un caleidoscopio di prospettive e pratiche con cui provare a farlo crollare.
Lunga vita alle occupazioni di ieri, di oggi e di domani!

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