mercoledì 21 giugno 2017

pc 21 giugno - Sicilia, il DISASTRO DELL'ECONOMIA... tra un'elezione e l'altra... tra Orlando e Crocetta...

Come avevamo detto durante la nostra “campagna elettorale”, questa descrizione dello stato dell’economia nell’isola, riportato dalla Repubblica, è solo una parte della disastrosa situazione generale, che è abbastanza sotto gli occhi di tutti, soprattutto di quelli che la vogliono vedere, ma loro hanno avuto il coraggio di chiedere il voto! Ricevendo per fortuna un gran calcio sui denti con il non voto che ha raggiunto la maggioranza. La borghesia parassitaria e delinquente siciliana, però, non si lascia scoraggiare facilmente, e si prepara, nonostante tutto, a chiedere il voto alle prossime elezioni regionali!

La tabella dà un insieme riassuntivo, nonostante le cifre siano sempre quelle ufficiali e interpretate da un giornalista, e quindi, poco affidabili dal nostro punto di vista.

Sicilia, il disastro economia
In 5 anni crollo degli occupati
Abbiamo messo a confronto i report di Bankitalia dal 2012 ad oggi. Pil sotto di dodici punti rispetto al periodo pre-crisi. Tra le imprese reggono soltanto quelle del food e del turismo
L’aggancio al treno della ripresa è fallito. E così, dopo un 2015 di ripartenza, l’ultimo rapporto sull’economica della Banca d’Italia fotografa un 2016 deludente: “La ripresa iniziata nel 2015 – si
legge nel documento - è rimasta debole e non si è ancora diffusa alla generalità dei settori produttivi. La crescita dell’occupazione si è interrotta nel secondo semestre”. Un disastro totale, se si considerano gli anni precedenti: tanto che alla fine Bankitalia ritrae un Pil siciliano “inferiore ai livelli pre-crisi di circa 12 punti percentuali, rispetto ai 7 punti dell’Italia”. Altrove va male, su questa sponda dello Stretto malissimo.

Meno lavoro, più precariato
Il problema è soprattutto l’occupazione. Che dal 2012 al 2016 si è ridotta di 1,2 punti percentuali: l’anno scorso il saldo dei posti di lavoro è stato stazionario, con una lieve flessione statisticamente irrilevante, nonostante il primo semestre abbia dato segnali incoraggianti. Segnali che quest’anno si replicano: il primo trimestre 2017, non riportato nel dossier della Banca d’Italia, vede una lieve crescita, dell’1,1 per cento, ma gli esperti invitano ad analizzare i dati solo quando l’anno si completa. Anche perché, spesso, i contratti sono provvisori: nel 2016, ad esempio, le assunzioni a tempo indeterminato sono calate del 33,9 per cento rispetto all’anno precedente, mentre crescevano invece i contratti a termine (più 8 per cento) e addirittura esplodevano i contratti di apprendistato (l’aumento è stato dell’83,3 per cento). “L’anno scorso – scandiscono da Bankitalia – c’erano più sgravi. Quest’anno ce ne sono di meno, e in un mercato più depresso manca lo stimolo a stipulare nuovi contratti a tempo”.


Isola senza cantieri
Il crollo più importante arriva dalle costruzioni: ad eccezione della crescita degli occupati vista nel 2015, da cinque anni a questa parte è arrivato un calo dopo l’altro, e per ogni cento lavoratori impegnati nel settore nel 2012 oggi oltre 17 sono disoccupati. Anche se i cantieri ripartono: basandosi sui dati del Centro ricerche economiche e sociali del mercato dell’edilizia, la Banca d’Italia descrive una Sicilia nella quale sono state bandite meno gare, 1.058 contro le 1.593 del 2015, ma per importi maggiori, 962,8 milioni contro 911,1. Eppure il settore langue: “L’anno precedente – si legge nel rapporto – il valore aggiunto era cresciuto del 4,1 per cento. Nel 2016 si è ridotto dell’1,3 per cento. Il calo dell’attività è stato diffuso sul territorio regionale e si è concentrato nella seconda parte dell’anno”. Le case, in Sicilia, non si vendono: le compravendite riguardano prevalentemente i privati, ma l’invenduto in pancia ai costruttori rimane elevatissimo. L’unica risorsa a cui fare affidamento, dunque, è la finanza pubblica della programmazione europea, a partire dal Patto per il Sud. Che, però, per gran parte è ancora solo sulla carta.

Sulle ali del turismo
Il soccorso, così, arriva necessariamente dall’estero. Perché la “Sicilia che riparte”, lo slogan sbandierato da Rosario Crocetta, è piuttosto quella che arriva: nel 2016 sono atterrati negli aeroporti siciliani 15,4 milioni di passeggeri, con un incremento dell’8,9 per cento rispetto all’anno precedente e un passo decisamente più veloce che nel resto del Mezzogiorno (6,5) o in tutta Italia (4,7). Va bene soprattutto Fontanarossa, capace da sola di quasi 8 milioni di arrivi (aumento dell’11,4), seguita da Punta Raisi (5,3 milioni, con un aumento dell’8,5). E così, nonostante la lieve contrazione di Birgi (unico scalo che decresce, con un tracollo sui voli internazionali dovuto probabilmente al graduale disimpegno di Ryanair) il settore “ristorazione, commercio e alberghi”, un’unica categoria per Bankitalia, segna l’unico aumento quinquennale: ogni 100 lavoratori del 2012, nel 2016 c’erano 3 dipendenti in più, fra l’altro con un minor ricorso ai voucher. Il calo più grande è arrivato nel 2013, ma da allora l’occupazione è aumentata, con due anni consecutivi di crescita e addirittura un più 6,5 per cento nel 2015 e un nuovo incremento dell’1,3 l’anno scorso. È una magra consolazione, ma è l’unico indicatore che salva in parte la Sicilia. Ma che, per altro verso, la punisce: la diminuzione dell’export verso Turchia, Africa e Media Oriente, per effetto del terrorismo internazionale e del calo del prezzo del petrolio, è consistente, e dunque l’unico modo per salvare l’economia è affidarsi al denaro in arrivo. Per tentare un aggancio al treno della ripresa. Un treno che negli ultimi cinque anni ha ignorato la Sicilia.

La Repubblica-Palermo
21 giugno ’17

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