venerdì 26 giugno 2015
pc 26 giugno - La liberazione di Igor Mendes in Brasile
Mais
de 200 pessoas compareceram ao ato de recepção aos ativistas Igor
Mendes, Elisa Quadros e Karlayne Moraes na noite dessa quinta-feira,
25/6, no IFCS/UFRJ.
pc 26 giugno - Messaggio dal Revolutionary Communist Party - Egypt
Dear comrades all over the world,
Red greetings , we as a Revolutionist Communist Party of Egypt (RCP) want to thank all comrades , groups , organisations and parties progressive and communist who supported our case of arrested comrades at Labour day 2015.
We wanna to inform you to that all our comrades are set free now and we also insist thar arresting and oppression will not make us stop patriotic, progressive and class struggle till reach the communist society which is free of exploitation ,destruction and wars.
*Special thanks to all our comrades organisations for revolutionary communist parties for their support which was marvellous and effective.
Long live international solidarity .
long live Marxism Leninism.
Revolutionary Communist Party -Egypt
central committee
16 june .
Red greetings , we as a Revolutionist Communist Party of Egypt (RCP) want to thank all comrades , groups , organisations and parties progressive and communist who supported our case of arrested comrades at Labour day 2015.
We wanna to inform you to that all our comrades are set free now and we also insist thar arresting and oppression will not make us stop patriotic, progressive and class struggle till reach the communist society which is free of exploitation ,destruction and wars.
*Special thanks to all our comrades organisations for revolutionary communist parties for their support which was marvellous and effective.
Long live international solidarity .
long live Marxism Leninism.
Revolutionary Communist Party -Egypt
central committee
16 june .
giovedì 25 giugno 2015
pc 25 giugno - FORMAZIONE OPERAIA: LA GIORNATA LAVORATIVA
La produzione del
plusvalore assoluto. Le lotte della classe operaia per la conquista della giornata
lavorativa ridotta
Svariati sono i metodi
con cui i capitalisti elevano il grado di sfruttamento degli operai, che in
sintesi però riguardano tutti invariabilmente la produzione di plusvalore assoluto
o quella di plusvalore relativo. Esamineremo prima la produzione di plusvalore
assoluto.
L’unica fonte del
plusvalore è il lavoro non pagato dell’operaio salariato. Per ottenere
plusvalore, il capitalista è obbligato a protrarre il tempo di lavoro dell’operaio
oltre il tempo di lavoro necessario. Solo in questo modo l’operaio può creare
plusvalore per il capitalista, nel periodo di pluslavoro. In regime
capitalistico dunque, la giornata lavorativa dell’operaio è sempre composta di
due parti, il tempo di lavoro necessario e il tempo di pluslavoro.
pc 25 giugno - Padova una fogna leghista e fascista - una denuncia testimonianza per Joi
Sono uscito poco fa dal pronto soccorso di Padova, dove la nostra compagna Joi
aspettava la visita dei medici. Aveva un taglio su un labbro, muoveva con
difficoltà il collo ed era particolarmente agitata.
autobus da un controllore.
Joi era in possesso di un regolare biglietto giornaliero delle linee urbane di
Padova.
guadagna da vivere e mantiene la figlia di poco più di un anno sistemando
all'africana i capelli delle donne che la chiamano. Nello stesso autobus i
controllori avevano trovato un ragazzo di colore senza biglietto e questo aveva
aumentato la già nota aggressività di alcuni controllori nei confronti dei migranti.
Mi ha detto che dopo aver chiesta la restituzione del biglietto regolare che aveva
presentato e che non le era stato riconsegnato, alle sue proteste, è scattata
l'aggressione.
E' questo il clima che si vive nella città di Padova. Un clima generato dalla
campagna di odio, dal razzismo diffuso a piene mani da chi governa questa città.
Non sono fatti nuovi, l'unica domanda che ci resta da farci è se qualcuno si
chiede fino a quanto può durare. ...
Paolo Benvegnù
pc 25 giugno - Combattere il fasciorazzismo nel popolo - una testimonianza e un esempio
Tram, antirazzismo e controinformazione
Ore 8.30 del mattino, Roma. Il tram passa in ritardo e le persone si affollano alla fermata. È ora di punta. Arriva; entriamo accalcandoci e maledicendo chi ci fa viaggiare come animali pronti per il macello. La rabbia esplode, contro l’azienda trasporti, contro i politici e poi, ovviamente contro gli immigrati.
«Ce ne stanno troppi – impreca una poco gentile signora poco distante – li rimandassero a casa».
Mi trova in forma e le spiego che non è colpa degli immigrati se al Comune di Roma in passato hanno assunto solo migliaia di persone in amministrazione ma mancano gli autisti e i meccanici per la manutenzione. Non è colpa degli immigrati se parte solo due terzi dei mezzi in deposito e neanche dei poveri autisti.
Un altro reagisce: «Si ma sti stranieri rubano e ammazzano!».
E io fermo, calmo, ma ridendo e alzando il tono:
«Non mi sembra che a rubare con Mafia Capitale siano stati gli immigrati! Ma vi rendete conto dei soldi che vi hanno fregato in questi anni e che vi continuano a fregare facendovi credere che il problema siano gli immigrati?».
Un’altra risponde – le signore hanno più voglia di reagire:
«Ma non hai visto quanta gente ammazzano, quanta droga vendono, quante case occupano?». E ancora, uno po’ più teso:
«Perché quando sono gli italiani ad ammazzare neanche se ne parlano, perché le partite di droga le gestiscono tutte, perché a occupare le case ci va la povera gente, indipendentemente dal paese di provenienza».
L’ennesima signora reagisce piccata:
«Si ma mia sorella prende 600 euro al mese di pensione e non gli danno la casa popolare e deve pagare un botto di affitto».
E ancora a rispondere: «Ma chi decide che si possano dare pensioni così basse? A chi fa comodo non costruire case popolari ma solo residenziali? Lo sa che in Europa la media dell’edilizia pubblica è del 16% e in Italia è minore del 4%? Sono gli immigrati a non voler far costruire le case popolari e a tenere basse le pensioni?».
Qualcuno annuisce, molti insistono:
«Si però ci rubano il lavoro!».
E ancora alzo la voce:
«Lei ha figli? Se si, ce ne manderebbe uno a raccogliere pomodori per 20 euro al giorno senza contributi lavorando 12 ore sotto il sole e dormendo in baracca?».
Risposta:
«No, i lavoratori debbono avere i diritti garantiti!».
E io:
«Anche gli immigrati?». E l’interlocutore:
«Certo al lavoro dobbiamo essere tutti uguali».
E io con la lama pronta:
«Se no che succede?».
L’anziano signore che insisteva abbassa la testa e dice:
«Se no ce se magnano tutti. Che je frega ai padroni».
Colpito da questo rigurgito di classe insisto:
«Quindi ci dovremmo svegliare tutti?».
Una signora realista scuote la testa rassegnata:
«Se fossimo un paese serio staremmo con le bombe e i forconi davanti al parlamento per cacciarli via sti zozzoni. Ma non avemo spiegato manco ai nostri figli che bisogna ribellasse. Per me non è destra o sinistra, so tutti magnoni. Io a votà nun ce vado, quelli me fanno tutti schifo. Ma se li regazzi nostri nun se movono annamo a finì male tutti, bianchi, neri, gialli e a pallini».
Entra forte un’altra voce:
«I negri sò bravi e lavoreno. Sò i zingheri, i rumeni e l’arabi che me mettono paura. Quelli t’accortellano e te votano casa che manco te n’accorgi! Ma perché nu li mannamo via?».
E ancora con pazienza:
«Se uno è un delinquente va condannato, se non ha fatto niente non po’ esse cacciato perché è rumeno no? Pensi se quanno portavamo la mafia in America o, oggi, le n’drine in Germania, se qualcuno ce dicesse?»
«Eh no l’italiani nun possono entrà».
«Mica semo tutti mafiosi?»
la risposta.
«Manco loro però!»
Azzardo io. Si va avanti. C’è chi scende, chi sale e si immette nella discussione.
«Ma perché vengono tutti qua da noi? – altra signora – perché semo fessi e boni».
«Non è vero - mi scaldo – ma lo sa che in Libano (più piccolo dell’Abruzzo) ci sono dieci volte il numero di immigrati che passa per l’Italia? Lo sa che da qui se ne vogliono andare perché sanno che non c’è futuro e la gente mangia sulle loro spalle? Lo sa che molti scappano per guerre che finanziamo noi? Lo sa che l’Europa ce dà i soldi per accogliere e non si capisce che fine fanno?»
«Perché non vanno ai clandestini?»
esordisce un ragazzo.
«No- reagisco cogliendo l’assist – vanno alle cooperative e ai consorzi che gestiscono la situazione e si mettono in tasc 35 euro al giorno a persona. Vanno ai proprietari dei centri di accoglienza che fanno mancare pure le lenzuola e si intascano i guadagni, tanto, con la scusa dell’emergenza non ci sono neanche seri controlli».
«Se c’era la Lira e nun entravamo in Europa mo stavamo mejo – prova un uomo finora taciturno – in Italia nun entrava nessuno».
«Quindi dobbiamo bombardare le persone in mare? – rispondo – farli affogare con gli altri perché c’è la crisi e non ci sono i soldi per aiutare? Secondo me i soldi ci sarebbero per tutti, solo che ormai ce sembra normale che qualcuno ne abbia tanti e molti non arriviamo a fine mese».
Silenzio… poi uno timidamente mi fa:
«E che famo la rivoluzione?».
Replico a questo punto facile facile:
«Si. Io sono cassaintegrato e non ho niente da perdere e tu? Non sono solo i politici come sento dire ma sono anche quelli che ormai giocano solo in borsa, speculano, fanno affari e portano i soldi all’estero dove non pagano neanche le tasse».
Imbarazzo e poi uno agguerrito che tira fuori la classica:
«Bisogna comincià a sparaje».
Io confuso:
«Agli immigrati?».
«No ai padroni e ai magnaccioni – ribatte- senza sarvanne nessuno».
«Una signora rimasta finora in silenzio bisbiglia:
«Ma che sparà, che ce vanno de mezzo l’innocenti. A questi se je voi fa male je devi levà i sordi e er potere». Ora sono in parecchi ad annuire. Gli immigrati se li sono scordati tutti. Alcuni sono sul tram e guardano sbigottiti la scena. Capolinea. Si scende, sono tornato a leggere quando vengo fermato da una signora elegante con accento straniero:
«Grazie – sussurra- fa piacere sentire uno che ragiona. Io vengo da Ucraina dove per colpa di americani ed europei ora comandano i nazisti e quelli dell’Isis. Tagliano i bambini a metà. Io sono scappata e nell’orrore non ci voglio più tornare. Grazie ancora, anche se alcuni li ha fatti arrabbiare».
La ringrazio e la saluto augurandole buona fortuna e poi mi domando: «Ma se la sola alternativa al martellamento dei tg e dei talk show fosse quella di recuperare la discussione pubblica? Semplice, senza la pretesa di fare il maestro ma costringendo a ragionare, a domandarsi chi siano i veri avversari al proprio benessere. Dovremmo forse tutti e tutte incazzarci più spesso, alzare la voce davanti ad un torto ma affermare anche, senza paura le cose che sappiamo, per riprendere a fare politica su basi di realtà e non su proclami. Entrare nella testa delle tante e dei tanti che alla rappresentanza dei propri interessi, delle ingiustizie subite, dei torti e dei diritti da difendere, non ci crede più. Il mondo dei traditi da un sogno di futuro che non si realizza. Il mondo capace di non dire più “io” ma “noi”, spesso inconsapevolmente comunista con cui dobbiamo continuare a dialogare, in nome appunto dell’ “inconsapevolmente” che potrebbe mutare. Il silenzio uccide, la parola può ancora rompere e irrompere in quello che resta dello spazio pubblico (anche su un tram) e instillare il tarlo del dubbio. Forse così non si cambia il mondo ma senza questa ripresa di parola, ogni tentativo di provarci è destinato alla sconfitta.
Stefano Galieni
Ore 8.30 del mattino, Roma. Il tram passa in ritardo e le persone si affollano alla fermata. È ora di punta. Arriva; entriamo accalcandoci e maledicendo chi ci fa viaggiare come animali pronti per il macello. La rabbia esplode, contro l’azienda trasporti, contro i politici e poi, ovviamente contro gli immigrati.
«Ce ne stanno troppi – impreca una poco gentile signora poco distante – li rimandassero a casa».
Mi trova in forma e le spiego che non è colpa degli immigrati se al Comune di Roma in passato hanno assunto solo migliaia di persone in amministrazione ma mancano gli autisti e i meccanici per la manutenzione. Non è colpa degli immigrati se parte solo due terzi dei mezzi in deposito e neanche dei poveri autisti.
Un altro reagisce: «Si ma sti stranieri rubano e ammazzano!».
E io fermo, calmo, ma ridendo e alzando il tono:
«Non mi sembra che a rubare con Mafia Capitale siano stati gli immigrati! Ma vi rendete conto dei soldi che vi hanno fregato in questi anni e che vi continuano a fregare facendovi credere che il problema siano gli immigrati?».
Un’altra risponde – le signore hanno più voglia di reagire:
«Ma non hai visto quanta gente ammazzano, quanta droga vendono, quante case occupano?». E ancora, uno po’ più teso:
«Perché quando sono gli italiani ad ammazzare neanche se ne parlano, perché le partite di droga le gestiscono tutte, perché a occupare le case ci va la povera gente, indipendentemente dal paese di provenienza».
L’ennesima signora reagisce piccata:
«Si ma mia sorella prende 600 euro al mese di pensione e non gli danno la casa popolare e deve pagare un botto di affitto».
E ancora a rispondere: «Ma chi decide che si possano dare pensioni così basse? A chi fa comodo non costruire case popolari ma solo residenziali? Lo sa che in Europa la media dell’edilizia pubblica è del 16% e in Italia è minore del 4%? Sono gli immigrati a non voler far costruire le case popolari e a tenere basse le pensioni?».
Qualcuno annuisce, molti insistono:
«Si però ci rubano il lavoro!».
E ancora alzo la voce:
«Lei ha figli? Se si, ce ne manderebbe uno a raccogliere pomodori per 20 euro al giorno senza contributi lavorando 12 ore sotto il sole e dormendo in baracca?».
Risposta:
«No, i lavoratori debbono avere i diritti garantiti!».
E io:
«Anche gli immigrati?». E l’interlocutore:
«Certo al lavoro dobbiamo essere tutti uguali».
E io con la lama pronta:
«Se no che succede?».
L’anziano signore che insisteva abbassa la testa e dice:
«Se no ce se magnano tutti. Che je frega ai padroni».
Colpito da questo rigurgito di classe insisto:
«Quindi ci dovremmo svegliare tutti?».
Una signora realista scuote la testa rassegnata:
«Se fossimo un paese serio staremmo con le bombe e i forconi davanti al parlamento per cacciarli via sti zozzoni. Ma non avemo spiegato manco ai nostri figli che bisogna ribellasse. Per me non è destra o sinistra, so tutti magnoni. Io a votà nun ce vado, quelli me fanno tutti schifo. Ma se li regazzi nostri nun se movono annamo a finì male tutti, bianchi, neri, gialli e a pallini».
Entra forte un’altra voce:
«I negri sò bravi e lavoreno. Sò i zingheri, i rumeni e l’arabi che me mettono paura. Quelli t’accortellano e te votano casa che manco te n’accorgi! Ma perché nu li mannamo via?».
E ancora con pazienza:
«Se uno è un delinquente va condannato, se non ha fatto niente non po’ esse cacciato perché è rumeno no? Pensi se quanno portavamo la mafia in America o, oggi, le n’drine in Germania, se qualcuno ce dicesse?»
«Eh no l’italiani nun possono entrà».
«Mica semo tutti mafiosi?»
la risposta.
«Manco loro però!»
Azzardo io. Si va avanti. C’è chi scende, chi sale e si immette nella discussione.
«Ma perché vengono tutti qua da noi? – altra signora – perché semo fessi e boni».
«Non è vero - mi scaldo – ma lo sa che in Libano (più piccolo dell’Abruzzo) ci sono dieci volte il numero di immigrati che passa per l’Italia? Lo sa che da qui se ne vogliono andare perché sanno che non c’è futuro e la gente mangia sulle loro spalle? Lo sa che molti scappano per guerre che finanziamo noi? Lo sa che l’Europa ce dà i soldi per accogliere e non si capisce che fine fanno?»
«Perché non vanno ai clandestini?»
esordisce un ragazzo.
«No- reagisco cogliendo l’assist – vanno alle cooperative e ai consorzi che gestiscono la situazione e si mettono in tasc 35 euro al giorno a persona. Vanno ai proprietari dei centri di accoglienza che fanno mancare pure le lenzuola e si intascano i guadagni, tanto, con la scusa dell’emergenza non ci sono neanche seri controlli».
«Se c’era la Lira e nun entravamo in Europa mo stavamo mejo – prova un uomo finora taciturno – in Italia nun entrava nessuno».
«Quindi dobbiamo bombardare le persone in mare? – rispondo – farli affogare con gli altri perché c’è la crisi e non ci sono i soldi per aiutare? Secondo me i soldi ci sarebbero per tutti, solo che ormai ce sembra normale che qualcuno ne abbia tanti e molti non arriviamo a fine mese».
Silenzio… poi uno timidamente mi fa:
«E che famo la rivoluzione?».
Replico a questo punto facile facile:
«Si. Io sono cassaintegrato e non ho niente da perdere e tu? Non sono solo i politici come sento dire ma sono anche quelli che ormai giocano solo in borsa, speculano, fanno affari e portano i soldi all’estero dove non pagano neanche le tasse».
Imbarazzo e poi uno agguerrito che tira fuori la classica:
«Bisogna comincià a sparaje».
Io confuso:
«Agli immigrati?».
«No ai padroni e ai magnaccioni – ribatte- senza sarvanne nessuno».
«Una signora rimasta finora in silenzio bisbiglia:
«Ma che sparà, che ce vanno de mezzo l’innocenti. A questi se je voi fa male je devi levà i sordi e er potere». Ora sono in parecchi ad annuire. Gli immigrati se li sono scordati tutti. Alcuni sono sul tram e guardano sbigottiti la scena. Capolinea. Si scende, sono tornato a leggere quando vengo fermato da una signora elegante con accento straniero:
«Grazie – sussurra- fa piacere sentire uno che ragiona. Io vengo da Ucraina dove per colpa di americani ed europei ora comandano i nazisti e quelli dell’Isis. Tagliano i bambini a metà. Io sono scappata e nell’orrore non ci voglio più tornare. Grazie ancora, anche se alcuni li ha fatti arrabbiare».
La ringrazio e la saluto augurandole buona fortuna e poi mi domando: «Ma se la sola alternativa al martellamento dei tg e dei talk show fosse quella di recuperare la discussione pubblica? Semplice, senza la pretesa di fare il maestro ma costringendo a ragionare, a domandarsi chi siano i veri avversari al proprio benessere. Dovremmo forse tutti e tutte incazzarci più spesso, alzare la voce davanti ad un torto ma affermare anche, senza paura le cose che sappiamo, per riprendere a fare politica su basi di realtà e non su proclami. Entrare nella testa delle tante e dei tanti che alla rappresentanza dei propri interessi, delle ingiustizie subite, dei torti e dei diritti da difendere, non ci crede più. Il mondo dei traditi da un sogno di futuro che non si realizza. Il mondo capace di non dire più “io” ma “noi”, spesso inconsapevolmente comunista con cui dobbiamo continuare a dialogare, in nome appunto dell’ “inconsapevolmente” che potrebbe mutare. Il silenzio uccide, la parola può ancora rompere e irrompere in quello che resta dello spazio pubblico (anche su un tram) e instillare il tarlo del dubbio. Forse così non si cambia il mondo ma senza questa ripresa di parola, ogni tentativo di provarci è destinato alla sconfitta.
Stefano Galieni
pc 25 giugno - Azione repressiva ignobile del governo spagnolo contro il popolo basco - massima solidarietà
Paese Basco: il Tribunale Supremo ordina la confisca di 107 herriko taberna
E'
di ieri la notizia della conferma da parte del Tribunale Supremo dello
Stato Spagnolo che mantiene la condanna nei confronti di 20 militanti e
dirigenti della sinistra indipendentista basca e l'ordine di confisca di
107 herriko taberna, le sedi sociali del movimento sparse in tutto il
territorio basco. Così facendo il tribunale conferma in parte la
sentenza della scorsa estate, accogliendo però la richiesta di alcune
attenuanti che riducono la pena carceraria dei militanti indipendentisti
a circa un anno e mezzo di carcere, dimezzando così la condanna
inflitta la scorsa estate. Stando al dispositivo nessuno degli imputanti
dovrà tornare in carcere, avendo già scontato più di un anno e mezzo di
carcere preventivo nelle prigioni spagnole all'inizio del processo,
cominciato nel 2002.L’accusa nei confronti della rete di
herriko taberna, letteralmente “taverne del popolo”, è quella di esser
state strumento di finanziamento dell’ETA e rientra pienamente nella
visione espressa più volte dai tribunali spagnoli per i quali “tutto è
ETA”, una lettura utilizzate più volte per mettere fuori legge le
organizzazioni politiche della sinistra basca a partire dal partito
Batasuna e dall'organizzazione giovanile Segi.

L'attacco nei confronti delle “herrikos”, locali importantissimi per il finanziamento e per l'insediamento e l’aggregazione popolare del movimento indipendentista basco, si inserisce pienamente nella spirale repressiva che lo Stato spagnolo sta continuando a condurre nei confronti della sinistra abertzale nonostante la fine della lotta armata da parte dell’organizzazione fondata nel ’59.
E' di poche settimane fa infatti l'incarcerazione di cinque giovani attivisti condannati non per reati specifici ma solo a causa della loro militanza in Segi, a protezione dei quali si era messa in campo la pratica del “muro popolare” con la mobilitazione di centinaia di giovani per impedire o quantomeno ritardare l’arresto. Senza contare che sta arrivando a conclusione anche il processo nei confronti di Askapena, la principale organizzazione internazionalista basca, per la quale la magistratura chiede lo scioglimento e l'illegalizzazione, oltre alla condanna di sei militanti 6 anni di carcere ciascuno.
Un attacco frontale da parte dello Stato spagnolo nei confronti della sinistra indipendentista basca che continua a mostrare la mancanza assoluta di volontà politica, da parte del governo, di portare a compimento un serio processo di risoluzione del conflitto basco che sia basato su un negoziato e sulla rimozione della legislazione d’emergenza.
Già nella giornata di ieri sono stati decine i presidi e le manifestazioni organizzate in diverse località contro la sentenza che ordina il sequestro delle sedi del movimento, definita da Pernando Barrena, rappresentate di Sortu, “la più grande confisca di beni per persecuzione politica dai tempi del Franchismo”. Oggi si replica e nel fine settimana altre iniziative denunceranno il tentativo da parte di Madrid di chiudere letteralmente la bocca alla sinistra basca espellendola dai quartieri e anche dai centri più piccoli, dove dalla fine del franchismo le Herriko Taberna hanno rappresentato un fondamentale centro di socializzazione politica di un’intera comunità popolare.
*corrispondenza dal Paese Basco
L'attacco nei confronti delle “herrikos”, locali importantissimi per il finanziamento e per l'insediamento e l’aggregazione popolare del movimento indipendentista basco, si inserisce pienamente nella spirale repressiva che lo Stato spagnolo sta continuando a condurre nei confronti della sinistra abertzale nonostante la fine della lotta armata da parte dell’organizzazione fondata nel ’59.
E' di poche settimane fa infatti l'incarcerazione di cinque giovani attivisti condannati non per reati specifici ma solo a causa della loro militanza in Segi, a protezione dei quali si era messa in campo la pratica del “muro popolare” con la mobilitazione di centinaia di giovani per impedire o quantomeno ritardare l’arresto. Senza contare che sta arrivando a conclusione anche il processo nei confronti di Askapena, la principale organizzazione internazionalista basca, per la quale la magistratura chiede lo scioglimento e l'illegalizzazione, oltre alla condanna di sei militanti 6 anni di carcere ciascuno.
Un attacco frontale da parte dello Stato spagnolo nei confronti della sinistra indipendentista basca che continua a mostrare la mancanza assoluta di volontà politica, da parte del governo, di portare a compimento un serio processo di risoluzione del conflitto basco che sia basato su un negoziato e sulla rimozione della legislazione d’emergenza.
Già nella giornata di ieri sono stati decine i presidi e le manifestazioni organizzate in diverse località contro la sentenza che ordina il sequestro delle sedi del movimento, definita da Pernando Barrena, rappresentate di Sortu, “la più grande confisca di beni per persecuzione politica dai tempi del Franchismo”. Oggi si replica e nel fine settimana altre iniziative denunceranno il tentativo da parte di Madrid di chiudere letteralmente la bocca alla sinistra basca espellendola dai quartieri e anche dai centri più piccoli, dove dalla fine del franchismo le Herriko Taberna hanno rappresentato un fondamentale centro di socializzazione politica di un’intera comunità popolare.
*corrispondenza dal Paese Basco
pc 25 giugno - "PERMESSO DI SOGGIORNO UMANITARIO SUBITO" - LA BELLA LEZIONE DELLA GRANDE RIVOLTA DEI MIGRANTI DEL 2011 A MANDURIA (TA)
2 aprile: Libertè... Libertè
Gli avvenimenti vergognosi di questi giorni di come vengono trattati i migranti e delle loro legittime richieste, pongono l'urgenza che il governo Renzi/Alfano, invece di pensare a trattare la questione migranti come una questione militare, preparandosi a far partire una missione di guerra, dovrebbe almeno riproporre la soluzione temporanea trovata per 20mila migranti nel 2011: un permesso di soggiorno umanitario. L'ironia della sorte è che questa soluzione fu presa dall'allora Ministro degli interni Maroni... Chiaramente costretto soprattutto dalla grande e bellissima rivolta dei migranti che ci fu a Manduria il 2 aprile 2011: una rivolta frutto della forte lotta dall'esterno del campo, che vide momenti di scontro con i carabinieri e fascisti, delle lavoratrici, lavoratori, disoccupati Slai cobas e di decine di antirazzisti, solidali e della protesta dei migranti, che incoraggiati da quella lotta sfondarono i cancelli.
Riportiamo dal Dossier "Dal campo immigrati di Manduria - cronache dirette" parte del racconto di quelle giornate.
Il Dossier si può richiedere a slaicobasta@gmail.com
"Sabato 2 aprile lo slai cobas per il sindacato di classe e proletari comunisti hanno prima nel pomeriggio partecipato alla manifestazione indetta a Manduria alle 16 - positiva perchè inizialmente avrebbe dovuto proseguire con un corteo fino al campo e perchè impediva di fatto una manifestazione di destra travestita da comitato spontaneo dei cittadini indetta per la stessa ora, questa cosa è avvenuta e si è realizzata.. un fascista ha preso anche uno schiaffo da una nostra compagna. Quando però questa manifestazione, per iniziativa di sel e federazione della sinistra si è trasformata in una manifestazione di stampo elettorale con un comizio di Vendola abbiamo invitato la piazza a spostarsi al campo; la piazza si è dimezzata e quindi siamo arrivati al campo; non certo come manifestanti del sabato sera, dato che era la terza volta in una settimana che siamo andati per rivendicare l’ingresso nel campo, riservato fino ad ora alle squallide passerelle di onorevoli di centro destra, come di centrosinistra, presidenti, e rappresentanze istituzionali.. che fanno il giro del campo superscortati, rilasciano interviste alle tv e poi vanno nei salotti di esse a ripetere il teatrino..cosa che sta sempre più indignando le popolazioni, indipendentemente dalle opinioni politiche o quelle che si hanno sulla tendopoli.
Lo slai cobas per il sindacato di classe e proletari comunisti hanno subito dopo sviluppato ai cancelli del campo la protesta contro la presenza degli elementi destra, dei comitati spontanei che fanno le ronde con presenza anche di persone della cgil Manduria con tanto di bandiere in un fronte antimmigrati minoritario in città.
La nostra protesta e solo la nostra protesta ha portato questo fronte di 20/30 persone ad abbandonare la roulotte e il presidio antimmigrati...
subito dopo abbiamo avviato la pressione e la forzatura pacifica del blocco al campo, intorno alla richiesta di aprirne le porte ai manifestanti, alle associazioni, ai cittadini di Manduria, Oria, ecc., perchè ci fosse una assemblea con gli immigrati rinchiusi, perchè si accertassero le condizioni reali del campo in materia di acqua cibo assistenza alla salute, perchè si mettessero a confronto le ragioni della popolazione e degli immigrati rinchiusi, perchè si permettesse la solidarietà umana e materiale dei tanti cittadini che vogliono portare viveri, vestiario, e altre forme di assistenza e viene loro impedito.
La nostra pressione sempre più intensa ha raccolto via via l’adesione dei numerosi antirazzisti appartenenti a varie associazioni politiche e sociali e la pressione è divenuta forte e combattiva, via via sempre più difficile da contenere dalle forze dell’ordine, con le compagne e in particolare le nostre compagne e altre donne e ragazze che hanno fatto da prima linea dell’assedio pressione verso i cordoni polizieschi che non reggevano, e mentre questo avveniva, dal campo sono cominciate a sopraggiungere le urla di protesta delle centinaia e centinaia di immigrati rinchiusi, che a loro volta hanno avviato la pressione.
La polizia in assetto antisommossa anche se poco numerosa è stata presa fra due fuochi, e a quel punto gli immigrati sono passati in massa al grido di ‘libertè libertè’, l’incontro con i manifestanti è
stato davvero entusiasmante, abbracci e grida comuni, pugni alzati e dita a segno di vittoria hanno reso questa manifestazione simile alle piazze ribelli di Tunisi e del mondo arabo.
Gli immigrati spesso prendevano ogni tipo di bandiera rossa che era presente al presidio, non certo per aderire a questa o quella organizzazione, ma per identificarsi con la protesta in corso e con il colore di essa che era rosso e proletario.
La strada è stata bloccata da questo tumultuoso corteo umano che certamente all’inizio non sapeva dove andare, dirigersi alla stazione o al paese o fermarsi là, l’indicazione di dirigersi verso la stazione e il paese era la più giusta, ma l’importante era non dividere la protesta e lasciare che si esprimesse secondo l’embrione di autorganizzazione collettiva che essa esprimeva.
Gli immigrati non fuggivano ma protestavano in massa in forma collettiva, unendosi ai manifestanti antirazzisti, ringraziandoli a gran voce per la protesta, un abbraccio solidale e internazionalista per davvero...
...L’assemblea degli immigrati, all’aperto e con la presenza di tutti, con l’intervento del Sindaco di Taranto prodigatosi per l’assistenza medica di due immigrati che si sono sentiti male, è stata convulsa
e a più voci in arabo, con la decisione finale di rientrare.. ma non certo a testa bassa, ma per pretendere cibo, assistenza, condizioni migliori, libertà.
Il sindaco assicurava che vi sarebbe stata una delegazione di controllo, cosa abbastanza fragile e impraticabile senza la presenza di massa della protesta molto più importante è stata la fraternizzazione di massa durata ore tra immigrati, manifestanti, cittadini con scambio di cose, informazioni, indirizzi...
NEI GIORNI SUCCESSIVI
...Sembra in alcuni momenti che le parti si siano invertite, ora sono gli immigrati ad “accogliere” gli italiani. Ieri fuori dal campo, nei prati antistanti dove ormai stanno gli immigrati noi, la delegazione dello Slai cobas per il sindacato di classe e di Proletari comunisti, come altri compagni, siamo stati accolti con gioia, abbracci, calorose strette di mano; ed erano loro che ci offrivano l’acqua, i mandarini, ecc.
Ieri alle 15 era indetta una manifestazione antirazzista a livello regionale. La polizia, nonostante il divieto di manifestare fatto dal prefetto di Taranto, ha fatto un blocco soft soprattutto verso le macchine; un tentativo di indurirlo verso realtà che provenivano dal brindisino è stato subito sventato dalla protesta dei compagni.
Appena arrivati gli immigrati ci hanno aiutato a fare gli striscioni, poi appesi sul muretto di cinta del campo, insieme a una strisciata di foto della rivolta di sabato 2 aprile – molto apprezzata dagli
immigrati...
Negli striscioni e nel mini volantino, entrambi in francese, erano sintetizzate, insieme alla ripresa degli obiettivi (permesso di soggiorno per tutti – niente espulsioni, niente detenzione – libertà
di circolazione), le parole d’ordine di questa fase: “La lutte a commencé à gagner, mais nous devons continuer pou les papier ed les drois a vivre ed travailler” - “Liberté! Unitè travailleurs immigrès / travailleurs italiens”...
...La realtà del campo di Manduria continua ad essere diversa. Gli immigrati esprimono un livello di coscienza politica e sociale, di visione e risoluzione collettiva nella attuale situazione, della
necessità della lotta collettiva – da riprendere se necessaria...
Anche singoli episodi di atteggiamenti sbagliati con le popolazioni locali (ma stiamo parlano di 2 immigrati, che invece la stampa amplifica in maniera assurda e anche falsa), vengono condannati e bloccati dagli stessi tunisini.
Chiaramente sabato 2 aprile è stato il punto importante di svolta.
E l’intreccio tra “scintilla esterna” nostra e area di compagni e lotta interna continua a produrre una situazione che fa di Manduria un esempio diverso e positivo.
E’ la rivolta collettiva di sabato scorso e questo intreccio che soprattutto hanno permesso di trasformare da un giorno all’altro la situazione...
pc 25 giugno - CON I MIGRANTI, LA MOBILITAZIONE DELLO SLAI COBAS SC A TARANTO
SABATO ALL'AMMIRAGLIATO!
Parte da Taranto la missione di guerra anti migranti della UE, capeggiata dall’Italia
Parte sabato la portaerei Cavour dalla base navale in mar grande.
Lo Slai cobas per il sindacato di classe Taranto chiama tutti a manifestare contro la guerra imperialista, la missione neocoloniale e in solidarietà con i migranti
sabato 27 giugno ore 10 lungomare – di fronte all’ammiragliato
Migranti a Taranto in sciopero della fame - subito permesso di soggiorno umanitario - come si ottenne a Manduria dopo la rivolta del 2 aprile
I migranti non possono essere trattati come se fossero dei pacchi da sistemare senza dignità e condizioni decenti e da spedire al più presto possibile.
Come denuncia il movimento "Welcome Taranto": "Il Palaricciardi non è un edificio progettato per adempiere all'accoglienza e al soggiorno di un elevato numero di persone che, in alcuni casi da diversi mesi, attende di conoscere la meta futura. Il Palaricciardi era stato immaginato per permanenze brevi. Oggi, invece,ospita anche migranti che hanno già formalizzato la loro richiesta di asilo, e ai quali non sono riconosciuti i diritti del loro status... la struttura non raggiunge neanche i livelli minimi di privacy, con un'evidente difficoltà per i soggetti più esposti e vulnerabili, bambini donne in stato interessante... il palaricciardi più che un centro di accoglienza è apparso da subito come un casermone dove "parcheggiare" i migranti..."
Giustamente i migranti ieri hanno manifestato la loro protesta in p.zza Immacolata e ora alcuni di loro hanno iniziato lo sciopero della fame al PalaRicciardi.
Lo Slai cobas solidarizza pienamente con la protesta e le richieste dei migranti. E chiede:
- che vengano accolti e assistiti in condizioni civili. E' da tempo che chiediamo al Comune che vengano utilizzate le palazzine della Marina Militare attrezzate e da tempo vuote; che vengano impiegati disoccupati per l'assistenza, per sottrarla a chi vuole speculare in maniera ignobile anche sulla sofferenza di uomini, donne (come è già successo a Taranto);
- che, come accadde a Manduria nell'aprile del 2011, grazie alla rivolta dei tunisini e alla lotta dello Slai cobas e degli antirazzisti, si pretenda intanto dal governo una soluzione generalizzata: permesso di soggiorno umanitario temporaneo, che consenta a chi vuole andare in altri paesi di poterlo fare senza le angherie, repressione, condizioni inumane che si vedono a Ventimiglia.
UNA DELEGAZIONE DELLO SLAI COBAS DI LAVORATORI, DISOCCUPATI SABATO MATTINA ALLE ORE 9, prima del presidio d'avanti all'ammiragliato contro la missione militare EuNavForMed in Libia, SI RECHERA' AL PALARICCIARDI PER PORTARE LA SOLIDARIETA' AI MIGRANTI E DISCUTERE CON LORO LE PROPOSTE E INIZIATIVE DA FARE.
Slai cobas per il sindacato di classe
slaicobasta@gmail.com
Come denuncia il movimento "Welcome Taranto": "Il Palaricciardi non è un edificio progettato per adempiere all'accoglienza e al soggiorno di un elevato numero di persone che, in alcuni casi da diversi mesi, attende di conoscere la meta futura. Il Palaricciardi era stato immaginato per permanenze brevi. Oggi, invece,ospita anche migranti che hanno già formalizzato la loro richiesta di asilo, e ai quali non sono riconosciuti i diritti del loro status... la struttura non raggiunge neanche i livelli minimi di privacy, con un'evidente difficoltà per i soggetti più esposti e vulnerabili, bambini donne in stato interessante... il palaricciardi più che un centro di accoglienza è apparso da subito come un casermone dove "parcheggiare" i migranti..."
Giustamente i migranti ieri hanno manifestato la loro protesta in p.zza Immacolata e ora alcuni di loro hanno iniziato lo sciopero della fame al PalaRicciardi.
Lo Slai cobas solidarizza pienamente con la protesta e le richieste dei migranti. E chiede:
- che vengano accolti e assistiti in condizioni civili. E' da tempo che chiediamo al Comune che vengano utilizzate le palazzine della Marina Militare attrezzate e da tempo vuote; che vengano impiegati disoccupati per l'assistenza, per sottrarla a chi vuole speculare in maniera ignobile anche sulla sofferenza di uomini, donne (come è già successo a Taranto);
- che, come accadde a Manduria nell'aprile del 2011, grazie alla rivolta dei tunisini e alla lotta dello Slai cobas e degli antirazzisti, si pretenda intanto dal governo una soluzione generalizzata: permesso di soggiorno umanitario temporaneo, che consenta a chi vuole andare in altri paesi di poterlo fare senza le angherie, repressione, condizioni inumane che si vedono a Ventimiglia.
UNA DELEGAZIONE DELLO SLAI COBAS DI LAVORATORI, DISOCCUPATI SABATO MATTINA ALLE ORE 9, prima del presidio d'avanti all'ammiragliato contro la missione militare EuNavForMed in Libia, SI RECHERA' AL PALARICCIARDI PER PORTARE LA SOLIDARIETA' AI MIGRANTI E DISCUTERE CON LORO LE PROPOSTE E INIZIATIVE DA FARE.
Slai cobas per il sindacato di classe
slaicobasta@gmail.com
pc 25 giugno - Napoli, quel 21 giugno del 1975 quando i fascisti ammazzarono la compagna Iolanda - ORA E SEMPRE RESISTENZA!
A preparare e a partecipare all'agguato furono in molti. Ma ad assumersi la responsabilità furono in tre: Umberto Fiore, Giuseppe Torsi e Bruno Torsi. Vennero condannati a delle pene irrisorie per un omicidio, al termine delle quali alcuni di loro diverranno terroristi dei Nar. Michele Florino, ovviamente, fu assolto. Lui, il capo della sezione, il primo fascista, era a casa a mangiare la pizza. D'altronde anche quando il pentito Giuliano lo accuserà, molti anni più tardi di essere il mandante di un triplice omicidio, verrà assolto. Non si condanna un senatore della repubblica per omicidio.
I funerali di Iolanda si svolsero il 24 giugno. Tremila persone le resero omaggio, sfilando silenziosi dietro la bara e poi dirigendosi in corteo verso Via Foria. Ad attenderli, uno spiegamento di forze dell'ordine enorme, disposto a difesa della sezione Berta. I fascisti, evidentemente per nulla pentiti di quanto fatto quattro giorni prima, esposero uno striscione recante la scritta “Solo dio può fermare la volontà fascista, gli uomini e le cose no”. E' questa la provocazione di fronte al dolore della famiglia, dei compagni e di una città intera che si stringe attorno a Iolanda e alza la testa. Combatte il corteo contro la polizia, a lungo. La polizia carica brutalmente anche chi cerca solo di porre una corona di fiori nel luogo in cui Iolanda è stata uccisa.
Quest'anno dunque, non ricorrono soltanto i 70 anni della liberazione dal fascismo. Ricorrono anche i 40 anni dall'omicidio di Iolanda Palladino, uccisa a Via Foria dai fascisti della “Berta”, la sezione di Michele Florino. Quella sezione oggi è ancora lì, ed è sempre di Michele Florino. Oggi è la sede di Casapound un gruppuscolo di estrema destra, capeggiato da Emmanuela (neanche a dirlo) Florino...
Tale padre tale figlia, insomma. Oggi, casapound ha stretto un patto elettorale con la Lega Lombarda di Salvini. Per qualche poltrona i fascisiti della sezione Berta non ci hanno pensato due volte ad allearsi con chi da sempre ci chiama “terroni” e “colerosi”. Così come non ha avuto alcuna remora Emmanuela Florino ad attaccare pubblicamente la madre di Ciro Esposito, accusandola di lucrare sulla morte del figlio. Questa gente non ha nulla a che fare con Napoli e deve andarsene subito. Non li vogliamo più nelle nostre strade e nei nostri quartieri.
Hanno ucciso Iolanda e pensano di potersi ripresentare in giro offrendo qualche chilo di pasta qua e là. Quello che non sanno è che l'orgoglio non si lascia comprare dalla loro elemosina. L'orgoglio di una città che non può dimenticare una propria figlia così barbaramente uccisa. Sì perché mentre Florino si gode la sua pensione d'oro da senatore della repubblica, Iolanda è stata completamente dimenticata dalle istituzioni.
Spetta a noi ricordarla e fare in modo che la sua morte non sia stata vana.
Napoli, rialza la testa. Ricorda i tuoi figli, combatti il fascismo."
pc 25 Giugno - Isis attacca Kobane che RESISTE E NON E' CADUTA, al contrario di quanto riporta la maggior parte della stampa borghese
DALL' UFFICIO D'INFORMAZIONE DEL KURDISTAN IN ITALIA:

ISIS attacca Kobanê: Almeno 12 morti
Giovedì 25 Giugno
12 civili sono morti e piu di 40 sono rimasti feriti in un attacco di ISIS alla città di Kobane nel Rojava. Secondo quanto riferito da Kobane almeno 12 civili sono morti nell’attacco di ISIS (DAESH) su Kobane. L’attacco è stato lanciato dal confine turco, attraverso esponenti dei gruppi che hanno attaccato da tre lati. Reporter affermano che i gruppi di ISIS hanno aperto il fuoco in città indiscriminatamente sui civili e sulle forze militari e probabilmente sono rimaste ferite piu di 40 persone in maggioranza donne e bambini.
La città di Kobanê, nella regione autonoma del Rojava in siria è divenuta famosa quando i combattenti delle YPG/YPJ hanno resistito ai pesanti attacchi di Daesh sulla città. Dopo la liberazione del centro della città nel gennaio 2015, dopo mesi di combattimento, i civili hanno incominciato a tornare nel centro della città in grande numero.
Le forze delle YPG/YPJ hanno incominciato un’operazione in diverse zone della città per fermare i gruppi di ISIS. Attualmente vi sono scontri in corso tra le forze delle YPG/YPJ e le bande di ISIS nella città di Kobanê.
pc 25 giugno - 24 GIUGNO: Contro l’ arroganza del governo Renzi e la sua “buona scuola” lavoratrici e lavoratori ancora in piazza. Breve cronaca da Milano.
In piazza della Scala un presidio
organizzato da Retescuole e Non uno di meno ha inaugurato una tre giorni di
lotta-che non si è mai fermata- a Milano in concomitanza con la “discussione”
in Senato e la fiducia al DDL posta dal governo.
E’ stato denunciato come questo governo
vergognosamente sta utilizzando i precari della scuola per demolire
definitivamente la scuola della Costituzione, attaccare i diritti dei
lavoratori e degli studenti. Parla di assunzioni, ma si tratta di un diritto
che deve essere riconosciuto.
Il decreto deve essere ritirato. Il
presidio, oltre che dagli interventi dal microfono, è stato animato da due cortei
nella piazza e un breve blocco del traffico: “Le nostre scuole non sono
aziende, via Renzi e i compagni di merende”, ma anche con balli, ma,
sopratutto, con le note di “Bella ciao”, cantata da tutti e le lavoratrici e i
lavoratori della scuola stanno veramente portando avanti una resistenza ad
oltranza.
Che non si fermerà certo neanche se
il Ddl dovesse passare la fiducia domani in Senato. Domani ancora in piazza
Scala!
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