Partiamo della situazione nelle fabbriche di Bergamo, della Tenaris Dalmine in cui siamo presenti e in cui operiamo, che è parte di una multinazionale in mano a Rocca, un padrone italo-argentino, un'azienda con 1.600 lavoratori, oltre 2000 in Italia, con vari stabilimenti in 25 paesi del mondo, con una produzione di tubi di acciaio senza saldatura che riguarda il settore dell’energia, del petrolio, del gas e che determina, nello stesso tempo, quelli che sono anche le politiche a livello internazionale.
Alla faccia di noi operai che proprio in questi mesi, nelle assemblee, nelle discussioni, anche per gli scioperi per Gaza, abbiamo dovuto affrontare direttamente gli effetti della situazione internazionale, ci dicono che la Tenaris Dalmine non c'entra niente con quello che succede nel mondo e quello che succede in fabbrica; quando invece questo si è visto benissimo. Ad esempio sin dall'insediamento di Trump (che Rocca ha comunque giudicato positivamente), in una intervista, in una sua “call”, come le chiama, in cui parla a tutti gli operai, lavoratori dipendenti, ha detto che questi dazi servono per ridefinire i mercati in una situazione in cui bisogna riequilibrare quello che è lo sbilancio nell’economia, il vantaggio della Cina rispetto agli Stati Uniti, e quindi si inseriscono in quella guerra commerciale che poi in questi ultimi periodi sta diventando sempre più una guerra a livello mondiale tra le varie potenze nel sistema imperialista in crisi.
Per inciso, dopo l’aggressione del Venezuela, e sempre sui canali aziendali, il padrone aveva detto che stava monitorando la situazione e allo stesso tempo, dopo poche settimane, dice che quest'anno la proiezione delle vendite in Venezuela prevede di raggiungere 10.000 tonnellate di tubi, equivalenti a 30 milioni di dollari. Questo è dovuto alla riattivazione della licenza concessa dagli Stati Uniti a Chevron, ad ottobre 2022, che le permette di riprendere le operazioni in Venezuela, con una Join Venta, con Petroleos de Venezuela PDVSA. Tutte queste operazioni sono state riattivate appunto a seguito dell'aggressione.
Questo ha dei riflessi praticamente anche per quanto riguarda i lavoratori in ogni Stato, in ogni
stabilimento, chiaramente in maniera diversa, che devono comunque in qualche modo pagare o in termini di aumento dello sfruttamento, dei ritmi o in termini di diminuzione con cali di lavoro.Proprio di recente, il 30 marzo, c'è stato un incontro dal titolo: “Guerra in Iran: cosa significa per il mercato dell’energia e per Tenaris” in cui Nigel Worsnop, vice presidente marketing, analizza nel dettaglio nelle varie situazioni di produzione che la fabbrica porta avanti gli effetti dal lato dei padroni dicendo che “flessibilità e resilienza resteranno elementi fondamentali per Tenaris nei prossimi mesi”, e dal lato degli operai per cui tutto questo significa aumento dello sfruttamento per “costi di produzione in aumento e margini di profitto sotto pressione”. Si tratta di un ragionamento che dal punto di vista dei padroni non fa una piega, con argomenti utilizzati internamente come ricatto verso gli operai, dicendo che a causa della situazione internazionale della guerra, dell'instabilità dello stretto di Hormuz, i clienti hanno dovuto rinviare o sospendere gli ordini. Di fatto, con questi cambi repentini dell'attività produttiva, si è sempre più flessibili e nelle mani dell’azienda che dà priorità a quei prodotti che danno in questo momento maggiore profitto,. e tutto questo è sempre più esasperato.
Contro questa linea e prassi, noi stiamo portando la necessità che gli operai tornino a lottare per il salario, la riduzione d’orario, la sicurezza; dato che il contratto dei metalmeccanici ha lasciato aperti i problemi centrali della condizione in fabbrica.
Questo situazione di peggioramenti si è presentata lampante durante l’assemblea organizzativa Fiom con all’ordine del giorno la situazione aziendale e la proposta di piattaforma.
Negli interventi degli operai Fiom il discorso si è incentrato sulle condizioni di lavoro e il sistema di comando che tratta le persone come bestie, con il direttore che arriva al cambio turno e controlla chi si stacca dalle macchine, con l’azienda che ha cambiato atteggiamento verso lavoratori e verso la Fiom, per cui ogni giorno arrivano lettere di contestazione. In questa situazione i giovani se ne vanno a causa dei ritmi, turni, pressanti… Non c’è umanità, c’è un peggioramento del clima lavorativo con un sistema di comando attraverso i capi sempre più oppressivo; un peggioramento legato ora anche a quello che dicevamo prima sulle crisi e le guerre che vengono scaricate sugli operai. Nello stesso tempo c'è una latitanza della Fiom che non contrasta nulla in fabbrica sia nei confronti dell’azienda sia nei confronti di altri sindacati apertamente filopadronali come la Cisl. Gli operai si trovano in una situazione di stallo, per cui dicono: "abbiamo lottato, servivano le 40 ore di sciopero, ma dovevamo farne di più, la trattativa si è sbloccata con i 10.000 in tangenziale a Bologna, ma poi il livello della mobilitazione è stato ridotto a due ore fabbrica per fabbrica, disorganizzate e depotenziate, funzionali ad una chiusura al ribasso". Questo atteggiamento della Fiom si riproduce in tutte le altre battaglie, ad esempio il referendum sulla giustizia è stato portato come una questione molto marginale da parte della sola Cgil senza andare a scontrarsi con la propaganda del governo Meloni né con le posizioni sbagliate di Cisl e Uil.
Diversi operai però dicono: “sì, è una sporca guerra... deve finire alla svelta, dobbiamo unirci, parlare tra colleghi, ma abbiamo appena il tempo di tenere i ritmi di lavoro... qualche volta ne parliamo, anche in maniera sostanziosa, ma non vediamo cosa possiamo fare... se non riusciamo a smuovere i colleghi, faremo una brutta fine. Il sindacato non ne parla... noi ci siamo ridotti a parlare solo di lavoro... e ci sono poche occasioni per parlare con i compagni di lavoro..."..
Sono risposte che dimostrano che senza strumenti organizzativi le denunce che pur vengono espresse contro la guerra, non possono cambiare uno stato in generale di passività, anche rispetto alle condizioni di vita e di lavoro, agli aspetti particolari dello sfruttamento, delle morti sul lavoro, alla politica del governo.
Quindi il nostro intervento è per la ricostruzione di un sindacato di classe che porti delle visioni concrete, delle risposte dirette anche molto semplici. Ad esempio, in questi giorni tutte le classi sociali, la Confindustria, hanno bussato alla porta del governo Meloni per avere interventi immediati per far fronte agli effetti della della guerra, mentre i sindacati confederali non si muovono. Quindi si tratta anche qui di ritornare alle cose basilari, ad organizzare denuncia e mobilitazione degli operai, a partire dalle condizioni che si vivono direttamente in fabbrica.
Per questo è molto importante occuparsi sia della situazione generale sia delle condizioni concrete sui posti di lavoro. Perché da un lato lavoriamo per una ribellione degli operai per rompere con l'andazzo in fabbrica, dall'altro con quei lavoratori che ci danno ragione quando portiamo la prospettiva più generale dello scontro, dal NO al referendum al NO alla guerra al NO al governo fascista Meloni, dobbiamo parlare anche dell’organizzazione politica degli operai, della costruzione di un nuovo partito comunista, necessario oggi per poter ricostruire una lotta di classe effettiva degli operai.
Nessun commento:
Posta un commento