un libro da leggere e far circolare
Da Trump a Orbán fino all’Europa: il libro di Mattia Tombolini “Antifascismo illegale” (Momo edizioni) mostra come si sta costruendo un nemico pubblico per giustificare repressione, controllo e autoritarismo
Non è un caso. Non è un eccesso. Non è una deriva. È un progetto.
Antifascismo illegale, il libro curato da Mattia Tombolini per Momo edizioni, parte da un rovesciamento che oggi è sotto gli occhi di tutti ma che troppo spesso si finge di non vedere:
l’antifascismo, da fondamento della democrazia europea, viene trattato sempre più apertamente come un problema di ordine pubblico.Non è successo all’improvviso. Non c’è stato un momento di rottura. C’è stato uno slittamento. Lento, costante, sistematico.
Prima l’antifascismo è diventato “retorico”. Poi “ideologico”. Poi “estremo”. Ora è “pericoloso”. E il passaggio successivo è già scritto: repressivo.
Il libro lo dimostra con chiarezza: non siamo davanti al semplice rafforzamento delle destre radicali, ma a una trasformazione del campo politico in cui ciò che fino a ieri era marginale diventa egemonico, e ciò che era fondamento viene delegittimato.
Mentre il discorso razzista, nazionalista, autoritario entra nel mainstream, l’antifascismo viene spinto fuori. Ridotto a caricatura. Isolato. Reso sospetto. È il classico meccanismo di costruzione del nemico interno. E infatti il salto è già avvenuto.
Negli Stati Uniti Donald Trump non si limita alla propaganda: organizza un vertice internazionale “Anti-Antifa”, con l’obiettivo di coordinare governi e apparati repressivi contro i movimenti antifascisti. Non è simbolico. È un salto di scala. Significa trasformare un’etichetta politica in una categoria operativa per la repressione.
“Antifa” è già stata inserita nelle liste delle minacce terroristiche interne, nonostante sia evidente — e ammesso dagli stessi apparati — che non si tratta di un’organizzazione ma di un insieme di pratiche e posizioni politiche.
Ma questo è irrilevante. Perché il punto non è colpire una struttura. Il punto è colpire un’area.
In Europa la stessa logica è già attiva. In Ungheria è realtà consolidata: l’antifascismo è trattato come minaccia alla sicurezza nazionale. In Germania si costruiscono inchieste per “associazione eversiva”, mentre l’estrema destra continua a rappresentare la principale fonte di violenza politica. Il “Budapest Komplex” è il laboratorio di questa offensiva: non si processano solo fatti, si processa un orientamento.
In Italia si prepara il terreno. Proposte di legge per equiparare l’antifascismo al terrorismo. Retorica ossessiva sulla sicurezza. Espansione degli strumenti di controllo preventivo. DASPO, zone rosse, misure amministrative senza processo. Non serve molto altro: il quadro è già costruito.
Ed è qui che il libro colpisce davvero. Perché smonta il pilastro ideologico di tutto questo: la sicurezza.
Non esiste alcuna emergenza. I reati calano. Ma la paura cresce. Perché viene costruita. Alimentata. Usata. Il sociale viene trasformato in penale, il conflitto in devianza. E quando il conflitto diventa devianza, l’antifascismo diventa automaticamente un problema. Non più un valore. Non più un principio costituzionale. Ma un oggetto da gestire, controllare, reprimere. È questo il passaggio decisivo. E riguarda tutti.
Perché chi è, oggi, un antifascista, militante, un attivista, o chiunque partecipi a una manifestazione, prenda posizione pubblicamente, contesti razzismo e autoritarismo. Se la categoria si allarga — e si sta allargando — allora il bersaglio non è più un gruppo. È un campo sociale. Chiunque può finirci dentro.
È così che funziona la repressione moderna: non vieta subito. Prima delegittima. Poi isola. Poi colpisce.
Il libro usa un termine preciso: democratura. Una democrazia che mantiene le forme ma svuota la sostanza. In cui il controllo preventivo sostituisce le garanzie, e il dissenso viene neutralizzato prima ancora di diventare conflitto. In questo contesto, l’antifascismo è un problema strutturale.
Perché è uno degli ultimi strumenti reali di opposizione a un modello che tiene insieme autoritarismo politico e disuguaglianza sociale. Ed è per questo che viene attaccato. Non perché sia cambiato. Ma perché è diventato incompatibile con l’ordine che si sta costruendo.
Antifascismo illegale non lascia spazio a equivoci. Non siamo davanti a una deriva occasionale. Siamo dentro una trasformazione.
E la domanda che pone non è retorica: quanto manca prima che l’antifascismo venga formalmente trattato come reato? La risposta, a leggere il presente, è semplice: molto meno di quanto si voglia ammettere.
Il libro sarà disponibile dal 24 aprile in libreria e verrà presentato in anteprima il 10 aprile al Csoa eXSnia.
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