di Chiara Cruciati da il manifesto
Un uomo è seduto a gambe incrociate, ha una macchia di sangue
sulla camicia e la bocca aperta in una smorfia di dolore. Un tavolino
di plastica distrutto lo divide dalla moglie. Lei ha la testa
appoggiata su un muretto, è morta. Sullo sfondo si vede il mare,
placido testimone di una carneficina. A Gaza, lo dicono tutti, il
mare è l’idea di libertà: da quasi due anni è solo un’altra
barriera alla salvezza, un muro d’acqua invalicabile.
SONO 33 I PALESTINESI uccisi ieri mattina
dal missile israeliano che ha colpito il porto di Gaza City. Ha
centrato la caffetteria al-Baqa, sedie di plastica marrone, internet
e un tendone per fare ombra: da tempo è il luogo di ritrovo di
giornalisti e attivisti, una sorta di co-working al tempo del
genocidio. Tra loro c’è il 228esimo reporter palestinese ammazzato
dal 7 ottobre 2023, il fotografo e regista Ismail Abu Hatab. Un nome
noto a Gaza e fuori: la sua ultima mostra, Between sky &
sea, era stata ospitata da una galleria di Los Angeles lo scorso
aprile.
La giovane pittrice Frans Al-Salmi aveva ritratto Ismail un mese
fa e pubblicato il quadro nel suo portfolio su Instagram, un viaggio
dentro i volti di Gaza. Ieri Frans è stata ammazzata alla al-Baqa
insieme all’amico. «Corriamo, non sappiamo dove – aveva scritto
la pittrice un mese fa – Portiamo con noi ogni ricordo possibile,
ci stringiamo ai nostri gatti come fossero le uniche creature viventi
di cui possiamo fidarci».
E poi la giornalista Bayan Abu Sultan, ferita nel raid. Nelle foto
la si vede con il volto coperto di sangue. Sangue c’è anche sulla
maglietta, sopra c’è scritto «Normal is boring», la normalità è
noiosa. L’ironia nera palestinese, una delle tante forme di
resistenza, necessarie a non impazzire. Intorno a lei e all’enorme
cratere, giovani uomini portano via i corpi delle vittime. «Stavo
andando al café per usare internet, ero a pochi metri quando c’è
stata l’esplosione – racconta alla Bbc il
cameraman Aziz Al-Afifi – I miei colleghi erano là, persone che
vedo ogni giorno. La scena era orribile: corpi, sangue, urla
ovunque».

NON È STATA l’unica strage di ieri.
Tredici palestinesi sono stati uccisi, come altri 600 prima di loro,
mentre si avvicinavano a uno dei quattro centri della fondazione Gaza
Humanitaria Foundation. È successo a Khan Younis, con le stesse
identiche modalità denunciate per un mese dai palestinesi e
confermate nel fine settimana da un’inchiesta di Haaretz: i soldati
sparano sui civili dopo averli attirati nei centri Ghf con la fame
che ha raggiunto livelli insopportabili (a Gaza non entrano aiuti, se
non quelli Usa, dal 2 marzo scorso).
«La folla era posizionata lontano del centro – racconta il
giornalista Hani Mahmoud – Non rappresentava una minaccia. Le
persone stavano solo aspettando i pacchi alimentari». Bombardato
anche il cortile dell’ospedale Martiri di Al-Aqsa (senza nessun
avvertimento preventivo) e due scuole-rifugio, una nel quartiere di
al-Tuffah e una in quello di Zeitoun. In totale sono almeno 85 i
palestinesi uccisi ieri; il bilancio ufficiale in 20 mesi sale così
a 56.500, a cui vanno aggiunti per lo meno 15mila dispersi.

Sono almeno 66 i bambini gazzawi morti di fame dallo scorso 2
marzo. Il dato arriva dal ministero della Sanità di Gaza, ed è in
linea con quanto comunicato dall’OMS lo scorso mese, che parlava di
almeno 57 bambini morti di fame. Dieci giorni fa, anche l’UNICEF ha
lanciato un allarme carestia, sostenendo che 5.119 bambini fra i sei
mesi e i cinque anni risultavano ricoverati per malnutrizione acuta,
il 150% in più rispetto allo scorso febbraio. Intanto, continuano
anche i bombardamenti israeliani nella Striscia. Solo nella giornata
di ieri, Israele ha ucciso almeno 80 palestinesi; tra questi,
figurano due giornalisti, uccisi in seguito a un bombardamento che ha
preso di mira un bar di Gaza City usato come ritrovo per lavorare
dagli operatori mediatici.
In questo scenario si arena il negoziato che il presidente Trump
dice di aver rilanciato. Ieri il Qatar si è detto impegnato nel
raggiungimento di un accordo tra Israele e Hamas ma non ha nascosto
le difficoltà. Nonostante – aggiunge Doha – le intenzioni Usa,
l’intransigenza israeliana sul fronte umanitario impedisce passi
avanti. La distanza resta la stessa: Hamas vuole il ritiro israeliano
e il cessate il fuoco permanente, Israele si ferma allo scambio di
ostaggi per qualche settimana di tregua. Ne potrebbe parlare Trump
con il premier israeliano Netanyahu, dato in visita alla Casa bianca
la prossima settimana.