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Disegno di Legge “Sicurezza”, con un blitz del Governo che ha
scavalcato il Parlamento, è diventato Decreto Legge. Giovedì 10 aprile a
Ivrea incontro di approfondimento con l’avvocato Gianluca Vitale.
Il Consiglio dei ministri, in soli trenta minuti, venerdì 4 aprile, ha
convertito il contestato disegno di legge Sicurezza in decreto legge.
Questa mossa ha scavalcato l’iter parlamentare e, ancora una volta, le
norme costituzionali. Il provvedimento, fermo in aula per mesi e
parzialmente modificato dal Quirinale, è stato approvato con la
motivazione dell’urgenza, nonostante questa non fosse effettiva.
Giovedì 10 aprile alle 20:45 allo ZAC!
dialogo con l’avvocato Gianluca Vitale (Legal Team Italia)
Alle ore 18 “La birretta politica” al bar dello ZAC! per prepararsi all’incontro.
Un contributo del costituzionalista Giovanni Russo Spena (Left, 5/4/2025)
Meloni scavalca il Parlamento: colpo di mano del governo sul Ddl sicurezza
Un’altra tappa verso lo Stato di polizia che tanto piace alla destra
Il governo aggiunge un altro tassello al suo progetto autocratico. Ha
emanato un decreto legge, in nome di una presunte sicurezza,
riscrivendo, con lievissimi miglioramenti e qualche peggioramento, il
disegno di legge che è in discussione, in Parlamento, da più di sei
mesi. E’ un cambio di paradigma, una stretta securitaria e panpenalista.
Siamo di fronte ad un ulteriore atto che calpesta la Costituzione.
Dove sono – lo chiediamo innanzitutto al presidente Mattarella, in
base alla sua specifica funzione istituzionale – i requisiti di
“straordinaria necessità ed urgenza” e i “contenuti omogenei” richiesti,
per i decreti, dalla Costituzione? Il Parlamento viene trattato, ancora
una volta, come un fastidioso orpello se un decreto sostitutivo di una
legge già in discussione (giunta alle ultime battute per l’approvazione)
Da un anno e tre mesi in Parlamento si stava discutendo del cosiddetto "decreto
sicurezza", un insieme di norme che, oltre ad introdurre ben 28 nuove fattispecie di reato, aggrava le pene nei confronti di reati già esistenti e,
complessivamente, è un decreto con forte
impronta autoritaria e repressiva.
Da un anno e tre mesi se ne stava discutendo
democraticamente e legittimamente in Parlamento secondo un iter che tiene conto
delle voci dell'opposizione e delle minoranze. Ebbene, dall'approvazione di un
decreto legislativo, con questo iter appunto, venerdì di colpo si è passato
all'approvazione di queste stesse norme però attraverso un decreto legge.
Il decreto legge è uno strumento legislativo
del Governo ma di natura emergenziale, tassativa ed eccezionale, nel senso che
più volte anche la stessa Corte Costituzionale ha stabilito che il Governo può
far utilizzare questo strumento soltanto in
condizioni di necessità e di urgenza. Ciò rappresenta un requisito di
validità costituzionale affinché si possa operare attraverso un decreto legge.
Non si capisce come mai in un anno e tre mesi
di percorso regolare tutto sia improvvisamente diventato necessario ed urgente.
È evidente quindi che siamo di fronte ad un golpe istituzionale, ad un golpe democratico. Sono in gioco gli equilibri fondamentali
delle forme di Governo perché l'abuso del decreto legge stravolge il
sistema delle fonti, viola la separazione dei poteri che assicura la
limitazione del potere ed è un
Lo stabilimento Stellantis di Melfi nella bufera: da 1.200 a 160 auto al giorno
C’è aria pesante a Melfi, e non stavolta (anche se il tema è sempre al centro) non stiamo certo parlando di emissioni. Gli operai dello stabilimento Stellantis sono sul piede di guerra o, per dirla meglio, sul bordo del baratro. La situazione sembra complicarsi ogni giorno di più. Tra i dazi dell’amministrazione Trump
che piovono come grandine e una transizione ecologica che definire
“gestita male” è quasi un complimento, la situazione è tutt’altro che
rosea. Nello storico impianto lucano si assemblano ancora Jeep Compass, che presto avrà una nuova versione, ma anche modelli ormai col motore praticamente al capolinea, nel dettaglio Jeep Renegade e Fiat 500X, entrambe in uscita. ll’orizzonte c’è l’arrivo della futura Lancia Gamma, della DS8 e
compagnia bella, ma il dubbio resta. Sarà sufficiente a salvare la
baracca? Secondo un operaio degli oltre 5.000 dipendenti di
Stellantis a Melfi, la risposta è un deciso no. “In TV va tutto
bene,” dice, “ma noi siamo passati da 7.200 anime a 5.000. Prima
facevamo 1.200 auto al giorno, oggi 160. E nessuno se ne accorge?”.
“Siamo stati i primi a scioperare per portare l’elettrico a Melfi, ma
tra Tavares che ci dava il buongiorno a colpi di tagli e una politica
che naviga a vista eccoci qua, a guardare il futuro nello specchietto
retrovisore”. Stellantis, nella sua “componente italiana” post-Agnelli, ha fatto
qualcosa di concreto fin ad adesso per i lavoratori del Bel Paese? I “Abbiamo portato piani
ibridi ed elettrici, ma ci hanno scaricato come una batteria usata. E
intanto ci danno la colpa di un disastro che non abbiamo creato noi
“Siamo alla frutta, e i segretari fanno gli eroi”
a un programma di Rete 4 “Guarda, ho sentito di sfuggita, ma ho cambiato canale”,
esordisce un operaio Stellantis di Melfi “senza tessera”. Ad accendere
gli animi il collegamento di ieri sera a ‘Dritto e Rovescio’, su Rete 4
dove si affrontava il tema ‘dazi e futuro’ nell’Automotive’ italiana e
nel corso del quale c’è stato un collegamento da Melfi, con alcuni
lavoratori supportati dai rappresentanti del direttivo Uilm. “Diciamola
con molta franchezza- sbotta il lavoratore che ci ha contattati – quando
4 anni fa mettevamo in guardia che stavano smontando una linea
portandola altrove loro facevano spallucce, facevano finta di niente”. E
durante gli incontri con l’azienda poi “firmavano tutto ciò che gli
passava sotto il naso”. Tutti i “peggioramenti avvenuti negli ultimi
anni, i licenziamenti con l’incentivo e comprese anche le trasferte
obbligatorie, hanno firmato di tutto”. Ecco perché, l’atteggiamento “da
eroi da un po’ di tempo assunto da diversi
sindacalisti non convince nessuno. Chiedete agli operai, la maggior
parte di noi sa bene che siamo stati abbandonati proprio nel momento in
cui bisognava combattere coi denti. “Ora che gli operai Stellantis si licenziano
perché hanno perso fiducia nel futuro e nel progetto Melfi, loro che
fanno, i segretari, alzano la testa?
Tel
Aviv – MEMO.
Il ministro delle finanze israeliano di estrema destra Bezalel
Smotrich ha giurato lunedì che non avrebbe permesso l’ingresso
neanche di “un chicco di grano” nella Striscia di Gaza sotto
assedio, secondo il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth.
Israele ha tenuto chiusi i valichi di frontiera di Gaza
dall’inizio di marzo, bloccando il flusso di aiuti umanitari, di
soccorso e medici nel territorio, portando a una crisi umanitaria
senza precedenti, secondo i rapporti del governo locale e dei diritti
umani.
L’UNICEF ha annunciato
che 21 centri di cura per la malnutrizione sono stati chiusi a Gaza a
causa della brutale offensiva militare di Israele.
Il blocco fa parte di un rinnovato assalto a Gaza che ha ucciso
quasi 1.400 persone e ne ha ferite oltre 3.400, dal 18 marzo,
nonostante un cessate il fuoco e un accordo di scambio di
prigionieri.
Smotrich ha affermato che continua a dare priorità alla sconfitta
del gruppo palestinese Hamas rispetto al ritorno dei prigionieri
israeliani da Gaza. La scorsa settimana, il primo ministro israeliano
Benjamin Netanyahu ha promesso di intensificare gli attacchi a Gaza
nel tentativo di attuare il piano del presidente degli Stati Uniti
Donald Trump di sfollare i palestinesi dall’enclave.
Più di 50.700 palestinesi sono stati uccisi a Gaza in un brutale
assalto israeliano dall’ottobre 2023, la maggior parte dei quali
donne e bambini. La Corte penale internazionale ha emesso mandati di
arresto lo scorso novembre per Netanyahu e il suo ex-ministro della
Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità
a Gaza. Israele affronta anche un caso di genocidio presso la Corte
internazionale di giustizia per la sua guerra all’enclave.
...L'accusa mossa dalla Procura della Repubblica di Padova era che
l'Autonomia fosse il volto legale di una più complessa organizzazione
occulta, parte integrante del terrorismo rosso e collegata alle BR[2].
Il giudice Pietro Calogero,
titolare dell'inchiesta, diventò famoso per un teorema attribuitogli,
che collegava le responsabilità di alcuni docenti universitari
predicanti l'eversione (chiamati «professorini») con le azioni
terroristiche[1].
Il magistrato padovano indicava nei suoi ordini di cattura reati come
la «formazione e partecipazione di banda armata» e «l'insurrezione
armata contro i poteri dello Stato», oltre ad attentati, omicidi,
ferimenti e sequestri, sostenendo che dalle pubblicazioni di Autonomia
Operaia e da altri documenti, oltre che da testimonianze, erano
affiorati «sufficienti indizi di colpevolezza»[1].
Oltre ai principali esponenti di Autonomia, ci furono centinaia
di inquisiti e arrestati e, negli anni successivi, 60.000 attivisti
indagati e 25.000 arrestati[3].
Calogero decise 21 mandati di cattura per i principali esponenti di Potere Operaio
(principale segmento della galassia dell'Autonomia, ufficialmente
sciolto), tra i quali molti docenti e assistenti della locale
università, specie di facoltà come scienze politiche e filosofia, ma anche di fisica e di ingegneria, tutti noti per avere sostenuto in qualche modo idee marxiste e operaiste, o per avere sostenuto tesi antilegalitarie, contro la Costituzione e la magistratura[5]: tra loro c'erano giornalisti del giornale Autonomia, di Radio Sherwood, attivisti contro l'energia nucleare, ambientalisti e sociologi autori di studi scientifici sulle trasformazioni sociali e politiche dell'Italia e dell'Europa,
teorici di una dimensione di «insegnamento partecipato» e
anti-accademici, tutti accomunati da Calogero ad Autonomia o al mondo
dei presunti simpatizzanti e fiancheggiatori delle Brigate Rosse e di Prima Linea[4].
Gli arresti del 7 aprile 1979
Pietro Calogero, il magistrato responsabile dell'inchiesta del processo 7 aprile e firmatario degli ordini di cattura.
Le indagini iniziarono dopo che all'Università di Padova si erano
verificate continue aggressioni contro alcuni docenti, e dopo i continui
incitamenti all'eversione da parte di altri professori (i cosiddetti
«cattivi maestri»).
Il 7 aprile 1979
centinaia di militanti che erano in relazione all'area dell'Autonomia
furono inquisiti e/o arrestati, e alcune decine di migliaia in anni
seguenti[3]. Pietro Calogero in quell'occasione, nella sua veste di sostituto procuratore di Padova, autorizzò l'arresto dei maggiori leader di Autonomia Operaia, tra cui Toni Negri (a Milano, Roma e Padova), Emilio Vesce (a Padova), Oreste Scalzone a Roma e Padova, e Lanfranco Pace (Padova)[6][7].
La motivazione degli arresti era aver «organizzato e diretto un'associazione denominata Brigate Rosse,
costituita in banda armata con organizzazione paramilitare e dotazione
di armi, munizioni ed esplosivi, al fine di promuovere l'insurrezione
armata contro i poteri dello Stato». Altri arresti si ebbero nei
restanti mesi del 1979, da giugno a dicembre, e nel 1980: in tutto, agli
imputati verranno comminati quasi 300 anni di carcerazione preventiva[4].
Al momento dell'arresto, Toni Negri stava nel suo appartamento milanese a scrivere un articolo per Magazzino,
rivista semiufficiale degli autonomi. Ad inizio anno era uscito, sullo
stesso organo, un altro articolo di Negri in cui c'era scritto: «L'unica
parola d'ordine che possiamo produrre per gli intellettuali è ancora:
brucia, ragazzo, brucia»[1].
Una sua tesi sosteneva che la lotta armata «è il filo rosso
dell'organizzazione dell'operaio multinazionale e del suo ciclo di
lotte: dobbiamo dipanarlo [...] In tutti i Paesi a capitalismo
sviluppato si dà ormai una casistica estremamente ampia di prime
iniziative proletarie armate per l'appropriazione e per il salario
garantito. La continuità dell'iniziativa operaia su questo piano è
necessaria. Ma nel momento stesso in cui essa, come momento
fondamentale, si attua, comprende in sé tutta una serie di momenti
subordinati alla lotta di massa ma non meno essenziali della lotta
armata del proletariato: lotta contro il terrorismo padronale, contro
l'uso capitalistico della canaglia fascista, contro i ricatti e le
repressioni individuali e di massa che i padroni operano, giustizia
proletaria, tutto questo si concentra e si esalta dentro l'asse
fondamentale di azione che è la lotta di massa armata.»[1].
Negri fu arrestato, insieme a Luciano Ferrari Bravo (oltre che suo
assistente, docente di Storia delle Istituzioni Politiche all'Università
patavina), Alisa Del Re, Guido Bianchini, Sandro Serafini, tutti
dipendenti della Facoltà di scienze politiche dell'Universita di Padova e altri (Vesce, Scalzone,
Lauso Zagato, Giuseppe Nicotri, Mario Dalmaviva, Carmela Di Rocco, Ivo
Galimberti, Massimo Tramonte, Paolo Benvegnù, e Marzio Sturaro)[10][11], con varie accuse, tra cui[6]:
Detenzione di armi, attentati dinamitardi, possesso di esplosivi,
falsificazione di documenti, furti, tentate rapine, tentato sequestro e favoreggiamento personale.
Nella mattinata di sabato 7
aprile 1979, su ordine della Procura di Padova vengono eseguiti i primi
22 ordini di cattura contro esponenti dell’Autonomia Operaia.
Si tratta di professori e assistenti della Facoltà di Scienze Politiche
(ma anche di altre facoltà) dell’Università di Padova, di scrittori,
giornalisti e poeti. Si va dai redattori della rivista “Autonomia” e di
Radio Sherwood a militanti ambientalisti nella lotta contro il nucleare.
La tesi sostenuta dal Pubblico Ministero Pietro Calogero (che passerà alla storia come “Teorema Calogero”) è che l’Autonomia
fossa la struttura di vertice decisionale (una sorta di cupola) delle
Brigate Rosse e di altre bande armate operanti in Italia in quel
periodo.
I reati contestati sono pesantissimi
e vanno dall’insurrezione armata contro i poteri dello Stato alla banda
armata, dall’associazione sovversiva a una serie di omicidi tra cui
quello del giudice Emilio Alessandrini assassinato a Milano nel Gennaio
’79 da Prima Linea e…nientemeno che quello di Aldo Moro, rapito dalla
Brigate Rosse (con l’uccisione dei 5 uomini di scorta) a Roma il 16
marzo 1978 e fatto ritrovare morto il 9 maggio dello stesso anno.
L’inchiesta era divisa in due tronconi: uno padovano e uno romano.
Nell’inchiesta romana Toni Negri,
intellettuale ed esponente di primo piano prima di Potere Operaio e poi
di Autonomia era addirittura accusato di essere l’autore materiale della
telefonata
in cui le Brigate Rosse annunciavano alla famiglia Moro lo scadere
dell’ultimatum e l’imminente esecuzione del politico democristiano,
telefonata effettuata da Mario Moretti, ai tempi uno dei dirigenti
politici delle BR.
Un foglio nuovo e diverso per grafica, composizione, diffusione
Esce oggi il primo dei fogli di intervento teorico che, per contenuto e forma grafica, si propongono e si rivolgono a un’area di massa, intesa di avanguardie, intellettuali, politiche e sociali, operanti nelle università, a gruppi e centri militanti di area marxista rivoluzionaria, ai nuclei di operai d’avanguardia impegnati oltre le lotte sindacali e sociali, per affrontare teorie, posizioni e storie del movimento proletario rivoluzionario nel nostro paese; affrontarle sulla base del pensiero di Marx innanzitutto e della sua continuazione in Lenin, Mao.
Il nostro scopo parte da un riaprire il dibattito sul piano teorico, analitico, ma ha il fine di “chiuderlo”; affermando la verità storico-scientifica del marxismo come “strumento finale”, che si possa trasformare in “arma letale”, necessaria al nuovo inizio della costruzione del Partito della rivoluzione.
Noi definiamo il campo di questo lavoro nel ciclo lungo che va dagli anni ’70 ai giorni nostri, visti da noi come il punto più significativo in Italia dello sforzo di applicazione, innovazione della scienza delle rivoluzione, ma anche come riferimento dell’odierna impresa rivoluzionaria dell’unica classe rivoluzionaria fino in fondo, il proletariato e il suo reparto centrale, la classe operaia delle grandi industrie.
Questo foglio teorico è a diffusione militante. Si può richiedere copia o più copie per contribuire alla sua diffusione.
Scrivere a: alt.rivista@gmail.com - o WA 3407701971
L'edizione rossoperaio lo pubblica e lo sostiene in maniera militante
Alla morte di Toni Negri da un lato si è assistito alla celebrazione e santificazione di un teorico in grado di aggiornare la teoria marxista alle necessità dei tempi attuali. Un elogio più teso a dimostrare come le teorie di Marx e magari di Lenin fossero (presuntivamente) datate e “invecchiate male”, piuttosto che quelle di Negri moderne e utili. In tali elogi si leggeva quasi più il contrasto (ad esempio) alla critica dell’economia politica come scienza, allo sforzo leninista verso la costruzione del partito, piuttosto che la valorizzazione degli elementi originali del pensiero negriano. Dall’altro lato – in maniera opposta ma speculare – si è commentata la figura di Negri come pensatore interamente cooptato dall’ideologia dominante, che ha da sempre messo il suo cervello al servizio della demolizione del pensiero di Marx. Si è così schiacciata la riflessione su Negri non solo ai suoi ultimi testi (lontani dai suoi primi contributi teorici, al di là del giudizio che si può avere tanto per i primi che per gli ultimi), ma addossando a Negri, ogni compromesso riformista e ogni cedimento teorico portati avanti negli ultimi decenni da varie componenti di movimento che si sono rifatte (in maniera più o meno genuina) al suo pensiero. Entrambe queste posizioni sono errate.
Domenica
6 aprile si sono svolte due manifestazioni a Bologna: una a piazza
Nettuno organizzata dai sindaci di Bologna e Firenze in continuità con
quella del 15 marzo, promossa dalla ‘lettera aperta’ di Michele Serra;
l’altra – partita da piazza San Francesco – è scaturita da un appello
unitario di differenti realtà politiche, sociali e sindacali che ha cercato di contrapporsi alla chiamata alle armi di Lepore e Funaro con le parole d’ordine “No al riarmo in Europa, no alla difesa comune, no all’economia di guerra”.
Considerando il battage che ha avuto la “piazza per l’Europa”, in particolare dal quotidiano La Repubblica,
ed i mezzi economici impiegati per realizzarla – che il sindaco Lepore
ha assicurato venire da “fondi privati” – si può ben dire che sia stata
un flop, come partecipazione, nonostante l’investimento politico in cui
sono stati coinvolti un centinaio di sindaci, cooptate le dirigenze
locali dei corpi intermedi della “sinistra” (CGIL, ARCI ed ANPI in
primis), che hanno fatto i ventriloqui al primo cittadino felsineo, ed
una trentina di volti noti dello spettacolo e della cultura con un
passato “progressista”.
Stupisce
la confusione di alcuni artisti, da sempre impegnati in alcune
battaglie progressiste (come Bergonzoni) o di alcuni giornalisti (come
la Mannocchi), che pure hanno sollevato questioni rilevanti rispetto
alla politica dell’UE in Medio-Oriente anche dal palco, che non sembrano
essersi resi conto di portare acqua al mulino dello sciovinismo
europeo, del riarmo della UE attraverso la difesa comune, e di una
politica bellicista che stride con il tentativo di trovare una soluzione
diplomatica ai conflitti in cui l’Unione è coinvolta.
Dalle immagini, e dalle interviste, è chiaro che si è trattato di una piazza abbastanza agée,
ed è significativa che l’unica bandiera nazionale (oltre a quella
italiana) fosse quella ucraina, di cui Fresu ha voluto eseguire l’inno
con la tromba, mentre non erano presenti bandiere palestinesi…
Alcune
migliaia i partecipanti, riporta il TG regionale RAI, mentre altri,
come l’ANSA, più realisticamente si attestano sui mille, facendo
comunque una stima “per eccesso”.
A
San Francesco, circa mezz’ora dopo l’inizio della kermesse a piazza
Nettuno, è partito un corteo che in un primo momento ha cercato di
giungere proprio nella centrale piazza bolognese per portare la propria
voce contro il riarmo, l’opposizione all’ex DDL, il rifiuto del
genocidio palestinese.
Oltre
a questo, per esprimere la solidarietà con gli studenti e studentesse
del Minghetti che sono stati denunciati per avere occupato la scuola e
nei confronto di coloro che venerdì scorso si sono incatenati per
richiederne il ritiro, iniziando un presidio di fronte al palazzo
prefettizio, che è stato poi sgomberato la mattina di sabato con i
partecipanti portati in questura e denunciati.
Dopo
i momenti di concitazione, che hanno avuto come conseguenza il
ferimento di almeno due manifestanti, il corteo è arretrato cantando Bella Ciao
e ha preso a muoversi da via Marconi verso la stazione ferroviaria, per
attraversare il quartiere della Bolognina e concludersi al Parco della
Zucca, dove ha sede il Museo per la Memoria di Ustica.
La redazione di InfoPal condanna il terribile rogo
di giornalisti, avvenuto domenica sera a seguito di un
bombardamento israeliano contro tende che ospitavano colleghi,
davanti all’ospedale al-Nasser di Khan Younis, nel sud della
Striscia di Gaza sotto genocidio.
Questo rinnovato criminale atto contro i giornalisti e operatori
dei media, che coprono le notizie da Gaza, è uno dei simboli crudeli
della ferocia ultra-nazista del regime di Tel Aviv, che agisce
impunemente contro ogni regola umanitaria e internazionale. Sono 255, finora, i giornalisti e operatori dei media uccisi dal
regime israeliano dal 7 ottobre, assassinati con bombardamenti mirati
contro le loro case, auto, tende. Israele si attesta, oltreché come infanticida e
femminicida, anche come uccisore selettivo di
giornalisti.
Chiediamo a tutte le organizzazioni per i media, italiane e
internazionali, agli ordini e ai sindacati dei giornalisti, di
prendere posizione, di condannare le azioni criminali del regime di
Tel Aviv e di intervenire per porre termine al massacro di operatori
dell’informazione, e più in generale, all’olocausto gazawi.
Palestine
Chronicle. Roger Waters si unisce al podcast FloodGate
per discutere di Gaza, della lotta per la Palestina, della censura e
del potere dell’arte nell’attivismo.
La leggenda del rock,
co-fondatore dei Pink Floyd e attivista per la giustizia globale
Roger Waters si è unito al podcast FloodGate per una conversazione
approfondita su Gaza, il genocidio e la resistenza globale.
Nell’intervista, Waters discute dell’importanza di stare dalla
parte della Palestina, della lotta in corso contro la censura e del
ruolo significativo che l’arte gioca nel mettere in discussione le
strutture di potere.
L’intervista esclusiva, condotta giovedì dai redattori del
Palestine Chronicle Ramzy Baroud e Romana Rubeo, offre agli
ascoltatori una rara opportunità di ascoltare una delle voci più
importanti del movimento per la giustizia globale.
Waters è da tempo un aperto sostenitore della Palestina e le sue
intuizioni gettano luce sulla lotta in corso per la giustizia e la
libertà.
Mi scuso per averti inviato questo messaggio in questo momento, ma la situazione è ormai insostenibile. Lasciamo che il mondo veda come veniamo bruciati nelle tende. Questa è una tenda per un gruppo di giovani giornalisti che furono bombardati e bruciati vivi.