giovedì 14 febbraio 2013

pc 14 febbraio - mentre riprende il processo Eternit a Torino - Enel a giudizio per 8 morti alle porte di Milano

Eternit, in centinaia a Torino per il processo d'appello

Eternit, l'appello
Sono arrivati con una decina di pullman da varie località italiane ma anche dalla Francia e dal Belgio
dove ci sono altri stabilimenti della multinazionale. Sono i parenti delle vittime dell'amianto giunti a Torino per la prima udienza del processo d'appello contro i vertici dell'Eternit, condannati in primo grado a 16 anni
Foto di Alessandro Contaldo

Oltre cinquecento persone si sono presentate al palagiustizia per la prima udienza del processo di secondo grado contro i vertici dell'azienda di amianto. Si riprende la prossima settima con con udienze il lunedì, il mercoledì e il venerdì.E' durata poco più di un'ora, il tempo dell'appello, la prima udienza del processo d'appello ai vertici dell'Eternit, condannati in primo grado a 16 anni per disatro ambientale colposo.  Centinaia di persone da varie località italiane ma anche dalla Francia e dal Belgio si sono presentate al Palagiustizia di Torino, per l'apertura . I principali imputati, Stephan Schmidheiny e il banchiere novantenne Luois non si sono presentati, come già in primo grado.Da Casale Monferrato, la città piemontese dove la multinazionale dell'amianto aveva la filiale più importante, sono giunte 500 persone su sette pullman. Altri da Reggio Emilia: a Rubiera c'era un altro stabilimento. Francesi e belgi sono attivisti dei comitati in difesa dei parenti delle vittime dell'amianto lavorato nei loro paesi: "Da noi in Francia - ha detto un portavoce in un comizio improvvisato davanti ai cancelli - il giudice che si occupava del problema è stato trasferito contro la sua volontà. E' grave. Chiediamo al ministero di rimediare. Non vogliamo vendetta ma giustizia".Bruno Pesce, dell'Afeva (l'associazione di Casale Monferrato) ha affermato: "con la nostra presenza dimostriamo che la democrazia non è una scatola vuota ma è partecipazione".Per regolare l'accesso nel palazzo di giustizia sono stati allestiti dei percorsi alternativi.Uno degli avvocati delleparti civili, , Roberto Lamacchia, ha informato la Corte che una donna, colpita da una malattia provocata dall'amianto, è morta nelle scorse settimane. "Questa falcidia - ha dichiarato alla fine del'udienza - è una delle cose più orribili dell'intera vicenda". Dopo l'appello, la prima udienza si è conclusa. Fissato il calendario: tre udienze la settimana: il lunedì, il mercoledì e il venerdì a partire dal 18 febbraio.

Turbigo, otto morti per amianto in centrale.
Ex presidente Enel a giudizio per omicidio

Farncesco Corbellini sarà processato con altri 5 dirigenti per la morte dei dipendenti dell'impianto alle porte di Milano che si ammalarono di mesotelioma pleurico per l'insufficienza delle misure di sicurezza

Lo leggo dopoIl gup di Milano Elisabetta Meyer, ha rinviato a giudizio, con l'accusa di omicidio colposo, l'ex presidente dell'Enel Francesco Corbellini e altri 5 dirigenti della società che si occupavano della centrale termoelettrica di Turbigo. Otto dipendenti dell'impianto alle porte di Milano, secondo l'accusa, sono morti per mesotelioma pleurico causato dall'amianto. 

Il giudice ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dal pm Maurizio Ascione e ha fissato la prima udienza per il 15 maggio prossimo davanti alla quinta sezione penale. Secondo il pm, gli ex funzionari dell'Enel e della centrale di Turbigo non avrebbero messo in atto le misure di sicurezza necessarie a tutelare la salute dei lavoratori.
(13 febbraio 2013)© RIPRODUZIONE RISERVATA

pc 14 febbraio - dal cau di napoli - Solidarietà agli studenti sotto processo per le mobilitazioni del 2008


Milano - la storia non si scrive nei tribunali“Mai quest'onda mai mi affonderà, gli squali non mi avranno mai...”

Colpendo gli studenti che si sono battuti con più decisione, si tenta di rinchiudere dentro i tribunali un grande movimento, che tra ottobre 2008 e dicembre 2009, si è battuto sia contro la riforma Gelmini, sia contro le politiche neoliberiste di governo e Confindustria. Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza nei cortei, nei blocchi stradali e delle stazioni, nelle occupazioni delle facoltà di molte città; e le nostre rivendicazioni non riguardavano soltanto l’ambito studentesco: collegarsi alle lotte dei lavoratori, contro i licenziamenti, o contro l’ulteriore precarizzazione della forza lavoro, erano parole d’ordine assunte da buona parte del movimento.

Chi governa sa benissimo che il mondo della formazione è sempre più funzionale ad un mondo del lavoro precario e senza garanzia alcuna. Questa condizione sta già generando tensioni sociali. Mentre sono sempre più coloro che vengono colpiti dai licenziamenti o dalla flessibilizzazione delle loro condizioni di lavoro, studenti che fanno propria la parola d’ordine “collegare le lotte”, costituiscono una voce fuori dal coro contro i piani di sfruttamento, che siano lo smantellamento del diritto allo studio, il modello Marchionne o la riforma Fornero. Pertanto, ogni disturbo va eliminato, perché la direzione nella quale ci stiamo muovendo è chiaramente definita.

La risposta migliore ad un attacco repressivo è continuare la lotta: per questo, pensiamo che si debba riportare la questione dalle aule dei tribunali agli studenti, ai giovani lavoratori che hanno dato vita a quelle mobilitazioni, e che ancora oggi si battono.

Non riteniamo di doverci assumere la responsabilità politica riguardante le motivazioni e le scelte che hanno portato migliaia di persone a e mobilitarsi. Tantomeno vogliamo assumerci la responsabilità penale in riferimento a quelle giornate

Sviluppare una memoria collettiva, da anteporre alla “memoria giudiziaria” significa prima di tutto porre le basi e affilare la critica per le future mobilitazioni, sia nella scuola che nel mondo del lavoro. Allo stesso tempo, è l’esempio migliore che si possa dare verso le giovani generazioni di studenti, che cercando di sviluppare la loro critica alla deriva aziendalista della scuola e dell’università stanno già preparando la prossima Onda.

"Aspettando un’onda lunga, passa la cera un’altra volta.

Poi col vento nelle mani, qui il futuro è già domani”



Ribellarsi era, è, e sarà giusto.

No all'istruzione merce,

NO alla scuola/università azienda


RED-NET - Rete delle realtà studentesche autorganizzate
Firenze - la storia non si scrive nei tribunaliNapoli - la storia non si scrive nei tribunaliPisa - la storia non si scrive nei tribunaliRoma - la storia non si scrive nei tribunaliSiena -  la storia non si scrive nei tribunali Urbino - la storia non si scrive nei tribunali
Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 13 Febbraio 2013 21:23 )  

Organizzazione, crisi, rivolte...






pc 14 febbraio - NOTAV EMANUELE E CRISTIAN SONO LIBERI! - la Val Susa non si arresta

 

EMANUELE E CRISTIAN SONO LIBERI!


EMANUELE E CRISTIAN scendono tra la nostra gente alla stazione di Bussoleno!!! Completamente liberi, senza restrizioni di sorta. In carcere tra i detenuti hanno trovato solidarietà e qui c’è la loro Valle che li aspetta e li difende!
Crolla ancora una volta il castello di sabbia di Questura e Procura, che scarcera i due notav arrestati per pura rappresaglia.
h.23.15 Stanno arrivando da Torino in treno e stanno per scendere alla Stazione di Bussoleno, popolata da Notav in festa che li aspettano a braccia aperte e bandiere al vento
[pomeriggio]EMANUELE E CRISTIAN ESCONO DAL CARCERE STASERA! Non sappiamo ancora i termini della scarcerazione e le varie limitazioni se ci sono o meno.

pc 14 febbraio - Ilva taranto ..la rete nazionale per la sicurezza e salute sui posti di lavoro e sul territorio a Ravenna,Genova,Novi Ligure,Torino per costruire una manifestazione nazionale a Taranto


pc 14 febbraio - Ilva Taranto: due linee nel sindacalismo di base e di classe




Sulla lettera del Usb a Clini, perchè non siamo d'accordo nel merito e anche nel metodo



Riportiamo sotto la ‘Lettera aperta al Ministro Clini’ mandata giorni fa dal Coordinamento Usb-Ilva-Taranto. 

 Lo Slai cobas per il sindacato di classe ritiene che questa lettera sia sbagliata nel merito e nel metodo.  

Nel merito. La lettera per sostenere la richiesta del Usb di nazionalizzazione dell’Ilva fa riferimento al decreto salva-Ilva: “l’intervento statale è contemplato nel D.L. 231/2012, fortemente voluto da Lei, Sig. Ministro, nel caso in cui l’azienda non dovesse ottemperarvi”.
Noi, e tanti altri, abbiamo denunciato invece fin dall’inizio che questo decreto è fatto allo scopo di salvare Riva e i suoi profitti, è un via libera a produrre come ha fatto finora, lasciando la gestione nelle mani di chi è agli arresti; in questo senso il decreto è una sorta di lasciapassare a Riva che invece di essere perseguito anche dal governo viene premiato.
Mentre il decreto verso i lavoratori e le masse popolari di Taranto non risolve affatto i problemi e, anzi, si presenta come un diktat.
Questo decreto è contro sia una piena messa a norma della fabbrica che metta in discussione la libertà di produrre nelle condizioni attuali, sia contro una reale bonifica ambientale, perchè dichiara lo stabilimento di Taranto di importanza strategica nazionale; ciò vuol dire che ogni intervento se considerato in contrasto con gli interessi strategici nazionali non va fatto e andrà bloccato. In questa ottica, il decreto nei confronti degli operai stabilisce una sorta di lavoro forzato, in una fabbrica resa ancora “zona franca” da norme e diritti; in nome della “libertà” di produrre verranno impediti interventi della magistratura, ma questo potrà essere usato anche contro lotte, scioperi, proteste degli operai.
Non è quindi un caso - come  abbiamo già visto nelle scorse settimane -  che l’Ilva sia stata militarizzata. Una cosa mai accaduta prima all'Ilva e forse in altre fabbriche, illegale e anticostituzionale. Dentro e fuori lo stabilimento vi erano polizia, carabinieri, Guardia di Finanza, Digos che tranquillamente e permanentemente transitavano in fabbrica, mancava solo l’esercito… Gli operai erano e sono (quando riprende la lotta) un “problema di ordine pubblico”, solo perché rivendicano diritto al lavoro e alla salute tutelati dalla stessa Costituzione.
Per questo chiedere a Clini, principale responsabile di questo decreto, di far riferimento al decreto per difendere lavoro e salute, è come chiedere ad un complice di un assassinio di salvare la vita alla vittima  Metterla in  questo modo oscura  il fatto che non vi è contrasto tra il governo e Riva/Ferrante in questa fase, e che le, appunto “eventuali” ma attualmente non reali, ipotesi di “eventuale adozione di provvedimenti di amministrazione straordinaria”, significherebbero sì intervento dello Stato, ma o per trovare altri padroni (in parte questo sta già avvenendo con il possibile ingresso di nuovi soci, come la Tata srl, nelle cui fabbriche gli operai non godono certo ottima salute e sono supersfruttati e le popolazioni danneggiate e se lottano combattute con l'esercito e la repressione), o per fare qualche opera di risanamento di facciata e riconsegnarla sempre ai privati – ma questo è già avvenuto con l’Italsider. Parlare, quindi, di “nazionalizzazione” e non dire una parola su cosa era in termini di attacco alla salute e di morte, inquinamento l’Italsider delle PPSS nazionale, e non dire che Riva la comprò a pochi soldi  anche perché nessuno la voleva e il governo di allora la dette a pochi soldi, vuol dire non comprendere che la “nazionalizzazione” in un sistema capitalista e con lo Stato del capitale che è prodotto e difensore di questo sistema, non può che basarsi sulle stesse leggi di sfruttamento, profitto, taglio dei costi inutili (quelli per sicurezza e difesa vita e ambiente) del sistema capitalista.
D’altra parte, Clini ha già detto che lo Stato non ha i soldi per la messa a norma, e neanche per salvaguardare lavoro e reddito (vedi problema di mancanza fondi perfino per la cig in deroga!).
Nel metodo. L’unico modo in questa fase per rivolgersi a Clini non è certo con lettere “elogiative”, che danno esagerato credito alle sue parole. Se non si vuole essere presi per il c. e accontentarsi di un nuovo incontro di 5 minuti  l'unico modo è la protesta generale degli operai perchè il ministro si confronti realmente non tanto con una sigla sindacale ma con gli operai in lotta. Questo già poteva essere quando Clini a gennaio è venuto a Taranto all’Ilva. Ma in quella occasione la stessa Usb non si sprecò molto nella protesta dei lavoratori ai cancelli della port. A affinché Clini ricevesse una delegazione, e preferì, dopo, incontrare tranquillamente, con l’autorizzazione della polizia, Clini in Prefettura. Mentre agli operai la risposta del governo, Ilva e Clini era stata alla portineria un concentramento di tutte le forze dell’ordine possibili, pronti a mettersi in assetto anti sommossa per impedire che questo incontro avvenisse.
Che sia a volte opportuno che comunque un incontro con un sindacato di base avvenga, questo è normale; ciò che non è normale è fare un incontro “militarizzato”, dopo che alla richiesta democratica degli operai Clini ha risposto con la faccia della repressione.  

TA. 9.2.13
SLAI COBAS per il sindacato di classe
slaicobasta@gmail.com 

“LETTERA APERTA AL MINISTRO CLINI
Ill.mo Ministro, in occasione della Sua ultima venuta a Taranto, ebbi l’onore di scambiare alcune opinioni con Lei sulla questione Ilva. Ciò avveniva intorno al tavolo istituito presso la Prefettura. In tale circostanza, tra le altre cose, Lei espressamente faceva riferimento al principio di –“chi inquina, paga”-, riferendosi, naturalmente, ai danni prodotti dalla proprietà Ilva in questi ultimi diciassette anni. Il pensiero e la posizione dell’USB, ormai noti e in controtendenza con quelli di altre OO.SS. si basavano e si basano su due aspetti fondamentali: “esproprio senza indennizzo e nazionalizzazione della fabbrica”. Ciò, perché, il Gruppo Riva non merita alcuna credibilità e fiducia, ormai. Lei, facendo riferimento alle normative europee, sosteneva che non fosse possibile demandare allo Stato la gestione dell’azienda, mentre Le facevo notare che vi erano stati altri precedenti, come la Francia, per esempio. Le ricordavo, inoltre, che l’intervento statale è contemplato nel D.L. 231/2012, fortemente voluto da Lei, Sig. Ministro, nel caso in cui l’azienda non dovesse ottemperarvi. Fatte le suddette premesse, Le vorrei far presente quello che accade qui, in fabbrica. L’Ilva, continua a seminare panico tra i lavoratori, angosciati dal sistematico ricatto posto in essere dalla famiglia Riva, in particolar modo da quando essa è oggetto di attenzione da parte della magistratura tarantina. E’ già divenuta prassi la frase del Presidente Ferrante -“non garantiamo lo stipendio del prossimo mese”-, come non possiamo dimenticare lo “scherzo” sulla tredicesima mensilità, retribuita solo alla vigilia di Natale. Siamo di fronte ad un imprenditore senza scrupoli che, pur di affermare il proprio controllo sulla massa, non disdegna di ordinare l’inaudita “marcia dei 7000” che, come Lei saprà sicuramente, ha offeso la città e i cittadini di Taranto quel “glorioso” 30 marzo 2012. Riva non si è limitato a questo grave attacco e ha promosso altre iniziative che non dimenticheremo mai, dato che i blocchi delle strade, compiuti su ordine specifico dei preposti Ilva, hanno provocato non pochi disagi ad una città già violentata dal “signore” dell’acciaio. Ho voluto farle una piccola cronistoria degli ultimi eventi poiché, ancora oggi, assistiamo all’ennesimo trucco posto in essere dal patron Riva. Faccio riferimento alle migliaia di dipendenti che da mesi sono in cassa integrazione, ordinaria e straordinaria e ai tanti operai delle imprese di appalto, meno tutelati, che hanno perso il lavoro o sono in cassa. 1393 è il numero totale dei lavoratori Ilva che si vogliono aggiungere agli altri, già penalizzati e usati come scudi umani da molto tempo. Questa volta, però, si tratta di richiesta in deroga della cassa integrazione, motivata dalla -“mancanza di presupposti di legge”- che non consentono il ricorso alla CIG o CIGO, quali ammortizzatori sociali, dall’andamento negativo del mercato e dal “chiodo” fisso, aggiungo, del prodotto ancora sottoposto a sequestro e non vendibile. La riflessione che tutti farebbero in questo momento, prendendo spunto dal principio da Lei enunciato (chi inquina paga) è d’obbligo: chi ha sbagliato? Chi ha inquinato? Chi deve pagare? A me e, credo di poter interpretare il pensiero di ogni cittadino e dei lavoratori, sembra che, ancora una volta, si tenti di scaricare il peso degli errori e degli orrori su chi non ha assolutamente colpa, facendo ricorso a corsie preferenziali per attingere alle casse dell’ente statale, di conseguenza dei cittadini. Personalmente ed a nome dell’O.S. che rappresento, non intendo assecondare, moralmente, operazioni che mirino alla cura di un “malato cronico immaginario” che, a giudicare dalle notizie di stampa, si presume abbia trasferito ingenti somme di denaro in aree di questo pianeta sconosciute ai più, evadendo per milioni di euro il fisco, secondo altrettante informazioni apparse di recente sui giornali. Non è più accettabile, pertanto, che vengano distratte somme versate con sacrificio dai cittadini per sanare misteriosi buchi finanziari nel Gruppo Riva. Questa città, questa collettività, gli oltre 11.000 lavoratori dell’Ilva e i 4000 dell’appalto, non possono più essere tenuti in ostaggio, utilizzati per forme di ricatto e di gratuita violenza psicologica, allo scopo di ostacolare il percorso della giustizia: in tribunale, gli imputati vanno difesi dagli avvocati. E’ superfluo ricordarLe, Sig. Ministro, ma mi perdonerà se lo faccio, che questo territorio conta innumerevoli decessi e altrettanti ammalati per cause riconducibili all’avvelenamento dell’ambiente provocato da una politica industriale cinica ed incosciente, assecondata da una classe dirigente disattenta e, in qualche caso, connivente. I danni prodotti dalla corsa al massimo profitto, accanto alle tante vittime sul lavoro in Ilva, hanno concorso in maniera significativa alla chiusura di altre imprese, nel terziario, nell’agroalimentare e nel turismo, mettendo in ginocchio l’economia jonica ed elevando all’ennesima potenza il grado di inoccupazione. Non solo, quindi, il disastro ambientale, l’emergenza sanitaria, ma anche la rovina sociale sarebbe da imputare alla famiglia Riva, i cui profitti miliardari ottenuti nel tempo li deve alla capacità e al senso del dovere dei lavoratori, spesso offesi e privati della libertà di pensiero e di parola. Per le ragioni contenute nella presente, Sig. Ministro, non vi è più spazio per le escamotages e, per questo, si rende indispensabile una drastica terapia d’urto, un cambio di rotta rapido, prima che sia troppo tardi. Uno Stato democratico, in un Paese civile la cui Carta Costituzionale insegna che la Legge è uguale per tutti, che la salute è il bene primario da tutelare e che il lavoro equivale alla dignità della persona, non può dimenticare il suo popolo per rincorrere chi resta in attesa di giudizio. Riva non assicura più la tenuta del suo impero, tanto meno, suppongo, le Istituzioni potrebbero più riconoscere fiducia a tale proprietà. Motivo per cui non andrebbe più considerato come interlocutore, ma estromesso dal circuito industriale, prelevando e confiscando preventivamente i beni di sua proprietà, riportando nelle mani dello Stato ogni sito in suo possesso. Da qui ripartire nel rispetto delle prescrizioni di legge, per recuperare salubrità, serenità e sano sviluppo in un territorio che non meritava tanta cattiveria
Cordialità.
Taranto, 06.02.2013 - Coordinamento USB-Ilva-Taranto  - Francesco Rizzo”

pc 14 febbraio - salvare la vita del prigioniero palestinese Samer Issawi



Samer Issawi sta morendo. Giunto ormai al 203esimo giorno di sciopero della fame in un carcere israeliano, le condizioni di salute del prigioniero palestinese sono estremamente critiche. Si teme che Samer non riesca a sopravvivere.
Trentatré anni, residente a Issawiya, quartiere palestinese di Gerusalemme Est, Samer Issawi sta portando avanti una battaglia personale che è però specchio dell'intero movimento dei prigionieri palestinesi. Contro la detenzione amministrativa e contro le condizioni di vita a cui sono costretti i detenuti palestinesi nel sistema carcerario israeliano.

Samer ha ormai perso 47 chili, non tocca cibo da agosto e rifiuta le cure mediche della clinica militare di Ramle. Vive in una sedia a rotelle e vomita sangue. Aveva smesso di bere acqua, per poi ricominciare, convinto dalla Croce Rossa. "Il suo cuore potrebbe fermarsi in qualsiasi momento", ha detto Daleen Elshaer, coordinatore della campagna Free Samer Issawi.

Issawi era stato arrestato per la prima volta nel 2002 per possesso di armi e partecipazione alle attività di un gruppo militare. Rilasciato nell'ottobre del 2011, nell'ambito dello scambio di prigionieri tra Hamas e Israele (il cosiddetto accordo Shalit), è stato di nuovo arrestato a luglio 2012 accusato di aver violato i termini dell'accordo di rilascio. Ovvero, non uscire dai confini del Comune di Gerusalemme.

E oggi muore nel silenzio del mondo: "Samer sta resistendo con la nonviolenza ad un'occupazione violenta - prosegue Elshaer - E la sua famiglia sta subendo continue vessazioni. Hanno tagliato l'acqua alla casa della sorella e l'abitazione di suo fratello è stata demolita all'alba del primo gennaio".

Nena News aveva incontrato la famiglia di Samer, nel quartiere di Issawiya, a fine dicembre. Il padre ci ha chiesto di essere suoi ambasciatori in Europa. La madre, tra le lacrime, ci ha raccontato del suo dolore immenso: "Questa non è vita, è sofferenza continua. Uno dei nostri figli, Fadi, è stato ucciso da un soldato israeliano nel 1994, aveva solo 16 anni. Samer è in prigione. In un altro carcere, Israele sta detenendo anche un altro dei nostri figli, Medhat: quando Samer ha cominciato lo sciopero della fame, Medhat ha deciso di seguirlo, in solidarietà con la sua battaglia. Per punizione, le autorità carcerarie lo hanno messo in isolamento, non possiamo vederlo né parlargli. Ho una figlia avvocato, Shireen: l'hanno minacciata di toglierle la licenza se tenta di aiutare Samer".

"Nessuno merita di vivere così, nemmeno un solo giorno: non sapere se tuo figlio morirà, attendere con angoscia che ti dicano che non ce l'ha fatta. Non potergli stare vicino in un simile momento. Lo so, dobbiamo essere coraggiosi: ci hanno preso la terra, hanno ucciso nostro figlio, e ora hanno in mano Samer e Medhat".

Si muove intanto l'Autorità Palestinese: il presidente Mahmoud Abbas ha fatto appello ieri alla comunità internazionale perché intervenga e salvi la vita dei prigionieri in sciopero della fame. Abbas ha inviato una lettera al segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, spiegando le condizioni critiche in cui versano Samer Issawi, Jafar Ezzedin, Ayman Sharawneh e Tareq Qadan.
(fonte: Nena News)


pc 14 febbraio - una assemblea a Napoli..contro la guerra e l'imperialismo italiano

... LIBIA, SIRIA, MALI...
Basta guerre Basta spese militari
Contro l’imperialismo del governo italiano

Il  vergognoso “ordine del giorno” del Parlamento italiano che autorizza l’invio di istruttori militari, aerei, finanziamenti e “supporto logistico” per la nuova guerra nel Mali necessita di una pronta mobilitazione contro il ruolo imperialista  del nostro Paese.
Una politica di aggressione che ha già determinato la distruzione della Libia e che si estrinseca oggi anche nell’appoggio diplomatico, militare ed economico ai mercenari che stanno insanguinando la Siria (tra l’altro, quegli stessi “jihadisti” che a febbraio saranno ospitati ufficialmente alla Farnesina e che oggi l’Occidente dichiara di volere combattere in Mali).
Contro questa politica criminale, costellata da distruzioni, morti, crescenti spese militari, assolutamente insufficiente è la mobilitazione dei movimenti che pure si battono contro il governo Monti-Bersani-Alfano-Casini, forse perché, tra questi, (così come è stato ieri per la Libia e oggi per la Siria) c’è ancora chi si illude che dalla distruzione (in un modo o nell’altro) di un qualche “stato canaglia” possa sprigionarsi un’altra “primavera araba”.
E così non pochi hanno chiuso gli occhi sulle infami manovre del nostro governo che ha dapprima rotto le relazioni diplomatiche con Damasco, poi  comminato sanzioni (che hanno gettato nella fame la popolazione siriana), poi riconosciuto ufficialmente i “ribelli” (prima quelli del CNS ora quelli della Coalizione) quali “legittimi rappresentanti del popolo siriano”, poi ha inviato, più o meno nascostamente, soldi, armi e mercenari (come i quattro arrestati ad agosto alla frontiera con il Libano), poi ha negato il visto di ingresso a parlamentari siriani venuti ad incontrare loro colleghi italiani, poi ha spalleggiato la Turchia nelle sue provocazioni ed appoggiato lo schieramento dei Patriot ai confini con la Siria.
A giustificazione della propria indifferenza, se non del proprio appoggio, non pochi continuano a dare credito alle “notizie” di “armi di distruzioni di massa” in mano ad Assad o ai “bombardamenti indiscriminati sulla popolazione” che continuano ad inondare i nostri mass media; ignorando o sottacendo volutamente le ormai centinaia di autobombe fatte esplodere (nei mercati, nelle strade, davanti gli ospedali...) dai “ribelli”, le migliaia di civili inermi assassinati per non essersi schierati contro Assad, le centinaia di migliaia di profughi che scappano dalla guerra e dalla pulizia etnica e religiosa imposta dai “ribelli”.
Non c’è dubbio che Assad, come ieri Gheddafi o Saddam, si è macchiato di crimini verso il proprio popolo, ma i maggiori terroristi e dittatori (del capitale) sono i nostri governanti  che vestendo i panni della difesa della democrazia intervengono con le armi più micidiali non per colpire i regimi o i fondamentalisti islamici, con cui hanno abbondantemente collaborato e collaborano quando gli conviene, bensì per mettere le mani sulle risorse e le massa di proletari di questi Paesi da sfruttare per il loro profitto e, nello stesso tempo, ostacolare una efficace lotta per un cambiamento non subordinato agli interessi occidentali e all’islamismo reazionario.
La lotta contro gli attacchi del governo alle nostre  condizioni di vita e di lavoro e contro i tagli che rendono precaria la nostra stessa sopravvivenza, deve andare di pari passo con l’opposizione alla politica imperialista di distruzione e sfruttamento verso i popoli di questi Paesi.

Per discutere su questi punti e rilanciare un movimento contro la guerra, la Rete No War di Napoli, facendo proprio l’appello “Giù le Mani dalla Siria” dell’estate 2012 indice una

ASSEMBLEA
15 febbraio 2013, ore 16,30
Napoli, via Mezzocannone 16,

mercoledì 13 febbraio 2013

pc 13 febbraio - DIMISSIONI DI RATZINGER, NON SONO UN ATTO DI CORAGGIO.

Le dimissioni di Ratzinger non rappresentano affatto un “atto di coraggio”.

 

Esse rappresentano la crisi, la sconfitta di una Chiesa e della sua massima espressione, il Vaticano, sommerso sia da scandali e lotte di potere interne, sia soprattutto dalla perdita di egemonia politica, ideologica nel mondo. Ma esse testimoniano anche la sconfitta personale di Ratzinger e del suo entourage, che alla crisi economica, morale, politica della Chiesa ha cercato di rispondere con la conservazione, con la reazione, con il ritorno all’indietro, fallendo miseramente.

Per questo le dimissioni (spontanee o dovute) sono un fuggire, un abbandono, da parte di un “uomo ormai inutile” della “barca” che sta affondando.

Ratzinger è stato eletto nel 2005 perché si voleva un papa, che continuando la battaglia di Wojtyla per una Chiesa militante, rafforzasse e sviluppasse gli aspetti più integralisti, per condurre una “guerra” teorica, ideologica, politica, contro tutte le contraddizioni che mettevano in discussione l’egemonia della Chiesa e del cristianesimo: dagli altri movimenti religiosi, islam, alle lotte di risveglio e liberazione dei popoli, alle putrefazioni, scandali all’interno della Chiesa sia finanziari che morali, alla perdita di fede e di seguaci tra i cristiani, alla crisi della Famiglia e del ruolo della donna, alle libertà/diritti sessuali e della vita umana, all’emergere delle rivolte giovanili, ecc.

Ma tutto questo non è riuscito, per il livello ormai inestricabile inquinato delle contraddizioni interne e per l’esplodere delle contraddizioni esterne.

 

Le dimissioni del papa sono anche uno specchio della crisi/putrefazione dell’imperialismo, di cui il Vaticano, il cristianesimo è un puntello in Occidente.

Come le elezioni di Ratzinger erano parte del tentativo dell’imperialismo di rispondere alla sua crisi con la marcia verso regimi di moderno fascismo (al di là di chi li rappresentasse); le dimissioni sono interne alla difficoltà in questa marcia di gestire le gravi contraddizioni economiche, politiche, tattiche e strategiche che l’imperialismo stesso crea e in cui viene invischiato.

Non sarà facile per il sistema borghese trovare ora un altro papa che sappia ridare egemonia al pensiero, ai valori dell’imperialismo.

Ma questo non significherà affatto una “ritirata”; la “Bestia” quando sta per morire diventa ancora più feroce. Così dietro la crisi dell’imperialismo vi è il nuovo nazismo, più guerre contro i popoli che mettano in discussione il suo dominio, più reazione all’interno delle proprie cittadelle.

La "Bestia" imperialista non muore da sé, ma può e deve essere uccisa dalla rivoluzione dei popoli e dei proletari.  

 

Infine, in Italia, le dimissioni di Ratzinger sono espressione anche di un fallimento dell’egemonia della Chiesa nella politica borghese italiana. L’imbastardimento dei partiti della borghesia, le loro lotte intestine affaristiche e di potere, gli scandali del sistema politico, istituzionale, hanno portato anche ad uno smembramento negli anni di una forza politica compatta che potesse interloquire, servire il Vaticano, e nello stesso tempo riceverne sostegno. I politici in legame con la Chiesa sono dappertutto nel sistema dei partiti, ma è come dire che non sono da nessuna parte in termini di forza organizzata.

Ma anche questo di per sè non vuol dire una sconfitta/morte del sistema politico borghese nel nostro paese, per cui per il movimento proletario e popolare basterebbe solo attendere; perché questo sistema resiste e resiste imbarbarendosi sempre più, e ad esso si può porre fine solo col rovesciamento rivoluzionario da parte dei proletari e delle masse popolari. 

 

MC


pc 13 febbraio - strage di donne e bambini dell'imperialismoNato in Afghanistan - imperialismo italiano e le sue truppe sono complici

Il presidente USA Barack Obama annuncia un consistente ritiro dall'Afghanistan delle truppe statunitensi. Ma un bombardamento Nato su un villaggio fa strage di donne e bambini.

Sono soprattutto donne e bambini le dieci vittime - il bilancio è provvisorio - causate da un bombardamento aereo e da una parallela offensiva terrestre condotta da un contingente dell’Alleanza atlantica con il sostegno dell’esercito dell’Afghanistan nelle ultime ore: lo ha confermato il governatore di Kunar, la provincia nord-orientale dove è avvenuta la strage.
Secondo Sayed Fazulullah Wahidi, il bombardamento è avvenuto durante la notte ad opera di alcuni elicotteri della Nato. A perdere la vita sono stati cinque bambini, quattro donne e un giovane civile. Situata lungo il confine con Pakistan, Kunar è ritenuta una delle province dove è più forte la presenza dei guerriglieri talebani in lotta dal 2001 con il governo di Kabul e i suoi alleati della Nato.

Il conflitto in Afghanistan è stato ieri sera uno dei temi principali affrontati dal presidente statunitense, Barack Obama, durante il suo discorso sullo Stato dell’Unione. Obama si è impegnato a ritirare dal paese asiatico 34.000 militari entro l'inizio del 2014, dimezzando di fatto il contingente militare statunitense già parzialmente ridotto negli ultimi mesi. Secondo il presidente, la riduzione della presenza degli Stati Uniti si accompagnerà a un graduale trasferimento delle responsabilità in materia di sicurezza a circa 350.000 soldati e poliziotti afgani. I talebani in un comunicato hanno affermato che la mossa statunitense non cambia nulla sul fronte della guerra che dura ormai dal 2011.

pc 13 febbraio - UNA "RIVOLUZIONE CIVILE", MOLTO CIVILE...

L'ex magistrato palermitano Antonio Ingroia - vuole fare una "Rivoluzione civile", possibilmente entrando a far parte di un futuro governo a guida sedicente democratica con il ruolo di ministro della Giustizia.

Anche Crozza ha capito che le rivoluzioni, quelle vere, contro l'inciviltà fatta Stato/Governo del sistema capitalista non possono nè devono essere "civili".

"La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un'opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un'insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un'altra" 
Mao Tse Tung

pc 13 febbraio - Violenza sulle donne: contro le passerelle elettorali balliamo SI'! ma armate delle lotta rivoluzionaria

"...Come sostenitrice di Rivoluzione Civile, il giorno 14 febbraio sosterrò i luoghi di “One Billion Rising” nella mia città [Palermo] così come sosterrò con il mio attento impegno tutti gli interventi necessari a spezzare quelle catene che ancora circondano i corpi di troppe donne e fermare la tragica e numerosa sequenza della morte per mano della violenza maschile..." Giovanna Marano candidata alla Camera dei deputati per Rivoluzione Civile in Sicilia

Non in nostro nome!

ci viene subito da dire dinanzi alle ennesime parole di chi pensa di utilizzare una manifestazione come passerella per la campagna elettorale e di "ergersi a portavoce" degli interessi della maggioranza delle donne che in un paese come il nostro subiscono quotidianamente, dal lavoro, alla famiglia, sul piano sessuale, ideologico... un doppio attacco sempre più pesante, di cui la violenza sessuale fino ai femminicidi è il più tragico.

Basta con "i loro impegni", basta con i loro propositi di "interventi"... basta con le "belle" e "rivoluzionarie" parole volte solo a deviare le donne dalla reale lotta che sono chiamate a mettere oggi invece in campo.

Spezzare le catene??? fermare la tragica e numerosa sequenza della morte per mano della violenza maschile? e come??? Ricandidandosi, come fa la Marano (ex sindacalista della Fiom) per un posto in parlamento, che già ci ha provato con SEL alle precedenti elezioni regionali, con un programma che proprio sulla questione della violenza contro le donne proponeva come "soluzione" una riforma volta all''introduzione dell'educazione sentimentale nelle scuole"???... eh sì! educare sin dalla tenera età le fanciulle e i fanciulli ai buoni sentimenti, alla convivenza civile "rivoluzionando" la cultura nei rapporti tra uomini e donne.


Se poi ogni giorno quello stesso parlamento borghese, dove la Marano di turno "a nome delle donne" mira ad entrare, sforna e continuerà a sfornare leggi e provvedimenti contro le lavoratrici, le precarie, le disoccupate, le giovani... proprio perché al servizio della classe dominante capitalista che deve mantenere e conservare per la sua stessa esistenza anche la condizione di oppressione delle donne, alimentando un humus sempre piu reazionario e maschilista contro di esse sfociante in molteplici casi in violenza fino alle uccisioni (vedi ciò che accade all'interno delle tante famiglie), questo le varie Marano e company non lo dicono mai apertamente a noi donne!

Il governo tecnico/dittatoriale Monti con tutti i suoi lacchè a sostegno, dal PD al PdL all'UdC... docet! con l'attacco alle pensioni, all'art.18, le politiche sempre più volte alla conciliazione lavoro- famiglia, i pesanti tagli ai servizi sociali e sanitari con la trasformazione delle donne in sempre più ammortizzatori sociali viventi.

La lotta della maggoranza delle donne contro la violenza sessuale, i femminicidi, l'oppressione non può essere rinchiusa dentro recinti elettoralisti e riformisti!

Giovedì anche a Palermo si svolgerà a Piazza Massimo nel pomeriggio l'evento "One Billion Rising", una danza mondiale di denuncia contro la violenza e le uccisioni delle donne.

Noi come compagne del Movimento femminista proletario rivoluzionario vi andremo e staremo tra le donne che parteciperanno, ma alle stesse diremo apertamente che le Marano o donne di altri partiti che hanno già annunciato di aderire e partecipare all'evento, che a parole dicono di voler combattere la violenza sessuale e i femminicidi di questa società e poi nei fatti cercano le "soluzioni" guardando al "nuovo governo e parlamento" che uscirà dalle prossime elezioni non mettendo mai in discussione la stessa società che menzionano, non sono e non possono essere la via da seguire.

La lotta contro la violenza sessuale, i femminicidi, l'oppressione non può che essere una lotta rivoluzionaria, ma intendendo per rivoluzione quel percorso di lotta che sia volto a sradicare dal profondo le radici di questa società per cambiarla davvero, una società che con i suoi governi, padroni, stato, partiti borghesi con le loro politiche reazionarie e di doppio attacco alle donne in ogni ambito è la vera causa della violenza contro le donne.

Per questo diremo "BALLIAMO SI', MA BALLIAMO SUI GOVERNI, SUI PADRONI, SULLO STATO... VERA CAUSA DELLA VIOLENZA, FEMMINICIDI E OPPRESSIONE"

Tante donne nel mondo stanno dimostrando oggi concretamente tutto questo, che la lotta contro la violenza, i femminicidi e l'oppressione deve essere un'altra, e tra queste in prima linea ci sono le donne indiane che a milioni partecipano direttamente alla grande guerra di popolo che è in corso contro il regime indiano e l'imperialismo in un paese come l'India in cui l'oppressione contro di esse è tripla, quadrupla (abbiamo visto sui Tg, letto sui giornali, in internet delle grandissime manifestazioni dei mesi scorsi in India contro stupri e uccisioni delle donne), portando avanti all'interno di questa guerra come donne, compagne, anche una dura lotta rivoluzionaria contro tutti gli attacchi alla loro condizione di genere.

Guardiamo a queste donne come un forte esempio e stimolo per la B lotta sempre più urgente e necessaria anche nel nostro paese contro quella che è una guerra a 360 gradi contro le donne.

Per questo diciamo " BALLIAMO SI'… MA ARMANDOCI DALL'INDIA ALL'ITALIA... AL MONDO INTERO CONTRO VIOLENZA, FEMMINICIDI, OPPRESSIONE  DELLA FORZA RIVOLUZIONARIA PER ROVESCIARE QUESTA SOCIETA' CHE LI PRODUCE".

Mfpr Palermo

pc 13 febbraio - Ilva questione nazionale assemblee della rete a genova e novi ligure


pc 13 febbraio - india il regime della repressione e della corruzione, colpito dall'avanzata della guerra popolare !

LA BORGHESIA GENOCIDA INDIANA STRILLA CONTRO LA GUERRA POPOLARE

Dal giornale borghese "The times of india" del 06/02/13 che titola: "I maoisti promettono di continuare a mettere bombe nei corpi dei morti". Per capire all'episodio a cui si riferisce l'articolo rimandiamo al precedente post su questo blog: http://guerrapopolare-india.blogspot.it/2013/01/una-donna-guidava-lattacco-maoista-i.html .
Non aggiungiamo nessun commento all'impostazione di questo articolo limitandoci a segnare in grassetto le dichiarazioni abbastanza chiare ed esplicative di un portavoce maoista contenute in un comunicato riportato dal presente articolo che di per sè smascherano l'ipocrisia di media e governo che spesso strillano strumentalmente.


New Delhi: In quello che potrebbe diventare una grande preoccupazione per il ministro degli interni e le forze di sicurezza che si confrontano con i Naxaliti (termine utilizzato in India per i maoisti n.d.r.), i maoisti hanno dichiarato che continueranno con la tattica di impiantare bombe nei corpi del personale di sicurezza uccisi come hanno fatto recentemente a Latehar in Jharkhand. In una dichiarazione scritta datata 16 Gennaio a nome della Commissione Speciale Militare Area Bihar-Jharkhand-North Chhattisgarh dell'Esercito Guerrigliero di Liberazione Popolare, il portavoce del Partito Comunista dell'India (Maoista) Toofan ha detto che fin quando gli attacchi delle forze di sicurezza contro i maoisti non seguiranno nessuna "regola di guerra", anche loro andranno oltre le regole.
Mentre i "media e il governo hanno etichettato "inumano" la strategia di impiantare bombe dentro i corpi morti del personale di sicurezza", non hanno visto il modo "inumano" in cui le forze di stato uccidono e attaccano i maoisti, ha detto il portavoce.
il comunicato parlava anche circa il trattamento "inumano" nel quale i maoisti morti erano trattati dalle forze di sicurezza durante gli incontri (scontri a fuoco n.d.r.) e ha dichiarato che spesso, neanche venivano informate le famiglie del defunto e ritornati i corpi ad esse.
Sul fatto di impiantare bombe nel corpo di un paramilitare, il comunicato del Partito Comunista dell'India (Maoista) dice, "Non abbiamo problemi ad ammettere che i combattenti dell'Esercito Guerrigliero di Liberazione Popolare hanno messo una bomba a tempo nel suo addome. I Combattenti dell'EGLP, in ogni caso, non hanno mai torturato un paramilitare che è sopravvissuto. Infatti, abbiamo trattato i paramilitari arrestati come prigionieri di guerra rilasciandoli anche. Se mettere una bomba in un corpo morto è irrispettoso del morto, sarebbe anche un crimine quello commesso dai medici che conducono l'autopsia. La verità è che il solo scopo di impiantare una bomba nell'addome del paramilitare (a Latehar) era di causare il massimo danno alle ostili forze centrali. " Per Opporci alle atrocità delle forze centrali in Chhattisgarh, jharkhand e Bengala, continueremo a farlo (impiantare bombe nei corpi morti.)".
Il comunicato aggiunge, " l'EGPL vuole rendere chiaro che le bombe impiantate nel corpo del paramilitare era una bomba a tempo a circuito molto semplice che è stata impiantata in una maniera tale che sarebbe dovuta esplodere al momento o quando il corpo morto è stato portato via. I dottori non erano il nostro obiettivo come e stato detto di essere. Era un circuito ordinario che si è disinnescato perchè vi è penetrata dell'acqua".




pc 13 febbraio - Pdl-Lega-una associazione a delinquere da spazzare via - ma con le elezioni resterà in piedi ! - la lotta e la forza e non il voto - boicottaggio elettorale attivo:

Finmeccanica, arrestato il presidente Orsi
Ipotesi di corruzione internazionale in India

Dalla tangente indiana mazzette a Lega e Cl
per sostenere Orsi al vertice Finmeccanica

 Il gip di Busto Arsizio: "Tangenti filosofia aziendale". La difesa: "Ho sempre fatto il bene dell'azienda". L'imbarazzo del governo Monti in un'intercettazione.  Al centro del caso presunte mazzette da 51 milioni per la vendita di 12 elicotteri all'India.

MILANO - Il presidente e amministratore delegato di Finmeccanica Giuseppe Orsi è stato arrestato con l'accusa di corruzione internazionale protratta fino al dicembre 2012. Il gip di Busto Arsizio che ha firmato l'ordinanza, eseguita dai carabinieri, l'ha motivata con il rischio elevato di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove. Ai domiciliari l'amministratore di Agusta Westland, Bruno Spagnolini. Con Orsi, sono stati arrestati anche due cittadini svizzeri, Guido Haschke e il suo socio Carlo Gerosa, intermediari nell'affare al centro dell'inchiesta: la fornitura di 12 elicotteri al governo indiano. Per loro due sarà necessario avviare le pratiche di estradizione, vista la residenza in Svizzera. Secondo l'accusa, per ottenere quella commessa fu pagata da Finmeccanica una tangente da 51 milioni di euro.


Caso Maugeri, i pm accusano Formigoni:
"Corruzione e associazione a delinquere"

Il presidente uscente della Lombardia, coinvolto nell'indagine sui fondi finiti alla Fondazione con sede a Pavia, è accusato anche di corruzione. La Procura di Milano ha chiuso le indagini anche per altre 16 persone. Secondo i pm il Celeste avrebbe ricevuto, in cambio del suo appoggio, utilità  e somme in denaro contante per 8 milioni di euro.

La Procura di Milano ha chiuso le indagini sulla fondazione Maugeri nei confronti di 17 persone fra le quali il governatore uscente della Lombardia, Roberto Formigoni, che è accusato di associazione per delinquere e di corruzione. Per i 17, i pm si preparano a chiedere il rinvio a giudizio. Lo ha reso noto il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati in un comunicato. Roberto Formigoni sarebbe stato secondo gli inquirenti "promotore e organizzatore" dell'associazione a delinquere e avrebbe garantito stabilmente tra il 1997 e il 2011 favori alla Fondazione Maugeri e tra il 2002 e il 2011 al San Raffaele. I pm accusano Formigoni di aver ricevuto, in cambio del suo appoggio, 'utilità' per 8 milioni di euro. Tra queste utilità viaggi e l'uso di yacht ma anche "somme di denaro contante -scrivono i pm - periodicamente consegnate in Milano da Daccò a Formigoni di importo non determinato e, comunque, complessivamente non inferiori a circa euro 270mila".

Fitto condannato a quattro anni
per le tangenti di Angelucci

Dopo oltre 24 ore il collegio ha riconosciuto l'ex ministro colpevole di corruzione, finanziamento illecito ai partiti e abuso d'ufficio. Assolto dall'accusa di peculato. TRe anni e sei mesi all'imprenditore romano: confiscati sei milioni di euro al Consorzio San Raffaele che s'aggiudicò l'appalto di 198 milioni per la gestione delle reidenze sanitarie pugliesi


L'ex governatore pugliese Raffaele Fitto è colpevole dei reati di corruzione, finanziamento illecito ai partiti e abuso d'ufficio: lo ha deciso la seconda sezione penale del tribunale che ha condannato l'ex ministro a quattro anni. Tre anni e sei mesi, invece,  per l'imprenditore romano Giampaolo Angelucci. Secondo i giudici, quindi, Fitto nella campagna elettorale del 2005 ricevette una tangente da 500mila euro da Angelucci in cambio fece assegnare alla Tosinvest l'appalto da 198 milioni di euro per la gestione delle residenteze sanitarie assistite. L'ex ministro è stato ritenuto responsabile anche di uno dei due episodi di abuso d'ufficio, quello relativo allo stanziamento dei fondi per gli oratori destinati inizialmente all'impiantistica sportiva.  Fitto è stato condannato anche all'interdizione per cinque anni dai pubblici uffici e ad un anno di inibizione a trattare con la pubblica amministrazione. I giudici hanno sostanzialmente accolto le tesi dell'accusa sostenuta dal pm Renato Nitti, elevando tredici condanne in un processo che contava trenta imputati.Il peculato era relativo ad un episodio riguardante l'utilizzazione del fondo del presidente: secondo l'accusa l'ex ministro avrebbe utilizzato impropriamente i soldi per finanziare iniziative elettorali. Per un altro episodio di corruzione, contestato a Fitto i giudici hanno disposto la trasmissione degli atti alla procura. Il caso è quello delle presunte pressioni esercitateda Fitto perchè a un'emittente locale salentina venisse affidata la trasmissione di alcuni spot di Aeroporti di Puglia. . La sentenza arriva alla vigilia della visita a Bari del leader del Pdl Silvio Berlusconi.


martedì 12 febbraio 2013

pc 12 febbraio - tutti al processo NOTAV Torino 14 febbraio


freedomGiovedì 14 febbraio nell'aula bunker del carcere delle Vallette si terrà l'inizio del dibattimento per il processo ai notav denunciati a Gennaio dell'anno scorso. Dopo aver incorporato altri 7 notav nel maxi procedimento la procura torinese decide di svolgere il processo nell'aula bunker cercando di intimidire e criminalizzare il movimento notav sfruttando il clamore che potrebbe suscitare un tribunale speciale all’interno di una struttura carceraria difficile da raggiungere e invisibile agli occhi della città.
Le motivazioni per l'uso di tale aula sono legate all'affollamento delle maxi aule del tribunale di Torino e questioni di ordine pubblico. La verità è che questo processo vuol essere tenuto nascosto alla città portandolo in un luogo lontano sperando così facendo di zittire le ragioni del movimento notav. Per questo motivo mentre si svolgerà l'udienza nell'aula bunker, seguita da una delegazione di imputati/e, si svolgerà un presidio in piazza castello per continuare a comunicare alla città le ragioni del movimento notav.

Invitiamo tutti e tutte a partecipare al presidio che si terrà giovedì 14 febbraio alle ore 9.30 in piazza castello.

pc 12 febbraio - si organizza il corteo antifascista a milano per l'anniversario di DAX


Il 16 marzo di 10 anni fa a Milano è stato ucciso DAX, Davide Cesare,  da 3 fascisti armati di coltello. Più tardi, all'ospedale San Paolo, le  forze dell'ordine hanno violentemente represso i compagni e le compagne
mobilitati.
Oggi in Europa, in tempi di crisi, l'attualità della pratica antifascista è imposta dall'emergere di compagini come Alba Dorata in Grecia, Jobbit in Ungheria, Casa Pound e Forza Nuova in Italia. Sebbene rappresentino ancora una componente minoritaria e, almeno nel nostro paese, abbastanza marginale, appare però evidente che queste forze godono di ampi finanziamenti, di agibilità e tutele, dentro e fuori dalle istituzioni. A riprova di tutto ciò basti pensare che Casa Pound, un'organizzazione fascista di cui alcuni membri si sono resi responsabili di omicidi efferati, come lo scorso anno a Firenze, concorre tranquillamente alle prossime elezioni, con il benestare delle forze dell'ordine nello svolgere la propria attività propagandistica.
Tutto ciò non ci stupisce dal momento che l'estrema destra italiana, in diversi momenti storici, è stata utilizzata dai governi in funzione repressiva contro i movimenti di lotta e inoltre oggi cerca di inserirsi sul terreno delle lotte sociali, quali casa, scuola e lavoro da una prospettiva nazionalista e xenofoba, sempre perfettamente funzionale agli equilibri del capitale .
Oggi, come 10 anni fa, appare evidente l'urgenza della pratica antifascista in tutti i territori e gli ambiti sociali che ognun* di noi vive. Immaginare percorsi di trasformazione nei nostri quartieri, nelle scuole e nelle università, passa necessariamente per un'opposizione attiva alla becera retorica ribellista propagandata da fascisti vecchi e
nuovi.
Praticare attivamente l'antifascismo oggi significa costruire e portare avanti percorsi di autorganizzazione nel solco della lotta anticapitalista, ma significa anche opporsi alla repressione che si abbatte su chiunque intraprenda strade di resistenza.



Ricordare i fatti del marzo milanese di dieci anni fa ci aiuta a ricordare come i fascisti e lo stato agiscano di concerto: i fascisti accoltellano, lo stato li tutela. La storia di Dax è anche una storia di repressione poliziesca, ad oggi infatti sono stati assolti i carabinieri e i poliziotti che quella sera pestarono indiscriminatamente i compagni fuori dall'ospedale e invece due compagni di Dax sono stati condannati ad un anno e otto mesi, pena poi commutata in uno strozzinaggio economico legalizzato di 130.000 euro.
Dunque repressione, massacri, menzogne e condanne che vediamo ripetersi davanti ad ogni lotta sociale o ad ogni moto di piazza degli ultimi anni. Sono queste infatti le uniche ricette che lo stato mette in campo contro chi lotta contro il neoliberismo, e l'utilizzo indiscriminato del reato di devastazione e saccheggio è solo la punta dell'iceberg. A questa mutazione ed asprezza del monopolio della violenza statale dobbiamo essere capaci di rispondere.
Costruire le lotte sociali e continuare a resistere, senza paura come Dax, sono le uniche risposte che possiamo dare.
Per ricordare DAX e confrontarci sull'oggi invitiamo tutti e tutte ad un'iniziativa di lancio dei 3 giorni antifascisti che si terranno a Milano i prossimi 15,16 e 17 marzo (http://www.daxresiste.org/). Saranno presenti compagni e compagne di Dax.
VENERDÌ 15 FEBBRAIO, ORE 18 FACOLTÀ DI FISICA
Invitiamo da Roma tutte e tutti a partecipare al corteo nazionale del 16 marzo a Milano attraverso la costruzione collettiva dei pullman.
INFOLINE 333 3666713
Studenti e studentesse antifascist@

pc 12 febbraio - Turchia: 16 studenti condannati, giovane manifestante kurdo ucciso


Sedici studenti kurdi che hanno partecipato in novembre a una manifestazione di sostegno alle centinaia di detenuti curdi che allora attuavano uno sciopero della fame per vedersi garantire dei diritti minimi sono stati condannati oggi a tre anni di carcere perché ritenuti colpevoli di ''un reato commesso per conto di un'organizzazione terroristica senza farne parte''. Durante la manifestazione, che si era svolta a Ardahan, nell'Anatolia sudorientale, si erano verificati scontri con la polizia. Gli agenti avevano usato gas lacrimogeni e idranti e i manifestanti avevano risposto lanciando sassi. I manifestanti chiedevano al governo di accettare le richieste dei detenuti in sciopero della fame, fra cui la fine dell'isolamento imposto al fondatore e leader storico del Pkk Adbullah Ocalan, detenuto nell'isola carcere di Imrali. I 16 studenti, iscritti all'università di Ardahan, sono stati condannati dalla Quarta Corte Criminale di Erzurum.

E proprio l’altro ieri un giovane manifestante curdo è stato ucciso dalla polizia a Diyarbakir, la maggiore città del Kurdistan turco, durante una manifestazione convocata per il quattordicesimo anniversario dell'arresto del leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Secondo il governatore turco della provincia di Diyarbakir Mustafa Toprak, il ragazzo, un diciannovenne, è stato ucciso dallo scoppio di una granata che lui stesso si apprestava a lanciare. Ma testimoni oculari citati dall'agenzia di informazione curda Firat hanno affermato che il giovane è stato travolto da un veicolo della polizia lanciato a forte velocità contro i manifestanti.

pc 12 febbraio - “Monti, Bologna non ti vuole”


Monti era atteso al Palazzo dei Congressi in Piazza della Costituzione per la presentazione delle sue liste per le elezioni politiche. Atteso da giornalisti e sostenitori, ma anche alcune decine di studenti delle superiori, vicini al Collettivo Autonomo Studentesco.


I ragazzi, arrivati in anticipo rispetto al premier, bloccavano l’ingresso intonando “Monti, Bologna non ti vuole”. Dopo alcuni minuti di fronteggiamento, la polizia li ha allontanati spingendo con gli scudi e colpendoli con gli sfollagente. Secondo i manifestanti, almeno tre di loro sono contusi, uno mostra la mano insanguinata. Spiegano di essersi fatti male quando la Polizia li ha spinti contro una siepe.


 * * * * * * * * * *


> Il comunicato del Cas:


Oggi, 11 febbraio noi studenti e studentesse di Bologna abbiamo contestato il comizio di Mario Monti al Palazzo dei Congressi, una contestazione che si inserisce nella giornata nazionale di avvicinamento al 15 febbraio, il corteo nazionale studentesco lanciato dal network StudAut.


Al nostro arrivo al palazzo, dopo pochi minuti di cacerolazo con trombe, padelle, fischietti e cori, un fitto schieramento di polizia si è posizionato davanti all’ingresso.


Ben presto il cordone delle forze dell’ordine ha caricato il gruppo, spintonandoci a colpi di scudo e democratiche manganellate per allontanarci, ferendo diversi studenti.


Zittire con il manganello i bisogni di una generazione, come successo oggi con il violento allontanamento, è l’ennesimo esempio e riprova della distanza tra la politica dei palazzi e chi in periodo di crisi subisce le manovre d’austerità e dei tagli, evidenziando quanto queste elezioni non rappresentino alcuna possibilità di cambiamento.


Monti prima con il suo governo e poi come candidato cosi come tutti gli altri partiti porta avanti un piano d’austerità comandato dalla Troika, volto ad usare la crisi facendola subire ai lavoratori, agli studenti e ai migranti cancellando diritti e volendo farci sprofondare sempre più nella povertà.


Oggi, cosi come faremo il 15 Febbraio, abbiamo voluto dire ad altra voce e con determinazione che non ci rappresenta nessuno e che la vera possibilità di cambiamento sta nelle lotte, non nel teatrino di questo reality show elettorale.


Il 15 Febbraio quindi come in tutta Italia sarà il rutorno del movimento studentesco nelle piazze, sarà un’occasione per riscattare la nostra vita e il nostro ditritto ad un futuro dignitoso.


L’ALTERNATIVA STA NELLA LOTTA NON NEI SEGGI ELETTORALI.


Collettivo Autonomo Studentesco

pc 12 febbraio - Di Paola: "qualunque sarà il governo italiano, la Libia rappresenterà sempre "un interesse strategico" per l'imperialismo italiano.

Mentre promette nel suo spot elettorale «riforme radicali contro gli sprechi e la corruzione», Mario Monti invia a Tripoli il ministro della Difesa Di Paola con un pacco dono da circa 100 milioni di euro: 20 veicoli blindati da combattimento Puma, consegnati «a titolo gratuito» (ossia pagati con denaro pubblico dai contribuenti italiani) ai governanti libici, il cui impegno anti-corruzione è ben noto. Un gruppo di potere, al cui interno sono in corso feroci faide, chiamato in causa dallo stesso Consiglio di sicurezza dell'Onu per «le continue detenzioni illegali, torture ed esecuzioni extragiudiziarie». Tutto perfettamente legale, però. La legge sulle missioni internazionali delle Forze armate per «il consolidamento dei processi di pace e stabilizzazione», approvata tre settimane fa dal senato con voto bipartisan quasi unanime, autorizza la spesa per prorogare l'impiego di personale militare italiano in attività di «assistenza, supporto e formazione in Libia» allo scopo di «ripristinare la sicurezza pubblica». L'Italia si accoda così agli Stati uniti, che stanno formando una forza d'élite libica con il compito ufficiale di «contrastare e sconfiggere le organizzazioni terroriste ed estremiste violente». Le stesse usate nel 2011 dalle potenze occidentali per seminare il caos in Libia, mentre la Nato la attaccava con i suoi cacciabombardieri e forze speciali (comprese quelle qatariote) infiltrate. Le stesse organizzazioni terroriste che vengono oggi armate e addestrate dalla Nato, anche in campi militari in Libia, per seminare il caos in Siria. Il segretario alla difesa Leon Panetta ha dichiarato al Congresso che, sin dall'anno scorso, il Pentagono arma i «ribelli» in Siria. La maggior parte non è costituita da siriani, ma da gruppi e militanti di altre nazionalità, tra cui turchi e ceceni. Da fonti attendibili risulta che vi siano anche criminali sauditi, reclutati nelle carceri, cui viene promessa l'impunità se vanno a combattere in Siria. Compito di questa raccogliticcia armata è quello di seminare il terrore all'interno del paese: con autobombe cariche di esplosivi ad alto potenziale, con rapimenti, violenze di ogni tipo soprattutto sulle donne, assassini in massa di civili. Chi non è debole di stomaco può trovare su Internet video girati dagli stessi «ribelli»: come quello di un ragazzino che viene spinto a tagliare la testa, con una spada, a un civile con le mani legate dietro la schiena. Sempre più, in Siria come altrove, la strategia Usa/Nato punta sulla «guerra segreta». Non a caso Obama ha scelto quale futuro capo della Cia John Brennan, consigliere «antiterrorismo» alla Casa bianca, specialista degli assassini a distanza con i droni armati, responsabile della «kill list» autorizzata dal presidente. Dove non è escluso che ci fosse anche il nome di Chokri Belaid, il dirigente tunisino ucciso da killer professionisti con tecnica tipicamente terrorista.