sabato 1 settembre 2012

pc 1 settembre - Chiudere i moderni lager / libertà per gli immigrati

È accaduto nel centro di prima accoglienza di Pozzallo, in provincia di Ragusa. Lo scorso 20 agosto un'altra rivolta era stata domata a fatica e il centro era stato totalmente distrutto


Nuova rivolta nel centro di pronta accoglienza di Pozzallo (Ragusa) da parte di una sessantina di migranti che erano stati trasferiti in mattinata da Porto Empedocle. Feriti lievemente 5 uomini delle forze dell'ordine. Lo scorso 20 agosto un'altra rivolta era stata domata a fatica e il centro era stato totalmente distrutto. La polizia aveva proceduto a individuare gli autori della rivolta e ad arrestare 14 cittadini tunisini.

Oggi la storia si è ripetuta. I tunisini sono giunti a Pozzallo nelle prime ore del mattino e il viaggio, come riferiscono le forze dell'ordine, è stato tranquillo. Ma una volta arrivati nel centro, ai migranti è stato chiesto di prepararsi per un ulteriore trasferimento, in patria. Da qui, la rivolta. Una ventina di immigrati si è scagliata contro gli agenti di polizia e nello scontro sono rimasti feriti quattro poliziotti e un carabiniere. Il dirigente della Mobile Francesco Marino non esclude che nelle prossime ore possano registrarsi alcuni arresti.

www.repubblicapalermo.it 01/09/2012

pc 1 settembre - NO TAV: UNA BUONA E PROFICUA NOTTE...

Valsusa, altra notte di guerriglia No Tav

Pubblicato Sabato 01 Settembre 2012, ore 8,00

Ennesimo assalto al cantiere di Chiomonte da parte di un gruppo di manifestanti. Tagliata parte della recinzione. Sassi e lacrimogeni. Oggi al campeggio assemblea nazionale

Dalla teoria all’azione. Conclusa la lezione di Raffaele Sciortino dal titolo “Lotte against debito e crisi”appuntamento inserito nella quattro giorni “Val Susa, l’università delle lotte” che si conclude oggi con un’assemblea nazionale del movimento universitario, un gruppo di No Tav (circa trecento per gli organizzatori, poche decine secondo la Questura) ha dato l’ennesimo assalto al cantiere della Torino-Lione. I manifestanti, alcuni partiti da Giaglione, percorrendo i sentieri della val Clarea, altri muovendo dal campeggio allestito nei pressi della centrale elettrica di Chiomonte, dopo una fitta sassaiola hanno tagliato le reti di recinzione in più punti e hanno abbattuto parte della paratia in cemento armato creando un varco. Sono stati poi respinti dalle forze dell’ordine con il lancio di lacrimogeni e getti di acqua degli idranti, allontanandosi fuggendo nella boscaglia. Gli addetti ai lavori hanno immediatamente chiuso la breccia nella recinzione aperta dai No Tav. Le forze dell’ordine riferiscono che molti indossavano maschere antigas ed erano travisati con caschi e passamontagna.

L’azione è stata seguita in diretta da Radio Blackout di Torino, l’emittente “ufficiale” dell’area antagonista, e puntualmente diffusa sui siti del movimento. Ecco il resoconto:

- Ore 21.30 Ci segnalano posto di blocco a Gravere in direzione Chiomonte.
- Ore 21.50 Partiti in centinaia da Giaglione e dal Campeggio in direzione Clarea!
- Ore 22.15 Forze dell’ordine uscite alle vasche, il gruppo del campeggio bloccato lì.  Forze dell’ordine uscite anche alla baita. Per chi é diretto a Giaglione si segnalano blocchi delle fdo autostrada to-bardonecchia ad avigliana e susa – blocchi anche sulla ss25.
- Ore 23.10 Il gruppo partito da Giaglione, ripiegando su un sentiero più in alto, ha raggiunto il mulino, vicino al ponticello. Il gruppo partito da Chiomonte, anch’esso attraverso un sentiero più in alto, si sta ricongiungendo con gli altri.  I due gruppi si stanno ricongiungendo al sentiero dove ci sono i vecchi mulini.
- Ore 23.40 Diretta da Radio Blackout. Nonostante il tentativo delle forze dell’ordine di bloccare l’accesso alla Val Clarea e la baita e impedire che i no tav si avvicinassero, l’iniziativa continua. Ancora molta la gente presente, che non si é persa d’animo e con intelligenza ha saputo aggirare gli ostacoli per perseguire l’obiettivo di questa notte. Dopo essersi riuniti, sia il gruppo partito da Giaglione che quello da Chiomonte, stanno procedendo con l’iniziativa, dando fastidio alle fdo con il fine di costituire un problema per il cantiere. Ora si stanno avvicinando attraverso nuove vie di accesso. La notte é ancora lunga…!
- Ore 00.30 Aggiornamento da Twitter: “Maschere antigas e kway. Tra poco incominciano le danze [...]“.
- Ore 00.50 Diretta da Radio Blackout: i no tav sono assestati nella zona archeologica, tutti i gruppi sono riuniti. Venuta giù parte consistente di newjersey e reti. Fittissimo lancio di lacrimogeni da parte delle fdo anche ad altezza uomo e uso di idrante. I no tav resistono e mantengono la presenza. Nonostante l’impianto militare messo in campo, ancora una volta si è riusciti a dimostrare la determinazione e la forza del movimento no tav!
- Ore 01.05 I no tav stanno lentamente ripercorrendo la strada del ritorno gridando i nomi dei compagni arrestati.
- ore 01.28 Forze dell’ordine in assetto antisommossa (per ora una trentina) uscite dal cancello della centrale. Per ora sono assestate sul ponte. Al campeggio tutti tranquilli. Intanto una diretta su Radio Blackout fa il resoconto della serata e tira le somme di un ennesima vittoria no tav.
- Ore 01.39 Le fdo stanno percorrendo il sentiero e stanno entrando nel campeggio, a breve ulteriori aggiornamenti.
- Ore 01.45 Da rbo: al momento la situazione al campeggio é in stallo. Le fdo sono ferme all’imbocco del sentiero che conduce al campeggio mentre un altro plotoncino si é spostato verso gli imbocchi dei sentieri, probabilmente in attesa di coloro che si trovavano in Clarea.
ore 01.59 un tweet segnala che al momento la strada dal lato di Giaglione é libera. Ovviamente le cose potrebbero cambiare.
- ore 02.08 aggiornamento da Radio Blackout, Nicoletta in diretta. Le fdo continuano a stare fuori dal cancello della centrale, minacciano di voler entrare al campeggio e identificare la gente ma probabilmente si tratta dell’ennesima provocazione.  L’umore di chi si trova lì é tranquillo ma determinato.
- Ore 02.23 nuovo aggiornamento da Rbo. #notav situazione stazionaria – fdo non danno segno di voler entrare – affermano di voler attendere la gente che torna dalla Clarea. L’appello é che chi può – soprattutto dalla valle – vada a portare solidarietà al campeggio. Approfittiamo per smentire il tweet che sta circolando in cui si dice che le fdo sono entrate nel campeggio.
- Ore 3.07 In questo momento le forze dell’ordine sono rientrate all’interno dei cancelli del cantiere. L’invito a tutti e tutte rimane comunque quello di rimanere in allerta e mantenersi aggiornati su possibili eventuali sviluppi, anche nella giornata di domani. Stay tuned!

pc 1 Settembre- OPERAI GESIP IN MOBILITAZIONE A PALERMO


Il sindaco Orlando ha ricevuto un netto diniego dal governo tecnico-dittatoriale Monti-Napolitano per il finanziamento di 5 milioni di euro che avrebbe permesso di prorogare il servizio fornito dagli operai Gesip indispensabili in molti settori (trasporto disabili, pulizia dei cimiteri e scuole, manutenzione di strade e giardini, supporto al canile ecc.).
Tecnicamente da oggi i 1800 operai sono in "astensione forzata dal lavoro" ovvero quasi disoccupati, ciò rappresenta una vera e propria bomba sociale prossima ad esplodere.
 Già da ieri sera e fino a notte inoltrata gli operai sono scesi in un corteo spontaneo e combattivo per le vie del centro. Intanto i sindacati, dai confederali agli autonomi a quelli di base, fanno sapere con una sola voce che andranno a Roma "vestiti a lutto e senza bandiere".

Se queste sono le premesse siamo sicuri che i sindacati che assumono questa linea non porteranno nulla di buono, abbiamo già assistito ai "lutti" degli operai di Termini Imerese che dopo "l'estrema unzione" data da sindacati confederali e governo adesso sono morti e sepolti!
La risposta invece deve essere combattiva e di lotta a oltranza contro Giunta Comunale incapace e governo!
Chi lotta coerentemente allora dovrebbe metterci la faccia e quindi le bandiere, se non lo si fa e un altro paio di maniche ma si prendono in giro i lavoratori. Il sindaco Orlando, quello che "lo sa fare", a questo diniego di finanziamento da parte del governo ha reagito "minacciando" le proprie dimissioni per poi fare subito marcia indietro.

Il Circolo di Palermo di proletari comunisti, durante la campagna di boicottaggio elettorale attivo aveva anticipato che chiunque fosse stato eletto, di conseguenza durante il ballottaggio abbiamo fatto lo stesso discorso sia per Ferrandelli che per Orlando, avrebbe attuato il programma di Monti e nessuno avrebbe rappresentato un'alternativa per lavoratori e masse popolari. Senza i soldi del governo questa classe politica in generale e in particolare idv e rifondazione comunista, è incapace di risolvere i problemi delle masse popolari, al massimo elemosinando i soldi dal governo centrale può perpetuare lo stato di abbrutimento assistenziale alla stregua di una concezione di reddito garantito che non guarda alla risoluzione del problema in senso definitivo: il lavoro stabile come premessa per i lavoratori ad una vita dignitosa.

Invitiamo i lavoratori della Gesip a impugnare la loro lotta abbandonando i sindacati venduti e autorganizzandosi dal basso, è inoltre necessario un'autonomia politica dei lavoratori che senza il "proprio" partito non possono avere, iniziamo col respingere qualsiasi tipo di strumentalizzazione elettorale: per i proletari non esistono governi e giunte amiche, alle prossime regionali bisogna disertare le urne e organizzarsi con la lotta!

Evma

pc 1 settembre - proletari comunisti ILVA: "PANE E VELENO"

Il nuovo presidente dell'Ilva, Bruno Ferrante, ogni giorno sta girando in una mensa diversa, si presenta in “maniche di camicia”, e “molto democratico” mangia con i lavoratori, e intanto parla agli operai per fare propaganda, da piazzista della politica dell'azienda, e soprattutto chiamare gli operai a sostenerlo.
Il servo che accompagna questa politica è soprattutto la Cisl.
Emblematico è quanto è successo giovedì scorso: Ferrante si presenta in mensa e fa il suo discorsetto, facendo appello ai sindacati a collaborare; si alza un rappresentante della Cisl e da buon servo dice: ma noi abbiamo già organizzato delle manifestazioni... Ferrante, da buon padrone, risponde: certo, però ora si tratta di lavorare... E spiega agli operai che la produzione sia pur riducendola un pò, deve continuare, altrimenti dove li trova l'azienda i soldi da investire per la messa a norma degli impianti? Tradotto, operai se volete che l'Ilva faccia qualche piccolo intervento per la vostra salute, voi ve lo dovete pagare col vostro lavoro e continuando a mettere a rischio la salute...

In effetti, un operaio dello Slai cobas per il sindacato di classe dell'Acciaieria 1 dice che stanno continuando a lavorare più o meno come prima, sono al 75% della produzione, da 50 colate di prima, ora sono passati solo a 43/44 colate; ma questo calo è meno di quello che avviene durante la manutenzione ordinaria.
Se qualche tempo fa – continua l'operaio – ci sono voluti ben 5 mesi per cambiare solo il sedile difettoso della gru su cui lavoravo, quanti anni ci metteranno per mettere in sicurezza interi impianti, per rinnovare gli impianti vecchi?
A Ferrante, quando viene in mensa, dovremmo fargli mangiare fettina di carne impanata di polvere di minerale... “pane e veleno!”.

Questo rilancia la palla dello scontro di classe dentro la fabbrica e la centralità, per la battaglia per la salute e la vita degli operai e della popolazione dei quartieri, dell'azione di lotta degli operai contro padron Riva e lo Stato dei padroni.
Ferrante propaganda una disponibilità di intervento che è, per soldi e per lavori, quasi una normale manutenzione; mentre rilascia interviste di buoni propositi continua ad immettere nell'aria come prima polveri sottili e scarichi altamente nocivi; dice di voler anche rispettare le prescrizioni della giud. Todisco ma intanto fa gli interventi secondo i suoi piani (e quelli di Governo e Regione) – vedi la questione dei parchi minerali che la prescrizione parla di copertura e l'Ilva sta per intervenire invece con la costruzione al alte barriere e la irrogazione con un sostanza gelatinosa (una vera sciocchezza, come dicono gli stessi operai), ecc.

La messa a norma non si farà realmente, e non basteranno certo giudici o custodi a imporla, se gli operai - affermando nei fatti con l'organizzazione sindacale di classe un'autonomia da sindacati aziendalisti e dall'ambientalismo ambiguo che contrasta proprio il ruolo degli operai – non la impongono con la lotta. Sono gli operai che, tra l'altro hanno da dire e dare indicazioni effettive, che, organizzati nello slai cobas, devono essere protagonisti della messa a norma; così come devono esercitare un controllo continuo sugli interventi da fare e fatti, e chiedere una continua relazione con loro da parte degli stessi “custodi” nominati dalla Todisco, e tecnici. Nessuna “collaborazione”! Gli operai devono fare una “guerriglia” quotidiana! E questo, ora, deve essere anche il loro concreto contributo alla battaglia della popolazione della città.

MC 

pc 1 settembre - RIFORMA DEL LAVORO, GIOCO DELLE PARTI TRA FORNERO E CGIL CISL UIIL: CASO GOLDEN LADY

(dal Mfpr) 

GOLDEN LADY: CGIL, CISL, UIL FIRMANO UN ACCORDO DEROGA PER DARE LA POSSIBILITA' ALL'AZIENDA DI CONTINUARE A FARE LA “BANDITA”.

Il 16 luglio, proprio mentre in tutt'Italia gli Ispettori del Lavoro facevano ispezioni nei negozi Golden Lady e accertavano l'assoluta irregolarità dei rapporti di lavoro delle commesse, tutte con falsi contratti di associazione in partecipazione e quindi diffidavano l'azienda a regolarizzare entro settembre tutte le lavoratrici con contratti di lavoro dipendente a Tempo Indeterminato, Cgil, Cisl e Uil facevano un accordo collettivo con l'azienda per concedere a padron Nerino Grassi di tenere ancora per un anno, fino a luglio 2013, 1200 lavoratrici in associazione in partecipazione, senza diritti retributivi, contributivi, di malattie, ferie, ecc.

Una cosa gravissima. Dagli accertamenti degli Ispettori è confermato che non solo questi rapporti, insieme ai contratti di stage, sono tutti in realtà rapporti di lavoro dipendenti, ma che la condizione di fatto di queste lavoratrici è all'insegna della più pressante subordinazione e soggetta ad un controllo continuo, anche a sorpresa (l'azienda utilizza anche finti clienti per “prendere in castagne” le lavoratrici, per controllare anche come salutano, sorridono, se hanno sistemato la roba secondo precise e inderogabili direttive della sede, ecc. ecc.).
Il padrone Nerino Grassi, negli ultimi anni, per fare più profitti, come ha mandato in mezzo ad una strada le operaie dell'Omsa di Faenza e trasferito l'azienda in Serbia per tagliare il costo del lavoro, così ha trasformato tutti i contratti in associazione in partecipazione, con un taglio di salari notevole, eliminazione secca dei diritti minimi, e con posti di lavoro sempre a rischio.
La lotta delle operaie dell'Omsa aveva permesso di mantenere alta la denuncia nazionale su questa azienda e questo ha portato al controllo ispettivo, fatto comunque in nettissimo ritardo, e chiaramente utilizzato dal Ministero del lavoro soprattutto per eliminare gli evidenti abusi di questo contratto atipico, allo scopo di far meglio passare la controriforma del Lavoro.

Ma Cgil, cisl e uil sono andate oltre la stessa Fornero! Sembra che Sindacati confederali e Fornero facciano una sorta di “gioco delle parti”, la Fornero smussa alcuni contratti atipici, senza affatto eliminarli, e cgil, cisl e uil fanno gli accordi per mantenerli intatti!
La firma di questo accordo “di prossimità, in deroga alla legge 92/2012, può ora estendersi pericolosamente anche in altre aziende, la Uil dice: “noi crediamo in questo accordo, speriamo che faccia scuola”! E il rischio immediato di questa intesa, definita “più che soddisfacente” è l'annullamento di tutte le prescrizioni fatte dagli ispettorati del lavoro, rendendo così inefficace il loro accertamento.
Stefania Pomante della Cgil, con una faccia di bronzo, per giustificare questo accordo scandaloso, arriva a dire che “loro non disponevano di alcuna informazione sull'impiego degli “associati”. E anche per luglio 2013 non dà affatto per scontato la trasformazione di questi contratti irregolari in contratti a Tempo Indeterminato, ma afferma che: bisogna vedere caso per caso!!

CGIL, CISL, UIL SONO UN DANNO DELLE LAVORATRICI!

Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario


pc 1 settembre - INIZIA LA SCUOLA, MALE

precari uniti contro il concorso truffa

I precari della Scuola Statale considerano paradossale la campagna “pubblicitaria” intrapresa dal ministro Profumo riguardo a un concorso-panacea spacciato per un’operazione di “necessario svecchiamento” della scuola pubblica. Il Ministro e i partiti che lo appoggiano vogliono risolvere velocemente i problemi di una scuola privata di 8 miliardi di euro e 150.000 lavoratori, una scuola senza materie “portanti”, senza sostegno e laboratori, una scuola con classi-pollaio, docenti mortificati nei loro diritti e nelle loro aspettative professionali, fatta oggetto di un feroce attacco da parte di forze politiche ed economiche determinate a farne merce da mercato (la Legge “ex Aprea”, DDL 953, il cui passaggio “estivo” è stato scongiurato dai Precari uniti, va nella direzione della privatizzazione della scuola statale, con l’ingresso dei privati in una sorta di consiglio di amministrazione in ogni scuola) e a meccanizzare,
 isterilendoli, i processi di valutazione.
Tali processi verrebbero neutralizzati con gli avversati e antimetodici test la cui inadeguatezza e miseria culturale è stata denunciata pochi giorni fa da 27 noti intellettuali e docenti universitari italiani, tra cui Luciano Canfora, che hanno additato i marchiani errori commessi dal ministero nel redigere le batterie di test per i TFA e ribadito l’inidoneità della formula del “quiz” per testare capacità e conoscenze di un aspirante docente (si veda il suo intervento apparso sulla Stampa: http://www3.lastampa.it/scuola/sezioni/news/articolo/lstp/465710).
Sono inoltre sbigottiti nel constatare che le testate giornalistiche nazionali che hanno spesso accolto le proteste e le ragioni dei precari (vd. La Repubblica, ed. di Napoli del 16/07/2012, l’articolo di Conchita Sannino contro il concorso annunciato), si siano frettolosamente ed entusiasticamente precipitate, senza diffondere nemmeno le informazioni “tecniche” di base, a celebrare le magnifiche sorti e progressive che sarebbero prefigurate dall’agire sconsiderato di Profumo, del governo “tecnico” e di PD, PDL, UDC. Il PD aveva promesso ai Precari uniti, nel corso di un’audizione a Montecitorio concessa ai loro delegati il giorno 26/07, un incontro col Ministro proprio riguardo al concorso, ma ora sta appoggiando in tutto il massacro dei diritti acquisiti dai precari.
Vogliono perciò chiarificare, per amor di verità e giustizia, se ancora queste parole hanno un senso e un valore in un paese in cui il nonsenso ha sostituito la razionalità e la paranoia dello spread ha cancellato ogni altro valore, che:
1. al concorso “dinamizzante” che sarà bandito a settembre sono chiamati a partecipare non i giovani aspiranti docenti, portatori di non si sa quali linfe vitali, ma proprio i matusalemme da “far fuori”, i famigerati precari “storici”, quelli che sono già abilitati, quelli che hanno la gravissima colpa di avere conseguito più di un titolo, di aver superato più di un concorso, di avere, magari, dei dottorati di ricerca, e di aver accumulato, da quando erano “giovani” fino a oggi, cioè a 40-50 anni, tantissimo servizio, mandando avanti la scuola pubblica e facendo sì che la stessa si attestasse su livelli di decenza, mentre piovevano soldi a palate (e, come Monti ha pubblicamente promesso, ancora ne pioveranno!) sui diplomifici privati. In questa scuola creata dai nostri governi si contano 10.000 docenti in “esubero” che la spending review sta per “riciclare” mandandoli ad insegnare una qualsiasi materia, alla faccia dello
 strombazzato “merito” e della qualità.
1. E’ falso e ridicolo sostenere che non ci sono stati concorsi dal 1999 ad oggi. Le scuole di specializzazione (SSIS e Scienze della Formazione Primaria) a numero chiuso, con prova selettiva in entrata e prova finale, attivate in ossequio ad una normativa europea che mandava in cantina definitivamente la superata procedura selettiva contestata (la quale ha storicamente dato adito a fenomeni di clientelismo), hanno valore di concorso (legge 306 del 27/10/2000, art. 6 ter e legge 40 del 1990 art.4 comma 2)
1. Non è possibile, in uno Stato di diritto, fare sperequazioni tra lavoratori con gli stessi requisiti. Dal 2000 ad oggi, infatti, sono stati immessi in ruolo, prima e dopo i tagli Gelmini, migliaia di docenti abilitati, SENZA ALCUNA ALTRA PROVA SUPPLETIVA! Con quale criterio, dopo 10 anni di assunzioni effettuate dalle Graduatorie ad Esaurimento il ministro riesuma il concorso e sottopone ai suoi ridicoli quiz (uguali per tutte le materie, ha detto: un’altra assurdità!) docenti che hanno la stessa anzianità di servizio e gli stessi titoli di chi è stato più “fortunato”? Siamo all’anarchia procedurale, alla follia pura!
I precari annunciano, perciò, che impugneranno il bando di concorso il giorno stesso della sua pubblicazione eventuale, perché questo concorso spregia e sfregia il Diritto.
I precari invitano la stampa a ragionare sulle contraddizioni di un ministero che calpesta i diritti acquisiti da migliaia di docenti sfruttati, partendo dal presupposto inaccettabile e pedagogicamente destituito di ogni fondamento del “necessario ringiovanimento” del corpo docente italiano, che intanto, però, viene tenuto in cattedra fino a 67 anni.
Proclamano che non si lasceranno umiliare ed epurare, dopo anni di lavoro, passione e sacrifici, dai propositi “eugenetici” del ministro, e che metteranno in campo ogni azione volta a tutelare i loro diritti e la Scuola Pubblica.
Chiedono alla stampa quel minimo di coerenza logica e di onestà intellettuale sufficienti a demolire le menzogne e i castelli ideologici del ministro Profumo, animato dalla smania di “selezionare” chi è già stato selezionato dallo Stato e da migliaia di alunni, lui che, paradossalmente, nessuno ha mai scelto, e chiedono che i tagli vecchi e nuovi vengano ritirati, che gli organici vengano adeguati ai bisogni reali della scuola e che tutti i precari vengano immessi in ruolo, come loro imprescrittibile diritto, dalle Graduatorie, unico strumento meritocratico e trasparente, senza ulteriori, inaccettabili penalizzazioni economiche o professionali.
Precari uniti contro i tagli
http://www.myframes.net/precariuniti/comunicato-stampa-precari-uniti-contro-il-concorso-truffa/

pc 1 settembre - MASSIMO E DANIELA LIBERI SUBITO!

(Dal CPA FI*sud)

Massimo e Daniela liberi subito!!Solidarietà agli indagati!

Come compagni e compagne del Centro Popolare Autogestito Fi*sud esprimiamo la nostra massima solidarietà a Massimo, in carcere ad Udine, a Daniela, agli arresti domiciliari, e a tutti i compagni indagati nella cosiddetta “operazione loxididae” condotta lunedì 27 agosto con decine di perquisizioni tra Trento e Rovereto dalla Digos trentina. 
Questa è solo l’ultima di una lunga serie di “sensazionali” maxioperazioni che nell'ultimo anno sono state condotte in varie città italiane: Bologna, Firenze, Torino e Perugia. L’accusa stavolta è associazione sovversiva.
L’apparato repressivo riprova a costruire teoremi e a cucirli addosso a chi si espone tenacemente e quotidianamente contro la devastazione del territorio (in Val Susa come a Trento), contro il fascismo, contro un sistema fondato sullo sfruttamento, nel tentativo di dividere e isolare i cosiddetti "cattivi". Il solito schema, funzionale affinché la contestazione rientri nei ranghi delle compatibilità “democratiche” e legalitarie. Anche i tempi non sono casuali. L’apparato repressivo sa bene quando è il momento giusto per sferrare l’attacco: pochi giorni prima dell’apertura del campeggio Notav a Marco nei pressi di Rovereto, nonostante gli arresti fossero stati firmati già un mese fa data la “pericolosità” dei soggetti, nel tentativo di scoraggiarne la partecipazione che nell’ultimo anno in Trentino è cresciuta esponenzialmente.
Il movimento NOTAV ha dimostrato che uniti si va avanti, che non ci sono buoni e cattivi. Noi non ci stiamo a prendere parte al gioco della desolidarizzazione e delle divisioni: la lotta di Massimo, Daniela e degli altri 43 indagati sono le lotte dei NOTAV e quindi di tutti noi.
Anche per questo ci rendiamo disponibili fin da ora per organizzare iniziative di solidarietà, d'informazione e di autofinanziamento per sostenere politicamente ed economicamente i compagni. La solidarietà è un’arma. Continuiamo ad usarla!

CPA Fi*sud

venerdì 31 agosto 2012

pc 1 settembre - Sudafrica: ritorno a passato

Utilizzando come e peggio le politiche repressive dei passati governi dell'apharteid, il governo sudafricano, per mano dei servi armati dellapolizia, prima ha ucciso i minatori in sciopero ed ora accusa i minatori, 270, arrestati, per essere la causa di questi uccisioni, come dire che sono stati questi operai a costringere la polizia a sparare. Una manovra che i governi dell'apharteid utilizzavano per reprimere chi si opponeva alle politiche segregazioniste, ma che non è dissimile con quanto avviene in Italia dove da Genova 2001 in poi si sono inventati "compartecipazione pischica" "devastazione e saccheggio" e via di questo passo, col solo obiettivo di difendere il profitto del capitale.


Sudafrica  la polizia uccise 34 minatori
Accusati però i 270 lavoratori
I lavoratori uccisi dopo gli scontri tra gli operai della Marikana
e la polizia. La decisione della Procura riaccende la protesta
Sono 270 le persone incriminate per la morte dei 34 minatori della Lonmin, la miniera alle porte di Pretoria, in Sudafrica. Sono i 270 minatori, compagni di quelli uccisi dalla polizia il 16 agosto ad essere accusati di omicidio, secondo la procura locale, compresi coloro che erano disarmati o che si trovavano ai margini della folla che si confrontò con la polizia. Nessuna accusa, al momento, per gli agenti che negli scontri aprirono il fuoco contro i manifestanti. Per loro si attendono gli esiti della commissione di inchiesta costituita dopo l'incidente.
SINDACATI - Due settimane fa al culmine dello scontro sindacale tra minatori di Marikana e polizia, le forze dell'ordine avevano aperto il fuoco commettendo la strage. In seguito l'azienda, terzo produttore mondiale di platino, aveva aperto al confronto sindacale con gli operai che proseguono lo sciopero: meno del 7 per cento dei 28mila uomini che compongo la forza lavoro locale infatti si sta presentando in azienda.
RILASCIO SU CAUZIONE - La prossima settimana verrà esaminata la richiesta di rilascio su cauzione. Ma la mossa della procura sembra destinata a infiammare la situazione. Intanto, l'organismo di vigilanza del governo, l'Independent Police Investigative Directorate, ha fatto sapere di aver ricevuto oltre 200 denunce da parte dei minatori arrestati che sostengono di esser stati aggrediti o abusati mentre sono in stato di fermo.
Redazione Online30 agosto 2012 | 21:10© RIPRODUZIONE RISERVATA

CAMPAGNA NAZIONALE SULL'ILVA DELLO SLAI COBAS PER IL SINDACATO DI CLASSE

IL COORDINAMENTO NAZIONALE DELLO SLAI COBAS PER IL SINDACATO DI CLASSE QUESTA VOLTA SI E' RIUNITO A TARANTO, IL 31 AGOSTO, PER METTERE AL CENTRO LA MOBILITAZIONE SULLA VICENDA ILVA, COME IMPORTANTE ED ESEMPLARE QUESTIONE NAZIONALE NELLO SCONTRO DI CLASSE TRA OPERAI, MASSE POPOLARI CONTRO PADRONI, GOVERNO E STATO.

In questa riunione il Coordinamento nazionale ha deciso una campagna nazionale sull'Ilva. 
Segue il comunicato.

Lo Slai cobas per il sindacato di classe, lancia una campagna nazionale a sostegno della lotta degli operai dell'Ilva e a sostegno delle masse popolari di Taranto per il lavoro e la salute contro padron Riva e lo Stato dei padroni.
Questa campagna tocca le principali città del nord e del sud e ha l'obiettivo di una mobilitazione nazionale che sfoci in una manifestazione nazionale a Taranto, da organizzare insieme a tutte le organizzazioni sindacali di base e di classe e a tutti gli organismi che si occupano della lotta sulla sicurezza sul lavoro e il diritto alla salute degli operai e della popolazione; nonché a tutte le forze politiche di diverso orientamento che affermino con chiarezza che nocivo è il capitale e non le fabbriche e gli operai.
Il Coordinamento nazionale Slai cobas svilupperà questa campagna attraverso volantinaggi, presidi, assemblee, incontri nazionali, mozioni e ogni altra forma di comunicazione.

In questo quadro il CNSC presterà particolare attenzione ai siti Ilva su scala nazionale nelle fabbriche siderurgiche importanti nel ns paese, quale Dalmine, Marcegaglia, e promuoverà un'iniziativa di lotta presso la sede nazionale dell'Ilva di Milano.

Il CNSC come parte della Rete nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro - che ha già realizzato una campagna sulle morti sul lavoro all'Ilva e una manifestazione nazionale a Taranto il 18 aprile del 2009, che dai Tamburi ha invaso la città con operai, lavoratori, cittadini e organismi di lotta di varie città italiane – convocherà una riunione della Rete naz. per la sicurezza a Roma nel corso delle prossime settimane,perchè la Rete assumi la sua funzione di centro, unità e raccolta di questa campagna in continuità e sviluppo di tutta l'attività che la Rete sui diversi fronti ha svolto in questi anni.

Il CNSC promuove per i primi di novembre (data provvisoria) un Convegno nazionale a Taranto per approfondire tutti gli aspetti della questione Ilva, all'interno della lotta più generale della classe operaia dei lavoratori e delle masse popolari contro padroni e governo, al servizio della costruzione del sindacato di classe e di massa alternativo ai sindacati confederali e sindacati autonomi, necessario oggi più che mai all'Ilva come alla Fiat, come in tutto il mondo del lavoro.

Il CNSC esprime il massimo appoggio agli operai precari, disoccupati dello Slai cobas per il sindacato di classe a Taranto che stanno conducendo una coraggiosa battaglia per affermare in fabbrica e in città l'autonomia operaia, il fronte unito popolare contro le tendenze aziendaliste e l'ecologismo ambiguo che vuole la chiusura delle fabbriche invece che la lotta in fabbrica per fabbrica messa a norma, e una città risanata e salvaguardata.

Coordinamento Nazionale Slai cobas per il sindacato di classe
TARANTO - 30.8.12

UN UTILE E CONDIVISIBILE TESTO SULLO SCONTRO ALL'ILVA DI TARANTO DEL LABORATORIO POLITICO ISKRA NAPOLI

(“Il lavoro rende liberi”, frase di benvenuto posta all'interno dei campi di concentramento nazisti e oggi fatta propria da Riva, partiti di governo, Cgil-Cisl-Uil)

Morire di tumore o morire di disoccupazione: anche questa volta governo e padroni vorrebbero che gli operai scelgano a quale corda impiccarsi...
Per decenni, tutti erano a conoscenza delle sostanze tossiche rilasciate dall'ILVA di Taranto. Al pari dell'Italsider, di proprietà statale, il gruppo Riva, proprietario della fabbrica e decimo produttore al mondo nel campo dell’acciaio, ha speculato per anni, perfettamente consapevole delle nocività e incurante della salute degli operai, delle loro famiglie e della popolazione dei quartieri circostanti all'acciaieria.
Per decenni padroni, sindacati concertativi, mass media e politicanti di ogni colore hanno messo il silenziatore al disastro ambientale prodotto a Taranto: non poteva essere altrimenti, essendo oramai di dominio pubblico che costoro, a partire da PDL e PD, sono da anni sul libro paga di Riva.

Mentre centinaia di operai di Taranto e di cittadini residenti nel quartiere Tamburi morivano di tumore, l'ILVA raggranellava miliardi di profitti grazie al supersfruttamento della manodopera, a un rigido e spietato sistema di controllo poliziesco all'interno degli stabilimenti, all'emarginazione e l'umiliazione di chiunque dall'interno della fabbrica si opponesse ai suoi disegni, alla palese violazione delle più elementari misure di tutela della salute e di messa in sicurezza degli impianti.
Ora a seguito della sentenza della magistratura che impone il fermo degli stabilimenti, i servi sciocchi di Riva si uniscono al loro padrone chiedendo a viva voce che l'acciaieria non chiuda. Cgil-Cisl-Uil, che in tutti questi anni non hanno proclamato una sola ora di sciopero in difesa della salute dei lavoratori e delle loro famiglie, si sono invece fatti trovare pronti allo sciopero ora che si tratta di difendere i profitti di Riva, e con essi i privilegi ottenuti in fabbrica dalle burocrazie sindacali grazie alla loro omertà. E così, dietro lo spauracchio della perdita del posto di lavoro e della disoccupazione, si chiamano a raccolta i lavoratori di Taranto come carne da macello al servizio del padrone facendoli sfilare nel solito passeggiatone confederale in nome del “diritto al lavoro”.

Quello che Riva e i parassiti di Cgil-Cisl-Uil chiamano “lavoro” è per gli operai una vera e propria polpetta avvelenata: essi devono non solo essere schiavi in nome dei profitti miliardari del patron, ma accettare in silenzio la produzione e il contatto diretto con quel veleno che quotidianamente uccide loro stessi e le loro famiglie.
“O muori di lavoro e sul lavoro, o muori di disoccupazione e stenti”: questo in sintesi il diktat di Riva e dei suoi zerbini, questa più in generale l'unica idea di “crescita” che alberga nelle teste dei padroni e dei governi europei (politici o tecnici che siano), per far fronte alla crisi sistemica del capitalismo mondiale.
Gli operai, molti dei quali hanno già pagato con la vita o con la salute propria o dei loro familiari questa criminale rincorsa ai profitti, sanno bene che si tratta del solito ricatto, della solita “pistola puntata alla tempia”, ed è forse per questo motivo che la giusta contestazione portata fin sotto al palco dei confederali lo scorso 2 agosto dal giovane e combattivo “Comitato di cittadini e lavoratori liberi e pensanti” non ha incontrato pressochè nessuna resistenza neanche tra gli stessi operai iscritti a Cgil-Cisl-Uil.

Gli operai (Ilva e non solo) tra l'incudine del ricatto occupazionale e il martello di un ambientalismo antioperaio.
Mentre il governo Monti cerca di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, temendo (a ragione!) una rivolta sociale da parte delle migliaia di operai e lavoratori dell'indotto che rischiano di finire per strada, da più parti, soprattutto negli ambienti della sinistra riformista ecco rispuntare fuori la parolina magica “bonifica!”, buona per tutte le stagioni e, soprattutto, per tutte le dismissioni. Un paradosso pensando come tra i principali esponenti di questa sinistra vi siano Nichi Vendola ed il suo partito, per anni al governo della regione Puglia, e uno responsabile a pieno titolo della devastazione portata su Taranto.
Per costoro, che evidentemente problemi a campare non ne hanno, l'unico problema è chiudere lo stabilimento: la sorte di 12000 operai e altrettanti dipendenti dell'indotto non è affare loro... In realtà, dietro un'apparente scontro ideologico pompato ad arte dai media, nei fatti gli interessi del profitto e quelli dell'ambientalismo borghese si sono già più volte dimostrati perfettamente conciliabili: mentre Riva potrà comodamente continuare a fare i suoi affari dismettendo, incassando un bell'indennizzo e andando ad inquinare in paesi ancor più compiacenti e a più bassi salari, i paladini del profitto ”ecocompatibile” saranno lieti di essersi liberati dell'odiata “fabbrica” e di vederla sostituita da centri commerciali e attività “terziarie” che sfruttano manodopera precaria e sottopagata. Dunque, tutti felici e tutti contenti, tranne ovviamente gli operai, da sempre gli unici a pagare i costi del capitalismo selvaggio. D'altronde, a decenni dalla scoperta della “questione ambientale” e dopo migliaia di casi di inquinamento doloso in nome del profitto, non abbiamo mai visto questi signori battersi per il principio che chi inquina paga.
Noi che viviamo a Bagnoli conosciamo bene cosa si cela dietro l'imbroglio delle finte “bonifiche”: da noi l'Italsider ha chiuso nel lontano 1991, e insieme ad essa hanno chiuso Eternit e Cementir.
Dopo oltre 20 anni, la bonifica completa delle aree è ancora un miraggio; la Società di Trasformazione Urbana è un inutile carrozzone clientelare che gareggia per il record di società pubblica più indebitata d'Italia; la famiglia Caltagirone, proprietaria dei suoli ex-cementir, non ha neanche ufficialmente dismesso, restando proprietaria dei suoli e sottraendosi in questo modo a qualsiasi obbligo di bonificarli; mentre Bagnoli è diventata per i politici e gli amministratori oggetto di un quotidiano ed estenuante carosello di proposte bizzarre e fantascientifiche che nascono e muoiono nel giro di un giorno, intanto aumentano gli affitti e la speculazione edilizia in virtù dell'apprezzamento dei suoli e il quartiere è alle prese con tassi di disoccupazione alle stelle e un crescente disagio sociale.
Ma soprattutto a Bagnoli si continua a morire: nel 2010, la popolazione residente sul nostro territorio ha ancora una speranza di vita di 2 anni inferiore alla media nazionale, e cio' grazie ai veleni (amianto, IPA, metalli pesanti) che l'Italsider e soprattutto l'Eternit hanno disseminato sia sui suoli che nel mare.

Dunque, se è vero che a Taranto come in ogni altro luogo non si può e non si deve più morire per i profitti, i lavoratori Ilva e gli abitanti del quartiere Tamburi stiano altrettanto alla larga da chi semina l'illusione che alla chiusura della fabbrica faccia seguito un futuro radioso fatto di sviluppo “ecosostenibile”, commercio e turismo.

Se gli operai e i proletari tarantini non prenderanno in mano le redini del loro destino, muovendosi in proprio e in maniera autonoma dai padroni e dall'intero ciarpame istituzionale che fino a ieri ha vissuto con le prebende elargite da Riva e dal suo clan, Taranto farà la fine di Bagnoli: niente più fabbrica che inquina, ma al suo posto un enorme e desolante deserto post-industriale, regno della precarietà e della disoccupazione e in cui, per giunta, si continua a morire “in differita”.

LAVORO E SALUTE: OTTENERE ENTRAMBI E' POSSIBILE, MA SOLO FUORI DALLE COMPATIBILITA' IMPOSTE DAL CAPITALE E DAL PROFITTO
La vicenda dell'Ilva non ci parla solo dello specifico tarantino, ne può essere ridotta a mera questione riguardante le sole “città industriali”, poiché essa in realtà pone in essere in modo quanto mai esplicito il nodo di fondo con cui l'intera classe sfruttata è costretta a fare i conti se vuol evitare di finire stritolata e annientata dalla crisi capitalistica: decidere in prima persona cosa produrre, come produrlo e per chi produrlo. Se il sistema del capitale nella sua fase di decomposizione è capace solo di produrre miseria, disoccupazione, morti e devastazioni ambientali, e se le ragioni del profitto rendono storicamente impossibile la riproposizione di compromessi e soluzioni riformiste, allora sta ai lavoratori e ai proletari il compito di abbattere quel sistema.
Nell'immediato, a Taranto come ovunque rivendichiamo:
  • L'ESPROPRIO SENZA INDENNIZZO E LA NAZIONALIZZAZIONE SOTTO CONTROLLO OPERAIO DELLE IMPRESE CHE INQUINANO IL TERRITORIO E AVVELENANO LE POPOLAZIONI
  • UNA VERA BONIFICA E UN IMMEDIATA RICONVERSIONE PRODUTTIVA DEI SITI A SPESE DEL PADRONE E NON DEL CONTRIBUENTE
  • LA DIFESA DEI LIVELLI OCCUPAZIONALI E UN SALARIO GARANTITO A TUTTI GLI OPERAI NELLE FASI DI FERMO DELLA PRODUZIONE RESE NECESSARIE DALLA BONIFICA, CON RISORSE TRATTE DAI PROFITTI AZIENDALI O DA UNA PATRIMONIALE SULLE GRANDI RICCHEZZE
Napoli, 28-08-2012Laboratorio Politico Iskra
www.laboratoriopoliticoiskra.org
Facebook/Twitter: Laboratorio Politico Iskra
iskrassociazione@gmail.com
Sede: Via Enea 19a – 80124 Bagnoli (Na)

giovedì 23 agosto 2012

Per conoscere da vicino e comprendere l'Ilva di Padron RIVA

Rendiamo disponibile un articolo apparso qualche anno fa su la Nuova Bandiera, che tratta e illustra la situazione dell'Ilva di Taranto


sabato 18 agosto 2012

ilva taranto - la giornata del 17 agosto dal lato delle masse e dal lato della borghesia - nella cronaca commento dello slai cobas per il sindacato di classe taranto

E' stata innanzitutto una grande assemblea popolare la risposta del 'Comitato lavoratori cittadini liberi e pensanti' alla visita dei ministri Passera e Clini a Taranto, e alla "zona rossa" con cui lo Stato ha blindato
questa visita.Dal palco, con un improvvisato Apecar artigianale - a quello vero era vietato l'accesso - si sono susseguiti interventi di operai, lavoratori, cittadini, donne, che hanno denunciato la gravità degli effetti
dell'inquinamento provocato dai padroni dell'Ilva alla salute e alla vita della gente, con il racconto di morti per tumori, di adulti e bambini, che hanno colpito famiglie del popolo e oggi alimenta la rivendicazione piena
del diritto a non morire più, a non ammalarsi in forme così eclatanti in alcuni quartieri, a potersi curare; questa è l'anima effettiva del Comitato che ne amplia la partecipazione dopo ogni iniziativa e che si trasforma
anche in un fenomeno di cittadini che prendono la parola per la prima volta in contesti così grandi. Ci sono  stati poi interventi che hanno denunciato come l'inquinamento abbia prodotto danni ad altri settori della vita
economica e sociale della città, vedi i miticultori.
E' da qui che nasce il grido di ribellione e la volontà di lotta di numerosi cittadini che stanno partecipando alle iniziative. L'assemblea popolare ha dimostrato che questo grido deve essere raccolto e non si può soffocare con denunce e divieti, che vi è un risveglio della popolazione di Taranto e che tanti cittadini si stanno prendendo il diritto di parola e devono essere ascoltati.
Alcuni operai hanno denunciato il clima in fabbrica, dove l'azienda e i sindacati aziendalisti stanno promuovendo degli scioperi a difesa sostanzialmente di Riva e dell'azienda così com'è adesso. Alcuni operai
hanno preso coscienza anche attraverso questo movimento della gravità del problema dell'inquinamento fuori dalla fabbrica e sono divenuti assai sensibili e vogliono che questa situazione venga affrontata realmente.
Altri interventi hanno solidarizzato e invitato a solidarizzare - invito raccolto - con la Magistratura e il giud. Todisco che con la sua inchiesta ha messo realmente a nudo il problema cominciando a colpire i responsabili,
padron Riva, Emilio e Nicola, come il dirigente Capogrosso, sono ancora ai domiciliari, e l'ordinanza impone perentoriamente interventi per mettere fine alle violazioni.L'assemblea si è svolta costantemente in un clima di partecipazione, di applausi, di slogan - molti mutuati dallo stadio vista la presenza di una forte componente ultras. L'assemblea ha denunciato le istituzioni, dal sindaco Stefano, a Florido, a Vendola, come silenti e complici delle violazioni in materia di sicurezza e ambiente dell'Ilva, peraltro ora al centro anche di un'inchiesta di corruzione che tocca politici, funzionari, sindacalisti, ecc.
Dopo l'assemblea popolare la spinta dei partecipanti è stata verso un corteo che violasse la "zona rossa" e portasse fin sotto la prefettura la protesta, à dove i ministri erano intanto giunti. E un corteo è partito e ha fatto, ingrossandosi, il breve pezzo che va da p.zza Immacolata a p.zza Della Vittoria. Qui ha trovato la barriera del massiccio spiegamento della polizia e la scelta del Comitato, che ha messo su allo scopo anche un 'servizio d'ordine', è stata di fermare lì la protesta, scelta accettata a fatica da una parte dei manifestanti.

Ma a Taranto oggi vi è stata anche un'altra manifestazione, centinaia di operai hanno partecipato allo sciopero e al blocco promosso da Fim e Uilm, ma in realtà voluto dall'azienda che ha visto i portavoci aziendali nelle fila operaie farla da padroni. Uno sciopero negativo che lo Slai cobas, con un volantinaggio di questa mattina, ha invitato a boicottare.

Nella piazza in cui si è radunato il Comitato è stato presente lo Slai cobas per il sindacato di classe, con rappresentanti di operai Ilva, precari, disoccupati, prima di tutto per effetto di un divieto che ha negato allo
Slai cobas la possibilità di tenere un presidio sotto la prefettura per esprimere direttamente la protesta contro la visita dei Ministri - la questura ha costretto tutti a manifestare solo in p.zza Immacolata.
Lo Slai cobas per il sindacato di classe aveva striscioni ben chiari: "Contro padron Riva e lo Stato dei padroni, difendiamo con la lotta la salute e il lavoro", "Per il lavoro e il salario garantito, uniti nella
lotta operai e disoccupati" - che rappresentano la battaglia quotidiana fatta in Ilva e in città.
Lo Slai cobas per il sindacato di classe non si trincea nell'anonimato e difende realmente lavoro e salute battendosi soprattutto in fabbrica contro Riva, non per la chiusura dell'Ilva ma per imporre con la lotta il suo
effettivo, e controllato dagli stessi operai, risanamento e ponendo nell'unità tra operai e masse popolari la via per ottenere il massimo dei fondi, interventi immediati per la bonifica dei quartieri più colpiti e il
rafforzamento delle strutture per la tutela della salute.
Lo Slai cobas si batte perchè tutto il movimento assuma questa linea e per questo ha rivolto la sua iniziativa e le sue parole d'ordini anche alla massa di partecipanti all'iniziativa del Comitato. Questo non sta bene a chi invece vuole la chiusura dell'Ilva e vede in questo la soluzione e contrappone la lotta per la salute alla lotta per il lavoro in Ilva. Una posizione dannosa agli operai e alle masse popolari e controproducente
rispetto agli obiettivi che ci si pone.

Ma naturalmente la questione principale resta la mobilitazione autonoma da padroni, governo e sindacati confederali degli operai dell'Ilva e dell'indotto, arma indispensabile per vincere in fabbrica e in città.
La mobilitazione deve continuare e da parte nostra noi lavoriamo per uno sciopero e un'assemblea autonoma degli operai Ilva, così come va raccolto, oltre l'attività del Comitato, l'appello a formare comitati popolari nei
quartiere ed altri strumenti di organizzazione necessari ad una battaglia così grande e nello stesso tempo difficile e complessa.

SLAI COBAS per il sindacato di classe
17.8.12




La giornata di ieri è definita “storica” da alcune delle forze istituzionali e dalla stampa per la venuta dei Ministri e per i Vertici che si sono fatti, le decisioni prese e quelle annunciate dal governo, l'assunzione di responsabilità delle Istituzioni e per gli impegni e dichiarazioni del facente funzione di padron Riva, Marco Ferrante.
Di “storico” c'è solo che questa concentrazione sia avvenuta dopo anni di disinteresse o di interesse saltuario per la situazione ambientale, per la città di Taranto in generale. Non c'è però niente di “storico” nelle decisioni e negli impegni presi.
Essi sono di natura molto insufficiente e inadeguata, sia rispetto alle stesse intenzioni annunciate da chi le ha prese, sia soprattutto rispetto alle esigenze imposte dalle manifestazioni di lavoratori e cittadini e posta, ancora senza adeguata manifestazione, dalla parte cosciente e avanzata degli operai Ilva di cui lo Slai cobas per il sindacato di classe è parte e interprete.
L'impegno principale è quello, finora puramente formale, di integrare le prescrizioni della magistratura, tranne una, quella del fermo degli impianti, nella nuova Aia da concedere a fine settembre. Si tratta attualmente di un impegno tutto sulla carta perchè mancano totalmente piani e cronoprogramma Ilva che possano tradurre gli impegni in fatti; sostanzialmente Ferrante ha dichiarato che la proprietà è disponibile a fare questo sforzo ulteriore a condizione che la continuità della produzione venga altrettanto assicurata e non messa più in discussione; quando invece è ben chiaro che la questione è rovesciata, è la messa a norma dello stabilimento la principale garanzia della sua continuità produttiva.
Detto questo, i soldi in tutti i campi sono pochi. Sono cifre quasi da ordinaria amministrazione di uno stabilimento come l'Ilva, non ci voleva tutto questo “casino” per impegnare solo questi fondi. Questo dimostra che si affronta una situazione straordinaria con mezzi ordinari, quando solo l'assunzione di mezzi straordinari può affermare una ordinarietà accettabile.
Circa poi la magistratura, gli equivoci sono rimasti tutti. Il governo ha fatto un passo indietro rispetto alla minaccia di ricorso alla Consulta, ma non ha mancato di esercitare il massimo di pressione sulla vicenda e di svolgere un dialogo a distanza i cui esiti verso l'inchiesta sono tutti da vedere. Ci riferiamo qui ad una telefonata fatta dal Ministro Clini al Procuratore della Repubblica Sebastio, di cui Clini non divulga i particolari ma parla di “convergenze di intenti”, e ad una intervista al Procuratore di Lecce, massima autorità nella gestione dell'inchiesta, che giudica molto positivo l'esito del Vertice. Tutto questo sembra una pressione, mentre si è in attesa della, obiettivamente tardiva e non sappiamo quando incidente a questo punto, motivazione della sentenza del riesame.
Noi da parte nostra diciamo a chi esprime una fiducia incondizionata ai giudici, nel caso concreto al giudice Todisco, sappia che la Magistratura è una parte dello Stato, uno Stato che complessivamente è al servizio degli interessi delle classi dominanti e, nel caso concreto, dei padroni, e questo indipendentemente che ci siano dei giudici che si muovano dentro una logica diversa, e non si può avere fiducia in questo Stato e nei suoi governi.
Per questo diciamo che ora più che mai, anche alla luce del Vertice, contro padron Riva e lo Stato dei padroni difendiamo salute e lavoro con la lotta.

Dove i nodi appaiono effettivamente inadeguati è nel merito, nella valutazione degli atti di intesa alla Regione e degli impegni della proprietà espressi da Ferrante, a partire da quella che è diventata una specie di simbolo di questa situazione, vale a dire la questione dei parchi minerali. Gli impegni contenuti nell'intesa tra Regione e Riva su questo prevedono solo interventi tampone, o già vecchi e non adeguati, o la costruzione di una barriera alta che al massimo ridurrebbe ma non bloccherebbe lo spandersi delle polveri; non arrivano invece a prevedere, e quindi di fatto escludono, la copertura totale dei parchi minerali o il trasferimento di essi, quando è divenuto chiaro agli operai, ai cittadini che si stanno mobilitando che al di sotto di questi provvedimenti, il problema non è realmente affrontato. Ma su questo, è evidente, non ne vogliono sapere. Questo finisce per dare un segno negativo anche alle altre cose che si vogliono fare, su cui torniamo in altre occasioni.

Per questo la lotta deve continuare. Ma nella continuità di questa lotta che ha la salute al centro, è il lavoro la chiave per vincere. Il lavoro significa difendere attivamente il posto di lavoro all'Ilva sapendo che esso è legato strettamente ai risultati della messa a norma degli impianti e che quindi si deve tradurre nell'azione di lotta in fabbrica per imporre e controllare la messa a norma.
I dirigenti sindacali di Fim e Uilm si muovono solo a comando di Riva, fanno sciopero quando il padrone lo ordina o glielo permette, e ora dicono esattamente le stesse cose che dice Ferrante per dire che non si deve più lottare. La Fiom ultimamente si è distinta da questa posizione ma c'è troppa coda di paglia, troppa voglia di rientrare nel gioco truccato che attualmente è l'attività sindacale all'Ilva. Ciò che è necessario si deve imporre in fabbrica come linea di condotta per tutti gli operai qualunque sia il sindacato a cui siano iscritti.
Lottiamo subito per la vera messa a norma dello stabilimento, su questo noi dei cobas vogliamo costruire insieme agli operai la piattaforma necessaria subito e senza una nuova organizzazione sindacale senza lotta non si fa e soprattutto non si vince.
Ma la questione lavoro va messa al centro anche dal movimento di lotta che si è raccolto intorno al Comitato lavoratori cittadini liberi e pensanti', perchè esso è la chiave per l'unità operai e movimento antinquinamento; ma è anche molto di più, la chiave per la chiamata a raccolta dei disoccupati, della gente dei quartieri perchè i soldi che arrivano per la bonifica servano per darlo il lavoro non per toglierlo, affinchè Taranto sia la città del lavoro e della salute.
Su questo lo Slai cobas per il sindacato di classe all'Ilva, i Disoccupati Organizzati in lotta per il lavoro sono strumento indispensabile.
Non è che l'inizio, la lotta continua

 18 -8-2012
slaicobas per il sindacato di classe ilva taranto
347-5301704 cobasta@libero.it.


venerdì 17 agosto 2012

Il fuoco della rivolta nelle banlieus parigine non si è mai spento!


Francia / Rivolta ad Amiens

Centinaia di giovani, nella notte tra il 13 e il 14 agosto, danno fuoco agli automezzi, ad una scuola e una palestra. Il governo Hollande-Ayrault risponde con la militarizzazione. Ma l’alternativa esiste.

16 agosto 2012 - 11:05
S’illumina la notte tra il 13 e il 14 agosto il quartiere Amiens-Nord, dichiarata di recente “zona di sicurezza prioritaria” dal governo. Non sono le luci delle case, niente feste di ferragosto. A squarciare il buio sono stati i fuochi appiccati – secondo fonti istituzionali – da un centinaio di giovani dello stesso quartiere. Gli obiettivi, ormai “tradizione popolare”, sono stati principalmente autovetture parcheggiate, utilizzate per erigere barricate e fermare l’avanzata della polizia quando i lanci di oggetti non risultassero più sufficienti. E, esattamente come nel 2005, anche gli edifici pubblici: una scuola è stata data alle fiamme, una palestra ha subito lo stesso trattamento.

Le forze dell’ordine hanno risposto con generoso utilizzo di gas lacrimogeni e “flashball”, i fucili caricati a pallottole di caucciù della grandezza di palline da golf in dotazione alla Brigata Anti Crimine, la Polizia riservata alle banlieue. Sopraffatti dalla reazione popolare dei giovani, i politici locali e il governo nazionale hanno condannato fermamente le violenze: il presidente Hollande vuole “ristabilire la calma con ogni mezzo dello Stato”, ed ha affermato che la sicurezza “è un dovere delle Stato”. Il Ministro dell’Interno, Manuel Valls, si è recato ieri pomeriggio nel quartiere per tentare di riportare la calma, ma senza troppo successo: accompagnato per tutta la sua permanenza da una folla di residenti che lo hanno fischiato e contestato, non sono bastate le parole “amorevoli” del padre severo a riportare la calma. Valls ha dichiarato di fronte ai residenti che lo contestavano di non essere venuto “per ripulire al karcher il quartiere”, cercando così di prendere le distanze dalla politica ultra-securitaria della destra sarkozista. L’espressione “ripulire al karcher” era stata impiegata dall’allora Ministro dell’Interno Nicolas Sarkozy nel Novembre 2005 durante una visita alla banlieue parigina di Clichy sous Bois, attizzando così il fuoco della storica rivolta.

Lo stesso Valls ha aggiunto tuttavia che “non è in nessun modo scusabile che qualcuno tiri sulla polizia, che tiri sulle forze dell’ordine e che bruci degli edifici pubblici […] La legge e l’ordine repubblicano devono ritrovare il loro posto, qui, ad Amiens”.

La destra tutta, dall’UMP al Front National, coglie invece l’occasione per puntare il dito contro il governo e le sue politiche di sicurezza, accusando apertamente l’esecutivo socialista di aver dato prova di “lassismo” e di “essere dalla parte dei delinquenti”. Il riferimento è esplicito ad uno dei proclami che Hollande aveva fatto già durante la campagna elettorale, nel quale si diceva pronto ad appoggiare le inchieste interne sugli abusi polizieschi, in particolare nelle “zone difficili”, impegnadosi così per una “giustizia” secondo il motto “chi sbaglia, paga, anche se in divisa”. Molti avevano visto allora nelle sue parole la volontà di porre fine all’impunità delle forze dell’ordine e di combattere l’omertà sempre molto presente all’interno dei corpi delle varie polizie del Paese.

La ricostruzione dei fatti da parte dei politici, di destra e di sinistra, è comunque a senso unico: si parla di “aggressioni agli agenti da parte dei giovani durante normali controlli” (sindaco socialista di Amiens) o dell’aumento delle “contestazioni violente ai controlli di polizia [che] sembrano essere divenute la regola. La Paura ha cambiato campo!” (segretario nazionale UMP per le forze di sicurezza). Ed è il Front National che riassume la linea comune in materia di politiche securitarie: “la Francia deve farsi rispettare”.

Stando alle testimonianze finora raccolte, sembra che lo scontro tra giovani del quartiere e le forze di polizia non sia mai cessato e, anzi, abbia seguito la curva dell’escalation proprio in questi ultimi mesi. La “scintilla” sarebbe stata un controllo stradale ad automobilista avvenuto domenica sera. Un gruppo di residenti, riunito poco distante per la veglia funebre di un ragazzo di 20 anni morto per un incidente in moto, ha dichiarato di essere stati invasi dal fumo dei gas lacrimogeni, utilizzati dagli agenti durante il “normale” controllo stradale. Gli stessi residenti hanno ritenuto questa pratica “eccessiva”. A questo episodio sarebbe seguiti, nello spazio di pochissimi giorni, diversi altri “controlli”, fino all’esplosione della rivolta.

Il Governo e il Ministero dell’Interno hanno già mobilitato ingenti rinforzi da tutta la regione, portando il numero di agenti presenti in loco a 250 – a fronte dei 30 normalmente impiegati – tra cui un’intera brigata della BAC direttamente da Parigi e un elicottero.

giovedì 16 agosto 2012

ILVA, IL "MERCATO DELLE SOLUZIONI" - MA UN'ANALISI MATERIALISTICA, DI CLASSE E' POSSIBILE?

Quello che sta accadendo all’Ilva e alla città di Taranto è una dimostrazione della stridente e irrisolvibile contraddizione tra capitale e lavoratori, tra modo di produzione capitalista che ha come unico scopo il profitto privato e i bisogni delle masse popolari, della società.
Il capitalismo va avanti schiacciando tutto ciò che ostacola il suo cammino; in nome del profitto aumenta i livelli dello sfruttamento degli operai e insieme si fa beffe di ogni tutela delle condizioni di vita, si fa beffe della salute, del rispetto dell’ambiente, anzi non ha alcun scrupolo a distruggerlo, a lasciare morti, malati nel suo cammino. Gli interessi dei lavoratori e delle masse popolari sono inconciliabili con gli interessi capitalistici e di tutto lo Stato dei padroni. Ciò che ha diritto di vita è solo il capitale e il suo sistema. L’Ilva per Marx sarebbe da manuale di come non è possibile lottare per l’abolizione dello sfruttamento, del lavoro salariato, contro la distruzione dell’ambiente, per unire realmente lavoro e salute, senza distruggere il sistema capitalista.
Il proletariato, la classe operaia, può e deve essere il “becchino” del capitale. Questa verità storica si conferma anche nella vicenda odierna.
Per questo, chi oggi nella battaglia contro padron Riva non vede prioritariamente negli operai Ilva il cuore dell’organizzazione delle forze per combattere il suo sistema, si arrende di fronte alla potenza del capitale e sposta su un terreno non di classe lo scontro, in cui la prospettiva, al di là delle parole, può essere apparentemente “rivoluzionaria” ma nella sostanza è inconcludente, al massimo riformista.

Oggi, nella vicenda Ilva sembra che alcuni, sia a Taranto che a livello nazionale (un esempio è il testo fatto da Villa Roth Bari, Comitato di quartiere Taranto, Area Antagonista: Lab. Okk. Ska, C.S.O.A. Officina 99 Napoli, C.S.O.A. Asilo 45 Terzigno, C.S.O.A. Rialzo – Cosenza, LOA Acrobax Roma) scoprano ora le brutture del capitalismo, e dicono: basta con il lavoro, la retorica lavorista, l’ossessione salariale, la paranoia dell’occupazione, rivendichiamo reddito per tutti, un diritto all’esistenza fuori dai rapporti sociali di produzione capitalistici. E si preparano a scendere a Taranto come un esercito bonificatore – di fatto verso gli operai che continuano a voler lavorare e a voler difendere il loro posto di lavoro.
Queste posizioni esprimono oggettivamente un humus antioperaio. Rappresentano l’ideologia, le aspirazioni, la vita della classe che le esprime, la piccola borghesia, il cui sogno è una città senza fabbrica e quindi – per coerenza inevitabile - senza operai. Le fabbriche tout court vengono viste come un orrore da cui liberarsi (e, allora perché non chiudiamo anche tutte le altre fabbriche, gli stabilimenti Fiat, facendo un favore a Marchionne, dove viene attaccata eccome quotidianamente la salute, insieme alla dignità, degli operai). Vogliono far diventare gli operai disoccupati, che vadano ad alimentare il grande esercito dei senza lavoro questo sì ricattabile da padroni, istituzioni, politici, criminalità (come la stessa realtà di Taranto dimostra, e in cui l’unica controtendenza negli ultimi tempi sono i Disoccupati Organizzati dello Slai cobas per il sindacato di classe che sottraendosi a questo ricatto uniscono lotta per il lavoro, lotta per il reddito e lotta per la dignità).
“No ai ricatti”, dicono – come anche è scritto nello striscione del ‘Comitato lavoratori liberi e pensanti” di Taranto - ma di fatto individuano il ricatto nel lavoro. La rivendicazione del reddito, che chiaramente e non a caso è diversa dal “salario garantito”, è sempre stata una rivendicazione dei movimenti dei disoccupati ma come parte della lotta per il lavoro: “lavoro o salario garantito”, essa si lega alla lotta degli operai ma per impedire che il padronato usi la questione dei disoccupati per abbassare il salario operaio, non certo come la rivendicazione trovata che fa vivere il proletariato senza lavorare e finalmente liberato dal ricatto del lavoro salariato.
Gli operai non vogliono vivere di “reddito” – qualcuno oggi vuole, per favore, ricordarsi i più di 200 operai Fiat che negli anni 80 buttati fuori dalla fabbrica, si suicidarono, pur essendo assistiti da un “reddito”? Non ci dimentichiamo poi che Riva, per suo interesse, ha già inventato i lavoratori pagati per non lavorare: prima i lavoratori della Palazzina Laf, oggi un ex delegato Fiom, Battista – ma questo si chiama “mobbing”, e gli operai che potevano starsene in pace a casa con lo stesso salario, dissero e dicono No e lottano per lavorare.

Vi sono altri che dicono riconvertiamo in senso ecologico la produzione, o lottiamo per alternative produttive ad una fabbrica siderurgica. Come se queste altre attività non fossero regolate e interne al modo di produzione capitalista e non avessero, quindi, per scopo sempre e solo il profitto e non la tutela dei diritti delle persone e delle popolazioni. Il capitale, in qualunque settore produttivo, non ha alcun motivo per occuparsi principalmente di mettere suoi soldi per rendere la produzione compatibile con la difesa della salute e dell’ambiente, perché è costoso, e ogni soldo impegnato in questo al capitalista sembra uno spreco.
Pensiamo per esempio alla produzione di energie alternative, l’anno scorso emerse lo “scandalo” del fotovoltaico nella provincia di Lecce, con appalti e subappalti in cui vigeva uno sfruttamento schiavistico verso operai immigrati, che non metteva forse a rischio la salute della popolazione ma quella degli operai sì, costretti a 14 ore di lavoro in condizioni bestiali; pensiamo alla devastazione ambientale e all’inquinamento dell’industria del turismo, che spesso distrugge terreni, deturpa l’ambiente, inquina i mari, ecc.
Ogni discorso di “riconversione” industriale effettivamente ecocompatibile è impotente, o della serie “mettersi la coscienza a posto” se non parte da un’analisi materialista del sistema capitalista.
Per non parlare di coloro che auspicano il ritorno ad una Taranto prima del siderurgico – ma dovremmo dire anche prima dell’Eni, della Cementir, della Marcegaglia, ecc., cioè un ritorno ad una città fatta solo di agricoltura e pesca, che come altre tra le città più povere del Sud, era preda essenzialmente di emigrazione e disoccupazione.
Ma la storia va avanti e non indietro, e la stessa agricoltura è regolata dalle leggi del profitto delle grandi aziende che hanno reso i prodotti agricoli anch’essi inquinati e nocivi per la salute della popolazione, in cui per il massimo sfruttamento si uniscono vecchi sistemi, il caporalato, a moderni, il massiccio impiego di lavoratori stranieri. Parlare della Taranto di prima, poi, nasconde l’altra faccia della medaglia di quegli anni, la miseria dilagante che provocava altrettanti morti e malattie – e qui, se mai, il “ritorno” lo stanno facendo padroni e governo facendo arrivare il tasso di disoccupazione a Taranto al 40%.

Nello stesso tempo proprio coloro che parlano di riconversione produttiva, segano le gambe all’unica forza che può fare questa battaglia, gli operai. Se gli operai non sono più una classe e arretrano a condizione di disoccupati, di “assistiti dallo Stato” come possono fare questa lotta?
Per coloro – come il “Comitato di lavoratori e cittadini liberi e pensanti” - che si stanno battendo a gran voce per la chiusura dell’Ilva e la difesa dell’ambiente, ma con operai fuori dalla fabbrica (con reddito garantito), gli operai o sono tutti succubi di Riva e della logica aziendalista o finora sono stati ciechi e sono “colpevoli” anch’essi dei morti dei bambini dei Tamburi.
Costoro, anche alcune figure di operai ex delegati Fiom molto intervistati dai massa media, in questi giorni non parlano più della condizione degli operai in questo “inferno dell’Ilva”, e l'essere “cittadini” è la condizione che unisce tutti, dai lavoratori fino ai medio borghesi. Tra le cifre snocciolate sono sparite le cifre degli operai morti all’Ilva (una media di 3,4 all’anno), quelle di centinaia di operai morti per tumore, non contabilizzati; nessuno dice che la vera devastazione è ciò che succede ogni giorno in fabbrica.
Gli operai non sono “colpevoli” perché non sono loro che potevano e possono decidere all’Ilva, loro potevano e possono solo lottare contro Riva – su quanto poco hanno lottato questa sì è una responsabilità della classe che spesso anche all’Ilva si lamenta ma ancora non “prende il bastone e tira fuori i denti”, e non si libera realmente dei sindacati confederali.
Come ha giustamente scritto Rossana Rossanda “… Come se fossero loro (gli operai) a decidere se aprire o chiudere una fabbrica e a determinarne le linee e l’organizzazione della produzione…” e non la proprietà del capitale. “l’operaio è meno di un uomo libero, lo è meno di un altro cittadino”. La sua “libertà” è solo quella di lottare e organizzare sia il proprio sindacato di classe per difendersi oggi, sia il proprio partito per rovesciare questo sistema capitalista di sfruttamento e morte.

Poi vi sono le posizioni che vedono nell’esproprio dell’Ilva e nell’affidarla ai lavoratori - vedi Marco Ferrando del Pcl su Il Manifesto dell’11 agosto) – la soluzione.
E’ ben strano. Queste da un lato sostengono che il governo e lo Stato sono amici di Riva e quindi non farebbero mai qualcosa contro l’azienda, dall’altro sostengono che questo stesso governo, questo stesso Stato dovrebbero espropriare Riva senza indennizzo, requisendone gli utili per metterli al servizio della riorganizzazione della produzione, del cambiamento degli impianti, della bonifica dei territori, e sempre questo governo e questo Stato dovrebbe mettere la fabbrica nazionalizzata sotto il controllo degli operai, dando ai lavoratori e ai comitati di quartiere della città appunto il potere di controllo. Questa sarebbe la “soluzione” per difendere insieme lavoro e salute…
Perfetto. Ma chi dice questo dimentica un “piccolo” passaggio fondamentale: perché la produzione sia nelle mani e sotto il controllo operaio è necessario che il proletariato rovesci questo sistema capitalista, rovesci il potere di questo Stato borghese, e costruisca il potere proletario. Questo richiede lo sviluppo della via rivoluzionaria, organizzare le forze proletarie e popolari per farla, costruire lo strumento per questo, il partito rivoluzionario del proletariato.
Non si possono ingannare i lavoratori dicendo che realizzare l’esproprio di un capitalista, primo polo nel paese, secondo produttore di acciaio a livello europeo e tra i 20 padroni nel mondo, per una produzione al servizio della società, quindi non capitalista, sarebbe una “rivendicazione elementare”, e che “conciliare lavoro e salute significa mettere in discussione i fondamenti su cui il capitalismo regge”.
Così, sulla costruzione della forza e degli strumenti per il potere proletario, Ferrando è dirigente di un partito che la domenica fa propaganda rivoluzionaria e il lunedì, martedì, mercoledì… parla e pratica una politica che ha come principale scopo l’elettoralismo.

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La questione Ilva che dovrebbe essere chiara, emblematica della guerra di classe che c’è e che gli operai devono fronteggiare attrezzandosi per la loro guerra di classe, sta diventando invece il “mercato” delle idee, in cui ognuno porta “la sua analisi e soluzione”. E questa importante battaglia in corso, sia sindacale che politica, oggi ha il problema di contrastare anche queste posizioni.

Oggi operai e popolazione devono portare avanti una lotta per strappare il massimo possibile a Riva e allo Stato in tema di sicurezza, ambiente, impedendo che si perda anche un solo posto di lavoro: dalla copertura integrale dei parchi minerali, alla messa a norma dei filtri, ecc., all’attuazione di tutte le prescrizione vecchie e nuove, al rinnovamento di impianti vecchissimi, fino alla riconversione tecnologica del ciclo produttivo dell’acciaio, alla riduzione del carico produttivo. Questa lotta si deve fare! E’ una lotta sindacale di classe, necessaria e possibile. Chi dice: non è possibile, l’Ilva deve andarsene punto e basta, Riva non farà mai gli interventi necessari per il risanamento degli impianti, rinuncia a priori alla lotta in fabbrica non solo contro padron Riva ma contro governo, Istituzioni. Certo Riva piuttosto che mettere a norma, potrebbe andare in altre zone più convenienti, ma è costruendo nuovi rapporti di forza che glielo si può impedire.
Ma nessuno può illudere o illudersi che questa lotta di difesa può in questo sistema rendere effettivamente compatibili lavoro salariato e difesa della salute e dell'ambiente. Ilva o non Ilva, senza rovesciare il sistema del capitale non è possibile eliminare l'inquinamento, l'attacco alla salute (anche in una Ilva nazionalizzata vigerebbero le stesse leggi di questo sistema sociale – proprio l’Italsider, prima di Riva, lo insegna); sarebbe come dire che ci può essere il lavoro ma senza sfruttamento, senza licenziamenti, senza bassi salari.
Quando comunisti, come noi, dicono e lavorano per la rivoluzione, per il potere proletario, per la società socialista, non è per parlare solo di belli ideali, ma perchè la rivoluzione è la soluzione più concreta e possibile perchè non ci siano morti di operai, di bambini per una fabbrica come l'Ilva. Ogni altra soluzione, questa sì è illusione, mentre la realtà possibile e da perseguire è la rivoluzione.

Proletari comunisti - 16.8.12