venerdì 20 luglio 2012

pc 20 luglio - dall'Ilva Taranto -

comunicato 2

Sulla legge sulle emissioni inquinanti , approvata martedì 17 luglio alla Regione Puglia all'unanimità, con una concordanza da destra a sinistra difficilmente realizzata in altre occasioni, e fatta in fretta e furia allo scopo di scongiurare gli eventuali provvedimenti della magistratura, tra le varie dichiarazioni di appoggio, alcune accompagnate da espressioni di vero entusiasmo, di tutte le istituzioni locali, dei partiti e dei sindacati confederali, il segretario della Cgil ha espresso la sua soddisfazione per la capacità espressa di "gestire al meglio una situazione delicata...",quella più illuminante della situazione che si è venuta a creare è la dichiarazione del nuovo presidente dell'Ilva Bruno Ferrante: "Guardiamo con estremo favore alle iniziative intraprese in questi giorni da tutte le forze politiche e l'unanimità con cui la politica ha rinnovato l'impegno per risolvere la situazione di Taranto e dell'Ilva...". Una dichiarazione che da un lato rinnova la minaccia: guardate che la situazione dell'Ilva e di Taranto vanno insieme, se toccate l'Ilva toccate la città..., dall'altro conferma che l'Ilva non deve fare nulla ma è la "politica" che deve risolvere una situazione di cui nessuno ha responsabilità, e tantomeno l'Ilva stessa.
Questa dichiarazione va di pari passo con un fatto che sta accadendo in questi mesi. Nessuno, né rappresentanti istituzionali, né politici, né dirigenti sindacali, né i cosiddetti "Lavoratori Ilva" (capi e quadri soprattutto) cita padron Riva. Sembra una fabbrica di tutti. Una fabbrica che non ha un padrone che sullo sfruttamento degli operai e sul taglio dei costi, salariali e soprattutto quelli per la sicurezza, la salute e l'ambiente, fa profitti; una fabbrica in cui operai e azienda sarebbero uniti in uno stesso sforzo, in cui - come scrive sulla GdM un "operaio Ilva e scrittore" - "i lavoratori sono complementari alla fabbrica e silenziosi... (anche se in questi anni) qualcuno non è tornato a casa" (perché morto in questa fabbrica asettica, in cui non deve vigere la lotta di classe).
Anche il neo presidente Ferrante ne parla come se stesse parlando di un'altra fabbrica. In questo modo chi attacca l'Ilva è come se sta attaccando una "istituzione oggettiva", un bene indispensabile del paese tutto. Il cambio recente di presidenza dell'Ilva, dalla famiglia Riva a un "uomo delle istituzioni", è stato fatto anche per rendere più impersonali le responsabilità di padron Riva. Per far dimenticare che anche all'Ilva vi sono da un lato gli interessi di Riva di elevare la produzione, fare profitti, e salvaguardarli quando possono essere minimamente intaccati mettendo gli operai in cigs, di non rispettare e truffare anche sui diritti normali dei lavoratori (ultimo cambio tuta); e dall'altro gli interessi degli operai, che prendono un salario sempre più ridotto, che devono fare straordinari per prendere qualcosa in più, che si ammalano, si infortunano, che vengono trattati senza dignità, che lavorano in un clima di ricatto, paura di essere spostati, licenziati, che - loro - pur se sono i produttori di quell'acciaio che copre, come dicono in questi giorni, il 50% del fabbisogno del paese e anche buona parte della domanda in Europa, viene negato anche di avere un contratto da siderurgici...

L'Ilva in questa vicenda ne sta uscendo più debole o più forte? Per il momento ne può uscire più forte.  La Legge per ora non gli impone di fare nulla, dopo, vista la genericità con cui è fatta e le disposizioni applicabili comunque con modalità e tempi molto soft, rischia farà la fine dei provvedimenti sui parchi minerali che benchè fossero solo una panacea neanche sono stati applicati e imposti; l'Ilva ha incassato la benevolenza e il sostegno ai ricatti allarmistici di "chiusura della fabbrica" seminati ad arte dai suoi capi; l'Ilva continuerà a non pagare un centesimo per il risarcimento dei danni già provocati in tutti questi anni e gli interventi di risanamento ambientale: 300 milioni - che comunque sono una goccia nel mare di quanto sarebbe necessario - li metteranno governo e Regione, vale a dire la popolazione tutta, sia di Taranto che nazionale.
Ma soprattutto, al momento, gli operai sono più tutelati per la salvaguardia del loro posto di lavoro o no? Riva pochi mesi fa aveva riparlato di mettere migliaia di operai in cassintegrazione, comunque, per "problemi di mercato", indipendentemente da eventuali provvedimenti della magistratura. Questo rischio l'ha semplicemente rinviato in autunno acquisendo comunque la "responsabilità" dei sindacati confederali. E oggi con la "volontà unitaria e unanime" che si è realizzata - come ha detto soddisfatto il presidente della provincia - l'Ilva ne esce più coperta a perseguire i suoi piani. Mentre gli operai ne stanno finora uscendo "complementari, silenziosi" e ricattati.

LA LEGGE REGIONALE, definita "storica", è al massimo una legge di controllo, da essa non scaturisce alcuna disposizione immediata per eliminare emissioni inquinanti né tantomeno per imporre interventi da parte dell'Ilva sui danni ambientali in corso.
Essa unicamente introduce il cosiddetto Vds (valutazione di danno sanitario) che dovrà essere redatto da tre enti: Ares, Arpa e Asl una volta all'anno facendo riferimento al valore medio calcolato sui dati disponibili e riferiti agli ultimi 5 anni - che a Taranto mancano, perché la realizzazionedel registro tumori è ferma al 2006 e le mappe epidemiologiche non esistono.La sua applicazione è poi lunga e contorta: ancora sono da verificare
percorsi e modalità di applicazione e soprattutto risorse e strumenti,occorre attendere il regolamento attuativo di giunta regionale che fissi criteri e metodologie per  la redazione del rapporto Vds, dall'approvazione del regolamento devono passare comunque 90 gg. per redigere il primo rapporto.
Se il Vds porta alla luce criticità, l'azienda ha un mese di tempo per presentare le sue osservazioni, e solo dopo dovrà ridurre, entro i 12 mesi successivi, le proprie emissioni in proporzione al valore medio calcolato sui dati disponibili delle emissioni degli ultimi 5 anni, dati che ugualmente non sono mai stati forniti o accertati, per cui il controllo diventa di fatto impossibile. Lo stesso vale per i parchi minerali, per cui la legge parla unicamente di sistemi atti a prevenire ed evitare... non imponendo ancora una volta l'unico sistema per evitare il diffondersi di polveri di minerale: la loro copertura. Ma questo è troppo oneroso per Riva...

Slai cobas Ilva per il sindacato di classe
347-5301704
20-7-2012



pc 20 giugno - dalle lavoratrici della Triumph di Bergamo


TRIUMPH: DA SEMPRE VICINA ALLE DONNE ?...solo se consumatrici, please!

La multinazionale dell'abbigliamento intimo Triumph, che nella sua comunicazione si spaccia per una buona amica delle donne, omette di specificare che questa vicinanza vale solo per le donne consumatrici, mentre, tutt'altro trattamento è riservato alle donne dipendenti, soprattutto se madri.

Vi invitiamo ad aiutarci a far uscire questa notizia.
Grazie

Flavia Mapelli (RSA)
e alcune lavoratrici Triumph International sede italiana Trescore Balneario (Bg)

15 luglio 2012

Da alcune settimane, nell’azienda dove siamo impiegate, le lavoratrici con figli, piccoli soprattutto, vengono chiamate in colloqui individuali dal capo del personale e messe sotto pressione perché accettino di firmare le dimissioni “volontarie” in cambio di una magra buonuscita.
Per ogni lavoratrice/mamma, il direttore del personale, ha davanti una scheda informativa contenente i dati personali sulla famiglia e i bambini (età…nomi), ed in base a queste informazioni, imbastisce una conversazione dai toni fintamente amichevoli, nel corso della quale cerca di blandire le lavoratrici tentando di convincerle che la massima aspirazione di ogni donna dovrebbe essere quella di fattrice/massaia, a tempo pieno. Sottolineando che questa è un’occasione da cogliere al volo poiché difficilmente verrà riproposta nuovamente.
E quando le lavoratrici, offese e umiliate da questa “offerta”, che peraltro nessuna di loro ha mai chiesto, rispondono “no, grazie preferisco lavorare” i toni cambiano e tra le righe cominciano a filtrare le intimidazioni.
L’azienda si sta trasferendo, senza alcuna motivazione credibile, a più di 60 km dalla sede attuale, chi sceglierà di seguirla dovrà farlo alle sue condizioni e “senza lagnarsi” perchè “…qualcuno potrebbe diventare cattivo”. Beh niente di nuovo…da qualche centinaio di anni…purtroppo, ma la cosa un po’ strana è che siamo nel 2012 e noi non lavoriamo in un laboratorio gestito da cinesi o in nero, in un sottoscala, magari al sud, bensì nella sede italiana di una multinazionale tedesca, leader in Italia e nel mondo nel settore dell’abbigliamento intimo; e che da 50 anni ha sede nel produttivo (fino a qualche anno fa) cuore della “padania”.
Nella nostra provincia infatti, come del resto succede in tutto il paese, da tempo, le aziende chiudono, una dopo l’altra, lasciandosi alle spalle centinaia, migliaia di disoccupati/e senza prospettive o quasi. Lo stesso è successo anche per la “nostra” multinazionale. Alcuni anni fa è toccato alla produzione (-113 operaie) trasferita in paesi dove probabilmente il basso costo del lavoro continua permettere alla proprietà maggiori profitti, poi è stato il turno del magazzino (-56 addetti/e) che in parte è stato accorpato in un unico sito europeo ed in parte è rimasto qui, sparpagliato in diverse logistiche della zona dove, ci lavorano schiavi “a norma di legge”. Mentre 2 anni fa, con lo stesso trucco andato a vuoto ora (spauracchio del trasferimento + pressioni + una buonuscita) l’azienda era riuscita a liberarsi di una quindicina di impiegati di lungo corso, dimissionati “volontariamente”.
Questi nostri colleghi sono stati rimpiazzati da giovani laureati, stagisti o con contratto a tempo determinato che negli ultimi 2 anni si sono avvicendati a decine al nostro fianco. Ragazzi/e costretti dalla precarietà ad accettare di lavorare anche 9/10 ore, senza (quasi) fare pause e spesso invitati a portarsi il lavoro a casa per proseguire (gratis) la sera e nel fine settimana. E’ chiaro chi sceglierà l’azienda, tra noi e loro non appena ne avrà l’opportunità. Pare si chiami libertà di impresa, anche se a noi sembra tanto caporalato anni ‘50.
Solo una ventina di anni fa eravamo più di 500, ora siamo una sessantina. Tutti impiegate/i, in maggioranza donne, con un’anzianità di 15/20/30nni, considerati dal nuovo management poco più che dei pesi morti, probabilmente per via di alcuni gravi handicap che ci trasciniamo da tempi antidiluviani, ovvero, contratto a tempo indeterminato, discreto stipendio e probabilmente qualche tutela di troppo.
A questo punto, siamo stati messi di fronte a questo trasferimento di cui non ci si spiega i motivi se non quello di incentivarci “all’esodo”. Per noi tutti/e infatti è evidente che dietro questa decisione si nasconde (nemmeno troppo) l’intenzione di liberarsi del personale più “datato”, per lo più residente nelle vicinanze della attuale sede. Ma nonostante siamo consapevoli che, con lo spostamento, le nostre giornate lavorative si allungheranno come minimo di 4 ore, abbiamo deciso di seguire l’azienda chiedendo però che questa si impegni a coprire le spese di vitto e trasporto _che altrimenti si mangerebbero 2 dei nostri stipendi ogni anno. Ovviamente la risposta è stata “No, non ci sono soldi” che però magicamente sono apparsi quando si è cercato di convincere le lavoratrici/mamme a ritornarsene a casa.

E così, mentre dai media politici di tutti i colori farneticano di tutela delle donne lavoratrici, pari opportunità e quote rosa (sic!) a noi viene chiesto insistentemente di ritornare ad occuparci della casa e della prole.
Nessuna di noi lavora per noia, lo stipendio ci è necessario per poter vivere dignitosamente, non chiediamo elemosine né tantomeno commiserazione. Vogliamo solo poter continuare a lavorare!
Quando abbiamo realizzato quali erano i piani dell’azienda ci siamo guardate in faccia, abbiamo 35/40/50anni e per noi le possibilità di trovare un’altra occupazione, fuori da qui, sono pari a zero. Allora ci siamo organizzate in un sindacato di base, decise a difendere il nostro posto di lavoro. Il 22/06 scorso il nostro sindacato ha chiesto un incontro interlocutorio all’azienda, ma questa l’ha ignorato dichiarandolo illegittimo. In spregio allo Statuto dei Lavoratori che sancisce la libera scelta della rappresentanza sindacale a tutti i lavoratori (evidentemente Marchionne fa scuola).
Allora, 2 settimane fa circa, abbiamo indetto una conferenza stampa per denunciare la situazione, ma la stampa locale (dietro pressioni di varia natura) ci ha completamente boicottato. Forse perchè gli inserzionisti vanno lasciati tranquilli, qualsiasi cosa combinino. O forse perchè, si sa, i lavoratori fanno notizia solo se muoiono bruciati (possibilmente in numero superiore a 5) oppure se si suicidano, in sequenza, perchè il lavoro non ce l’hanno più.
Per questo motivo cerchiamo qualcuno che dia la rilevanza dovuta alla nostra voce, non perchè questa storia sia così fuori dal comune, anzi, ma forse proprio perchè questo atteggiamento verso i lavoratori, sta diventando la norma, crediamo sia necessario amplificarla, ora più che mai….al tempo della crisi.

Grazie per l’attenzione.

Le lavoratrici del cobas Triumph International sede Trescore Balneario (Bg)

A tutela della nostra privacy abbiamo deciso di non firmarci con i nostri nomi, anche se siamo disponibili a confermare tutto quanto scritto e a rilasciare dichiarazioni, a chi vorrà darci supporto.

Per contatti

Flavia Mapelli R.S.A. (impiegata Triumph dal 1983) 343016722 - flamap@tiscali.it

giovedì 19 luglio 2012

pc 20 luglio - ECCO CHI SONO I VERI DEVASTATORI E SACCHEGGIATORI, MILANO è IN PRIMA FILA

a
alcune considerazioni: 1) la ditta che opera lo sgombero guarda caso si chiama DeCorato, come dire questa giunta e il suo volto feroce, l'assessora Castellano, sono in piena sintonia e continuità con la precedente; 2) cosa ne dice il consigliere Mazzali, avvocato e difensore di alcuni dei compagni condannati per "devastazione e saccheggio" a Genova 2001, dei devastatori in divisa mandati dal "suo" sindaco gentile?; 3) sono anni che le case di via Neera, ma non solo, dovevano essere ristrutturate dal Comune, è questa la prassi, mister Pisapia?

pc 20 luglio - India: operai contro azienda, direttore del personale bruciato vivo


Giovedì 19 Luglio 2012

di  Redazione Contropiano


Chi sa se in queste ore il supermanager e amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, continua a pensare che la scelta migliore sia quella di spostare la produzione in aree del mondo dove il costo del lavoro è più basso?


Il direttore del personale di una fabbrica del gruppo indiano Maruti (la cui maggioranza azionaria è di proprietà della giapponese Suzuki) è stato bruciato vivo e decine di altre persone sono rimaste ferite nel corso dei violenti scontri scoppiati tra gli operai e i responsabili dell'azienda. Il corpo carbonizzato del responsabile, Avnish Kumar Dev, è stato identificato dopo il suo ritrovamento nella sala conferenze della fabbrica a Manesar, località a 50 chilometri dalla capitale Nuova Delhi, dopo gli scontri avvenuti ieri.

Secondo l’azienda i disordini sono scoppiati ieri mattina, quando un dipendente ha colpito con violenza un caporeparto. Ma secondo i sindacati è il caporeparto che ha maltrattato l'operaio scatenando la reazione dei suoi compagni che poi si è trasformata in una vera e propria sommossa violenta. La Maruti ha riferito che i dipendenti armati di spranghe hanno poi colpito dei responsabili «alla testa, alle gambe e alla schiena, provocando emorragie e svenimenti».

«La produzione è totalmente sospesa», ha dichiarato un responsabile, precisando di non sapere quando la filiale, dalla quale escono 55mila veicoli ogni anno, riaprirà i battenti. Intanto il titolo del gruppo è precipitato a fine giornata di circa il 9% alla Borsa di Bombay, con gli investitori preoccupati per una possibile chiusura prolungata dello stabilimento.

Maruti Suzuki è il marchio indiano da tempo in fase di avvicinamento al gruppo Fiat. Lo scorso novembre era stato raggiunto un importante accordo per la fornitura di 100mila motori all'anno per tre anni da parte del Lingotto. Fiat India, la joint venture tra Fiat Spa e Tata Motors, è in grado di assemblare fino a 300 mila propulsori a gasolio l'anno nello stabilimento di Ranjangaon, vicino Pune. I sindacati indiani adottano forme di lotta assai più estreme di quelli italiani, è evidente.

Chi sa se in queste ore il supermanager e amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, continua a pensare che la scelta migliore sia quella di spostare la produzione in aree del mondo dove il costo del lavoro è più basso?

pc 20 luglio - Insabbiate le condanne per violenze polizia al global Forum di Napoli




Violenze al Global forum di Napoli, j’accuse di Magistratura democratica. Usa toni decisi la corrente delle toghe nel sottolineare che «a due anni dalla condanna di alcuni poliziotti » ancora non è stato emesso un verdetto definitivo su un «un tragico pomeriggio che — sostiene Md — è stato da molti ritenuto una prova generale di quanto sarebbe accaduto nel luglio dello stesso anno a Genova, durante il vertice del G8».
Accadde a marzo del 2001 quando Napoli diventò un campo di battaglia tra No global e forze dell’ordine con scontri durissimi soprattutto in piazza Municipio. Alcuni manifestanti, durante la giornata, furono fermati, anche in ospedale, e condotti nella caserma Raniero, dove, così ha stabilito la sentenza di primo grado, furono commesse violenze ai loro danni.

«Nel gennaio del 2010 alcuni funzionari e agenti di polizia venivano condannati dal Tribunale di Napoli a seguito di un complesso dibattimento (iniziato nel 2004 con alle spalle una robusta attività di indagine) sulle violenze avvenute nel marzo del 2001 alla caserma Virgilio Raniero — scrive l’esecutivo di Md — in detta sentenza si riteneva sussistente il reato di sequestro di persona a carico dei funzionari e così si descriveva l’episodio: “All’interno della caserma si è creata una sospensione delle garanzie costituzionali poste a presidio della libertà personale del singolo, in cui, in assenza di ogni giustificazione, gli imputati hanno consapevolmente privato della loro libertà personale, con le inaccettabili modalità operative descritte in precedenza, tutti i giovani che vi sono stati trattenuti contro la loro volontà sino a quando non si conclusero le operazioni di fotosegnalamento” ».

Dieci i poliziotti condannati (tra loro due funzionari) dalla quinta sezione del tribunale che invece ha assolto altri 11 imputati.

Non si terrà invece il processo a carico di 25 dei 31 poliziotti rinviati a giudizio nel 2004 con le accuse minori di violenze e pestaggi sui manifestanti che parteciparono alle manifestazioni contro il Global Forum del 21 marzo 2001 a Napoli. Per loro è arrivata la prescrizione per quasi tutti i reati, chiudendo così il caso della "Bolzaneto" napoletana. Resta per 8 agenti l'accusa di sequestro di persona, unico rato non prescritto, ma di cui ancora non viene fissata l'udienza di appello.

«Sui fatti di Genova ora esiste una verità ufficiale, consacrata dalla Suprema Corte di Cassazione — aggiunge Magistratura democratica — sui fatti di Napoli non si è ancora pronunziata la Corte d’Appello territoriale a distanza di due anni e mezzo dalla decisione di primo grado, anch’essa giunta dopo molti anni dai fatti». Da qui la decisione dell’esecutivo napoletano di Md «di evidenziare che la mancanza di verità sui fatti posti in essere da chi rappresenta le istituzioni è sempre un passo indietro per la democrazia, perché incrina la fiducia dei cittadini in una giustizia uguale per tutti».

Tra gli 8 "sequestatori" c'è anche Fabio Ciccimarra, l'attuale capo della squadra mobile dell'Aquila, sospeso da pochi giorni dalla Polizia di Stato in quanto è l'unico poliziotto ad aver fatto "bingo": non solo la condanna di primo grado per il global forum di Napoli, ma è anche tra i condannati per la Diaz di Genova. Per lui è scattata la pena irrevocabile di 3 anni e otto mesi di carcere (quasi tutti coperti da indulto) e l'interdizione per 5 anni dai pubblici uffici.

Controinformazione Alternativa

pc 19 luglio - convocate numerose manifestazioni contro il governo reazionario Rajoy in tutto lo stato spagnolo, comunicato della galizia e ancora scontri tra minatoiri e polizia

Cientos de manifestaciones en su mayoria conjuntas han sido convocadas en lo que se preeve como una poderosa jornada de lucha.
Dazibao Rojo hace un llamado a las trabajadoras y trabajadores a participar a pesar del caracter reformista de la cupulas sindicales.
A Continuación reproducimos un comunicado de la coordinadora de luchas A Coruña en Loita de Galiza, que nos han enviado estos compañeros.


comunicato in galizia di A Coruña en Loita
 Por unha folga xeral indefinida ata acaída do goberno!
Ás últimas “medidas”tomadas polo goberno reaccionario de Rajoy, monicreque da banca internacional, teñen o carácter dunha declaración de guerra total da burguesía que pretende deixar aos traballadores e traballadoras sen dereitos. Non é momento parapactos ou negociacions é preciso derrubar ao goberno e as suas medidas por medio dunha mobilización permanente dos traballadores e traballadoras,  sexan do sector publico ou das empresas privadas.
As rúas teñen que ser a mostra diaria do rexeitamento da dictadura dos mercados, dos bancos, da burguesía.O Goberno Central, a Xunta de Feijóo,  os partidos corruptos e por suposto a monarquía borbónica, herdeira directa da dictadura xenocida do xeral Franco, son os responsables desta crise económica que agora pretenden arranxar coas “medidas fameadoras”. Mentres os banqueiros que teñen estafado a milleiros de aforradores e outros corruptos amasan grandes fortunas en paraísos fiscais os traballadores e traballadores estamos a sufrir despedimentos masivos, EREs,  paro, desafiuzamentos… Na nosa cidade e comarca conflictos como á dos traballadores da Torre de Hercules, victimas dunha vendetta do Concello, ou as traballadoras de Mafecco, os traballadores de Emesa Trefileria o de Industrias Caamaño son exemplo desta inxusta situación. Dende a coordinadora  A Coruña en Loita facemos un chamamento á movilización e mesmo á loita frontal contra o goberno dos banqueiros e seus cans faldeiros no Parlamento galego ou nas Cortes, os mesmos que agora pretenden cínicamente abandeirar as loitas.
Non o imos permitir!A desobediencia frente á opresión, xustificase!Abaixo o goberno dos empresarios e banqueiros !Que os gobernantes representen ao pobo e non aos mercados! A Coruña,19.07.12
A Coruña en Loita
Estado español: Duros enfrentamientos entre mineros y cuerpos represivos en S. Roman de Bembibre.



correovermello-noticias
León, 19.07.12
Según informan diversos medios periodisticos y redes sociales se han producido importantes enfretamientos entre un piquete de mineros que corto el trafico de la A-6 y la N6 con efectivos represivos de los GRS de la GC a la altura de San Román de Bembibre.
La accion de los piquetes mineros paralizo el trafico provocando grandes retenciones. Según testigos oculares cuando los mineros se retiraban hacia la localidad leonesa sobre las 23:00h la guardia civil cargo  adrentrandose en la localidad en la que los mineros y los vecinos se enfrentaron construyendo barricadas y lanzando cohetes y piedras en respuestas de los botes lacrimogenos y pelotas de goma.
La batalla como la denominan varios medios locales concluyo sobre las 5:00 de la mañana.
Hay un numero indeterminado de heridos, entre ellos varias mujeres, asi mismo se informa que los disparos de las pelotas de goma han roto cristales y lunas de vehiculos. Se afirma que hay tres detenidos.
La indiganción en la población es palpable y divesas fuerzas sociales han reclamado la retirada de los efectivos represivos a la sub-delegación del gobierno.
Según denuncian redes sociales se habrian reproducido los enfrentamientos en San Román.
Tambien en la localidad de Ciñera fue cortado el trafico rodado y ferroviario entre León y Asturias.

pc 19 luglio - notav rinviati a giudizio. Processo il 21 novembre.. ma la repressione non spegne ma alimenta la ribellione ..stasera iniziativa a sorpresa




Che il copione, vecchio e noioso, fosse già scritto lo sapevamo da tempo, ed oggi ne è arrivata la conferma: su 46 imputati, 45 rinviati a giudizio e andranno a processo il prossimo 21 novembre.
Tre ancora in carcere, in diversi con misure detentive che vanno dai domiciliari agli obblighi di dimora per reati che vanno dal danneggiamento, a violenza e lesioni a pubblico ufficiale.
Un processo imbastito secondo un teorema che trova (sconattissimo) conferma nei rinvii a giudizio avvenuti dopo aver aperto il processo entro i sei mesi utili alla carcerazione preventiva (fatto quasi mai visto) e dopo 15 giorni di udienze preliminari dove sono state rigettate tutte le richieste di inammissibilità delle difese.
Si è aperto anche il valzer delle parti civili, alcune indicibili come consorzi e ditte che in tribunale di solito ci vanno per i propri fallimenti e per le inchieste che le vedono coinvolte, agenti e sindacati di polizia che in un momento di crisi tenmtano anche loro di spuntare qualche eurino in più.
Sorpresi? Per niente
Sconfitti? Neanche a parlarne!


top — 18 luglio 2012 23:10

Fuori le truppe di occupazione! Iniziativa Sestriere-Cesana

Stasera iniziativa a sorpresa del movimento No Tav che all’assemblea delle 18.00 svoltasi al Campeggio di Chiomonte ha deciso per un’azione di disturbo alle truppe di occupazione di riposo negli alberghi di Sestriere e Cesana.
Dopo una rapida consultazione circa un centinaio di No Tav si sono mossi con un serpentone di automobili che ha attraversato i paesi dell’Alta Valle per raggiungere il primo obiettivo della giornata: il Villaggio olimpico di Sestriere dove sono alloggiate diverse decine di Carabinieri impegnati direttamente nel fortino-cantiere della Maddalena.
Dopo una serie di interventi al megafono che hanno spiegato ai villeggianti nel complesso alberghiero il perchè della contestazione, si è lanciato un messaggio chiaro alle truppe d’occupazione accorse sul luogo con l’affanno: fuori le truppe d’occupazione dalla Val di Susa!
Secondo obiettivo della giornata è stato l’Hotel Chauberton di Cesana dove alloggia la Guardia di Finanza: stesso messaggio e stesso invito.
Di ritorno alle 21 al campeggio i No Tav hanno potuto partecipare ad un’affollata assemblea in cui è stato presentato il dossier-ricerca sulle ditte impegnate nei lavori dell’alta velocità dal titolo “C’è lavoro e lavoro? Chi sono le ditte che lavorano per il Tav!.
Se le truppe d’occupazione e le ditte impegnate nei lavori sperano in una permanenza in Valle serena quando si trovano lontano dal cantiere-fortino possiamo già dirgli che non sarà così…abbiamo occhi e orecchie ovunque

pc 19 giugno - Sgomberi e botte nella Milano di Pisapia


E' in corso da stamattina uno sgombero di 36 famiglie di uno stabile di via Nera a Milano.
L'obbiettivo della polizia è di sgomberare 2 famiglie che si sono aggiunte alle 2 già sgomberate ieri, e gli sfratti non si fermeranno fino quando non verranno sgomberate tutte e 36 le famiglie che attualmente occupano lo stabile di via Nera. Sul posto sono arrivati questa mattina parecchie centinaia di Poliziotti in assetto antisommossa, mentre sul fronte opposto si sono mobilitati vari comitati di zona e il centro sociale il "Cantiere". Ci sono stati degli scontri e risultano ferite anche alcune donne incinte.
Al momento la Giunta Pisapia, che al suo insediamento era stata festeggiata come l'esempio della "rinascita della sinistra italiana" non ha preso posizione su quanto sta accadendo in città.


sfrattomilanovianera

pc 19 luglio - Il PD il partito SITAV per eccellenza

Si Tav. I senza vergogna del Pd 

da contropiano

Nella vita molto deve esser dimenticato, è vero. Ma ci sono limiti a tutto. Boccuzzi ed Esposito (entrambi del Pd) non lo sanno.

Boccuzzi è diventato parlamentare del Pd perché sopravvissuto al rogo della ThyssenKrupp, a Torino. Era un iscritto alla Uil (ci sarà un perché) in una fabbrica dove si lavorava consapevolmente "in deroga" alle misure di sicurezza, accettando il rischio in cambio di salari più alti prima che lo stabilimento chiudesse. Com'era già stato annunciato dall'azienda. Non proprio una pagina gloriosa per il movimento operaio italiano, ma tant'è.
Da parlamentare Boccuzzi si è dimostrato un fan sfegatato dell'alta velocità in Val Susa (ci sarà un perché) e nemmeno il fatto che la Francia ci stia "riflettendo" sopra, invece di far avanzare i lavori, riesce a fargli balenare il sospetto di essere ancora una volta dalla parte sbagliata della Storia.
Ci sarà un perché.

Mauro Ravarino
«C'è chi tira pietre e sfascia il Paese. Noi stiamo con chi lavora». Sei metri per tre per un manifesto senza misure. Lo firmano gli onorevoli Stefano Esposito (Pd), sostenitore indomito dell'alta velocità Torino-Lione, Antonio Boccuzzi (Pd) e Giacomo Portas (Moderati). In primo piano, un operaio solo e impaurito nel cantiere di Chiomonte, oltre le reti i cattivissimi No Tav pronti forse a lapidarlo. È la campagna di propaganda «Sì Tav» che sta facendo il giro della rete e dei muri di Torino, sollevando aspre polemiche ma anche risposte ironiche e parodie sul web. In una, per esempio, sotto lo stesso slogan sono fotografati a tirar pietre agenti dal casco blu.
Esposito non è nuovo a iniziative simili, solo pochi mesi fa aveva tappezzato la città con manifesti che promuovevano il suo libro «Tav Sì», scritto con Paolo Foietta. È stato lo stesso parlamentare a dare la notizia delle dimissioni di Rainer Masera da presidente della Commissione Intergovernativa italo-francese sulla Tav e a suggerire al ministro dello Sviluppo e delle Infrastrutture Corrado Passera il successore, Mario Virano, presidente dell'Osservatorio, a capo della delegazione italiana in seno alla Commissione intergovernativa per la Tav.
Questa mattina al Palagiustizia di Torino il gup Edmondo Pio pronuncerà, molto probabilmente, il rinvio a giudizio per i 45 No Tav, indagati per i fatti della scorsa estate. Il processo dovrebbe iniziare in autunno. Assolti, invece, - ed è una buona notizia per la Val di Susa - gli amministratori Mauro Russo, sindaco di Chianocco (perché il fatto non sussiste), Simona Pognant, ex sindaca di Borgone (assolta per non aver commesso il fatto); erano stati accusati di violenze verso i poliziotti il 6 dicembre 2005. Continua, infine, il campeggio No Tav a Chiomonte, sabato passeggiata notturna al cantiere.
da "il manifesto"

pc 19 luglio - RINVIATI A GIUDIZIO 19 MILITANTI E DIRIGENTI SINDACALI USB


La manifestazione di Roma del 6 settembre 2011, nel giorno dello sciopero generale
19/07/2012
Rinviati a giudizio 19 fra esponenti, dirigenti, militanti sindacali dell’Unione Sindacale di Base e dei movimenti che nel 2011, insieme a decine di migliaia di altri lavoratori, studenti e cittadini, manifestarono a Roma il 6 settembre, giorno dello sciopero generale, ed il 7 settembre, contro l'ultima manovra del Governo Berlusconi. Tra i denunciati dell’USB anche Pierpaolo Leonardi, membro dell'Esecutivo nazionale confederale.



USB ritiene inaccettabile, gravissimo ed ingiustificato questo ulteriore atto di repressione. Solo alcuni giorni dopo le condanne di Genova - ingiuste, smisurate ed anche sproporzionate rispetto a quelle lievi inflitte contro agenti e dirigenti dell'ordine pubblico, autori dei massacri della scuola Diaz e di Bolzaneto - la brutalità del potere si è fatta risentire. Come avevamo facilmente previsto, si utilizza quella sentenza quale monito per il futuro e per dare il via ad un'accesa repressione nei confronti di tutti coloro che in ambito sindacale, politico e sociale continuano a costruire opposizione.



Sempre più spesso il conflitto ed il disagio sociale vengono affrontati come un problema di ordine pubblico e non come  un segnale da leggere ed affrontare in termini politici L'input è chiaro: chi si oppone a Monti e alle sue misure economiche e ideologiche diventa oggetto di repressione.  Ma che Paese è mai questo, che non riesce neanche più a confrontarsi con se stesso e ricorre alla repressione anche in presenza di semplici proteste?



USB continuerà ad organizzare il conflitto sindacale e sociale, perché solo attraverso di esso si costruisce l'indispensabile cambiamento di questa società ingiusta; perché il conflitto sindacale e sociale, lungi dall'essere un problema patologico di ordine pubblico è invece un fenomeno fisiologico della nostra società, quello che ha permesso, anche nel nostro Paese, ottenere diritti e condizioni di lavoro più umane; quello che nell'arco degli ultimi 100 anni ci ha fatto passare da 15 a 8 ore di lavoro al giorno; quello che ha reso donne e uomini coloro che prima venivano considerati soltanto schiavi.

mercoledì 18 luglio 2012

pc 18 luglio - prosegue la campagna internazionale per la liberazione del prigioniero politico rivoluzionario Georges Ibrahim Abdallah

17 juillet 2012

Liban : Rassemblement pour Georges Ibrahim Abdallah

Samedi 14 juillet, un rassemblement de plusieurs centaines de personnes a eu lieu devant l’ambassade de France à Beyrouth au Liban pour exiger la libération du militant libanais Georges Abdallah, emprisonné en France depuis 1984.
 18 aprile
 Rassemblement pour Georges Abdallah ce vendredi a Paris
En ce mois de juillet 2012, Georges Ibrahim Abdallah, résistant communiste libanais, est toujours en prison en France, où il est incarcéré depuis près de 28 ans. Il est le plus ancien prisonnier politique détenu actuellement dans notre pays. Depuis 1999 il a terminé la peine de sûreté assortie à sa condamnation et il est donc légalement libérable.
Le Collectif pour la Libération de Georges Ibrahim Abdallah organise un rassemblement le 20 juillet à 18h devant le Ministère de la Justice à Paris, place Vendôme.
Voir le dossier: France - Georges I. V

pc 18 luglio - Circolo di Palermo, discussione sul governo Monti e dibattito... appunti

Il 10 luglio scorso il circolo di Palermo ha invitato a discutere dell'ultimo
numero del giornale proletari comunisti e in particolare del suo editoriale
sul governo Monti.

Alla discussione hanno partecipato, oltre ai compagni del circolo, diversi
giovani studenti e lavoratori, donne e un operaio della Keller iscritto alla
Fiom. L'intervento iniziale si è incentrato sull'editoriale appunto e ha
rimarcato la differenza tra il modo di intendere questo governo da parte nostra
e quello di altre organizzazioni che pure dicono di comprenderlo e di volerlo
combattere.

Leggendo anche pezzi dell'editoriale è stato ribadito che il governo Monti
rappresenta un salto di qualità: non è il solito governo (di destra o di
“sinistra”) che per fare soldi approva manovre economiche “lacrime e sangue”, e
quindi non si può essere banali se si vuol capire come affrontarlo: questo è un
governo innanzi tutto non eletto da nessuno, scelto e imposto dal presidente
della Repubblica Napolitano; è un governo che si sente libero da ogni vincolo e
l'arroganza dei suoi membri è senza limiti; lancia parole di sfida del tipo “se
ci avete chiamati è per fare il lavoro che altri non sanno fare...” e fino a
questo momento tutti i decreti e le leggi sono passati a colpi di “fiducia”
chiesta e ottenute da chi lo sostiene: partiti, padroni, sindacati confederali
e chiesa...

Il governo, nato per motivi “economici” si allarga in ogni campo della vita
sociale... Non era infatti un motivo “economico” (mettere a posto lo
“spread”), ma di politica che doveva trovare il modo di scaricare tutta la
crisi sulle spalle delle masse popolari e trasformarla in “opportunità” come
dicono i padroni e per fare questo fino in fondo deve riformare “globalmente”,
rendere necessaria e fare accettare la trasformazione della società, “fare i
compiti per l'Europa” togliendo diritti ai proletari e cercando di zittire in
nome dello spread chiunque osi contraddire, fosse pure il presidente della
Confindustria Squinzi!

Questa è “dittatura dei tecnici”, come dice l'editoriale ed anche qualche
lavoratore presente, e si inserisce nel quadro del moderno fascismo in
costruzione.

In quanto all'opposizione a tutto questo l'editoriale è chiaro spiegando la
funzione della Fiom che agisce come supplenza politica oggettiva, visto che i
partiti sono delegittimati (“il sistema dei partiti è impazzito” dicono tra gli
altri Lombardo e Orlando...) ma le rivendicazioni della Fiom sono impossibili
da realizzare senza lotta operaia e polarizzazione...

Durante il dibattito è stato detto che i proletari, le masse popolari devono
adottare nel pensiero e nella lotta lo “stile di guerra” (anche Monti parla
apertamente adesso di percorso di guerra), e cioè analizzare bene i rapporti di
forza in campo e dopo attenta analisi decidere come muoversi...

I diversi interventi dei presenti si sono inseriti continuamente nella
discussione, anche con interruzioni, rendendola molto vivace per l'urgenza di
aggiungere la propria critica al governo, a cominciare dalle “piccole” cose:
dal problema dell'immondizia (un problema enorme in questo momento a Bagheria)
o quello degli stipendi dei politici che devono portare alla massima
indignazione; alla critica al sindacato confederale che da anni dice agli
operai di “stare buoni” addormentando le coscienze, che dicono di voler fare e
non fanno mai niente; siamo noi che facciamo paura quando ci organizziamo, ha
detto una lavoratrice, anche se i lavoratori devono sbattere la testa al muro
tante volte prima di capire... lo sciopero va bene ma uno non basta ci vuole
quello vero che blocca tutto...

una compagna interviene sulla necessità di una visione larga, a livello
globale, perché se è giusta la domanda, “davanti a tutto questo la gente
dorme?”, in Italia uno si chiede come mai non c'è ribellione? Davanti alla
spending review, cig, mobilità, agli attacchi al pubblico impiego; la risposta
è che le masse si muovono e basta guardare alle lotte che ci sono ma a macchia
di leopardo... Basiano... No tav... lotte contro il governo, certo i sindacati
confederali, cisl e uil apetamente ormai padronali, la cgil totalmente
frenante, dopo lìapprovazione della riforma fornero non ha indetto alcun
sciopero generale, vi è poi la repressione da un lato messa in atto da chi sta
al potere per conto dei padroni e delle banche e ancora gli ammortizzatori
sociali da un lato.... ; ma non solo a livello nazionale ma anche a livello a
livello internazionale bisogna guardare perchè nel modo le masse si muovono e
lottano seppur in diverse forme, guardiamo alle guerre popolari, l'india in
particolare, le lotte di resistenza vedi la Palestina ...
ciò che manca è la guida organica di vero un partito della classe del
proletariato, di un un sindacato della classe che sappiano guidare queste
lotte...

Un compagno ha aggiunto altri due elementi alla discussione: quello sulla
Siria, presente nel giornale, e le varie posizioni che si leggono in giro, e
quello, che non è presente nel giornale ma di cui si è occupato la redazione
locale di proletari comunisti, che riguarda il corteo del gaypride a Palermo.
Attorno alla Siria c'è un dibattito; è stato ribadito che per noi il sostegno
va alle masse popolari e non ai diversi paesi imperialisti che ci vogliono
mettere le mani sopra né al regime di Assad, e i proletari del nostro paese
devono interessarsi di questa guerra anche perché quando i paesi imperialisti
come l'Italia intervengono non si fanno solo morti ma i costi vengono scaricati
sulle masse nel paese.
La Siria è certo al centro dell'attenzione di chi l'attacca, gli Stati Uniti
anche attraverso la Cia e la Turchia paese della NATO, ma la Siria non è un
paese antimperialista come alcuni vogliono lasciar intendere.

Sulla polemica nata a Palermo sul Gaypride abbiamo scritto sul blog, a cui
rimandiamo per la lettura, ma è intervento uno dei giovani compagni
(fuoriuscito da Rifondazione...) ribadendo le posizioni tenute in questa
polemica e gli attacchi subiti da diverse parti.

Alcuni interventi si sono soffermati sulla giustizia ingiusta a cominciare
dalla sentenza del G8 2001 contro i vertici della polizia; sulla repressione
che i vari modi si abbatte su chiunque provi a muoversi per difendere i propri
diritti.

Un'altra discussione accesa è stata quella attorno alla funzione delle
elezioni difesa dall'operaio della Keller. È stato ribadito, tra le tante
argomentazioni, che le elezioni sono innanzi tutto un fine strumento della
borghesia, e nelle mani della borghesia che continuano ad usarlo per dare
l'illusione, pericolosissima per i proletari, della “partecipazione”...

La riunione si è conclusa con un appello: davanti alla necessità di una
corretta analisi di ciò che sta succedendo non dobbiamo e non possiamo essere
superficiali: come circolo utilizziamo il metodo dell'analisi e della lotta,
combiniamo costantemente le due cose perché l'una senza l'altra non ha senso e
in questo ci guida la concezione materialistica; appello allo studio e alla
lotta per il rafforzamento del circolo stesso come unico punto di riferimento
politico per i proletari e le masse ribelli.

Questi brevi appunti non esauriscono certo la ricchezza della discussione
aperta, possono essere ampliati con l'intervento di altri compagni...

pc 18 luglio - genova per non dimenticare carlo


Dopo le sentenze della Cassazione c'è una ragione in più per ritrovarsi in Piazza Alimonda, venerdì 20 luglio.

Genova, Piazza Alimonda venerdì 20 luglio 2012 dalle ore 15

Siamo testardi, pensiamo che continuare a fare memoria sia lo strumento per ottenere un giorno la verità. Perché dobbiamo riuscire a evitare che ciò che è accaduto continui a succedere.

Per questa ragione invitiamo le associazioni e tutte le persone che in questi anni hanno capito quanto è importante la memoria, a venire il prossimo venerdì 20 luglio in piazza Alimonda.

Ci saranno la musica, la poesia, le parole, il loro significato autentico, le parole che contano.

Staremo con Carlo, fino alle 17 e 25, e anche dopo

www.piazzacarlogiuliani.org

pc 18 luglio - dai detenuti del carcere di torino


carcerePubblichiamo di seguito il comunicato dei detenuti della XII sezione del blocco B del carcere delle Vallette, che denuncia gravi mancanze nei servizi di prima necessità all'interno del penitenziario. Evidente in questo caso anche la posizione del direttore della casa circondariale Pietro Buffa, che ha sempre cercato di distinguersi come direttore "illuminato" e democratico mentre nella realtà si rende responsabile del venir meno dei servizi primari per i detenuti.

«I prigionieri della XII sezione del blocco B del carcere di Torino vogliono segnalare con questo documento i disagi che rendono difficili le condizioni già di per sé invivibili all’interno dell’istituto carcere.
Ci premuriamo di indicare la mancanza di qualità e l’insufficiente quantità del vitto. A tutelare gli interessi dei prigionieri è preposta una commissione degli stessi come organo di controllo. Quest’organo di controllo però agisce male, o peggio non agisce affatto a tutela dei prigionieri. Arriviamo a questa conclusione in quanto nonostante le reiterate proteste nulla è stato fatto per rendere il vitto migliore.
Facciamo inoltre presente che i prezzi del sopravvitto sono troppo alti, anche a fronte di una situazione economica non facile per le famiglie che li aspettano e sostengono. Generi di prima necessità come quelli alimentari costano di più rispetto ai prezzi correnti al di fuori del carcere. Stando al d.p.r. 230 del 30 giugno 2000 i prezzi del sopravvitto devono essere corrispondenti a quelli dell’area commerciale più vicina al carcere. Ci chiediamo, allora, come sia possibile che dall’oggi al domani un genere necessario come la carta igienica passi da 1,39 euro a 2,85 euro per poi arrestarsi a 1,93 euro solo dopo svariate proteste. Rincaro inspiegabile ed inammissibile a fronte di qualità e quantità delle merci rimaste invariate.
Il terzo punto riguarda la mancanza delle più elementari forme di agibilità nei luoghi vissuti collettivamente dai prigionieri. Ci riferiamo in particolare ai passeggi che non dispongono di acqua corrente e di bagni funzionanti da anni ormai. Vogliamo quindi l’immediato ripristino dell’acqua corrente e dei bagni in tutti i locali adibiti al passeggio all’aria dei prigionieri.
La XII sezione inoltre ritiene opportuno, data l’eccessiva calura, di usufruire di una doccia supplementare giornaliera.
Chiediamo che le nostre richieste vengano valutate e ci sia data risposta entro e non oltre una settimana.»

pc 18 luglio - No Tav, l’assemblea popolare di lunedì 16 luglio


 Molto partecipata l’assemblea popolare del movimento no tav tenutasi ieri sera al campeggio di lotta di Chiomonte. Circa 300 persone si sono trovate per fare il punto della situazione e prospettare una nuova agenda di lotta. Al centro delle riflessioni, il momento particolare che stiamo attraversando, scandito dagli inizi di un dibattito problematico in Francia e la compattezza del fronte no tav, presentatosi unito all’inizio del processo per i fatti del 27 giugno e del 3 luglio. Giovedì il giudice pronuncerà il rinvio a giudizio e la definizione della data e della corte di inizio processo, presumibilmente per l’autunno. Mercoledì, nuova udienza per il processo che vede imputati 25 no tav per la “costruzione abusiva” della baita Clarea.
Ma il movimento no tav non è definito solo da udienze e processi. Così ieri sera ha messo in calendario e pubblicizzato una serie di iniziative nuove che puntano al disturbo del cantiere e del più generale dispositivo di mantenimento e funzionamento dello stesso. Nel suo intervento, Alberto Perino ha annunciato una nuovo acquisto collettivo di terreni in una zona strategica per il disturbo di nuovi lavori. Ipotizzata anche un’inizativa (da mettere in piedi) di sciopero fiscale di massa. Etinomia ha anche annunciata una sua presenza massiccia e una serie di appuntamenti che vedranno la luce dentro il campeggio nelle prossime settimane.
Tra le iniziative di prossimissima scadenza, l’appuntamento fisso del mercoledì pomeriggio percostruire iniziative improvvisate di disturbo (appunatmento in campeggio alle h 18 per una veloce riunione di consultazione e decisione), l’appuntamento della sera stessa alle h21 con il dibattito C’E’ LAVORO E LAVORO – Chi sono le ditte che lavorano per il Tav? (all’interno della campagna di boicottaggio) e l’iniziativa stessa che si terrà nella giornata di venerdì a Susa.  
Sabato sera, ritrovo dalle h 20.30 in campeggio per una passeggiata notturna al cantiere, iniziativa necessaria per mantenere la pressione sul braccio operativo della lobby del Tav.
Nella discussione collettiva si è già anche iniziato a discutere di prospettive e appuntamenti autunnali, di collegamenti con un contesto generale di lotta contro la crisi. Questa sera appunamento diu discussione con compagn* emiliani che ci racconteranno della situazione ad un mese e mezzod al terremoto e le prospettive di auto-aiuto.
A sarà dura… ma i numeri e la tenuta ci confermano che vinecermo noi!

pc 18 luglio - Ultras del St. Pauli solidali con i condannati per la lotta contro il G8 di Genova nel 2001

Lo stato italiano ha deciso la strada della vendetta. Per chi ancora crede che la parola giustizia significhi qualcosa nei tribunali dei nostri paesi, sarà dura da mandar giù la sentenza che prevede condanne durissime per 10 persone coinvolte nelle giornate della contestazione al G8 di Genova nel 2001. 10 persone pescate nel mucchio e punite perché bisogna mandare un messaggio a quanti nel 2001 avevano fatto delle giornate del G8 un momento di una più generale lotta internazionale per cambiare questo sistema fradicio in cui viviamo. Ma è un monito anche per chi lotta oggi, che forse a Genova non c’era e che magari era troppo piccolo anche per capire cosa stesse accadendo. “Non osate intralciare i nostri piani”, “Dovete solo stare buoni e mettere una scheda in un’urna ogni volta che ve lo diciamo” – questi sono i messaggi impliciti che escono dalle aule dei tribunali.
Che fanno il paio con la mancanza sostanziale di condanne per i torturatori della Diaz, per quell’apparato repressivo dello stato democratico che fece venire a mente a molti testimoni ed osservatori la repressione della dittatura di Pinochet in Cile contro gli oppositori politici. E scriviamo nessuna condanna perché – se ci si pensa – è assurdo che rompere una vetrina con una pietra costi 10 anni e più di prigione, mentre spaccare la testa ad un giovane che sta dormendo sia punito con la semplice interdizione dai pubblici uffici.
E allora ben vengano, in un momento difficile come questo, i messaggi di solidarietà, ai condannati in primis. Perché sono nostri fratelli e sorelle. I tifosi del St. Pauli, squadra tedesca, sono tra quanti ne hanno fatto mostra. Gli striscioni che hanno esposto durante un’amichevole col Babelsberg riflettono quello che anche noi vorremmo in questo momento:
TUTTE/I LIBERE/I!

pc 18 luglio - LA CONCERTAZIONE E' FALLITA, VIVA IL CONFLITTO!


di Giorgio Cremaschi, portavoce del Comitato "No Debito"
Come tutti i reazionari, il presidente del consiglio Monti ha affermato che la rovina dell'Italia sono i sindacati. Naturalmente lo ha affermato nel suo linguaggio bocconiano, parlando di concertazione, ma il significato sociale delle sue parole è chiaro, così come quello democratico. Monti è interprete di un potere borghese multinazionale che considera ogni vincolo sociale un ostacolo allo sviluppo degli affari. Marchionne, che non deve accontentare l'ipocrisia del partito democratico, dice le stesse cose con ben più aspro tono. La risposta sindacale, in particolare della Cgil, a queste affermazioni è stata penosa. Voi non vedete i meriti di una concertazione che ha salvato l'Italia, siete irriconoscenti!E' vero, ma proprio questo dato di fatto dovrebbe richiedere risposte meno subalterne. La concertazione in Italia comincia con la cosiddetta svolta dell' Eur nel 1977/78. Allora Cgil Cisl e Uil scelsero la linea dei sacrifici,della moderazione salariale e della flessibilità normativa e da allora non hanno abbandonato più quell'impostazione. Naturalmente non tutte le forme della concertazione furono eguali. Esse si sono spesso intrecciate con i passaggi della politica. Craxi e Berlusconi hanno cercato di forzare il quadro per escludere la Cgil e prima il Pci e poi il Pd, trovando sostegno in Cisl e Uil. I governi di unità nazionale e quelli di centrosinistra hanno invece perseguito, per ovvie ragioni, una concertazione bipartizan e inclusiva di tutto il sindacalismo confederale. Ma un punto di fondo è stato comune a tutto il percorso della concertazione. Essa proponeva uno scambio garantito dal potere dello stato e accettato dal sistema delle imprese. Lo scambio era tra la riduzione dei diritti e del salario dei lavoratori e la crescita del potere istituzionale del sindacalismo confederale. Ci sono stati alti e bassi , accordi peggiori e migliori, ma questa è stata la tendenza e la caratteristica di fondo della concertazione italiana. I sindacati finora si sono salvati, i lavoratori no. Oggi Monti rifiuta questo scambio. Egli infatti non solo deve peggiorare le condizioni del lavoro, ma deve dimostrare che lo fa in fretta e senza condizionamenti, così come esigono i padroni dello spread. Non può più rispettare quanto affermato dallo scomparso Padda Schioppa, che in una intervista al Corriere del 2006 spiegava che il suo obiettivo era lo stesso della signora Thatcher, ma che aveva bisogno di più tempo per realizzarlo, con la concertazione. Oggi la finanza, le banche e la loro Europa non aspettano e Monti, così come Fornero e Marchionne, deve scontare in Borsa l'umiliazione sindacale. Cosa che ha puntualmente fatto. Per questo la concertazione è morta e ogni volontà di riaffermarla potrà servire alla campagna elettorale del centrosinistra, ma non porterà da nessuna parte. Al sindacato italiano sono oramai riservate solo due strade. La prima è quella di ritirarsi nel corporativismo aziendalista, naturalmente con le aziende che ci stanno. Camusso e Squinzi insieme contro Monti, per capirci. A me pare questa una ritirata ulteriore,della quale i lavoratori pagherebbero tutti i prezzi e che peraltro si presenta anche priva di reale concretezza. L'altra via è quella di ricostruire il sindacalismo del conflitto e del cambiamento sociale, con un nuovo programma e una nuova pratica, abbandonando una strategia che dopo trent'anni è giunta al capolinea. E che ha portato i lavoratori italiani in una delle peggiori condizioni del mondo industriale, senza risolvere uno solo dei problemi del paese.

pc 18 luglio - sono davvero tanti i poliziotti che dovrebbero andare in carcere perchè assassini - lettera della madre di federico aldrovandi

Cari amici, 



I poliziotti che hanno massacrato di botte e ucciso mio figlio 18enne Federico
Aldrovandi non andranno in carcere e sono ancora in servizio. Vi prego di unirvi a me
per chiedere una legge forte contro la tortura che faccia pagare le forze dell'ordine
per i reati commessi e prevenga omicidi come questo. Firma la petizione - la
consegnerò direttamente nelle mani del Ministro degli Interni non appena
raggiungeremo le 100.000 firme: 



 
I poliziotti condannati per aver picchiato e ucciso mio figlio 18enne Federico
Aldrovandi non andranno in carcere e sono ancora in servizio. C'è un solo modo per
evitare ad altre madri quello che ho dovuto soffrire io: adottare in Italia una legge
contro la tortura.

La morte di mio figlio non è un'eccezione: diversi abusi e omicidi commessi dalle
forze dell'ordine rimangono impuniti. Ma finalmente possiamo fare qualcosa: alcuni
parlamentari si sono uniti al mio appello disperato e hanno chiesto di adottare
subito una legge contro la tortura che punirebbe i poliziotti che si macchiano di
questi crimini. Per portare a casa il risultato però hanno bisogno di tutti noi.

Oggi è il compleanno di mio figlio e vorrei onorare la sua memoria con il vostro
aiuto: insieme possiamo superare le vergognose resistenze ai vertici delle forze
dell'ordine e battere gli oppositori che faranno di tutto per affossare la proposta.
Ma dobbiamo farlo prima che il Parlamento vada in ferie! Vi chiedo di firmare la
petizione per una legge forte che spazzi via l'impunità di stato in Italia e di dirlo
a tutti - la consegnerò direttamente nelle mani del Ministro dell'Interno non appena
avremo raggiunto le 100.000 firme:

Federico era già ammanettato quando i poliziotti lo hanno picchiato così forte da
spaccare due manganelli e da mettere fine alla sua giovane vita. Dopo anni di vero e
proprio calvario, la Corte di Cassazione li ha condannati per eccesso colposo a tre
anni e mezzo, ma i poliziotti dovranno scontare solo 6 mesi senza farsi neanche un
giorno di carcere a causa dell'indulto e incredibilmente sono ancora in servizio.
L'impunità succede spesso in casi come questo, perché il governo non ha ancora
adottato un reato preciso e quelli esistenti cadono spesso in prescrizione.

La perdita di mio figlio mi ha quasi distrutto, ma sono determinata a cambiare il
sistema. I difensori dei diritti umani ritengono che una legge che adotti la
Convenzione Onu contro la tortura, che l'Italia ha ratificato nel 1989 e che non ha
mai rispettato, garantirebbe alle vittime italiane della tortura e della brutalità
dello stato un corso veloce della giustizia e sanzioni appropriate, da accompagnare
alla riforma per la riconoscibilità dei poliziotti. Ma ancora più importante,
metterebbe fine una volta per tutte all'impunità che garantisce che oggi i poliziotti
siano al di sopra della legge.

L'Italia non è il Sudan. Non c'è alcuna ragione per cui il nostro sistema giudiziario
provi a mettere sotto silenzio reati commessi dalle forze dell'ordine come violenze,
stupri e omicidi, dal massacro alla Diaz al G8 di Genova alle recenti uccisioni come
quella di Stefano Cucchi, Giuseppe Uva e Aldo Bianzino. Per favore UNITEVI a me e
insieme costruiamo un appello assordante per una legge forte per fermare la tortura e
per far espellere gli agenti responsabili di questi crimini odiosi dalle nostre forze
dell'ordine - firma sotto e dillo a tutti i tuoi amici:

http://www.avaaz.org/it/italy_against_torture_patrizia/?bHrIMbb&v=16106 

Nessuno potrà restituirmi mio figlio, e oggi non potrò festeggiare il suo 25°
compleanno con lui. Ma insieme possiamo ripristinare la giustizia e aiutare a
prevenire la sofferenza che ho dovuto provare io per la perdita di un figlio portato
via dallo stato ad altre madri e ad altre famiglie.

Con speranza e determinazione,

Patrizia Moretti, madre di Federico.

pc 18 luglio - Lo stato aveva anticipato le spese legali per i poliziotti incriminati e ora che sono condannati li rivuole

"Lo Stato chiederà ai poliziotti condannati nel processo Diaz di restituire i soldi che avevano ricevuto come anticipo sulle spese legali per i loro avvocati difensori". Lo annuncia l'Avvocato Distrettuale di Genova Domenico Salvemini.
Si tratta di un ulteriore conseguenza della recente conferma, da parte della Cassazione, della sentenza di condanna della Corte d'Appello di Genova nei confronti di funzionari e agenti riconosciuti responsabili di aver massacrato gli occupanti della scuola dormitorio del G8 del 2001 e di aver poi costruito prove false per incastrarli.

Si tratta di una cifra che dovrebbe aggirarsi attorno ai 700mila euro e che, comunque, andrà ad aggiungersi ai circa 6 milioni di euro, tra provvisionali alle parti civili e spese legali (in questo caso si intende gli avvocati delle vittime). La cifra chiesta dai difensori (in primo grado erano stati assolti importanti dirigenti come Francesco Gratteri, Giovanni Luperi, Gilberto Caldarozzi) era molto più alta, e a livello di indiscrezioni si parò di alcuni milioni di euro.

"Si tratta - spiega l'Avvocato dello Stato - delle somme che furono concesse come anticipi dopo la sentenza di primo grado che si era conclusa con diverse assoluzioni ". Verdetto ribaltato nel maggio 2010 quando la Corte d'Appello condannò 25 tra alti funzionari e agenti di polizia, e confermato il 5 luglio di quest'anno dalla Cassazione.

"Come Avvocatura - spiega Salvemini - noi fornimmo solo un parere non vincolante circa le richieste di anticipi.
Posso solo dire che il nostro parere abbassò notevolmente l'importo delle somme presentate dagli avvocati degli imputati. Non sappiamo se il Ministero dell'Interno abbia poi accolto la nostra impostazione in toto o in parte, ma pensiamo di sì".

Nonostante gli anticipi degli avvocati dei super funzionari, e degli altri poliziotti poi condannati, siano stati pagati con soldi pubblici, cioè di tutti i cittadini, ad oggi è ancora impresa ardua, pur in presenza delle norme sulla trasparenza, conoscere gli esatti importi versati dal Ministero dell'interno.

L'Avvocato Distrettuale Salvemini spiega di essere "tenuto alla riservatezza", mentre da Roma le cifre non sono mai state rese pubbliche. E neppure si conosce l'importo esatto di quanto saldato ai due unici assolti, gli agenti Michele Burgio e Alfredo Fabbrocini.

"Burgio - precisa Salvemini non ci ha ancora presentato richiesta di pagamento per i suoi avvocati, forse potrebbe averlo fatto direttamente a Roma. Per quanto riguarda invece Fabbrocini, abbiamo rimborsato la spesa per il suo difensore, l'avvocato Alfredo Biondi, ma con una cifra immensamente inferiore a quella richiesta".

La posizione processuale dell'Avvocatura dello Stato - che in Cassazione aveva chiesto l'annullamento con rinvio delle condanne per "mancanza di prove nella individuazione dei colpevoli" - è sempre stata molto criticata dalle parti civili.
Enrica Bartesaghi del Comitato Verità e Giustizia per Genova, nel chiedere le scuse del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per le violenze e le calunnie subite dai manifestanti della Diaz si era augurata che "almeno il Presidente dia un segno forte, visto che l'Avvocatura dello Stato non è stata dalla parte delle vittime ma da quella degli imputati condannati in appello, ed è indegno per un paese civile".

Salvemini da parte sua evidenzia che: "Fin dalla sentenza di primo grado ho personalmente dato parere favorevole all'immediato pagamento di tutte le provvisionali fissate per le parti offese così come per le loro spese legali". Provvisionali già pagate per la Diaz mentre continua il balletto delle responsabilità fra i tre ministeri - Interni, Difesa, Giustizia chiamati in causa per i risarcimenti stabiliti per i manifestanti picchiati, umiliati e minacciati nella caserma lager di Bolzaneto.
(17 luglio 2012)

pc 18 luglio - strage dell'eureco di paderno dugnano -Il giudice rifiuta comitati e associazioni come parte civile e monetizza le vite dei lavoratori



LA STORIA: Il 4 novembre 2010 a Paderno Dugnano (Milano) presso lo stabilimento di lavorazione di rifiuti infiammabili denominato Eureco, da un container di rifiuti speciali pericolosi (setacci molecolari) si è sprigionata una nube di gas che, venuta a contatto con le parti surriscaldate di un muletto a motore, ha provocato una prima fiammata che si è poi diffusa fino al predetto container e che subito dopo si estendeva ad altri materiali infiammabili (solventi e vernici) di cui gli operai stavano effettuando il travaso. Le fiamme hanno avvolto sei uomini cagionando loro gravissime ustioni e provocando a Meshi Ferit, che tentava di soccorrere i colleghi, ustioni alle mani e a Shuli Lulzim, che tentava anch’egli di soccorrere i colleghi, un disturbo psichiatrico post traumatico da stress dal quale è derivata una incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per 78 giorni. In conseguenza delle fiamme morivano Sergio Scapolan, Salvatore Catalano, Harun Zeqiri, Leonard Shehu. Erjon Nezha riportò ustioni di secondo grado profondo, estese al 50% del corpo dalla quali è derivato pericolo di vita e incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per 235 giorni. Kasem Xhani ha riportato ustioni di secondo e terzo grado estese al 40% del corpo dalla quali è derivato pericolo di vita e incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per 253 giorni.
Processo Eureco
Autore: Stefano Tibiletti
Fonte: Comitato a sostegno dei familiari delle vittime e dei lavoratori Eureco
LE ACCUSE a carico dei titolari Giovanni Merlino e della figlia Elena Merlino sono: omicidio colposo plurimo, incendio colposo, imprudenza, negligenza, imperizia, inosservanza delle norme in materia di sicurezza sul lavoro e di sicurezza nella gestione speciale di rifiuti pericolosi. IL PROCESSO è iniziato lo scorso 9 luglio. Oltre ai familiari delle vittime ed ai lavoratori sopravvissuti hanno presentato richiesta di costituzioni di parte civile anche il “Comitato a sostegno delle famiglie delle vittime e dei lavoratori Eureco”, A.I.E.A. (Esposti amianto), Medicina Democratica, il Comune di Paderno Dugnano e i sindacati. Fuori dal tribunale un presidio a cui hanno partecipato i cittadini di Paderno Dugnano, i rappresentanti di Rete Nazionale per la Sicurezza sui posti di lavoro di Milano oltre alle associazioni sopracitate.
Oggi (16 luglio) si è tenuta l’udienza per la comunicazione di accoglimento delle parti civili. Il GUP di Milano dott.ssa Bertoja ha decretato di ammettere come parte civile soltanto i familiari delle vittime e i lavoratori Eureco e soltanto per due capi d’accusa: omicidio colposo e incendio colposo. Non sono stati ammessi per gli altri capi d’accusa che vanno dalla frode fiscale all’inosservanza degli obblighi sulla sicurezza, dall’illecita gestione di rifiuti alla falsificazione dei documenti nel trasporto dei rifiuti, dalla mancanza di fornitura di dispositivi di protezione individuale all’omissione di informazioni adeguate inerenti agli agenti cancerogeni o mutageni presenti (cromo esavalente, idrochinone, cloroformio, tricloroetilene, percloro etilene, amianto). IL GIUDICE ha spiegato la sua scelta sostenendo che troppe parti civili creano competizione per il risarcimento, fanno lievitare la somma e possono portare ad un nulla di fatto poiché il datore di lavoro potrebbe non disporre di una somma sufficiente. Inoltre il giudice Bertoja ha aggiunto che auspica un accordo tra le parti prima del 28 settembre, data della prossima udienza.
La sensazione è che si stia puntando ad un rito abbreviato. In poco tempo avremmo una condanna per Merlino ed un risarcimento per le vittime. Il rito abbreviato consentirebbe uno sconto di un terzo della pena per Merlino che però è recidivo. Nel 2005 ha patteggiato un anno e quattro mesi per i reati di omicidio colposo, incendio colposo e violazione delle norme relative alla sicurezza sui luoghi di lavoro. Nell’incidente, avvenuto in uno stabilimento – la CR in provincia di Pavia - di cui era titolare, morì Vincenzo Gargiulo e rimase ferito Claudio Rodella. Questi sono i dati e i fatti di questa terribile vicenda e solo su questi si è basato il giudice.
Possiamo raccontare i fatti anche in un altro modo.
Possiamo parlare di quattro lavoratori morti in nome del profitto, lasciati colpevolmente soli da un datore di lavoro senza scrupoli che faceva miscelare e triturare - ben consapevole delle conseguenze - svariate tipologie di sostanze ed al tempo stesso non forniva nessuna informazione ai propri dipendenti lasciandoli all’oscuro dei pericoli che stavano correndo. Lavoratori che più di una volta, dopo aver spento incendi minori, si sono sentiti dire che se non condividevano le scelte dell’azienda potevano andarsene. Un giudice non dovrebbe indirizzare tanto nettamente il cammino del processo, dovrebbe rimanere sopra le parti. Non dovrebbe pensare solo a monetizzare la vita dei lavoratori ed accelerare il processo. Così facendo spinge i lavoratori e i familiari delle vittime, che vertono in condizioni economiche assai difficili, ad accettare un risarcimento subito anziché aspettare un lungo processo. Dalla decisione del giudice si evince che gli imprenditori possono operare nell’illegalità fino a causare la morte dei lavoratori: quello che conta è che l’assicurazione risarcisca i danni.
Sia fatta giustizia.
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Eureco, la rabbia delle associazioni escluse dal processo: «Vogliamo giustizia non soldi»
Il Comitato a sostegno delle famiglie delle vittime e dei lavoratori, l’Aiea e Medicina Democratica accolgono con amarezza il rifiuto del gup di ammetterli come parti civili
«Vogliamo giustizia non monetizzazione». E’ un grido di protesta quello con cui il Comitato a sostegno delle famiglie delle vittime e dei lavoratori Eureco, l’Aiea (Associazione italiana esposti amianto) di Paderno Dugnano e Medicina Democratica Nord Milano accolgono la decisione del gup di Milano Antonella Bertoja di ammettere soltanto i familiari delle vittime, il comune di Paderno, la Cgil e l’Inail come parti civili nel processo a carico di Giovanni Merlino, titolare dell’azienda dove il 4 novembre 2010 morirono quattro operai.
Pur rispettando il provvedimento emesso dal giudice, - scrivono in un comunicato gli esclusi - esprimiamo tutta la nostra amarezza e disappunto per una pronuncia che non ha considerato la documentazione versata in atti e le numerose decisioni assunte nel tempo dall’autorità giudiziaria di ammissione della costituzione di parte civile in procedimenti penali assolutamente analoghi a quello in esame”.
Le associazioni, inoltre, criticano aspramente l’invito rivolto dal giudice alle parti in causa di trovare un accordo monetario in occasione della prossima udienza fissata per il 28 settembre: “Di fronte a questo desolante scenario – si legge nel comunicato - vogliamo riaffermare con forza che la vita e la salute dei lavoratori non possono e non devono essere monetizzate”.
Per le associazioni, oltre a essere una grande delusione, la decisione del gup rappresenta anche “una cattiva lezione” per tutti gli imprenditori che “da premesse come queste si sentiranno liberi di violare le norme di sicurezza sul posto di lavoro”.