martedì 25 ottobre 2011
pc 25 ottobre - libertà per i ribelli arrestati per roma 15 ottobre
Per chi vuole far sentire la propria solidarietà agli arrestati riportiamo gli indirizzi a cui poter scrivere:
Ilaria Ciancamerla
c/o Casa di Reclusione di Rebibbia.
Via Bartolo Longo, 72
00156 Roma
Fabrizio Filippi
Robert Scarlet
Stefano Canigliaro
Giovanni Caputi
Giuseppe Ciurleo
Alessandro Venuto
Giovanni Venuto
Lorenzo Giuliani
Valerio Pascali
c/o Casa Circondariale REGINA COELI
via della Lungara, 29
00165 Roma
***********
Leonardo Vecchiolla [in sciopero della fame - possibile trasferimento]
Casa circondariale di Chieti
via E. Ianni, 30
66100 Chieti
Leonardo, Chucky per i suoi compagni, rimane in carcere. Il ragazzo è stato fermato sabato perché ritenuto tra i partecipanti all'assalto al furgone dei Carabinieri in piazza San Giovanni a Roma, lo scorso 15 ottobre. Lo ha deciso il gip del Tribunale di Chieti. Il giudice ha emesso un'ordinanza di custodia cautelare in carcere per tentato omicidio, devastazione e resistenza a pubblico ufficiale, dichiarando la propria incompetenza e trasmettendo gli atti al Tribunale di Roma. Intanto la difesa dello studente ha comunicato che, da quando è in stato di fermo, il giovane rifiuta di mangiare, una decisione la sua di cui la direzione del carcere di Chieti è a conoscenza.
fino a quando non verrà trasferito a Roma, il suo indirizzo è:
Leonardo Vecchiolla
Casa circondariale di Chieti
via E. Ianni, 30
66100 Chieti
pc 25 ottobre - La legalità del sistema
DIRITTO ALLA MOBILITA’ –DIRITTO ALLA CASA NEGATI E REPRESSI
Senza i
clamori dei titoloni sulla stampa e gli speciali martellanti delle TV,
quotidianamente si consumano i mille soprusi di questo sistema. Niente
di nuovo sotto il cielo si direbbe, visto che non vi sono
“incappucciati e blak blok” da sbattere in prima pagina, ma “solerti”
servitori (meglio dire servi) dello Stato che applicano la “democrazia”
delle regole del capitale.
E come sempre la Lombardia, ma non solo,
offrono uno spaccato del “nuovo” che impera. Nei giorni in cui tutto si
è concentrato sulla caccia, fisica e mass mediatica, dei “cattivi” che
hanno rovinato il 15 ottobre, non un politico si è fatto carico di uno
straccio di interrogazione parlamentare; né un qualsiasi giornalista,
degno di questo nome, si è fatto carico di speciali, martellanti, di
denuncia; né un qualsiasi segretario di un qualsiasi sindacato di
polizia ha fatto uno straccio di comunicato per spiegare il loro
operato; nessuno di questi signori si è indignato per quella
quotidianità che vede lavoratori-studenti-immigrati-pendolari-famiglie-
bambini-ecc. (ovvero la maggioranza della popolazione), subire usi e
abusi del sistema dominante. Quattro casi esemplari: 1) Buccinasco, 340
bambini senza scuola; 2) centinaia di pendolari della tratta Milano-
Lecco, costretti a scendere dal treno; 3) Corbetta, tre operai in
presidio davanti la fabbrica vengono investiti dai vigilantes; 4)
Palazzo Marino, Milano, presidio delle comunità Rom e Sinti contro i
continui sgomberi dei campi.
1) Sabato 22 a Buccinasco –MI- i genitori
di 340 bambini, iscritti alla scuola, elementare e media, paritaria
Nova Terra (cooperativa del circuito di Comunione e Liberazione),
trovano le porte della scuola sbarrate e le serrature cambiate e le
relative chiavi consegnate ai proprietari, l’immobiliare Finman SPA. Di
fatto questi genitori si trovano sfrattati e la comunicazione la
ricevono, a cose fatte, tramite e-mail della Nova Terra. Niente di
strano nell’era tecnologica, niente di cui “stupirsi”, gli operai d’
altronde vengono licenziati con un sms. Ma perché questo sfratto? Forse
le famiglie non hanno pagato la retta? Niente di tutto questo. Lo
sfratto è avvenuto perché la cooperativa non ha corrisposto la rata del
leasing pattuita e le famiglie hanno già pagato la prima rata. La nuda
e cruda realtà è l’ennesima dimostrazione che la tanto decantata
tarantella “privato è bello e meglio del pubblico”, altro non è che una
truffa per fregare, in questo caso le famiglie, e ingrassare le tasche
delle cosiddette imprese. E si può dire che tutto ciò, in piccolo, non
è diverso dalla discussione, e relativi provvedimenti, sui colpevoli
della CRISI. Ovvero appaltanti e appaltati si danno battaglia (a suon
di truffe e ruberie, per ottenere il maggior profitto e i loro danni
vengono scaricati sulle masse. Sorge legittima una domanda, visti i
tempi: se i genitori dei bambini per difendere il diritto, cancellato,
allo studio anziché ricorrere alla compilazione di moduli di denuncia
si fossero presentati con un bel paio di cesoie, come hanno fatto –
simbolicamente- i valsusini, per riappropriarsi dei loro diritti, come
si sarebbero comportati i carabinieri? Noi non abbiamo dubbi sulla
risposta, ma meglio di tutti ce l’hanno spiegato le genti della Val
Susa.
2) Lunedì 24 alla stazione centrale di Milano, i pendolari del
treno regionale 2572 diretto a Tirano, vengono fatti scendere, a forza,
dalla Polfer “allertata” per motivi di “sicurezza” dal personale di
TreniNord. In pratica su otto vagoni 4 erano al buio e quindi poco
sicuri, ma, diciamo noi, fatto non casuale e normale routine, ma quanto
denunciato dal portavoce del Comitato Pendolari Milano-Lecco, Giorgio
Dahò, chiarisce bene la vicenda: “Inutile dire che le centinaia di
persone scese sono poi dovute salire sul treno successivo, il quale ha
viaggiato, questo sì, in condizioni accertate di insicurezza, in quanto
c’erano persone anche negli intercomunicanti - spiega - Per la cronaca,
il treno è poi partito con 30 minuti di ritardo, con sole quattro
carrozze funzionanti“ e continuando “Veramente viene da domandarsi se
non sia iniziata una nuova stagione in cui chi dovrebbe essere al
servizio dei cittadini si arroga invece il diritto, mostrando i muscoli
con la forza pubblica, di fare quello che vuole. Altro che la tanto
sbandierata “attenzione al cliente”, di questo passo presto per
prendere il treno ed esercitare il nostro diritto alla mobilità, al
lavoro e allo studio ci troveremo a dover affrontare manganelli e
lacrimogeni”. E per finire Dahò ha sottolineato che la tanto decantata
qualità della Regione Lombardia ha prodotto un solo dato “positivo”,
ndr per loro, ovvero l’aumento del 30% del biglietto.
3) Il 20 cm a
Corbetta (Mi) gli operai Fiom della Magneti Marelli (componenti
elettronici per la Fiat) erano in sciopero (per la cronaca l’80% su
1200 degli operai erano davanti ai cancelli sin dalle prime luci dell’
alba) contro le politiche aziendali. Tensione da subito tra chi voleva
entrare e chi scioperare (ndr normale dialettica tra chi lotta e chi è
crumiro) , poi alle 9,30 scoppia il primo fattaccio: un capetto dell’
Azienda scende dagli uffici e col telefonino si mette a fotografare chi
sciopera (lo sgherro rivendica questa schedatura “forte” del progetto
Marchionne che “sancisce” come illegale lo sciopero). Ma un compare
dell’individuo più intraprendente forza il blocco e investe due operai
che subiscono lesioni, non “gravi”, al ginocchio. Dopo un 15 minuti di
tensione sembra tornare la calma, quando un altro prode servo dell’
azienda investe alle spalle un operaio di 42 anni procurandogli la
rottura del perone (40 giorni di prognosi). Per concludere in bellezza
la “denuncia” della Fim Cisl che supporta la “legittimità” dell’
operato, che in sostanza dice che due lavoratrici che volevano entrare
sono state “spintonate” dagli scioperanti. Niente di strano l’accordo
di Pomigliano e di Mirafiori insegnano. Ma due parole vanno anche spese
per le dichiarazioni del responsabile della Fiom di Legnano, Antonio
Del Duca, e del segretario regionale, Mirco Rota. Il primo ha detto:
«Un fatto gravissimo che poteva avere conseguenze ancora peggiori»; il
secondo: «È inaccettabile che i dirigenti Fiat arrivino a comportarsi
in questo modo». Giusto, quanto successo è gravissimo poteva scapparci
il morto, diciamo noi, ed è altrettanto vero che è inaccettabile il
comportamento dei dirigenti Fiat, sarebbe corretto, da parte vostra,
definire meglio il concetto che non è un comportamento “errato” è
fascismo padronale. Ancora una volta e, in ritardo rispetto ad altre
sigle sindacali, denunciate quello che è in corso da tempo e quando,
anche i vostri stessi iscritti, stufi di subire scendono in campo,
prontamente ne prendete le distanze o ne volete contenere la giusta
rabbia o alla fine li espellete.
4) Il 24 cm la Consulta Rom-Sinti,
capeggiata dalla portavoce Dijana Pavlovic, ha fatto un presidio
davanti il Comune di Milano per chiedere due cose: la moratoria degli
sgomberi, almeno nei mesi invernali; e l’avvio di un tavolo di
confronto colla giunta Pisapia, con la proposta di poter autogestire i
campi ed essere ascoltati per arrivare alla modifica del piano Maroni
sulla cosiddetta “emergenza rom”. Quindi niente di così rivoluzionario,
soltanto un po’ di buon senso e umanità, richieste e diritti che
avevano incontrato un muro, violento e razzista, con la precedente
giunta. E la giunta arancione che fa? Subito dopo la vittoria
elettorale, Pisapia aveva dichiarato che era finito il tempo della
paura e che avrebbe aperto il confronto. Quale sia la verità lo
chiarisce la replica, sempre dalla Pavlovic, alle parole e le “ragioni”
dell’assessore alla Sicurezza, Granelli, nel recente sgombero del campo
di via Airaghi (zona nord, circa 50 baracche, 133 persone di cui 48
minori) a ridosso della tangenziale, definito “pericoloso”. Granelli ha
detto: “Le famiglie sono state convinte ad allontanarsi perché il campo
si trovava a ridosso della tangenziale in una zona pericolosa. In quel
punto, infatti la recinzione della tangenziale è danneggiata e i
bambini avrebbero potuto finire sulla strada. Inoltre i fumi dei fuochi
accesi nel campo provocavano problemi di visibilità ai guidatori e la
situazione igienico-sanitaria dell'accampamento era al limite, anche
per via della presenza di topi''. E continuando: - Il Comune ha
offerto agli uomini di alloggiare in via provvisoria nei centri di
accoglienza e alle donne con bambini di sistemarsi nelle comunità
alloggio ''con la prospettiva di avviare un percorso personalizzato
finalizzato all'inserimento sociale'', ha aggiunto l'assessore, che ha
dovuto però constatare che ''le famiglie hanno preferito abbandonare il
campo senza accettare la nostra proposta. Solo un uomo con problemi di
salute, insieme alla moglie, ha accettato di alloggiare in una nostra
struttura''-. Come ha risposto la Consulta: "Se vogliamo citare le
prime parole del nuovo vicesindaco: a Milano è finita la paura. No, per
i rom la paura non finisce mai" (ndr come sono attuali le parole di B.
Brecht ”vennero a prendere uno zingaro ed io pensai non sono uno
zingaro….”) e continuando "Le persone sgomberate provengono dal campo
di via Triboniano, chiuso dalla Giunta Moratti alla vigilia delle
elezioni. Di queste famiglie alcune sono state escluse nel 2007 quando
il campo bruciò e la giunta lo sistemò riducendo però gli abitanti, con
il risultato che molti, pur regolari e senza problemi con la giustizia,
rimasero per strada, perdendo tutto quello che avevano". Altro che il
“vento nuovo” del cambiamento, a Milano l’aria è sempre tossica,
cambiano solo i gestori.
pc 25 ottobre - Pirellone, in aula si discute della crisi gli operai protestano e lanciano uova
da la RebubblicaDecine di lavoratori con striscioni, altoparlanti e campanacci davanti alla sede del consiglio regionale. Contestazione in aula per i consiglieri Penati e Minetti. Allontanato un sindacalista
Un fitto lancio di uova contro le vetrate di ingresso del Pirellone ha caratterizzato il presidio di lavoratori di aziende in crisi (come Xerox, Maflow, Jabil e San Raffaele), organizzato a Milano in concomitanza con una sessione straordinaria del consiglio regionale della Lombardia dedicata proprio alla situazione occupazionale.
In via Filzi si sono presentati almeno duecento lavoratori di varie sigle sindacali con striscioni, altoparlanti e campanacci.
Nell'aula del consiglio, intanto, la politica discuteva della crisi economica e degli effetti che provoca sui cittadini della Lombardia. Alcuni rappresentanti dei sindacati hanno assistito dalla tribuna ai lavori, che sono stati aperti dall'intervento del governatore Roberto Formigoni. Corrado Delle Donne, sindacalista dello Slai-Cobas, ha contestato Formigoni perché "ha ignorato il caso dell'Alfa Romeo di Arese": è stato subito allontanato dai commessi.
Tre operai in cassaintegrazione hanno cercato di appendere uno striscione di protesta sulla baluastra. Lo striscione è stato subito strappato dai commessi e i tre sono stati portati fuori di peso dagli agenti della Digos mentre i lavoratori gridavano "vergogna" ai consiglieri, in particolare Filippo Penati e Nicole Minetti, lamentando il fatto che fossero indagati e ricordando gli "stipendi d'oro" di cui beneficiano mentre migliaia di lavoratori "sono da anni in cassa integrazione e non riescono ad arrivare alla fine del mese".
La situazione economica anche in Lombardia "è sicuramente pesante e difficile, con una crisi mondiale che si avvita su se stessa", ha detto Formigoni al termine del suo intervento sulla situazione dell'industria e dell'occupazione. Ai giornalisti il governatore ha poi confermato la sua fiducia per il fatto che "la Lombardia è attrezzata con una capacità di risposta positiva". "Dopo la caduta dei livelli di attività conseguente alla crisi economica - ha spiegato il governatore in aula - l'economia lombarda fatica a ritrovare un ritmo di crescita soddisfacente, che consenta di tornare al più presto sui valori pre-crisi".
"La maggior esposizione della economia lombarda sui mercati globali - ha aggiunto Formigoni - ha fatto sì che il meccanismo di trasmissione della crisi sia stato, in Lombardia, più accentuato rispetto ad altre parti del Paese". Il governatore ha quindi elencato una serie di interventi in diverse crisi aziendali, nello sforzo di salvaguardare l'occupazione e la continuità. E ha spiegato che sono state quattro le tipologie di crisi affrontate: quella dovuta alla delocalizzazione di imprese medio-grandi; quella derivante da azioni imprenditoriali spregiudicate; quella della deindustrializzazione di poli industriali; infine quella provocata dal perdurare delle difficoltà economiche e delle criticità finanziarie. (25 ottobre 2011)
pc 25 ottobre - verso il G20 in francia ..paura eh!
Controlli severi a BardonecchiaIn vista del vertice di Cannes il governo transalpino congela il trattato facendo scattare di nuovo, per quei giorni, i controlli dei documenti d'identità alla frontiera tra i due Paesi di FABIO TANZILLI
In vista del G20 in programma dal 2 al 4 novembre a Cannes, la Francia ha deciso di congelare il trattato di Schengen con l’Italia, e di riattivare i controlli ai confini di stato. Le immagini dei gravissimi incidenti di Roma del 15 ottobre, con le azioni di guerriglia dei “ Black- Block”, hanno convinto il ministero dell’Interno francese di blindare il confine con l'Italia.
Pertanto, grande attenzione sarà riservata ai valichi del Nord Ovest, ed in particolare ai trafori del Frejus di Bardonecchia, alla statale 24 del Monginevro e ovviamente a Ventimiglia. Verranno ripristinati, ai confini di stato, i controlli dei documenti d'identità: per passare il confine francese non basterà, dunque, la semplice patente di guida, ma bisognerà consegnare alla Gendarmerie la carta d’identità valida per l’espatrio. In contemporanea con il G20, infatti, sono previste delle manifestazioni No Global, e raggiungere la Costa Azzurra o Nizza non sarà facile. Anche nella vicina Liguria la prefettura si è già attivata, aumentando i controlli sulla strada di Sanremo.
pc 25 ottobre - criminale provvedimento anti movimento NOTAV del governo moderno fascista e di stato di polizia
ora chi entra rischia l'arresto
Lo stabilisce il decreto sviluppo del governo per assicurare la "realizzazione della Torino-Lione e garantire lo svolgimento dei lavori". La norma potrebbe anche agevolare le procedure diesproprio. Il sindaco Pdl di Chiomonte, Pinard, si dimette.di MARIACHIARA GIACOSA
La Maddalena diventa sito strategico di interessa nazionale. Almeno così è scritto a pagina 180 del Decreto sviluppo messo a punto dal governo con l'obiettivo di "assicurare la realizzazione della Torino-Lione e garantire lo svolgimento del lavori".
In pratica il cantiere diventerebbe come una grossa caserma, di 7 ettari quando sarà tutta recintata e per chiunque dovesse entrarci scatterà l'articolo 682 del codice penale: ovvero arresto da tre mesi ad un anno o ammenda da euro 51 a euro 309. Cambiano quindi le regole che hanno fino ora regolato i rapporti tra dentro e fuori le reti. Chi cercherà di tagliarle, obiettivo poi mutato della manifestazione di domenica, non rischia più solo la denuncia ma l'arresto. Un giro di vite non da poco che potrebbe anche influire sulla partita più impegnativa che riguarderà il cantiere nelle prossime settimane. Ltf fa facendo alcune verifiche "perché non è prassi consueta" per capire se la dichiarazione di sito strategico possa in qualche modo semplificare le procedure di esproprio, contro le quali i No Tav si sono organizzati da mesi acquistando molti dei terreni su cui dovrebbe allargarsi l'ultima parte del cantiere.
"Mi dimetto" annuncia il Si Tav Renzo Pinard, sindaco pdl di Chiomonte, appena saputa la notizia. "Non accetto che in Italia si debba fare un'opera pubblica con la forza - spiega - indipendentemente dalla divisa che hanno gli agenti. Convocherò la mia maggioranza, approveremo
il bilancio per il Commissario prefettizio e poi darò le dimissioni". "E' un brutto precedente - aggiunge - che si attua solo perché la politica qui non ha saputo dare risposte". Ed è un segno della sconfitta della politica anche secondo Sandro Plano che sottolinea come "questa scelta rischi solo di aumentare la tensione".
"Hanno gettato la maschera, ma la nostra linea non cambia", commenta il leader dei No Tav Alberto Perino. "Non potranno più raccontare all'Unione Europea la bugia di un'opera condivisa con la popolazione", conclude.
Soddisfazione bipartisan invece nell'arco parlamentare. Stefano Esposito del Partito democratico, che da mesi chiede l'adozione del provvedimento con un pressing serrato sul ministro Maroni: "Ora è più chiaro il tema delle recinzioni e chi va oltre sa cosa rischia". "Adesso esistono gli strumenti per punire chi tenta di bloccare i cantieri", aggiunge il Pdl Agostino Ghiglia. "Scelta necessaria e opportuna", commenta l'assessore regionale Barbara Bonino.
pc 25 ottobre - caserma dei nocs .. sadici e torturatori

Quel patto sul cadavere di Donatoni
dietro il nonnismo nella caserma dei Nocs
Un'immagine che denuncia gli abusi dei Nocs
Dalla vicenda delle sevizie alle "reclute" e dello spietato "sottocomando" che governava la struttura dei corpi speciali, emerge una vecchia storia. Il gruppo dei prevaricatori unito dalla partecipazione al conflitto a fuoco (Riofreddo, 17 ottobre 1997) tra i rapitori dell'imprenditore Soffiantini e gli uomini dei corpi speciali nei quali morì un agente colpito da "fuoco amico". In questa storia anche un altro morto (uno dei banditi, forse "giustiziato"), un suicidio e un fascicolo insabbiatoROMA - Due morti, un suicidio, un pestaggio e un fascicolo insabbiato. Non erano solo nonnismo i morsi nella caserma dei Nocs denunciati da Repubblica a inizio settembre. Dietro quelle violenze c'era qualcosa di più. C'era la prova tangibile di una sorta di patto di sangue che secondo diverse fonti fu stretto tra una manciata di agenti speciali e i loro dirigenti in una notte di ottobre di 14 anni fa: quella in cui morì l'agente speciale Samuele Donatoni durante un blitz per liberare l'imprenditore Giuseppe Soffiantini dai suoi sequestratori.
Quella notte, tra i pruni e le ginestre insaguinate sul ciglio dell'autostrada Roma-Pescara, vicino a Riofreddo, prima dell'arrivo dei soccorsi e della polizia "ordinaria", con il rumore degli spari ancora nelle orecchie e il loro collega a terra agonizzante, quegli agenti si guardarono in faccia per qualche interminabile secondo, poi decisero che mai nessuno avrebbe raccontato cosa era successo. Nemmeno ai magistrati, a cui avrebbero offerto una versione preconfezionata. Un accordo di ferro, che negli anni è degenerato, lasciando nella mani di "chi sa" un potere abnorme all'interno dei Nocs: e così oggi quegli uomini sono ancora tutti lì, nel reparto d'eccellenza della polizia di stato, dove dettano, indisturbati, la propria assurda legge.
Cosa accadde quella notte. Il 17 ottobre del 1997, nel pieno del sequestro Soffiantini, la polizia tenta un blitz per la cattura dei rapitori attraverso un finto pagamento del riscatto. L'operazione fallisce. Uno dei banditi, Mario Moro, al momento di prendere le valigie con i soldi, sente un fruscio, almeno così racconterà, ed esplode una raffica di kalashnikov, alla cieca. I Nocs rispondono al fuoco ma i sequestratori gettano le armi e fuggono. A terra rimane l'agente Samuele Donatoni; morirà dissanguato in pochi minuti.
Per quel fatto, oggi, esistono due verità. La prima è quella arrivata al termine del processo istruito dal pm di Roma, Franco Ionta, che nel 2000 condannò i 19 sequestratori di Soffiantini anche per l'omicidio (concorso morale) di Donatoni: il colpo mortale, secondo quel processo, sarebbe stato esploso dal kalashnikov di uno dei banditi.
La seconda sentenza è quella con cui la quarta corte d'assise di Roma, presieduta dal giudice Mario Almerighi, nel 2005, ha assolto dallo stesso reato il ventesimo bandito (arrestato più tardi a Sidney e quindi processato separatamente). In quel processo si stabilì in via definitiva che il proiettile che uccise l'agente Donatoni era stato sparato a bruciapelo e da dietro. Non da Moro, ma da qualcun altro (ancora oggi sconosciuto) che stava dalla parte dei Nocs. Fuoco amico. Questa seconda sentenza che, nonostante l'impugnazione del pm Ionta, venne confermata sia in Appello sia in Cassazione, arrivava anche all'inquietante conclusione che le forze dell'ordine operarono una sconsiderata attività di inquinamento probatorio. Chi depistò le indagini sulla morte di Donatoni? Con quali appoggi?
Chi c'era? Domande che andrebbero girate in blocco a "quelli del morso", cioè al "sottocomando" che da anni, con violenze fisiche e psicologiche detta legge all'interno della caserma dei nocs. Perché, adesso che la notizia di quelle violenze è pubblica, adesso che la procura e la polizia hanno avviato le proprie indagini, si è scoperto che tutti i "membri" del "sottocomando", quella notte erano a Riofrreddo. C'era, ad esempio, l'agente Nello Simone, l'autore della fotografia con cui Repubblica ha documentato i morsi nella caserma. Fu proprio lui, dopo il conflitto a fuoco, a ritrovare il kalashnikov di Moro e fu proprio lui, secondo la quarta corte d'assise di Roma, uno dei depistatori del primo processo, uno di quelli che dichiarò il falso in tribunale, smentito dall'unico testimone considerato attendibile: l'allora dirigente della Criminalpol Nicola Calipari (ucciso nel 2005 in Iraq durante la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena, anche lui per mano del fuoco amico).
Insieme a Nello Simone sull'autostrada, c'era poi l'agente Roberto Miscali: l'uomo che, nel momento cruciale del blitz, si trovava più vicino a Donatoni. Anche lui, oggi, è uno del gruppetto fuori controllo. Secondo molti testimoni (ci sarebbe anche un video) Miscali è il protagonista di uno degli episodi più surreali della banda del morso: quello in cui alcuni nocs hanno pestato a sangue un agente ricoverato in ospedale, perché non aveva reso onore al nome del reparto; era interveuto per sedare una rissa in discoteca e aveva rimediato una coltellata.
E ancora, quella notte di quattordici anni fa, sulla strada per Riofredo, c'erano l'ispettore Vittorio Filipponi, anche lui vicino al "sottocomando" e, a bordo dell'automedica pronto a intervenire, c'era persino il dottor Gianluca Magliani, il medico che ha dato un solo giorno di prognosi all'agente che, pestato dal gruppo nel 2009, ha denunciato a Repubblica le violenze interne alla caserma (e che, visitato da un altro medico venne giudicato guaribile in 108 giorni).
pc 25 ottobre - Bergamo - Non abbiamo paura!
comunicato
Sull’onda del clima inquisitorio seguito alla manifestazione di Roma di sabato 15 ottobre, anche a Bergamo stiamo assistendo a perquisizioni e intimidazioni da parte delle forze dell’ordine. Nel prendere la parola su questi ultimi accadimenti vogliamo anche riaffermare la nostra determinazione nel proseguire lungo il percorso di mobilitazione intrapreso negli ultimi mesi.
Era sabato 17 settembre quando, in contemporanea con la chiamata newyorchese di OccupyWallStreet, circa 200 persone si ritrovavano in piazza Vittorio Veneto a Bergamo, dando vita ad una piazza di resistenza. Da allora, la piazza, nel cuore del distretto bancario locale, vive quotidianamente attraverso l’assemblea plenaria e i gruppi tematici che hanno preso forma dal dibattito collettivo. L’idea è semplice: contrastare le politiche di austerity che vorrebbero scaricare sulle nostre spalle il peso di un debito che non ci appartiene.
Sabato abbiamo messo in atto un’azione simbolica nei confronti delle banche, consegnando loro sacchi d’immondizia chiusi con una cravatta e indicando così i principali responsabili del baratro economico in cui il paese sta affondando. L’abbiamo fatto a viso aperto, pubblicamente, secondo la prassi cui abbiamo improntato la nostra azione politica. Nello stesso modo abbiamo agito nelle ultime settimane a bordo degli autobus, invitando le persone ad aderire ad una campagna di ticket crossing, per contrastare con una semplice azione individuale i rincari conseguenti le manovre “lacrime e sangue” del governo.
La piazza di resistenza è un luogo di dibattito e mobilitazione. E’ un luogo aperto di democrazia dal basso. Nessuno ci rappresenta e non vogliamo essere rappresentati e rappresentate da nessuno. Per questo abbiamo deciso di prendere parola in prima persona e riprendere possesso così anche delle nostre vite. Abbiamo deciso di praticare l’insolvenza e costruire i presupposti affinché questa pratica di riappropriazione diventi patrimonio di tutti e tutte. Questa crisi non è nostra, noi non vogliamo più pagare!
Ieri ad aspettarci in piazza c’erano gli agenti della Questura. Hanno detto che dopo la manifestazione di Roma il clima è cambiato, che la tolleranza è finita, che la piazza di resistenza per la legge è un’adunata sediziosa. La risposta della piazza è stata risoluta: le persone si sono sedute e hanno dato vita all’assemblea. Siamo precari e precarie, studenti e studentesse. Abbiamo deciso di non restare più a guardare, di alzare la testa. Il nostro percorso è pubblico e la piazza ne rappresenta la vetrina trasparente. Non abbiamo alcuna intenzione di desistere dai nostri intenti.
Mercoledì all’alba l’abitazione di un giovane precario della piazza è stata perquisita. Una delle tante perquisizioni seguite in tutta Italia alla manifestazione di Roma. La polizia spara nel mucchio: la perquisizione, totalmente arbitraria, ha dato ovviamente esito negativo. Anche ieri, in piazza, gli agenti hanno scattato fotografie dei nostri volti. Ma nelle nostre case non troverete armi ed esplosivo; quello che cercate vive ogni giorno nella piazza di resistenza. Sappiamo cosa spaventa di noi chi ci governa: sono le nostre idee, perché le nostre idee sono contagiose. Per questo, noi non abbiamo paura.
L’Assemblea della Piazza di Resistenza
AN PAGA MIA!!
lunedì 24 ottobre 2011
pc 25 ottobre - INTERVISTA AL FPLP
Da indymedia
INTERVIS
Su prigionieri palestinesi, l’accordo Hamas-Israele, le rivolte arabe, la linea dell'ANP sui negoziati …
Abu M è un militante di lungo corso del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina; ha 42 anni e di questi 11 ne ha trascorsi nelle prigioni israeliane. E’ stato arrestato 15 volte.
Lo abbiamo incontrato al
Qui di seguito la trascrizione dell’intervista:
All’indomani della conclusione della prima fase del rilascio di prigionieri che giudizio date dell’accordo di s
La
Il dato nuovo rispetto al passato è che questa volta il prigioniero israeliano ha trascorso l’intero periodo di detenzione in territorio palestinese.
Il grande merito di questo accordo consiste nel aver ottenuto il rilascio di 1/3 dei detenuti condannati a più di un ergastolo; nelle carceri israeliane c’erano 820 prigionieri condannati a multipli ergastoli; ne sono usciti 320.
Detto questo, l’accordo raggiunto non è privo di criticità che con una gestione diversa si sarebbero potute facilmente evitare:
innanzitutto lo s
Con tutta l’attenzione mediatica che comprensibilmente si è guadagnato, il rilascio dei prigionieri rischia di offuscare la lotta di centinaia di detenuti in sciopero della fame. Di questi la parte più cospicua è costituita da militanti del FPLP.
L’inopportunità politica del momento si evince inoltre anche dalla situazione di crisi che il governo Netanyahu attraversava prima dello s
Un altro punto debole dell’accordo consiste nel non aver ottenuto il rilascio di tutte le prigioniere (ne restano
Oltre a ciò bisogna ricordare che tra i prigionieri liberati o in via di rilascio mancano quei nomi di rilevanza nazionale che Hamas aveva promesso.
Ancora: la maggioranza dei prigionieri rilasciati è di Hamas e i nomi dei 550 che saranno rilasciati nella seconda fase li sceglierà Israele.
Infine l’accordo ha legittimato l’esilio di molti prigionieri a Gaza (120 circa) o al di fuori dei confini nazionali(41 circa). Ciò costituisce un pericoloso precedente per il futuro.
Perchè questo accordo si verifica proprio oggi? Verrebbe quasi da pensare che Hamas, con questa operazione così a ridosso del probabile fallimento dell’iniziativa diplomatica di Abu Mazen all’Onu, abbia voluto approfittare per recuperare consensi su Fatah.
Questo non è ovviamente l’obiettivo dichiarato da Hamas ma è chiaro che si tratta di un operazione che farà aumentare i consensi della formazione islamica.
Noi siamo ancora sott’occupazione, alla mercè dei crimini sionisti, nelle prigioni o nella diaspora. Chi oppone resistenza sa che lo aspetteranno la morte, il carcere o l’esilio. Noi sappiamo cosa ci aspetta, siamo consapevoli dei rischi ma nonostante tutto siamo determinati a portare avanti la nostra lotta.
Primavere arabe: le rivolte che nell’ultimo anno hanno scosso i regimi arabi hanno acceso molte speranze di democratizzazione nella regione; quali aspettative nutre il FPLP rispetto a tali movimenti? Le rivolte di popolo egiziane, siriane, ecc potrebbero portare ad un miglioramento delle relazioni tra i nuovi governi e la resistenza palestinese?
Le Leadership arabe sono ottuse, dittatoriali e seguono da sempre i dikatat americani. Hanno saccheggiato tutte le risorse dei loro popoli, hanno impedito lo sviluppo sociale e culturale e in generale si sono opposte a qualsiasi miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni.
Caratteristica di tutti i regimi arabi reazionari è l’assenza di libertà, di democrazia politica, di giustizia sociale:la repressione viene sempre usata contro il popolo. “Non c’è voce più alta di quella della battaglia” è lo slogan più ripetuto dalla propaganda antisra
Noi del FPLP sosteniamo il
Da più parti ci si chiede quali potrebbero essere le ripercussioni politiche del risveglio arabo sul contesto palestinese: noi del FPLP, pur esprimendo solidarietà alle masse arabe e alla loro lotta per la libertà, temiamo che l’islamismo radicale finisca per dirigere politi
Noi appoggiamo le rivolte quando queste si battono per la giustizia sociale e la modernizzazione delle società ma siamo fervidi nemici dei governi islamici sponsorizzati dall’imperialismo internazionale.
Come confidare nei consigli rivoluzionari a guida Nato?
Crediamo che dopo la caduta del
Perchè la rivoltà in Siria è stata immediatamente portata all’attenzione del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, mentre quella Yemenita è stata prontamente dimenticata dai mass media e rimossa dall’agenda politica internazionale?
L’imperialismo ha sempre stretto alleanze con i regimi oppressivi e questa volta non andrà diversamente. I gendarmi mondiali sono alla ricerca di nuovi alleati in Medio Oriente; le trattative con i talebani in Afganistan sono una realtà. L’imperialismo è disposto ad allearsi con chiunque sia disposto a tutelarne gli interessi. In Medio Oriente, la storia ci insegna che la politica di egemonia a stelle e strisce si sia materializzata nello Stato sionista, usato come vera e propria testa d’ariete per difendere gli interessi geopolitici dell’imperialismo americano.
Per concludere possiamo dire che in tutti i casi è troppo presto per fare un bilancio della primavera araba; crediamo che l’ebollizione sociale araba sia solo agli inizi; questo processo avrà tempi lunghi e comunque si concluda aiuterà i palestinesi a comprendere più chiaramente di chi potrà fidarsi e di chi no.
Come si spiega il nuovo protagonismo di Erdogan in chiave filopalestinese?
E’ di ieri la notizia di una pesante offensiva del governo turco contro le basi del PKK in Iraq. Come è possibile che la Turquia kemalista mentre reprime i Curdi, si candidi a paladina dei diritti dei palestinesi?
I curdi hanno pieno diritto all’autodeterminazione. Noi consideriamo i comunisti del PKK di Öcalan come nostri compagni.
La Turchia è un membro della Nato. Il governo di Erogan vuole essere il più filo-palestinese dei governi mediorientali proprio per guadagnarsi i consensi degli islamisti;la strumentalizzazione turca dell’eccidio commesso dallo Stato sionista ai danni della Freedom Flottiglia va letta in questo senso. Ma dietro ai proclami antisionisti di Erdogan si intravede una regia americana: Washington infatti, preme affinchè la Turchia in quanto paese sunnita, esporti il proprio modello di democrazia islamica e si costruisca un ruolo di primo piano nella regione.
La stessa cosa è successa col Qatar: mentre, grazie ai reportage di Al-Jazeera si è erto a statarello filo-palestinsese, nei fatti ha dimostrato di essere un alleato fedele della politica di Obama. In Qatar poi, non va dimenticato, si trova la base americana più grande del mondo.
Il colonialismo francese e inglese hanno disegnato a tavolino gli attuali confini degli Stati arabi; il neocolonialimo è oggi americano ed europeo; da quando non c’è più l’Unione Sovietica l’ Europa e gli Stati Uniti sono entrati in competizione fra loro per il controllo geopolitico della regione.
Quali sono attualmente il livello di radi
Dopo Oslo il movimento nazionale palestinese è arretrato; l’accordo di Oslo non è stato un accordo tra palestinesi e sionisti ma tra due leadership patrocinate dalla “comunità internazionale”. Si è trattato di un accordo politico enorme. La conseguenza principale ha riguardato le aspettative dei palestinesi; se prima queste guardavano con speranza ad una rivoluzione anticoloniale, dopo Oslo si sono concentrate solo sui negoziati. Sono molti i palestinesi che pensano che dopo aver ottenuto l’Autorità (ANP) otterranno anche lo Stato.
La sinistra palestinese, soprattutto il FPLP, ha risentito negativamente dell’implosione del blocco socialista e dell’entrata in crisi delle sinistre rivoluzionarie in tutto il mondo.
Una volta entrati nella fase di globalizzazione neoliberista, cioè nella fase di imperialismo mondiale, si è diffusa l’idea che la sinistra scommettendo sul socialismo avesse puntato sul cavallo sbagliato.
Ma le grandi crisi economiche in America e in Europa,con il loro carattere sistemico, ci dimostrano che il marxismo ha avuto ragione sull’origine dello sfruttamento dei popoli. In Italia, come in Spagna e nell’Europa intera, il sistema capitalista è entrato in una crisi irreversibile che non riuscirà a risolvere: l’opposizione anticapitalista e antimperialista, dopo decenni di arretramento, sono nuovamente destinate a crescere.
Molti movimenti marxisti sono spariti o versano in pessime condizioni, è vero: anche se resta una forza politico-militare con ancora molte carte da giocare anche il FPLP ha innegabilmente subito un arretramento; all’origine di questa crisi oltre alla già citata implosione dell’Unione Sovietica e dell’immaginario socialista in generale, c’è stata, dopo Oslo, l’ascesa dell’Islam politico. Il nostro popolo purtroppo è molto religioso. I movimenti religiosi come Hamas hanno ricevuto enormi finanziamenti economici dall’Arabia Saudita, dalla Siria e dall’Iran; dall’altra parte l’Anp è stata coccolata dall’Europa, dagli Stati Uniti e dallo Stato sionista. Il FPLP non ha ricevuto aiuti da nessuno e ha comunque resistito. Durante l’intifada di Al-Aqsa migliaia di suoi militanti e sostenitori sono stati uccisi o imprigionati:il proprio leader Abu Ali Mustafa è stato ammazzato e il suo successore Ahmed Saadat è stato incaracerato. Ciò nonostante il FPLP ha mantenuto la sua posizione di resistenza irriducibile all’occupazione sionista: la lotta di
Quali sono le condizioni di salute di Ahmed Saadat?
Ahmed Saadat è da 21 giorni in sciopero della fame, da quattro anni in isolamento. Ieri il suo
L’unidici novembre il consiglio di sicurezza della Nazioni Unite si esprimerà sulla richiesta del riconoscimento dello Stato palestinese avanzata un mese fa da Abu Mazen; il FPLP sembra,aver seppur cautamente appoggiato tale iniziativa diplomatica mentre organizzazioni come Hamas o Jihad Islamica si sono mostrate molto scettiche quando non direttamente contrarie.
Il FPLP è sempre stato contrario ai negoziati già fin dall’epoca di Oslo: la nostra è stata ed è una lotta di popolo. Quanto alla richiesta del riconoscimento dello Stato all’Onu, il FPLP pensa che rappresenti un passo in avanti ma che non sia sufficiente; aiuterà comunque a far capire una volta per tutte chi ci appoggia e chi no. Molti pensano che Obama abbia una politica filo-palestinese: la votazione al consiglio di sicurezza chiarirà a tutti da che parte stia Obama e indirettamente rimetterà al centro dell’agenda politica palestinese la lotta di
Appoggiare anche se con delle riserve la richiesta di Abu Mazen non rischia di legittimare, tra le tante cose, la rimozione della questione dei profughi, la negazione del diritto al ritorno?
L’inizativa di Abu Mazen fallirà. Gli Stati Uniti useranno il diritto di veto e si giungerà ad un nulla di fatto. Lo sappiamo. Ma questa strada per quanto tortuosa e innefficace era preferibile a quella dei negoziati diretti. In tutti i casi non ci sfuggono le pericolose conseguenze nel caso, comunque improbabile, del riconoscimento di uno Stato da parte delle Nazioni Unite: i profughi non potrebbero tornare nei territori occupati del ‘48 e la rappresentanza politica del popolo palestinese attualmente esercitata dall’OLP passerebbe nelle mani dell’Autorità Nazionale con tutte le conseguenze disastrose che ne deriverebbero. L'OLP gode attualmente dello status permanente di "osservatore" all'interno dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite; l’OLP è l’unico legittimo rappresentante del popolo palestinese; e se un giorno ci sarà una Stato palestinese questo dovrà essere guidato dall’OLP e non dall’Autorità Nazionale.
Come credi che le organizzazioni della sinistra rivoluzionaria e in generale quelle solidali con la causa palestinese possano aiutare il FPLP?
Il vostro dovere è lottare nel vostro Paese per
Noi guardiamo con interesse ai movimenti sociali europei e americani. Lo Stato sionista può incassare e metabolizzare senza troppi problemi gli attacchi di Hezbollah e della resistenza palestinese. Il progetto sionista non finisce con quei 5 milioni di ebrei che occupano la nostra terra; e’ un progetto internazionale che richiede una risposta internazionale. La nostra non è una guerra di religione tra ebrei e mussulmani: c’è stata fin dall’inizio del conflitto una volontà europea e americana di appoggiare la causa ebraica e questo a spese del popolo palestinese.
La Palestina non è il Kurdistan, nè la Cecenia nè il Kashmir. La lotta palestinese è sempre stata una lotta internazionale perchè internazionale è stata la responsabilità dell’occupazione sionista. Di conseguenza la lotta palestinese rappresenta solo la punta più avanzata della lotta dei popoli contro i progetti dell’imperialismo internazionale.
Noi abbiamo bisogno di stare nella stessa barricata dei compagni europei e americani. Noi potremo vivere insieme agli ebrei in questa terra ma ciò avverrà solo quando questi rinunceranno al sionismo.
Il sionismo è una malattia dell’ebraismo, è razzismo finanziato dall’Occidente, è l’Occidente stesso piantato in terra araba.
Il nostro successo sarà frutto della partecipazione mondiale dei popoli alla nostra lotta. Non potremo mai vincere da soli: la lotta di un popolo per la sua autodeterminazione deve sempre poter contare- e più che mai in un mondo globalizzato come questo- sulla complicità internazionale.
Se la libertà e la giustizia sociale giungeranno nel mondo arabo ciò aiuterà la nostra causa nazionale. Lo Stato sionista ha paura del progresso arabo e della democratizzazione dei regimi perchè costituirebbero un enorme ostacolo alla colonizzazione.
La lotta palestinese è prima palestinese, poi araba e infine internazionale. Da soli non potremo andare molto lontano.
Ogni colpo inferto al capitalismo italiano, europeo e americano è un colpo al nemico sionista..e viceversa.
20/10/11, Betlemme.
pc 24 ottobre - Asti ..Detenuti denudati e picchiati»
Asti, a processo cinque agenti
Gli uomini della polizia penitenziaria
accusati di vessazioni contro due prigionieri
MILANO - Cinque agenti della polizia penitenziaria, in servizio nella casa circondariale di Asti, sono stati rinviati a giudizio con l'accusa di aver picchiato e sottoposto a vessazioni due detenuti: entrambi sono stati lasciati per alcuni giorni, in isolamento, completamente nudi in una cella priva di vetri alla finestra, di materasso, di lavandino e di sedie; per vitto è stato fornito loro solo pane ed acqua. Ai due, inoltre - secondo l' accusa - veniva impedito di dormire. Il processo contro i cinque agenti penitenziari comincerà il 27 ottobre ad Asti. (Fonte Ansa)
I RACCONTI DEI DETENUTI - A denunciare gli agenti sono stati Claudio Renne e Andrea Cirino. Il primo - si legge negli atti dell'inchiesta - fu portato nel 2004 in una cella di isolamento, come punizione per aver cercato di placare un diverbio tra un agente e un altro detenuto. Secondo Renne, la cella è priva di materasso, sgabelli e acqua; la finestra priva di vetri. Il detenuto racconta di essere rimasto nella cella per due mesi, i primi due giorni completamente nudo. Il cibo, racconta, è limitato a pane e acqua, ma a volte gli agenti gli lasciano dietro la porta della cella il vitto del carcere che lui può vedere ma non prendere. Le botte si ripetono più volte al giorno, calci e pugni su tutto il corpo, tanto che gli sarà riscontrata la frattura di una costola oltre ad una grossa bruciatura sul volto causata da un ferro rovente. Tra il dicembre 2004 e il febbraio 2005 anche Andrea Cirino viene tenuto in isolamento, per 20 giorni. La notte, racconta, gli agenti gli impediscono di dormire battendo le grate della cella, il giorno viene picchiato ripetutamente, gli viene negata l'acqua. Cirino, in seguito, tenterà il suicidio per impiccagione.
LE INTERCETTAZIONI - «Dalle intercettazioni e dalla relazione di polizia giudiziaria emergono particolari inquietanti», afferma Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone, che ha chiesto di costituirsi parte civile al processo. «Nel carcere di Asti - aggiunge - vigeva una cultura diffusa di violenza da parte dei poliziotti e di indifferenza da parte di medici e direttore». Un assistente di polizia penitenziaria dello stesso carcere nel 2006 testimonia: «Nel caso in cui i detenuti risultino avere segni esterni delle lesioni, spesso i medici di turno evitano di refertarli e mandano via il detenuto dicendogli che non si è fatto niente o comunque chissà come si è procurato le lesioni. Inoltre lo convincono a non fare la denuncia dicendogli che poi vengono portati in isolamento e picchiati nuovamente». In una intercettazione ambientale tra uno degli imputati e un altro agente del carcere, il primo afferma: «Ma che uomo sei... devi avere pure le palle... lo devi picchiare... lo becchi da solo e lo picchi... io la maggior parte di quelli che ho picchiato li ho picchiati da solo...».
IL SINDACATO - «Personalmente non ci credo». Donato Capece, segretario del maggiore sindacato di polizia penitenziaria, il Sappe, prima di dire la sua sul rinvio degli agenti, chiede delucidazioni al rappresentante sindacale locale. I due detenuti che hanno denunciato di aver subito vessazioni tra il 2004 e il 2005 «avevano aggredito i nostri agenti - riferisce Capece - e per questo sono stati mandati in isolamento. Probabilmente c'è stata una colluttazione». Capece precisa comunque: «Non vogliamo dare l'impressione di coprire qualcuno. Perciò, se gli agenti hanno usato le maniere forti, è giusto che ne rispondano all'autorità giudiziaria. È facile sparare contro la Croce Rossa e contro la polizia penitenziaria. I fatti - conclude - vanno prima accertati». (Fonte Ansa).
http://www.corriere.it/cronache
pc 24 ottobre - violenze contro i NO TAV
Mi è giunta notizia che alcuni bastardi hanno devastato, derubato e distrutto molte cose dell'ostello Conte Rosso ad Avigliana, gestito da Nicoletta Molinero, Giada De Biasi ed altri.
Hanno distrutto tutti i riferimenti NO TAV presenti e fatto scritte sui muri (sembrerebbe) in puro stile mafioso ed in puro stile SI TAV, come accaduto quando hanno bruciato i presidi di Brogone e Bruzolo.
Sicuramente ha dato molto fastidio la grande riuscita della manifestazione di ieri ed hanno cercato di spaventare il Movimento e le sue tante anime.
Chiedo alle dirette interessate di dare notizie più certe e chiare.
Propongo un'immediata risposta dal Mvimento e Comitati con un comunicato stampa o altre idee che verranno proposte.
Non ci spaventeranno mai perchè noi abbiamo il coraggio delle nostre azioni e le facciamo in pieno giorno e a volto scoperto.
Abbiano il coraggio e le palle per farsi vedere.
BASTARDI !!!
Alberto di Vaie
pc 24 ottobre - contro le perquisizioni a napoli per il il 15 ottobre
Scritto da redazione
Venerdì 21 Ottobre 2011 12:36
LO SLAI COBAS DELLA FIAT POMIGLIANO ESPRIME PIENA SOLIDARIETA’ AI DUE COMPAGNI DELL’ESECUTIVO REGIONALE CAMPANO DELL’USB ED AI MILITANTI DEI MOVIMENTI DI LOTTA CHE HANNO SUBITO
Con un centinaio di farsesche ed inconcludenti perquisizioni (tra l’altro condotte ‘a casaccio’ all’evidente ed unico scopo politico di operare una gravissima strumentalizzazione mediatica finalizzata alla criminalizzazione preventiva delle lotte dei lavoratori e del crescente disagio sociale) effettuate a Napoli (in sintonia con le precedenti provocazioni della Questura di Napoli messe in atto in coda alla manifestazione in occasione dello sciopero generale del sindacalismo di base dello scorso 7 settembre) ed in tutta Italia, e i coincidenti divieti (formali e/o sostanziali) a manifestare a Roma ed in Val di Susa, sta prendendo forma, corpo e visibilità la riedizione dello
Se l’aggravarsi della crisi rappresenta l’occasione per un nuovo - non più insostenibile! - e pesante attacco alle condizioni di vita e di lavoro ed ai diritti degli operai e dei lavoratori in generale, sia ‘fissi’ che precari, con l’obiettivo di “tutelare” i profitti e i diritti del capitale a discapito di questi settori sociali e quelli collegati che rappresentano la maggioranza della popolazione, come Slai cobas non intendiamo limitarci ad esprimere la nostra pur sentita e partecipata solidarietà ma intendiamo continuare ad adoperarci, oggi più che mai, al forte contrasto sindacale nelle fabbriche, a partire da Pomigliano, del piano-Marchionne nella sua grave e rilanciata valenza specifica e generale e la riproposizione ‘a tutti’ delle collaterali e centrali ‘discriminanti di necessità’ affinché si riapra il dibattito sulla ricostruzione di un sindacato di classe e di massa e di un polo realmente rappresentativo, su scala nazionale, degli interessi dei lavoratori e dei settori sociali collegati.
Slai cobas Fiat Alfa Romeo - Pomigliano
Slai cobas coordinamento provinciale di Napoli – 19/10/2011
pc 24 ottobre - due operai finalmente reintegrati in fabbrica allla Fiat Pomigliano
Si tratta della prima significativa sconfitta di Marchionne: una importante vittoria dello Slai cobas che da forza e rilancia il contenzioso nazionale contro i licenziamenti politici e quelli “facili”” attuati dalla Fiat a piene mani in questi anni nelle fabbriche di tutta Italia e che sbaraglia l’illecita pretesa aziendale di disattendere l’esecuzione delle sentenze della magistratura.
Franco Manna e Rosario Monda (allora delle DHL poi reinternalizzata Fiat, che a differenza degli altri non erano ancora stati reintegrati al lavoro) sono 2 degli 8 operai licenziati per le assemblee del 2006 alla Fiat Pomigliano dove, con lo Slai cobas, oltre 4.000 operai nei due turni di lavoro contestarono a “muso duro”
Ci sono voluti ben 5 anni di “lotta giudiziaria” e numerosi pronunciamenti di condanna della Fiat- in due livelli di giudizio - sia per comportamento antisindacale ex art. 28 dello Statuto dei lavoratori che nei “meriti individuali”, una querela depositata in gennaio 2011 dallo Slai cobas al Tribunale di Nola contro la Fiat per “inottemperanza degli ordini della magistratura”, vari sequestri operati dai legali dello Slai cobas per oltre 140.000 euro sui conti correnti Fiat ed altri ancora in corso, e una denuncia per “esecuzione coatta con la forza pubblica” per la reintegra in fabbrica dei due operai che si sarebbe dovuta discutere il prossimo 1 dicembre al Tribunale di Nola (giudice dell’esecuzione dott. Enrico Ardituro).
Nel frattempo, mentre si attende a giorni il pronunciamento del giudice del lavoro sulle cause in corso contro la discriminazione per la collocazione in cigs a zero ore degli iscritti allo Slai cobas già si preannunciano ulteriori e forti iniziative giudiziarie “di massa” con ricorsi congiunti lavoratori-sindacato contro la pretesa “selezione politica” già in atto nelle assunzioni da Fiat Auto alla newco di Fabbrica Italia e contro lo spettro dei licenziamenti.
Slai cobas Fiat Alfa Romeo e terziarizzate – Pomigliano d’Arco, 20/10/2011
LAST_UPDATED2
pc 24 ottobre - Palermo operai salgono sul tetto della fabbrica e bloccano l'autostrada
Palermo: rischio chiusura fabbrica, operai salgono su tetto
Palermo, 24 ott. - (Adnkronos) - Un gruppo di operai e' salito sul tetto della fabbrica nella zona industriale di Carini, nel palermitano, un altro gruppo ha bloccato la statale 113 all'altezza dello stabilimento Italtel. Prosegue cosi' la protesta dei lavoratori della Effedi, l'azienda che produce veicoli commerciali da 25 anni nel palermitano, da giorni in assemblea permanente per chiedere che l'azienda non venga ceduta. A rischio ci sono 67 posti di lavoro, come ribadisce Ludovico Guercio Segretario Provinciale Fim Cisl Palermo ''se l'operazione di vendita proseguira' lo stabilimento chiudera' non possiamo permetterlo per il futuro dei lavoratori, delle loro famiglie e per quello del gia' sofferente tessuto economico della zona'' . L'azienda di Ortona interessata all'acquisto manterrebbe soltanto 15 lavoratori e sposterebbe la produzione verrebbe in provincia di Chieti. I sindacati hanno chiesto l'intervento del Prefetto ''affinche' intervenga presso gli istituti bancari per sostenere l'azienda e scongiurare il rischio di chiusura''.pc 24 ottobre - ancora sul 15 ottobre a roma - da askatasuna torino
L’indignazione di mezzo milione di persone in Piazza della Repubblica e la rabbia di migliaia di giovani in Piazza San Giovanni restituiscono i fotogrammi su cui crediamo vada costruita l’eredità della prima grande manifestazione dell’autunno dell’austerity e della crisi generalizzata del sistema istituzionale ed economico italiano. La dimensione di massa dell’opposizione alle misure del governo e della BCE, che si inseriscono in una generale perdita di credibilità della classe politica e dei suoi meccanismi di riproduzione, si è associata alla partecipazione di una composizione sociale diversificata, espressione di una profonda trasformazione della società e del modo di vivere la politica, la partecipazione, il dissenso. Il divieto, da parte del Ministero degli Interni e della questura della capitale, di portare l’acampada sotto i palazzi della casta ha rappresentato un gesto di chiusura e arroganza che ha determinato l’anomalia che ha accompagnato l’avvicinamento e lo sviluppo della giornata del 15 ottobre. Con una scelta insensata, il comitato organizzatore ha deciso di accettare questa imposizione, rinunciando a circondare la casta e preferendo convogliare la manifestazione altrove, allestendo un programma costituito da una serie di comizi. È inutile – per tutti – nascondere che questa scelta è stata sbagliata, apparendo incomprensibile, oltre che autoreferenziale, alla stragrande maggioranza dei partecipanti alla manifestazione.
Il cartello degli organizzatori non aveva la forza politica e la rappresentatività necessarie per imporre all’indignazione italiana una deviazione dal sentimento e dalle pratiche della globalrevolution. Lo si è visto nella partecipazione residuale all’assemblea di Via Nazionale indetta dagli organizzatori il 29, così come nella presenza di massa, il 30, agli spezzoni metropolitani, precari e antagonisti che li hanno preceduti in corteo. Non riteniamo che sulle azioni prodotte in Via Cavour da gruppi di manifestanti, di diverso orientamento e dinamiche di affinità, debba concentrarsi la nostra analisi. È tuttavia chiaro che incendiare automobili lungo il percorso di una manifestazione di massa, ben sapendo che la stragrande maggioranza dei presenti è del tutto contraria a un simile atto, significa esprimere un disprezzo profondo per il corteo, attraverso un gesto che non conduce a nessuna prospettiva di allargamento del consenso e di produzione di conflitto sociale. Episodi simili hanno mostrato che l’autoreferenzialità è ben distribuita tra i soggetti politici tradizionali del movimento italiano, siano essi orientati a un avanguardismo senza seguaci o alla deriva istituzionale, e non è in grado, ad ora, di interpretare la ricchezza e le potenzialità dei soggetti che si stanno affacciando sulla scena del Mediterraneo e più in generale del pianeta. L’assenza di una prospettiva condivisa nel movimento, unita alla tensione causata dalla decisione di lasciarsi alle spalle il nemico, anziché raggiungerlo, ha favorito ulteriori dinamiche scompositive nella manifestazione.
La rivolta di Piazza San Giovanni e delle vie limitrofe, al contrario, ha rappresentato il momento ricompositivo, conflittuale, espressione dell’irrappresentabilità di una componente a vocazione maggioritaria nel corteo. Rivolta, si badi, non semplice resistenza: perché se a tutte e tutti coloro che hanno resistito è parso atto dovuto difendere la manifestazione, è innegabile che i numeri e l’entusiasmo di chi si scontrava con la polizia, o di chi rifiutava di abbandonare la piazza agli idranti e ai caroselli, esprimevano una rabbia accumulata in anni di sfruttamento di settori giovani e precari, di umiliazione delle donne, di restrizione degli spazi culturali e politici nel nostro paese, di peggioramento delle condizioni di reddito e di vita. Una rabbia che avrebbe voluto avere come obiettivo il ceto politico di Montecitorio e che, per una sorte ironica ma istruttiva, ha semmai reso impossibile la kermesse di Piazza San Giovanni. Serve a poco, ora, cercare responsabili in questa o quell’altra area di movimento o attivare guerre di bandierina; occorrerebbe, semmai, concentrarsi sulla lettura di una composizione sociale abbastanza ampia e complessa da rendere possibile quanto accaduto.
Già il 14 dicembre, in un contesto differente, una parte del movimento studentesco visse come un problema l’emergere di una volontà di delegittimazione di massa, in piazza, del governo e del sistema dei partiti, salvo poi operarne un recupero tardivo e ambiguo. Allora l’errore fu non comprendere le indicazioni e non impegnarsi a decifrare la tendenza segnalata da quella giornata: una tendenza che parlava dei giovani, e di tutto il paese. Si preferì consumare la rottura unilaterale del movimento studentesco in nome di una svolta riformista che i soggetti metropolitani dell’oggi non conoscono e non possono comprendere. A che serve, allora, lisciare dalla parte del pelo l’altra composizione sociale del 15 ottobre, quel ceto medio impoverito, spesso politicamente impreparato e facile preda di pruriti legalitari, che inorridisce di fronte alla rabbia di San Giovanni? Non sarebbe più utile rendersi conto che tanto quel ceto medio quanto la massa precaria che ha affrontato le forze dell’ordine possiedono potenzialità soggettive che vanno al di là dei programmi dai ceti politici di movimento maturati sul G8 di Genova? Queste due componenti sociali, queste due sensibilità diverse e a volte opposte, devono parlarsi, comprendersi come settori in trasformazione di un soggetto sociale globale che vede, qui come altrove, l’immiserimento del reddito e l’indebitamento a vita uniti alla compressione degli spazi e dei tempi liberi dal lavoro.
A questo, e non ad altro, servono le soggettività politiche di movimento in questo paese: a produrre allargamento della composizione del dissenso nei territori, a generalizzare le istanze di lotta, a creare momenti di sintesi e di rottura, in avanti. Non servono a combattere per l’egemonia fine a sé stessa, per una poltroncina in parlamento, per ottenere due consiglieri comunali qua e là. Nell’esprimere solidarietà incondizionata alle arrestate e agli arrestati, che erano con noi nella ribellione di San Giovanni, rilanciamo l’appello a coltivare l’indignazione, a promuovere la discussione, la mobilitazione e la progettualità del dopo 15 ottobre nelle scuole, nei quartieri, tra i precari e i migranti, nei territori in lotta contro la devastazione ambientale. I soggetti in grado di produrre trasformazione non sono nel “movimento” come sommatoria di aree o, peggio, di inclinazioni ideologiche. Occorre interrogare i soggetti, osservare, compiere ancora una volta un passo nella direzione dell’inchiesta, della domanda, perché le risposte vengono dall’esperienza, e persino i leaderini più saccenti, qui, rischiano di apparire ingenui e frastornati. Non c’è vittoria dei movimenti sociali senza autonomia dei movimenti, là dove l’autonomia non è un gruppo, non è un partito, non è un’ideologia né un’area politica di ieri o di oggi: è un progetto, un’idea, una tendenza, un’assenza, qualcosa a venire. Il 15 ottobre ha scontato la negazione dell’autonomia decisionale e politica dell’indignazione italiana e precaria: un rimosso che continuerà a tornare a galla, fino a quando non ci renderemo conto che compito di tutte e tutti è, semmai, farne una strategia.
NETWORK ANTAGONISTA TORINESE
CSOA ASKATASUNA – CSA MURAZZI – COLLETTIVO UNIVERSITARIO AUTONOMO – KOLLETTIVO STUDENTI AUTORGANIZZATI
pc 24 ottobre - successo a Tolosa del meeting per la liberazione di Georges Ibrahim Abdallah
i compagni francesi del PCm F vi hanno partecipato anche per noi

la cronaca in francese della manifestazione
samedi 22 octobre, une centaine de personnes se sont réunies à Toulouse pour exiger la libération de Georges Ibrahim Abdallah. De nombreuses organisations étaient représentées : Coup Pour Coup 31, OCML-VP, NPA 31, Secours Rouge Arabe, Collectif pour la Libération de Georges Ibrahim Abdallah, AGEN, Comité Anti-Impérialiste, AFPS Pau, EuroPalestine Toulouse, PCmF, JCML, Libertat, AGET-FSE etc.
L'article s'enrichira dans les prochains jours, notamment des interventions des autres organisations.
Par ailleurs, un rassemblement lundi 24 octobre est organisé à Clermont Ferrand, voir l'appel ICI
Un rassemblement a eu lieu aussi vendredi 21 octobre organisé par le Secours Rouge/APAPC à Bruxelles, voir le compte rendu du rassemblement ICI

Ci-dessous l'intervention de Georges Ibrahim Abdallah faite à l'occasion du rassemblement :
Cher«e»s Camarades, cher«e»s ami«e»s,
À l’aube de cette 28e année de captivité votre mobilisation solidaire me va droit au cœur ; elle m’apporte beaucoup de force et d’enthousiasme.
Ce ne sont pas que des mots ! Vous savez Camarades, quand on est dans ces sinistres lieux depuis tant d’années, c’est toujours avec une intense émotion que l’on perçoit les initiatives des ami«e»s et des camarades rassemblés tout près ou à quelques kilomètres seulement de nos lieux de détention… Et c’est toujours avec une vive émotion aussi que l’on peut leur signaler, et souvent maladroitement d’ailleurs, la chaleur et la force qu’ils nous apportent ici par leur simple présence solidaire…
Vous voyez Camarades, votre rassemblement aujourd’hui ne peut certainement pas mieux tomber… En effet, cette semaine a été vraiment très riche en événements ayant rapport à la captivité, la solidarité et la lutte derrière les abominables murs, tout particulièrement en Palestine. Cette Palestine, quoi que l’on dise, demeure un des principaux leviers de la révolution arabe ; un trait d’union entre le mouvement des masses dans les diverses entités arabes. Tout ce que s’y passe trouve un grand écho immédiat dans tout le monde arabe ; et à ce niveau, les impérialistes de tous bords ne s’y trompent pas. C’est pourquoi d’ailleurs les États-Unis ont vite exprimé leur désapprobation de l’accord concernant la libération des combattants Palestiniens ces derniers jours.
Des milliers, des dizaines de milliers attendaient à Gaza et en Cisjordanie ce mardi 18 octobre ; tout un peuple attendait : des vieux, des jeunes, des enfants, tous attendaient de très bonne heure…Ils attendaient le père, la mère, le frère, la sœur, le fils, la femme, le mari ou tout bonnement le camarade ou le voisin… En fait ils les attendaient depuis toujours depuis une éternité… Pour certains d’entre eux depuis avril 1978, jour de leur enlèvement et de leur disparition derrière les abominables murs…
Finalement Camarades, la Résistance Palestinienne vient de les arracher aux griffes sionistes… Un peu plus de mille combattantes et combattants viennent d’être libérés…
C’est un grand jour dans l’histoire de la lutte palestinienne…
La Résistance a pu imposer la libération des camarades originaires du territoire occupé en 1948 et du plateau de Golan ainsi que d’Al Qods. C’est une première dans le parcours de la lutte antisioniste et c’est vraiment très important… L’unité de tout le peuple palestinien se trouve ainsi affirmée avec force et c’est d’une importance capitale dans la période actuelle.
Certes, la Résistance a dû accepter que certains des camarades originaires de Cisjordanie soient obligés de rester à Gaza loin de leur famille. Pire encore, elle a dû accepter aussi que 40 de ses plus valeureux combattants soient expulsés pour un temps en dehors de la Palestine vers des pays frères ou amis et bien entendu c’est contraire aux lois internationales. Cependant, ce qui est le plus douloureux Camarades, c’est que la Résistance n’a pas pu obtenir la libération de tous les camarades, surtout pas ceux dont les conditions de détention sont les pires, à savoir ceux qui se trouvent à l’isolement depuis, pour certains d’entre eux, une bonne dizaine d’années…
Camarades, il en est toujours ainsi des tourments du peuple palestinien : les moments d’allégresse et de grande joie ne sont que l’autre face de profondes blessures et d’énormes douleurs que les criminels sionistes font tout pour démultiplier et pérenniser.
Quoi de plus douloureux camarades, qu’au moment de la libération après 33 longues années de captivité le militant s’en allant vers la liberté se voit obligé de laisser dans les sinistres lieux des camarades en pleine grève de la faim !
Certainement, il va falloir compter, entre autres, sur la mobilisation solidaire pour faire cesser les mauvais traitements dont nos camarades font l’objet dans les geôles sionistes et en premier lieu en finir avec le régime d’isolement qui leur est appliqué… En attendant que la Résistance fasse le nécessaire et les arrachent aux griffes des leurs geôliers, il faut tout faire Camarades, pour être à leurs côtés dans cette grève de la faim qu’ils observent depuis le 27 septembre…
Camarades, comme vous savez, la solidarité et particulièrement la solidarité internationale, est une arme indispensable pour ceux et celles qui résistent dans les geôles sionistes de triste mémoire.
Je sais très bien, camarades, et notre peuple le sait aussi. Quand il s’agit de solidarité prolétarienne internationale les communistes répondent toujours : présents. Leur place est aux premiers rangs de ceux et celles qui se mobilisent contre l’injustice et pour l’avènement d’un monde meilleur.
À bas l’impérialisme et ses chiens de garde sionistes
et autres réactionnaires arabes !
Toute la solidarité avec les camarades qui résistent dans les geôles sionistes !
Honneur aux martyrs et aux peuples en lutte !
La solidarité est une arme, faisons-en bon usage !
Ensemble, Camarades, nous vaincrons et certainement ce n’est qu’ensemble que nous vaincrons.
À vous tous, mes plus chaleureuses salutations révolutionnaires camarades et à travers vous à tous les camarades qu’on vient de libérer et à ceux et celles qui résistent dans les geôles sionistes.
Votre camarade Georges Abdallah.
22/10/2011
pc 24 ottobre - Don Mazzi il prete scomododell’Isolotto è morto!
23 ottobre 2011 Don Mazzi , l’icona dei preti “indignados” del 68 e colui che portò lo spirito della Resistenza e della democrazia nel cuore del popolo della Chiesa ci ha lasciato!
http://www.pugliantagonista.it/archivio/don_mazzi.htm
Nell’era dei media in cui è la notizia più sensazionale quella che fa audience . la morte di un vecchio prete che da giovane era stato un gran rompicoglioni è stata cancellata dalle prime pagine di giornali e tv nascosta dalla morte di un campione di moto o da una “troppo pacifica” manifestazione NO TAV.
Ci tocca a noi, che fummo allievi di questo “cattivo maestro” della Chiesa, a ricordarlo con gioia e tanto dolore per la sua scomparsa, riflettendo quanto influirono, nel mondo cattolico più sensibile alle istanze sociali, le battaglie che Don Mazzi e tanti preti “impegnati” condussero per poter far sì che la comunità religiosa fosse parte integrante di quelle istanze di cambiamento provenienti dall’intera Umanità , esattamente 50 anni fa ,
La richiesta era che la Chiesa contribuisse a far riacquistare il senso della ragione al mondo di allora, mettendo da parte le illusioni che un capitalismo rampante e neocolonialista elargiva ad una parte del mondo, per rapinarne un’altra, con la benedizione della Chiesa in nome dell’anticomunismo e del “meglio morti che rossi”.
Ricordare Don Mazzi, senza parlare della comunità dell’Isolotto, sarebbe una bestemmia e lo faremo con le sue parole quando intervistato da Carlo Falconi che scriveva per l’Espresso gli chiese quali furono le “cause eccezionali”che portarono alla nascita di quella esperienza cattolica di base che fu esempio e guida per tante altre comunità che nacquero in tuta Italia segno di un movimento di “indignados” della Chiesa cattolica degli anni 60.
“…L’Isolotto fu l’incontro di preti non assimilati al sistema con una popolazione sradicata da altri luoghi che si ritrovò ad iniziare una vita in un quartiere in cui si doveva ricominciare da zero. Una realtà urbanistica sociologica assolutamente originaria che rese possibile ai suoi abitanti di organizzarsi e strutturarsi autonomamente. “…
Ma quale la differenza tra le realtà dei tanti quartieri ghetto che crescevano come fughi e satelliti delle città industriali in espansione in quei travolgenti anni 60?
“…Ebbene se i suoi abitanti avessero deciso di omologarsi l’Isolotto non sarebbe mai nato, invece essi decisero di fare esclusivamente da sé e tutti insieme, in piena autonomia, dopo aver discusso di ogni decisione ed averla adottata a maggioranza”…
In questo contesto il merito di don Mazzi , inviato come parroco dal cardinale Elia Dalla Costa fu quello di rifiutare di imporre la struttura della parrocchia-tipo e si rivolse ai parrocchiani chiedendo cosa desideravano che si facesse insieme. Insomma portò lo spirito più vero del messaggio di Cristo, che mutueremmo con il detto maoista, che il prete come il vero comunista debbono “servire il popolo”.
L’incontro tra un popolo “senza radici” in un quartiere che doveva essere ghetto di emarginazione e un prete che anche lui aveva provato sulla propria pelle il senso dell’abbandono traumatico, con la morte prematura della madre, fu esplosivo.
Il giovane don Mazzi entrato in seminario nel 1940, l’anno in cui l’Italia entrava in guerra, e vi rimase sino al 1949, ma già allora diede segno di essere un bastian contrario, evitando di passare il suo tempo libero tra preti e seminaristi e preferendo trascorrerlo con i contadini del Mugello, credenti sinceri ma sfiduciati della Chiesa, troppo lontana e sorda alle loro esigenze.
Grazie ad un prete suo compaesano, che lo mise a conoscenza della esperienza dei preti –operai di Francia e la lettura degli scritti del cardinale Suhard, di padre Loew, don Michonneau, ma innanzi tutto grazie all’incredibile fortuna di avere don Lorenzo Dilani suo compagno di studi col quale tradusse il libro “Francia , paese di missione” di Godin, andò a maturare l’idea di voler realizzare le speranze che aveva raccolto dall’umile gente della sua terra, uscendo fuori dalle strade battute dai suoi confratelli, come un NO TAV che si avventura per i sentieri di montagna per aggirare gli sbarramenti delle truppe di occupazione in Val Susa.
.
Quando nel ’54 fu inviato all’Isolotto, dal cardinale Dalla Costa, si convinse di aver raggiunto la Terra Promessa: poteva cominciare partendo da zero come lo avevano fatto gli Apostoli alla nascita della Chiesa.
Nel quartiere non vi era né parrocchia , né canonica ed aveva a disposizione solo due stanze in una casa in comune in un lotto di INA-Case.
Ad affiancarsi a lui giunse un’altra figura con la quale il suo operato si fuse, quasi rendendo indistinguibili l’uno dall’altro: don Sergio Gomiti.
In seguito, dopo aver condotto la missione pastorale tra mille difficoltà, giunse una chiesa con annessa canonica che ben presto divenne un a specie di centro sociale autogestito.
I primi problemi affrontati furono quelli della povertà nell’Isolotto e l’apertura dei fedeli agli emarginati, della liturgia e della vita comunitaria, in uno scambio simbiotico tra laici e preti, intellettuali ed operai, interpretando il Vangelo come buona novella per i poveri e invito alla solidarietà e alla fratellanza nei fatti.
L’abolizione del denaro nella comunità dei fedeli.
Volendo realizzare la comunione dei beni, di fronte al rischio di affidarsi agli organismi finanziari per l’amministrazione ( le banche) e ritenendoli elementi liberticidi dovettero abbandonare il progetto. Avevano scacciato il denaro dalle funzioni religiose che dovevano essere gratuite e aborrendo il Dio Denaro, anche in forma di carità presente nella sacralità della parrocchia, decisero di far sì che l’opera caritatevole, nei confronti dei bisognosi, fosse assunta direttamente da singoli e famiglie, sia che si trattasse di ospitare orfani o dare lezioni, ecc
L’abolizione delle liturgie superflue
Un’altra bestemmia fu l’abolire le pratiche devozioniste non necessarie, novene, ecc, mentre si anticipò con la semplificazione e la parziale abolizione del latino quello che fu poi lo spirito del Concilio.
La canonica ben presto divenne luogo dove posero le basi le diverse branche dell’Azione cattolica o delle ACLI , ma dopo averle ospitate esse, gentilmente, dopo l’ospitalità di un anno per renderle autonome, venivano invitate a lasciare i locali affinché la parrocchia ritornasse nelle disponibilità del popolo di Dio
Nel ’58 la svolta.
Fu l’anno degli scioperi per i licenziamenti alla Galileo e la chiesa divenne sede di assemblee di solidarietà dalle quali nacque poi la spinta della necessità di aprirsi anche ai problemi che assillavno il nostro Paese e il mondo ovvero con le parole di Don Mazzi :…”vivendo il Vangelo come una dimensione di autentica incarnazione…”
Furono dieci anni di crescita, esperienze uniche che resero l’Isolotto una comunità scomoda nella Chiesa che doveva confrontarsi con la guerra tra i Blocchi, le guerre di indipendenza anticoloniali in tutto il mondo , l’acuirsi della disparità tra sociali.
Nel 68 la comunità dell’Isolotto ormai è parte di un movimento trasversale che percorre il corpo della Chiesa che in ceri momenti vive profondi momenti di contestazione.
Quando i fedeli occupano il Duomo di Parma , il 14 settembre, richiedendo il diritto all’Assemblea, ed il Papa che pubblicamente, in udienza generale, li condanna, la Comunità dell’Isolotto invia , il 22 settembre una lettera di solidarietà che elenca le critiche… “ ad una Chiesa invischiata al sistema, incatenata agli interessi finanziari dove Papa , vescovi e sacerdoti qualificati sono ricolmi di onore e potere …e di beni…. E dove la parola carità e comunione sono una lapide imbiancata su un sepolcro che nasconde putridume e inimicizia strutturale verso i poveri, e una mancanza di vero amore che gridano vendetta al cospetto di DIO…-“
La riposta dell’apparato repressivo ecclesiastico fu durissima: il cardinale Florit intima in una lettera a don Mazzi di ritrattare o dimettersi
Il 9 ottobre è la comunità parrocchiale che si autodenuncia assumendosi la responsabilità della solidarietà ai contestatori di Parma.inizia la guerra tra Osservatore romano e i fedeli fiorentini che raccolgono firme in tuta Firenze a in solidarietà a don Mazzi.
Il 31 ottobre sono 4000 persone che si riuniscono all’isolotto per approvare una lettera che invia il cardinale Florit a confrontarsi con loro.
Il 6 novembre 1968 il cardinale Florit rientrato dal Brasile va in Vaticano per radunare le truppe. Mentre l’Unità e il Lavoro pubblicano una lettera a favore di don Mazzi e contro Florit di centootto sacerdoti e religiosi fiorentini
Il 28 l’Editrice fiorentina pubblica il catechismo dell’Isolotto intitolato “incontro a Gesù”
Il 29 la Curia fiorentina ne vieta l’adozione del catechismo dell’Isolotto
Il 2 dicembre1968 Florit riceve don Mazzi, due preti e alcuni laici dell’isolotto, ma poi in privato gli consegna l’ordine di rimozione dalla parrocchia. Don mazzi si rifiuta di sottoscriverlo.
Il 4 è ufficiale: don Mazzi è rimosso
il 4 un cattolico integralista denuncia il catechismo dell’isolotto alla magistratura per vilipendio della religione dello Stato
Il 5 don Mazzi annuncia la sua rimozione duemila persone dall’isolotto marciano in corteo verso la cattedrale
Il 7 è la volta di don Gomiti dà le dimissioni dalla sua parrocchia, la Casella. Mentrei piazza duono si raccolgono firme contro il vescovo.
Dal 10dicembre sino al 21 a Roma gruppi di studenti a Piazza San Pietro dimostrano a favore di don Mazzi.
Il 21 giunge don Mazzi in Vaticano per chiedere udienza a Paolo VI, ma li riceve il sostituto Benelli. Ormai don Mazzi per la Chiesa è fuori!
Il 24 mons Panerai, con la polizia, si presenta all’Isolotto per chiedere le chiavi della parrocchia
Il 29 dicembre è monsignor Alba che viene contestato dai fedeli perchè cerca di officiare messa circondato da un gruppo di missini. La Curia poi dirà che non li aveva invitati lei.
Il 31 dicembre 1968 alle 11, 50 don Mazzi consegna le chiavi della chiesa dell’Isolotto, pur continuando a rimanervi.
Tra il 1 gennaio 1969 e il 30 gennaio è guerra aperta: cattolici di destra denunciano 5 sacerdoti e 11 laici per istigazione a delinquere, a cui i fedeli rispondono autodenunciandosi in ottocento, in fila alla procura della Repubblica per gli stessi reati.
Il 24 gennaio Don Mazzi consegna alla Curia la chiesa, che verrà chiusa tempo indeterminato, con il relativo sfratto di due malati senza famiglia che avevano trovato in essa ospitalità
Quel 69 che 11 mesi dopo vide l’orrore della nascita della stagione delle stragi, il 12 dicembre a Piazza Fontana a Milano per mano di neofascisti, non poteva iniziare peggio, con questa pulizia etnica nella Chiesa con il favore e l’appoggio della destra clericale , integralista e nostalgica del fascismo.
Da don Mazzi e da altri preti ribelli come lui, noi, della generazione che visse il 68, e che provenivamo da quella Chiesa, imparammo che “Ribellarsi è giusto, sempre e ovunque!” anche nel cuore di quella che voleva essere l’Istituzione più sacra, inattaccabile, inamovibile infallibile per eccellenza e questo insegnamento ce lo abbiamo conservato dentro nel cuore sinchè vivremo.
Grazie don Mazzi , ti auguriamo che ora tu sia al cospetto di chi ti accolga degnamente e ti ringrazi per la tua opera .
Antonio Camuso
Archivio storico Benedetto Petrone
Brindisi 23 ottobre 2011
pc 24 ottobre - movimento popolare in valsusa

nonostante la campagna terroristica di governo, maroni in primis, fino al pd che invitava le famiglie a non andare alla manifestazione, viste le violenze di roma;
nonostante la repressione con vari posti di blocco e perquisizioni delle auto, fermi preventivi a torino di giornalisti di radio black out,
migliaia di uomini e donne, giovani e anziani in prevalenza della valle, hanno aggirato i blocchi (fatti di cemento e reti che bloccava il percorso) e hanno invaso la zona rossa da vari punti, fino ad arrivare in prossimità della baita, e circondando di fatto da tutti i lati un folto gruppo di carabinieri antisommossa che di colpo si sono ritrovati isolati su un ponte, in attesa di ordini che poi si è ottenuto di riaprire il sentiero e ritornare a giaglione.
nel frattempo la zona si riempiva di manifestanti che in un assemblea volante ribadiva il risultato molto positivo della giornata di lotta che aveva respinto i tentativi terroristici e repressivi fomentati dalla stampa (presente in massa anche estera, violando la zona rossa imposta dal ministro degli interni, ma con la partecipazione cosciente e attiva e sempre determinata delle migliaia di manifestanti che erano venuti a compiere l'atto illegale di tagliare le reti.....





