mercoledì 6 luglio 2011

pc 6 luglio - napoli in lotta con i notav

Sosteniamo i No Tav Senza se e senza ma!

In solidarieta’ con la lotta delle popolazioni della Valsusa e con tutti i manifestanti che domenica hanno subito sulla propria pelle l’effetto della militarizzazione “dell’affare Tav”, un centinaio di attivisti dei movimenti sociali napoletani ha occupato questo pomeriggio i binari dell’alta velocità della stazione di Napoli e tengono bloccati i treni TAV da quasi due ore.

Un’inizativa dimostrativa per denunciare quello che sta accadendo in Valsusa dal 27 giugno e la distorsione dei fatti sulla mobilitazione di domenica scorsa, quando per difendere la speculazione multimiliardaria sulla Tav la polizia ha sparato per ore sulla gente con i lacrimogeni ad altezza uomo, ha incredibilmente lanciato sassi dai cavalcavia contro i manifestanti (come dimostrano i filmati), ha pestato a sangue i fermati.
Ma anche un’iniziativa per denunciare chi sono i veri criminali: gli artefici politici e imprenditoriali di un’opera sostanzialmente inutile, concretamente devastante per l’ambiente in tutta italia e che è costata decine di miliardi di euro alle tasche degli italiani! In un paese che pure ci vede sempre più precari e impoveriti!
Perciò quando ci si chiede chi sono i veri criminali in questa storia bisogna cominciare a ricordare i dati di un opera che mediamente è perfino costata tra sei e dieci volte la spesa prevista (sulla Napoli-Roma si è passati per esempio da un miliardo di euro di previsione a oltre otto miliardi di spesa effettiva…!). Tutti soldi sottratti al potenziamento del diritto alla mobilità per tutti e utilizzati per confezionare un servizio d’elite dai costi ovviamente inaccessibili ai più e insostenibili per l’ambiente.
Uno degli striscioni con cui oggi abbiamo tenuto bloccata la TAV titola “TERRA E LIBERTA’”, perchè la lotta della Valsusa ci riguarda tutti, riguarda il diritto all’autogoverno dei territori e alla salvaguardia dell’ambiente e del futuro. Ed è ancor più vero per chi come noi, in Campania, con la devastazione delle megadiscariche e della cosiddetta “emergenza rifiuti” ha conosciuto sulla propria pelle l’arroganza e la violenza dei poteri forti, l’esproprio della democrazia e del diritto alla salute in nome dei profitti ingenti di pochi.

Liberi subito tutti gli arrestati!

movimenti napoletani

pc 6 giugno - le carogne in divisa che sparano a viso scoperto contro i NOTAV




sparano contro un cameramen

pc 6 luglio - la voce dei NO TAV Noi in questa Valle ci abitiamo voi ci venite da occupanti…a sarà dura!


Noi in questa Valle ci abitiamo voi ci venite da occupanti…a sarà dura!


Ancora una volta l’accoppiata politici/media si e distinta nella capacità non solo di falsificare, ma anche di inventare ciò che vero non è.
Intanto parliamo di cifre: il corteo grosso di Exilles parte almeno con 30-40 mila persone a cui si aggiungono 10 mila partiti da Chiomonte. Da Giaglione altre 10 mila persone e migliaia anche alla Ramts. Parlare di 7 mila persone come fa la questura e

Da fuori valle sono arrivati qualche decina di pulmann, dall’estero qualche macchina di francesi della Savoia anch’essi no tav e appartenenti per lo più a gruppi autonomisti. Tedeschi, inglesi e spagnoli devono averli visti i poliziotti magari dall’elicottero!

La verità e che le migliaia di valsusini che hanno assediato il cantiere dal lato boschivo di Giaglione e Ramats erano muniti di caschi e mascherine antigas. Niente da stupirsi: dopo il violento sgombero di lunedì scorso da parte delle forze dell’ordine si è deciso di evitare di rimanere intossicati e di proteggersi.
Come avevamo annunciato, volevamo assediare il cantiere arrivando alle reti, facendo pressione e dimostrando l’insicurezza della fortezza che hanno installato.
Ma appena arrivati a contatto con le recinzioni il lancio di lacrimogeni ad altezza uomo (decine e decine i feriti colpiti da lacrimogeni, alcuni anche gravi con organi interni lesionati e ferite profonde in braccia, gambe e testa) ha creato una situazione di totale confusione e ognuno a cercato di difendersi come poteva.
Il lancio di gas è avvenuto ininterrottamente da circa mezzogiorno fino alle 18, e ne i momenti in cui gli agenti aspettavano nuovi rifornimenti di lacrimogeni, venivano scagliate sui manifestanti grosse pietre dall’alto che hanno provocato anch’esse alcuni feriti. Dalla Maddalena a un certo punto sono iniziati a partire anche proiettili di gomma, fino ad arrivare a caricare i manifestanti con una ruspa.
Questi sono i fatti da chi ha vissuto il tutto dal di dentro, da chi ha visto a fianco a se gli amici di sempre vomitare l’anima per l’intossicazione o arrivare feriti al presidio per i candelotti ricevuti nelle gambe o nell’addome.
Sì, gli amici di sempre che da più di venti anni lottano contro questo sciagurato progetto o i giovani di vent’anni che hanno sentito i racconti di Venaus dai genitori e che oggi sono anch’essi nei boschi e sulle montagne a difendere la loro Valle e il loro futuro
Parlare di antagonisti, centri sociali o quant’altro come nodo centrale per spiegare gli scontri di oggi e non capire voler nascondere che in questa Valle il livello di sopportazione verso i sopprusi di questo potere sordo a delle giuste e sacrosante richieste ha oltrepassato il limite.
Chiudiamo dicendo che l’obietto prefissato della giornata è stato ampiamente raggiunto: la manifestazione di Giaglione ha raggiunto il nostro presidio in muratura e quello che dovrebbe essere il futuro cantiere è stato occupato per l’intera giornata dai manifestanti obbligando le forze dell’ordine a rinchiudersi dietro una fortezza che dimostra politicamente e praticamente come l’opera non potrà mai essere fatta in queste condizioni.
E come avevamo annunciato questo è solo l’inizio di un lungo assedio che durerà fino a che i cantieri non saranno smobilitati.

La voce ai NO TAV – tutta la conferenza stampa

[da Infoaut.org] Tutti gli interventi della conferenza stampa del movimento notav tenutasi il 4 luglio a Chiomonte.
Il movimento notav non accetta semplificazioni né riduzionismi e nella sua splendida etereogeneità compatta

pc 6 luglio - parlano i familiari del processo eternit di torino

"UN BEL punto di arrivo. In pullman, mentre tornavamo a casa, ci siamo
detti questo: siamo arrivati fin qui, ma non abbiamo ancora finito". Romana
Blasotti Pavesi ha 82 anni, l'amianto le ha portato via una figlia, il
marito e la sorella, ma non le ha fatto perdere né la gentilezza né la
lucidità. Se le si chiede che ne pensa del carcere, dell'espiazione, del
significato di un'eventuale condanna per i due imputati, anziani signori di
un altro paese per il quale oggi l'accusa ha chiesto vent'anni di carcere,
risponde decisa: "È giusto che paghino, concretamente. Loro continuavano ad
accumulare soldi su soldi, quando già sapevano che le persone morivano, i
lavoratori come i cittadini. Soltanto in Casale abbiamo avuto 1.700 morti.
La richiesta di vent'anni di prigione è giusta".
Signora Blasotti, qual è stata la sua reazione, ascoltando il pubblico
ministero?
"Di gratitudine. Noi familiari delle vittime siamo grati a lui, al dottor
Colace e alla dottoressa Panelli, agli avvocati e ai giornalisti, per il
modo in cui ci hanno accompagnato in questi anni. Senza il loro lavoro
scrupoloso e tenace, senza la vostra attenzione, non saremo mai arrivati
fino qui. Ma è stata una battaglia lunga e molto dolorosa, perché ogni volta
che si parla di amianto si parla di una tragedia nazionale, ma, per noi,
anche delle persone care che non ci sono più e di quelle che continuano a
morire".
Da quanto tempo vi battete?
"Sono più di vent'anni. Per questo noi sappiamo più di chiunque altro che la
pena chiesta dal pubblico ministero, vent'anni di carcere, è una pena
giusta. Questo processo lo abbiamo voluto noi, senza la nostra lotta non
sarebbe stato possibile. Sappiamo anche che non è finita: ci sono ancora
tanti ammalati, la gente continua a morire".
Che cosa chiedete, oltre alla giustizia?
"Investimenti per la ricerca, si devono trovare le cure per chi può ancora
curarsi. E la bonifica: non l'abbiamo ancora avuta completamente, vogliamo
che Casale ritorni completamente pulita".
Che cosa le importa di più, che i due imputati vadano in carcere o che la
sentenza sia un messaggio per tutti?
"Oggi (ieri, ndr) è stata una buona giornata. Vogliamo che loro paghino
veramente, ma soprattutto che questo processo sia un grande esempio per
tutti. Si sappia che non siamo carne da macello, che non si possono
guadagnare soldi sulla vita degli altri".
Aspettate dei risarcimenti economici?
"Non saprei, ci fidiamo dei nostri avvocati. Lunedì e martedì parleranno in
aula, sanno che cosa dire. Poi, ci saranno altre cause, anche perché dopo di
noi purtroppo verranno altre vittime e altri familiari. Ma per quanto mi
riguarda, tutta la giustizia che chiedo è in questo processo, non ho bisogno
d'altro".
Vent'anni dopo, ricomincerebbe da capo?
"Certo. È stata una battaglia crudele, è molto doloroso sapere che qualcuno
ha deciso deliberatamente di lasciare che la tua e altre famiglie si
ammalassero e morissero. Ma io credo nella giustizia, e questo processo,
fino a oggi, mi dimostra che faccio bene".



(05 luglio 2011)

pc 6 luglio - arrestati compagni rivoluzionari in Canada ! mobilitazione immediata


il comunicato pervenutoci

ARRESTI POLITICI A MONTREAL

29 giugno, la sezione anticrimine della Divisione criminalità organizzata del Servizio di Polizia della Città di Montreal (SPVM) ha proceduto in forze all'arresto di quattro militanti e attiviste - tra cui Patrice Legendre, un operaio comunista e sostenitore del PCR- e a perquisizioni nelle loro case in relazione all'ultima manifestazione del primo maggio, organizzata dalla Convergenza delle lotte anticapitaliste di Montreal (CLAC). Quasi trenta poliziotti sono stati mobilitati in questa operazione condotto la mattina presto.

Secondo chi conduce l'indagine e guida tutta l'operazione, nove agenti di polizia sarebbero stati feriti, alcuni gravemente, nel corso di un alterco quel giorno, cosa che è sstata d'altronde riportata nel Numero 3 del giornale comunista Partisan e anche in alcuni mezzi di comunicazione. Le quattro persone arrestate sono state poi rilasciate in serata con la promessa di comparire il 13 luglio prossimo alle ore 9 presso il tribunale di Montreal. Le accuse vanno da "aggressione armata" a "vie di fatto su un agente di pace", "ostacolo al lavoro dei poliziotti" e "porto d'armi a scopo pericoloso".

Ricordiamo che durante la manifestazione del 1° maggio, che ha riunito circa 1.500 persone per le strade del centro di Montreal, alcuni poliziotti del SPVM sono intervenuto, in maniera del tutto subdola e provocatoria, per procedere, senza alcun motivo all'arresto di un noto militante conosciuto come fotografo del giornale Partisan. Cosa prevedibile in queste circostanze, decine di manifestanti, uomini e donne, avevano spontaneamente reagito avvicinandosi ai poliziotti dicendo loro di rilasciare gli attivisti che stavano cercando di arrestare.
Visibilmente mal preparati, i poliziotti avevano scelto di battere in ritirata.

L'operazione del 29 giugno chiaramente è stata condotta sulla base di prove ridicole. Il contenuto dell'interrogatorio e la presenza di un investigatore della squadra integrata sulla sicurezza nazionale
suggeriscono che altre ragioni si celano dietro questa operazione.
Possiamo supporre innanzi tutto che essa sia motivata da una tradizione poliziesca che consiste nel "vendicarsi" al verificarsi di una sconfitta quando succedono queste cose. È sconfitta è stata il 1° maggio dato che i poliziotti sono stati respinti nel loro tentativo di fare un arresto arbitrario e inspiegabile. A questo punto, bisognava trovare dei colpevoli. Ma in mancanza di prove o prove sufficienti, gli investigatori hanno ovviamente deciso di attaccare attiviste e attivisti, di cui alcuni ben noti che non nascondono le loro opinioni politiche. In tal modo, la polizia e i servizi segreti hanno usato questo pretesto per criminalizzare il loro coinvolgimento politico e in particolare, le idee comuniste e che essi ed esse difendono.
Ricordiamo che nelle ultime settimane, il PCR ha iniziato la pubblicazione di una giornale bilingue, Partisan, pubblicato e distribuito ogni due settimane nelle principali città dell'Ontario e del Quebec; e ha anche iniziato ad organizzare i lavoratori e gli operai nel MRO (movimento rivoluzionario operaio). La sua lotta contro il capitalismo e lo sfruttamento prende forme nuove e va avanti.

Gli inquisitori hanno anche detto di avere tenuto sotto sorveglianza la Maison Norman Bethune (una libreria gestita dall'Ufficio d'Informazione Politica del PCR) dal giorno dopo il 1° maggio. Molte attiviste e militanti frequentano questa biblioteca, partecipano alle sue attività, diffondono un giornale comunista e si impegnano per portare avanti la causa della rivoluzione.
I poliziotti sembrano aver voluto "tuffarsi" tra queste persone per trovare i colpevoli e quindi fare dimenticare il proprio comportamento frivolo e provocatorio durante la manifestazione del 1° maggio.

Inoltre, le informazioni raccolte dall'Ufficio di informazione politica tendono a dimostrare che i poliziotti hanno cercato con questa operazione di implicare il PCR, e in particolare il militante Patrice Legendre, in tre incidenti precedenti, uno dei quali si è verificato lo scorso anno a Trois-Rivières quando un ordigno esplosivo ha fatto andare in frantumi le porte del centro di reclutamento delle Forze Canadesi. Questo atto è stato rivendicato da un gruppo chiamato "Resistenza internazionalista" e, finora, la polizia non è riuscita a chiarire questo evento.
Curiosa coincidenza, il giorno dopo gli arresti di Montreal, la squadra integrata della sicurezza nazionale ha installato per tre giorni un posto di comando a Trois-Rivières, di fronte al centro di reclutamento, allo scopo, hanno detto, "di raccogliere nuove informazioni e convalidare piste qualificate "Molto serie"". Sappiamo che i poliziotti hanno poi presentato le foto di quattro persone arrestate il 29 giugno alla popolazione di Trois-Rivières sperando di trovare qualcuno da implicare in un modo o nell'altro.

L'operazione del 29 giugno non è stata fatta a caso.
Si iscrive in un contesto in cui lo Stato borghese del Canada è all'offensiva per criminalizzare la lotta politica e, in particolare, le militanti e i militanti che vi partecipano. Basta guardare al G20, nel giugno 2010 a Toronto, quando oltre mille persone sono state arrestate illegalmente. Negli ultimi anni, decine di attivisti e militanti, alcuni del PCR sono stati molestati nelle loro case e i loro luoghi di lavoro, da parte del famoso "gruppo integrato".

Il Partito Comunista Rivoluzionario condanna fermamente questa vile operazione condotta
principalmente per motivi politici e votata alla sconfitta che si ritorcerà inevitabilmente contro coloro che l'hanno pianificata. Il PCR prepara una campagna attiva per denunciare gli arresti e ottenere la liberazione totale e incondizionata delle persone arrestate. Esso ringrazia già i molti gruppi e individui che hanno mostrato indignazione e la solidarietà in conseguenza dell'operazione del 29 giugno.


DENUNCIAMO L'INTIMIDAZIONE POLITICA! DIFENDIAMO IL NOSTRO DIRITTO DI LOTTARE CONTRO LA BORGHESIA E IL SUO STATO! LA SOLIDARIETA E' LA NOSTRA ARMA!

Ufficio d'Informazione Politica del PCR
ARRESTATIONS POLITIQUES À MONTRÉAL

Le 29 juin dernier, la section
antigang de la Division du crime organisé du Service de police de la
Ville de Montréal (SPVM) a procédé en force à l'arrestation de quatre
militantes et militants - dont Patrice Legendre, un ouvrier communiste
et supporter du PCR - et à des perquisitions à leur domicile en rapport
avec la dernière manifestation du 1er Mai, organisée par la Convergence
des luttes anticapitalistes de Montréal (CLAC). Près d'une trentaine de
policiers ont été mobilisés dans cette opération menée tôt en journée.


Aux dires de l'enquêteur en charge de toute l'opération, neuf
policiers auraient été blessés, dont certains gravement, lors d'une
altercation survenue ce jour-là, qui a d'ailleurs été relatée dans le
numéro 3 du journal communiste _Partisan _ainsi que dans certains
médias. Les quatre personnes arrêtées ont été détenues puis relâchées en
soirée sous promesse de comparaître le 13 juillet prochain à 9h au
Palais de justice de Montréal. Les accusations vont d'«agression armée»,
à «voies de fait sur un agent de la paix», «entrave au travail des
policiers» et «port d'arme dans un dessein dangereux».

Rappelons que
lors de la manifestation du 1er Mai, qui a regroupé près de 1500
personnes dans les rues du centre-ville de Montréal, des policiers du
SPVM étaient intervenus, d'une manière totalement sournoise et
provocatrice, pour procéder sans raison aucune à l'arrestation d'un
militant connu comme photographe du journal _Partisan_. Chose prévisible
dans les circonstances, des douzaines de manifestantes et manifestants
avaient alors spontanément réagi en s'approchant des policiers et en
leur intimant de libérer le militant qu'ils tentaient d'arrêter.
Visiblement mal préparés, les policiers avaient choisi de battre en
retraite.

L'opération du 29 juin a manifestement été menée sur la base
d'éléments de preuve dérisoires. Le contenu des interrogatoires et la
présence d'un enquêteur de l'équipe intégrée sur la sécurité nationale
laissent croire que d'autres motifs se cachent derrière cette opération.


On peut d'abord supposer qu'elle est motivée par une tradition
policière qui consiste à «se venger» d'une défaite lorsque surviennent
de tels événements. Et défaite il y a eu le 1er Mai puisque les
policiers ont été repoussés dans leur tentative de procéder à une
arrestation arbitraire et inexplicable. À ce prix, il fallait trouver
des coupables. Or, faute de preuves ou d'éléments suffisants, les
enquêteurs ont à l'évidence décidé de s'en prendre à des militantes et
militants dont certains bien connus et qui ne cachent pas leurs opinions
politiques. Ce faisant, la police et les services de renseignement ont
profité de ce prétexte pour criminaliser leur implication politique et
plus précisément, les idées communistes qu'ils et elles défendent.
Rappelons que ces dernières semaines, le PCR a commencé à publier un
journal bilingue, _Partisan_, publié chaque deux semaines et diffusé
dans les principales villes de l'Ontario et du Québec; il a également
commencé à organiser les employéEs et ouvriers-ères dans le MRO (le
Mouvement révolutionnaire ouvrier). Son combat contre le capitalisme et
l'exploitation prend de nouvelles formes et va de l'avant.

Les
enquêteurs ont également révélé avoir surveillé la Maison Norman Bethune
(une librairie animée par le Bureau d'information politique du PCR) dès
le lendemain du 1er Mai. Beaucoup de militantes et militants fréquentent
cette librairie, participent à ses activités, diffusent un journal
communiste et s'impliquent pour faire avancer la cause de la révolution.
Les policiers semblent avoir voulu «piger» parmi ces gens pour trouver
des coupables et ainsi faire oublier leur propre comportement frivole et
provocateur lors de la manifestation du 1er Mai.

Par ailleurs, les
informations recueillies par le Bureau d'information politique tendent à
montrer que les policiers ont cherché avec cette opération à impliquer
le PCR, et en particulier le militant Patrice Legendre, dans trois
incidents antérieurs dont l'un survenu l'an dernier à Trois-Rivières
alors qu'un engin explosif a fait voler en éclats les portes du centre
de recrutement des Forces canadiennes. Cet acte avait été revendiqué par
un groupe appelé «Résistance internationaliste» et jusqu'à présent, la
police n'a pas réussi à élucider cet événement.

Curieuse coïncidence,
le lendemain des arrestations de Montréal, l'équipe intégrée sur la
sécurité nationale installait pour trois jours un poste de commandement
à Trois-Rivières, face au centre de recrutement, afin, ont-ils dit, _«de
récolter de nouvelles informations et valider des pistes qualifiées de
"très sérieuses"»_. Nous savons que les policiers ont alors présenté des
photos des quatre personnes arrêtées le 29 juin à la population de
Trois-Rivières en espérant trouver quelqu'un qui les impliquerait d'une
manière ou d'une autre.

L'opération du 29 juin ne tient pas du hasard.
Elle s'inscrit dans un contexte où l'État bourgeois canadien est à
l'offensive pour criminaliser la lutte politique et en particulier, les
militantes et les militants qui y participent. On n'a qu'à penser au
sommet du G20 en juin 2010 à Toronto, où plus d'un millier de personnes
ont été arrêtées illégalement. Au cours des dernières années, des
douzaines de militantes et de militants, dont certains du PCR, ont été
l'objet de harcèlement à leur domicile et sur leur lieu de travail, de
la part de cette fameuse «équipe intégrée».

Le Parti communiste
révolutionnaire condamne vigoureusement cette lâche opération menée
essentiellement pour des raisons politiques et vouée à l'échec, qui se
retournera inévitablement contre ceux qui l'ont planifiée. Le PCR compte
mener une campagne active pour dénoncer ces arrestations et obtenir la
libération totale et inconditionnelle des personnes arrêtées. Il
remercie déjà les nombreux groupes et individus qui ont manifesté leur
indignation et leur solidarité à la suite de l'opération du 29 juin.


DÉNONÇONS L'INTIMIDATION POLITIQUE! DÉFENDONS NOTRE DROIT DE LUTTER
CONTRE LA BOURGEOISIE ET SON ÉTAT! LA SOLIDARITÉ EST NOTRE ARME!

Le
Bureau d'information politique du PCR

pc 6 luglio - da taranto alla val susa ...manifestazione e firme di solidarietà


a Taranto nel centro della città ieri siè respirato aria combattiva e solidale.
Circa un centinaio in tutta la serata, disoccupati, precari, lavoratori, con numerose donne hanno partecipato alla manifestazione di solidarietà con la valsusa promossa da proletari comunisti. Partecipazione e combattività non sono state certo fermate dalla massiccia e inizialmente spropositata presenza di polizia, carabinieri, vigili urbani ecc.

Gli striscioni e pannelli hanno dato una vera controinformazione per ristabilire la verità dei fatti e sono stati molto letti
Il forte comizio in cui le ragioni della lotta, l'ampiezza della partecipazione all'assedio del 3 luglio si sono unite alla denuncia della polizia, di Maroni e leghisti, di Napolitano e PD, della grande stampa è stato attentamente seguito e
sostenuto, mentre venivano distribuite centinaia di copie del volantino di proletari comunisti
Al tavolino di raccolta delle firme, tanti a firmare e a esprimere la loro solidarietà: che possiamo fare ? dicevano giovani e meno giovani!
la mozione da firmare dice:
------------------------------------------------------------------------------------Da Taranto solidarietà e sostegno
Con la Valle che Resiste e non si arrende
dal coordinamento dei comitati NOTAV .
"combattiamo una lotta che riguarda tutti. Per questo invitiamo, quanti hanno a cuore la democrazia del nostro paese, chi ancora ha coraggio d’indignarsi, a sostenere questa lotta"
No TAV! No devastazione del territorio e dell'ambiente per i profitti e le speculazioni
No mafia! No alla occupazione militare del territorio della val susa !
Si al rispetto della Valle e della volontà della popolazione !

NOME COGNOME telefono e mail firma
---------------------------------------------------------------------------------

Si è firmato e si sono mangiate le focacce preparate da una compagna rumena, attiva nella lotta dei disoccupati organizzati, si è visto come andare a genova 2011 e al campeggio val susa.. un operaio si è avvicinato e ha detto.. ' fatemi firmare , la mia firma è importante,, sono un delegato sindacale'
altri dicevano non bastano le firme....

comunque
siamo tutti valsusini, siamo tutti 'black block' si sentiva dal megafono..

proletari comunisti
circolo di taranto

martedì 5 luglio 2011

pc 5 luglio - NO TAV racconto dal fronte

NO TAV

I pullman da tutta Italia arrivano la mattina presto all'autoporto di Susa e lì riceviamo la cartina della zona della Maddalena e tutte le indicazioni utili per la giornata.
I concentramenti sono due: il corteo grosso che vedrà la partecipazione di varie forze, comprese le componenti istituzionali, e che accoglierà la quasi totalità dei compagni provenienti da altre città, partirà da Exil, arriverà alla “centrale” dove ci sarà il blocco della polizia e lì si dividerà in due con una parte che resterà lì e un altra che salirà i sentieri in mezzo ai boschi per cercare di entrare nel cantiere da Ramat. L'altro corteo invece partirà da Giaglione, sarà composto soprattutto da valligiani, attraverserà i boschi per vari sentieri e cercherà di assediare il cantiere della tav in vari punti presidiati dalle forze dell'ordine.
Scegliamo Giaglione come luogo dal quale partire per poter farci il corteo a contatto con chi vive quelle terre e per avere l'opportunità di capire direttamente la composizione e i sentimenti della gente della valle per questa giornata. Il corteo che parte da Giaglione, ma solo se paragonato all'altro, è il corteo piccolo che sfila tra strade quasi a strapiombo e sentieri di montagna. Come previsto è composto soprattutto da gente del luogo di età diversissime ma tutti determinati e combattivi. Dall'altro corteo arrivano buone notizie, è enorme e ci sono compagni organizzati da tutta Italia.
Per tutto il percorso siamo pedinati in maniera pressante da un elicottero della polizia che non ci lascerà un attimo. Arrivati a un tratto il corteo si ramificherà in un paio di sentieri che attraversando i boschi cercano di arrivare al cantiere militarizzato, una parte arriverà su un ponte che troverà totalmente blindato da blocchi di cemento, un altra guaderà un fiume e arriverà da sopra verso la Maddalena incontrandosi con i compagni che, provenendo da Exil, sarebbero scesi da Ramat.
Tutti questi spostamenti tra i boschi non sarebbero stati assolutamente possibili se i compagni non fossero stati guidati fino ai punti dell'assedio da gente del posto, da valligiani esperti dei luoghi, da signori anziani combattivi e determinati a cercare di forzare il blocco della polizia e che, per farlo, ben vedevano la solidarietà attiva di tante persone e giovani provenienti da fuori. L'attraversare sentieri e boschi più o meno agevoli ha ovviamente scremato il corteo ma fin dall'inizio era stato programmato che sarebbe stato posto l'assedio da entrambi i cortei attraverso le tracce in mezzo agli alberi segnate i giorni precedenti dai valligiani e da questi seguite il giorno del corteo.
Per usare le categorie dei giornalacci dei giorni seguenti: sono stati i “buoni” a scortare e accompagnare i “cattivi” tra i boschi verso la Maddalena; sono stati gli “abitanti della val Susa” a organizzare l'assedio e a portare in questi punti i “black block”.
Si arriva in prossimità al cantiere della Maddalena: lo scenario è surreale con i manifestanti in mezzo agli alberi e completamente avvolti dal fumo dei lacrimogeni che caratterizzerà questa giornata come non mai. Verranno sparati continuamente, per ore e ore, di tutti i tipi e “ripescando” stock di dubbia legalità che non si vedevano da anni nei cortei. I compagni e la gente della valle farà il possibile per resistervi con tutti i metodi di fortuna di questi casi ma la quantità del gas che avvolgerà la valle e i boschi è indescrivibile. Dall'altro lato, alla “centrale”, i manifestanti taglieranno la recinzione del corteo e, guardando in lontananza dall'altro lato della valle i fuochi d'artificio in risposta ai lacrimogeni della polizia, scoppierà in un applauso di sostegno alla battaglia.
Negli scontri saranno presenti compagni (da tutta Italia e di tutte le aree politiche) e moltissimi valligiani di tutte le età (ma con una forte componente di “montanari duri” di oltre 60 anni) che, con pietre, fionde, fuochi d'artificio e altri mezzi di fortuna cercheranno per ore di entrare a riprendersi il cantiere resistendo a cariche, lacrimogeni tirati ad altezza d'uomo (la maggior parte dei feriti a fine giornata sarà causata dall'uso da parte della polizia dei candelotti di gas come veri e propri proiettili per colpire i manifestanti). Altro che la solita divisione tra “buoni” e “cattivi”: è stata molto più simile a una rivolta popolare con la gente della valle in prima linea al fianco di chi solidarizza in tutta Italia alla battaglia no-tav. È stata la gente della valle il “reparto scelto” del corteo per le sue conoscenze del luogo, la sua capacità di destreggiarsi in un terreno di montagna, la sua rabbia e la sua determinazione nell'attaccare la polizia e riprendersi il cantiere della Maddalena.
Ci saranno per tutto il tempo bellissimi momenti di “fusione” e di solidarietà attiva tra la gente della valle e chi dal resto d'Italia è andato in prima linea insieme a loro. La battaglia renderà tutti quei manifestanti scesi fino al cantiere un corpo unico in grado di far preoccupare seriamente la polizia e i carabinieri. Si tornerà a casa tra i controlli della polizia, le notizie di arresti e feriti e i saluti e i ringraziamenti tra manifestanti della valle e chi torna ai bus e alle macchine verso altre città.
Come dicono da queste parti sulla battaglia contro la tav: sarà düra.

pc 5 luglio - schiavismo in provincia di taranto

Uomini "schiavi" e donne violentate
17 arresti tra Castellaneta e Ginosa

CASTELLANETA - Lavoratori agricoli immigrati ridotti in schiavitù, le donne costrette anche a subire violenza sessuale. E' accaduto nelle campagne di Castellaneta e Ginosa, nel Tarantino, dove stamani i carabinieri hanno eseguito 17 ordinanze di custodia cautelare. Nell'operazione sono impegnati oltre 70 uomini del comando provinciale carabinieri di Taranto e del sesto nucleo elicotteri di Bari.

Gli sfruttatori - secondo quanto hanno accertato le indagini condotte dal comandante della compagnia di Castellaneta, capitano Maglie - avevano reclutato e indotto in schiavitù con gravi minacce numerose persone, tutte romene, costrette ad accettare le regole imposte (anche richieste sessuali).

Le ordinanze di custodia cautelare sono state emesse dal gip del tribunale di Taranto su richiesta del sostituto procuratore Enrico Bruschi. Secondo quanto accertato dagli investigatori, le persone arrestate avrebbero fatto parte di una organizzazione che ha sfruttato come manodopera clandestina e, con le minacce, avviato alla prostituzione un centinaio di donne romene.

L'organizzazione, che agiva nella zona di Castellaneta e in altri comuni del versante occidentale della provincia di Taranto, sarebbe stata gestita da cittadini romeni che si avvalevano della complicità di caporali del luogo. Gli arrestati dovranno rispondere dei reati di associazione per delinquere finalizzata alla commissione del reato continuato di estorsione aggravata, sfruttamento e favoreggiamento dell'attività… di prostituzione ed esercizio non autorizzato di attività… di somministrazione di lavoro.

pc 5 luglio - si muore sul lavoro al nord come al sud.. sentenza alla Saras PADRONI ASSASSINI

Varese, operaio di 59 anni muore
dopo essere finito nel macchinario
Un operaio di 59 anni è morto la scorsa notte in un incidente sul lavoro a
Tradate, in provincia di Varese, nella ditta Moplast in via Pavia. Secondo
le ricostruzioni, verso le 2 l'uomo, impiegato nel turno di notte, è stato
agganciato da un rullo avvolgitore per pellicole in plastica, che lo ha
trascinato all'interno della macchina. Sul posto è intervenuto il personale
del 118, ma l'operaio è deceduto per le gravi ferite riportate



Brindisi, esplosione
in cava: si cerca
operaio sotto le macerie
Guarda le foto



BRINDISI - Ricerche sono in corso in una cava che si trova tra Brindisi e
San Vito dei Normanni per trovare un operaio il quale potrebbe essere
rimasto vittima di una esplosione provocata dai colleghi per abbattere una
parete della stessa fossa. L'uomo, di 46 anni, di Carovigno (Brindisi),
dipendente della cava, oggi non avrebbe dovuto lavorare ma la sua auto, una
Fiat Panda di colore rosso, è stata notata parcheggiata nelle vicinanze,
subito dopo l'esplosione.

A cercare l'uomo nella cava che prende il nome della contrada in cui si
trova, 'Autigno', in località Serranova, nelle vicinanze della discarica
comunale, sono proprio i suoi colleghi che stanno scavando tra i sassi
utilizzando anche un escavatore: la zona è impervia ed è infatti molto
difficile per i mezzi dei vigili del fuoco e degli altri soccorritori
raggiungere il luogo. Sul posto si trovano anche gli agenti della squadra
mobile della questura di Brindisi. E' stata la presenza dell'auto - di cui
però i colleghi si sono resi conto solo dopo - che ha fatto scattare
l'allarme.
Il timore è che l'uomo possa essere rimasto sotto le pietre. La cava è di
proprietà della società 'Semes'.

Si è appreso che il telefonino dell'operaio, Salvatore Di Latte, di 46 anni,
di Carovigno, squilla a vuoto e ciò alimenta il sospetto che l'uomo si trovi
sotto le macerie provocate dalla esplosione. All'interno della cava, in
particolare, sono state fatte brillare cariche di esplosivo nell'ambito
della normale attività di estrazione. In quel momento nella zona interessata
non ci sarebbe dovuto essere nessuno e invece qualcuno subito dopo le
esplosioni ha notato la Fiat Panda di colore rosso di proprietà di Di Latte,
parcheggiata proprio nelle vicinanze e con lo sportello aperto.

Sul posto, oltre ai vigili del fuoco e agli agenti della squadra mobile, è
giunto anche il magistrato di turno Giuseppe De Nozza. Le operazioni
necessarie per rimuovere le tonnellate di roccia - secondo gli esperti -
richiederanno ore di tempo. Sul posto è stato chiesto l'intervento di un
cane cercapersone.

ORE 21:47 - LE RICERCHE ANDRANNO AVANTI TUTTA LA NOTTE
Proseguiranno per tutta la notte, grazie all'ausilio di torri-faro dei
vigili del fuoco, le operazioni di sbancamento della montagna di detriti
sotto la quale si sospetta possa trovarsi il corpo di Salvatore Di Latte,
l'operaio 46enne di Carovigno, di cui non si hanno più notizie da quando,
nell'ambito di normali attività di estrazione, è stato fatto esplodere
esplosivo nella cava poco distante dalla quale è stata poi trovata
parcheggiata la vettura dell'uomo.
Il proseguimento delle ricerche è stato disposto dal sostituto procuratore
Giuseppe De Nozza che sta seguendo direttamente le operazioni insieme con
gli uomini della squadra mobile, i vigili del fuoco ed i carabinieri.

Di Latte - è stato precisato in serata - non lavorava per la ditta Semes di
Raffaele Peciccia e quindi non aveva nulla a che fare con la cava. Era un
dipendente, invece, della Cocebit, un'altra azienda dello stesso
imprenditore, situata a poche decine di metri. Quando si è recato nella cava
in realtà avrebbe dovuto trovarsi sul suo posto di lavoro ed invece aveva
deciso di andare a recuperare alcune pietre utili per completare la
pavimentazione nella sua villetta. Una circostanza che molto probabilmente
gli è costata la vita.

Sul posto stanno lavorando tre escavatori e diversi altri mezzi pesanti. Ma
sono rimasti in zona anche i cani cercapersone dei vigili del fuoco, che
ogni ora vengono fatti avvicinare alle macerie.

saras di sarroc
sentenza per i tre operai morti


"sentenza emessa oggi dal Tribunale di Cagliari, sentenza che ha condannato
per omicidio colposo tre degli imputati nel processo per la morte di tre
lavoratori metalmeccanici avvenuta, due anni fa, nella raffineria Saras di
Sarroch (Cagliari), di proprietà dei fratelli Moratti. In particolare, i
condannati sono, rispettivamente, il direttore generale della Saras, il
direttore dello stabilimento di Sarroch e l'amministratore responsabile
della società Comesa, la ditta metalmeccanica che aveva assunto in appalto
lavori di manutenzione nella raffineria."

la morte dei tre lavoratori non era frutto di sfortuna o di casualità, ma
era avvenuta a causa di precise responsabilità sia dell'impresa committente,
la Saras, che dell'impresa appaltatrice, la Comesa, che, congiuntamente, non
hanno rispettato le norme di legge e non hanno attivato le procedure utili e
necessarie per non mettere a rischio la vita dei lavoratori addetti a
lavorazioni manutentive altamente rischiose."

"Questa sentenza stabilisce quindi che, nel caso di specie, le
responsabilità dell'impresa appaltatrice non possono essere disgiunte da
quelle dell'impresa committente

pc 5 luglio - la lotta per la casa a Ravenna- appoggiata dallo slai cobas per il sindacato di classe

Da alcuni giorni stiamo presidiando Piazza del Popolo a Ravenna per chiedere una casa e un lavoro. Siamo diversi nuclei famigliari che non hanno mai avuto una casa popolare. Addirittura ad alcuni di noi è stato ventilato, dai servizi sociali , che verrà tolta loro la figlia. Tutto ciò era risolvibile con un incontro pacifico e civile, ma il Sindaco non ha voluto incontrarci. Nessuno ci incontra per dare risposte alle nostre richieste. Abbiamo presentato domanda d’unità abitativa d’emergenza solo lunedì 4 luglio, prima, nessun assistente sociale ce lo aveva detto.
Da mesi il Comune, per aiutarci, ci ha alloggiati presso un albergo di Ravenna con una camera per ogni nucleo famigliare. Senza bagno e quindi laviamo i bambini nei lavandini in comune con gli altri clienti. Costo per i cittadini di Ravenna per tale ubicazione: 1500 euro al mese a camera. Dopo 4 mesi vogliono buttarci fuori e toglierci i figli. E’ così che il Comune di Ravenna risolve i problemi? Facendo spendere malamente i soldi a ci cittadini?
Dormiamo qui e siamo qui da giorni, non molleremo, questo non solo per noi, ma per tutte le persone che sono nelle nostre condizioni e non hanno più voce per urlare.

Presidio delle famiglie senza casa

pc 5 luglio - India la lotta e la guerra di popolo



sdraiati per impedire la costruzione del centro siderurgico
in spagnolo in via di traduzione

Los aldeanos se abrazan al suelo para impedir la construcción de la planta siderúrgica.


BHUBANESWAR, India, 24 jun (IPS) - A Satikanta Sahu, de 14 años, le encanta ir a la escuela. Pero por estos días prefiere participar en la protesta contra la instalación de una fábrica que desplazará a 613 familias en la aldea costera de Govindpur, en el oriental estado indio de Orissa.

Mientras su madre y sus vecinos yacen sobre la arena formando una barricada humana, Sahu va a buscarles agua para beber y, ocasionalmente, entona algún cántico.

Sus eslóganes critican al gobierno de Orissa por conspirar para eliminar su aldea, a fin de dejar espacio a una planta de acero que costará 12.000 millones de dólares.

La planta, que será construida y administrada por la Pohang Steel Company (Posco, Empresa Pohang de Acero) de Corea del Sur, tendrá una capacidad de cuatro millones de toneladas y se considera la mayor inversión extranjera directa en India, la tercera economía más grande de Asia.

El gobierno de Orissa dice que la planta necesita unas 1.500 hectáreas, de las cuales apenas 60 corresponden a terrenos privados. El resto son bosques y tierras del gobierno.

Pero son esas 60 hectáreas las más polémicas, porque albergan a las 613 familias que la planta desplazará.

Estas familias se concentran en Govindpur y en la aldea vecina de Dhinkia, donde se ganan la vida cultivando hojas de betel.

En la primera línea de la protesta están mujeres, niñas y niños, entre ellos Sahu. "Me encanta ir a la escuela. Pero hace muchos días que estoy aquí, porque éste es nuestro medio de sustento", dice.

"Queremos que Posco se vaya. No permitiremos que los planes de Naveen Patnaik (ministro jefe de Orissa) tengan éxito", declaró.

Mientras India intenta industrializarse y atraer inversiones extranjeras, enfrenta la resistencia de aldeanos y agricultores reticentes a desprenderse de la tierra en la que echaron raíces.

Según un estudio divulgado el año pasado por la cámara empresarial Assocham, las demoras en las compras de tierras están amenazando inversiones de 100.000 millones de dólares, mientras que por lo menos 22 grandes proyectos siderúrgicos por valor de 82.000 millones de dólares están estancados a raíz de las protestas de agricultores y activistas.

Mientras continúa la protesta de más de 2.000 personas contra Posco, el gobierno de Orissa desplegó a unos 800 policías en el sitio.

Los aldeanos, bajo el paraguas del Posco Pratirodh Sangram Samiti (PPSS, que significa Grupo para Resistir a Posco), formaron una barricada de tres niveles a la entrada de la aldea, y mantienen una vigilia permanente.

El gobierno de Orissa dijo que la el proceso de compra fue pacífico. Sin embargo, manifestantes y activistas sostienen que el gobierno los coacciona para que cedan, desplegando una enorme cantidad de policías en el área.

De las 1.500 hectáreas que se necesitan para el proyecto, cerca de 1.200 son "tierra boscosa que pedimos al federal Ministerio de Ambiente que despeje", dijo a IPS el ministro de Industria de Orissa, Raghunath Mohanty.

Unas 245 hectáreas son tierras del gobierno, y es necesario comprar solamente 62 hectáreas de tierras de privados donde resultarán desplazadas alrededor de 613 familias, informó Mohanty.

Aunque el gobierno decidió frenar temporariamente las adquisiciones de tierras en vista de las protestas, los aldeanos dicen que lucharán hasta el final y que mantendrán una vigilia continua.

Desde el 8 de este mes, unos 400 estudiantes se han unido a las protestas, junto con más de 2.000 mujeres y ancianos. Ahora, los activistas planean realizar las clases en la primera línea, para que los estudiantes puedan protestar sin rezagarse en los estudios.

"El gobierno dice que el programa de compra de tierras es pacífico, pero la verdad es" que hay en ciernes "un proyecto para ingresar por la fuerza a Govindpur", dijo el líder del PPSS, Prashant Paikray.

Los activistas temen que el gobierno esté planeando una reiteración de Kalinganagar, otra área del distrito de Jajpur en Orissa. Allí, en enero de 2006, indígenas protestaron cotnra la construcción de una planta siderúrgica por parte del indio Grupo Tata, y la policía les disparó, dejando 12 muertos.

Abhay Sahoo, uno de los líderes del movimiento de protesta, preguntó qué es lo que tanto molesta al gobierno y al Estado, "cuando las futuras generaciones podrían ser felices y prósperas con nuestra vibrante economía" de betel, peces y arroz "sin ninguno de esos proyectos que sólo prometen destruir todo nuestro entorno".

"Ésta es un área del país donde se ha violado groseramente la Ley de Derechos Forestales de 2006, y varios comités designados por el gobierno incluso lo han corroborado", dijo Sahoo.

A comienzos de este año, el ministro de Ambiente de India, Jairam Ramesh, autorizó el proyecto de Posco con ciertas condiciones. Pero el panel instalado por su cartera sugirió en octubre de 2010 que el proyecto violaba las regulaciones costeras y las leyes de derechos forestales.

El panel cuatripartito, presidido por el ex secretaria de Ambiente de India, Meena Gupta, investigó el asunto y difirió en sus puntos de vista. Pero tres de sus miembros recomendaron revocar la autorización ambiental extendida a Posco en 2007.

La mayoría del panel sostuvo que Posco no puede abordar todos los asuntos relativos a las notificaciones de la Zona Regulatoria Costera, e identificó varias fallas y violaciones serias.

Luego, en un comunicado de prensa, Posco dijo que "nunca violó ninguna ley o procedimiento para obtener ninguna autorización gubernamental".

Cinco años después del Memorandum de Entendimiento, "no hemos podido comenzar ninguna operación, debido a nuestro compromiso de obtener todas las autorizaciones estatutarias necesarias antes de iniciarlas", señaló Posco.

Pese a las opiniones del panel, Posco parece haber superado el obstáculo de la autorización ambiental. Por ahora solamente las barricadas humanas y la férrea determinación de los aldeanos se interponen en su camino


Comunicado del PCI (Maoísta) contra multinacional POSCO



Traducido por ODIO DE CLASE



PARTIDO COMUNISTA DE LA INDIA (MAOÍSTA)
COMITÉ CENTRAL




Comunicado de Prensa
22 de junio de 2011




¡SALUDEMOS LA HEROICA RESISTENCIA DE LOS MILITANTES ANTI-POSCO CONTRA UN PROYECTO QUE NO SÓLO SE INCAUTA DE SU TIERRA SINO TAMBIÉN DEL FUTURO DE SUS HIJOS!




¡EL PUEBLO DE ODISHA TIENE EL DERECHO A DECIDIR QUÉ TIPO DE PROYECTOS NECESITA, NO GOBERNANTES DESPÓTICOS DE LA BURGUESÍA COMPRADORA COMO NAVEEN PATNAIK O LA ASOCIACIÓN SONIA-MANMOHAN-JAIRAM-CHIDAMBARAM! ¡EXTENDER LAS MOVILIZACIONES POR TODA LA INDIA EN APOYO DE LOS MILITANTES ANTI-POSCO!

Desde hace una semana, el pueblo de la India viene siendo testigo de una de las resistencias más firmes y tenaces de su historia moderna: las movilizaciones anti-POSCO en el distrito de Jagatsinghpur en Odisha contra un proyecto de esta compañía multinacional imperialista. El PCI (Maoísta) saluda al pueblo de Odisha en su determinación por detener la tan cacareada “mayor inversión extranjera directa” en la India –520 mil millones de rupias-, y le declara todo su apoyo y solidaridad.

El Gobierno central aprobó precipitadamente el proyecto de POSCO el 15 de mayo de 2007 y el propio Manmohan [Primer ministro de la Unión India] dio plena seguridad al Gobierno de Corea del Sur de que haría todo lo posible para llevarlo adelante ante la perspectiva de un estallido de ira popular en oposición frontal al mismo. Tanto el Ministerio de Medio Ambiente y Bosques [MOEF, en sus siglas en inglés] como el gobierno de Odisha no cumplieron ni las previsiones establecidas en la Ley de Derechos de los Bosques [FRA, en sus siglas en inglés] ni las propias directrices del MOEF publicadas en agosto de 2009. De hecho es ésta la razón de que el Ministerio decretara la orden de detener las obras el 5 de agosto de 2010. Por un lado, el Gobierno del estado ha negado reiteradamente la existencia de pueblos tribales en la zona propuesta para el proyecto; por otro, las posteriores visitas e investigación sobre el terreno llevadas a cabo por el Comité Saxena y el Comité Meena Gupta han demostrado, más allá de toda duda, que sí existen habitantes tradicionales de los bosques en las zonas propuestas; que dependen de ellos para su sustento, según su modo de vida ancestral; que hay suficientes pruebas documentales que muestran la existencia de derechos de los bosques; y que el gobierno del estado no está cumpliendo la FRA en la zona. El gobierno central y el gobierno del estado de Odisha despreciaron la resolución de más del 65% de los aldeanos que participaron en las Palli Sabha [“asambleas” en hindi] de Dhinkia y Govindpur en las que inequívocamente rechazaron la propuesta de segregación de la tierra. Las autoridades gubernamentales manipularon pruebas deliberadamente y declararon en la documentación presentada al MOEF que tales resoluciones eran falsas. Existen abundantes ejemplos de manipulación de pruebas y cifras por parte del Gobierno, que está mintiendo con toda la barba. Sobre la base del informe del Comité Meena Gupta, el Comité Consultivo para los Bosques [FAC, en sus siglas en inglés] ha recomendado la retirada del proyecto de desmonte. No obstante, en violación de todo ello y dando un giro de 180 grados, la orden de iniciar los desmontes fue dada por el Sr. Jairam Ramesh [Ministro de Medio Ambiente de la Unión India] el 2 de mayo de 2011: fue la gota que colmo el vaso. El gobierno del estado desplegó de inmediato a la policía en junio para incautarse de la tierra.

En todo este periodo hemos asistido a una oposición frontal del pueblo a cualquier tipo de adquisición de tierras para el proyecto de creación de una acería con una capacidad de 12 millones de toneladas; oposición que se ha extendido a la concesión minera para su reserva de mineral de hierro de Khandadhar, en el distrito de Sundargarh, y al puerto privado de la empresa cerca de la proyectada acería, a unos 12 kms. del puerto de Paradip. Lo cierto es que tanto el gobierno central como el estatal han estado conspirando para poner estos proyectos en marcha. De hecho, las afirmaciones de Jairam en el sentido de que los desmontes no implican la adquisición de tierras por la fuerza o las prisas del Partido del Congreso por dar en Govindpur su supuesto apoyo a las movilizaciones no son más que un gran engaño. Jairam está asesorando al Gobierno de Odisha para que la adquisición de tierras se produzca “democráticamente”. A juzgar por pruebas recientes, su “democracia” parece incluir las mentiras y los sobornos de las grandes empresas multinacionales para que todo quede cubierto por el silencio. ¡Las únicas formas de democracia que podrán ver quienes se oponen –en su mayoría Adivasis- a tales proyectos son los falsos enfrentamientos, las torturas y las sentencias a años y años de cárcel!

En una entrevista reciente, el Secretario de Estado de Interior de la Unión, GK Pillai, pidió al pueblo que visitara la página web de la Comisión de Planificación [“Planning Commission”, en inglés] y que viera las fotos que se muestran en ella para saber así cuán rápidamente avanza el “desarrollo” en forma de carreteras, anganwadi [especie de centros públicos de atención a la infancia y a las madres] y escuelas que se están construyendo en las zonas depauperadas (especialmente “maoístas”). Dijo: “Las fotos hablan por sí mismas”. Uno se pregunta si Pillai y los que son como él han visto las fotos de las filas de niños, mujeres y ancianos tumbados en sus tierras en la zona de Govindpur en el distrito de Jagatsinghpur, bajo un sol ardiente o bajo lluvias torrenciales, para tratar de conseguir que sus tierras no les sean confiscadas por los tiburones de POSCO con la ayuda de la fuerza bruta de los fascistas “asesinos a sueldo” de Naveen Patnaik. ¿No dicen nada estas fotos?

¿Por qué están jugándose la vida miles y miles de militantes anti-POSCO en lucha por impedir el establecimiento de POSCO? ¿Por qué no deja de aumentar el número de personas que se moviliza contra las políticas de los gobiernos con cada intento de los gobernantes de la burguesía compradora de vender los recursos de este país a los neocolonialistas? ¿No dicen nada estos números?

¿Por qué parecen no tener fin estas movilizaciones en las que participa un mar de masas en Singur, Nandigram, Kalinganagar, Lalgarh, Narayanapatna, Bhatta Parsaul, Srikakulam, Bastar, Lohardagga y en decenas y decenas de pueblos y ciudades de prácticamente todos los estados de este país? ¿No dice nada esta larga lista de manifestaciones militantes acaecidas recientemente?

¿No dicen nada las ofrendas y los funerales multitudinarios en honor de dirigentes de masas y militantes (de Tapasi Malik de Singur a Tabrez de Jaitapur, de los 13 adivasis en Kalinganagar a los campesinos de Sompeta y Kakarapalli) que lucharon y dieron sus vidas en estas movilizaciones? ¿Por qué miles de personas, con callada determinación, ocupan el lugar de estos héroes caídos, haciendo ondear la bandera del “Jal, Jungle, Zameen Hamara Hai” [“Agua, bosque y tierra son nuestros”]?

Para aquellos que se toman la molestia de escuchar, el mensaje es claro. La inmensa mayoría de la población de este país rechaza el modelo de desarrollo pro-imperialista y enfocado al beneficio y abraza el modelo de desarrollo pro-popular y enfocado a las necesidades del pueblo. El mensaje de las clases dominantes es también brutalmente claro. Con independencia del coste que el pueblo de la India pueda verse obligado a pagar, las clases dominantes compradoras, con el firme apoyo y dirección de los imperialistas, continuarán con su saqueo y su pillaje. Este “coste” incluiría no sólo la pérdida de tierras, agua, aire, mares, puertos, recursos naturales, bosques, medio ambiente, flora y fauna en peligro de extinción, civilizaciones antiguas, propiedades, por no hablar de vidas en sentido “material”, sino también la pérdida de dignidad, de soberanía, de independencia, libertad y orgullo que son inalienables para nuestra existencia como seres humanos.

El pueblo de Jagatsinghpur está planteando una pregunta sencilla: “¿Por qué debemos perder todas estas cosas? Y además, ¿quién es usted para decidir que perdamos estas cosas?”. El pueblo de Jagatsinghpur está diciendo una verdad evidente: “Es al pueblo a quien corresponde el derecho a decidir lo que necesita”. El pueblo de Jagatsinghpur está lanzando un desafío directo a las clases dominantes: “¡Enfréntate a la ira popular! ¡No somos nosotros los que nos vamos a rendir!”. El pueblo de Jagatsinghpur está afirmando una cuestión de principio para que todo el mundo la oiga: ¡El pueblo de la India se niegan a ser arrastrado a una existencia de esclavos!”.

Mucho nos tememos que, en ocasiones, hasta las fotos no hablan por sí mismas. Por ejemplo, las fotos de colegios (en “zonas maoístas”) no muestran a las fuerzas de seguridad que los ocuparán tan pronto como los edificios estén listos para ello. Sin embargo, las movilizaciones que se vienen produciendo desde hace años y años, en las que participan centenares de miles de personas jugándose el todo por el todo –lo cual incluye sus propias vidas- sí nos hablan de algo. Nos hablan de algo que es lo más importante que se debe decir y escuchar en este país en este momento y que decidirá su futuro. Esas movilizaciones nos hablan de la misma verdad de que hablaban las innumerables luchas campesinas y adivasis –principalmente armadas pero también desarmadas- libradas contra los gobernantes coloniales británicos en los siglos XIX y XX, una verdad que busca poner fin a todo tipo de explotación y opresión colonial y neocolonial. Los británicos trataron de cerrar ojos y oídos ante este clamor de la verdad y optaron, en su lugar, por sofocarlo mediante la fuerza bruta. Las clases dirigentes indias están siguiendo sus pasos y están condenadas también a seguir sus pasos hasta la propia tumba si continúan con su “injusta y brutal guerra contra el pueblo” en nombre del desarrollo, exactamente igual que hicieron sus amos imperialistas. Ya sea represión armada directa mediante el despliegue de fuerzas de policía y paramilitares en las zonas maoístas –y ahora también del ejército- bajo el nombre de Operación Green Hunt, o bien mediante el despliegue de fuerzas policiales y paramilitares en lugares como Bhatta Parsaul o Govindpur, se trata en todos los casos de actos de brutal represión de luchas auténticamente populares. Los asesinatos en falsos enfrentamientos de más de 25 activistas contrarios a las empresas mineras, asesinatos cometidos por el gobierno de Naveen Patnaik desde diciembre de 2010, y la reciente reunión de P. Chidambaram [Ministro de Interior de la Unión India] con Naveen Patnaik y Raman Singh con miras a organizar en junio operaciones anti-maoístas en Odisha y Chhattisgarh indican que los gobiernos central y estatal planean reprimir las movilizaciones populares.

Las movilizaciones anti-POSCO, junto con otras muchas luchas en curso contra la confiscación de tierras y el saqueo de los recursos naturales de nuestro país, tienen suficiente potencial para decidir el destino de muchas otras inversiones extranjeras que llegan sin obstáculos a nuestro país. El Comité Central del PCI (Maoísta) exhorta al pueblo de Odisha a seguir adelante con firmeza e inquebrantable determinación en su lucha, y exhorta al pueblo de la India a organizar luchas solidarias en apoyo de este pueblo valiente. El pueblo de Jagatsinghpur debe aceptar las muestras de apoyo de todos los partidos y grupos políticos y civiles que le ofrezcan su solidaridad; no obstante, también debe estar alerta frente a los planes que puedan urdir algunos de ellos, en especial el plan de los partidos parlamentarios para desviar su lucha hacia diversas formas de compromiso. No hay que olvidar que casi todos los partidos parlamentarios o bien han secundado y apoyado estos proyectos pro-imperialistas allí donde han estado en el poder o lo han compartido, o bien les dieron su apoyo tácito incluso cuando estaban en la oposición.

No sólo es necesario ir a Jagatsinghpur a apoyar el movimiento anti-POSCO: también lo es organizar en su favor diversas formas de propaganda y agitación en todos los Estados. El PCI (Maoísta) exhorta al pueblo de la India y a todos los pueblos del mundo a expresar la más amplia solidaridad posible con esta valiente lucha. En esta hora es necesario que todas estas luchas confluyan forjando una amplia coalición de luchas antiimperialistas que no sólo habrá de combatir por liquidar proyectos como POSCO sino también por eliminar de nuestro país todo tipo de control y explotación imperialistas.

¡Detener de inmediato la adquisición de tierras para el proyecto de POSCO!
¡Retirar todas las fuerzas de policía y paramilitares del distrito de Jagatsinghpur y poner fin a todo tipo de tácticas intimidatorias y de acoso contra el pueblo!
¡Liquidar todos los Memorandos de Entendimiento destinados a vender nuestro país, firmados con grandes empresas multinacionales con el fin de saquear los recursos naturales de la India que pertenecen legítimamente al pueblo y sólo al pueblo!

Abhay
Portavoz
Comité Central
PCI (Maoísta)

pc 5 luglio - da napoli ai no tav

pc 5 luglio - le testimonianze dei valsusini

Ho visto decine di migliaia di persone in partenza da Exilles: c’erano i bambini, i palloncini colorati, lo struzzo e l’asinello, la banda. Ho visto centinaia di uomini e donne avventurarsi velocemente per i ripidi sentieri che portano verso Cels e discendono per la Ramats. Ho visto anziani e bambini dei paesini che salutavano chi si avventurava nei boschi, qualcuno addirittura regalava bibite fresche ai “pericolosissimi giovani dei centri sociali”. Ho visto una signora che preparava sapientemente le dosi di Maalox da mettere nelle bottigliette per rifornire “i ragazzi”. Alla Ramats ci si preparava all’assedio con caschi, guanti, limoni, maschere anti-gas ed occhialini in un’atmosfera surreale, in una deliziosa frazione delle Alpi sotto lo sguardo curioso e protettivo dei pochi residenti, per nulla intimoriti dalla scena. Nell’aria non si respirava né tensione né paura, ma attesa ed impazienza di percorrere gli aspri sentieri. Arrivati a qualche centinaio di metri dalle recinzioni del cantiere, vengono sparati i primi lacrimogeni. Ed è a quel punto che capisco che quella sarebbe stata una giornata indimenticabile. In me e nella stra-grande maggioranza della gente che mi circondava non riuscivo a scorgere timore, ma decisione nel proseguire e nel rispedire al mittente i tentativi di contenimento. Inizialmente serpeggiava l’illusione che si sarebbe riusciti ad invadere il cantiere: le prime recinzioni divelte, le cariche della polizia respinte, i lacrimogeni che si riuscivano a spegnere, i fuochi d’artificio. Invece ne è nato un interminabile tira e molla con gli sbirri che sbarravano l’accesso, durato circa cinque ore: cariche, lanci di lacrimogeni (qualcuno sparato ad altezza d’uomo), malori, getti di idrante, pietre (provenienti da entrambi i lati), feriti…

In queste lunghissime ore tutto ho visto, fuorchè un’organizzazione para-militare. Cosa c’è di più spontaneo di un lancio di pietre?! Anzi, la mancanza di maggiore organizzazione e forza è stato ciò che si rimproverava nei boschi un signore valsusino sulla sessantina: “così non va, siamo troppo…”, mentre con le mani faceva inequivocabili gesti ad indicare una certa debolezza.

Bè, credo che al posto della loro “inaudita violenza”, sarebbe più corretto parlare di “dolce determinazione”.

Perché ho visto DOLCEZZA in ogni genitore che portava per mano il proprio figlio al corteo; in ogni ragazzo che porgeva un limone quando ti mancava il fiato e lo stomaco stava per esplodere; in ogni mano che stringeva un sasso; nella signora che con ansia ti si avvicina e sussurra: “sono preoccupata per ogni ragazzo che c’è là sotto” indicando con il dito i boschi della Ramats; in ogni voce che incitava all’avanzata; nella nonna che preparava pane e nutella per chi rientrava da “sotto”; in chiunque cercava nei modi più vari di spegnere i lacrimogeni; negli occhi dei ragazzi a volto coperto che quando prendevano fiato scoprivi che erano appena ventenni; nei sorrisi di chi risaliva i sentieri con l’affanno; negli abbracci di chi a fine giornata intonava “Dai Monti di Sarzana”; negli applausi e nel supporto dei valsusini a chi tornava dalle “zone calde”.

Dolcezza e DETERMINAZIONE. Ognuno ha partecipato alla giornata con un enorme DETERMINAZIONE. Certo, non c'erano le signore valsusine a sfondare la recinzione (anche se diverse erano presenti nella boscaglia a respirare i lacrimogeni), però si cercava di contribuire all'assedio secondo le proprie possibilità. Aleggiava una grande DETERMINAZIONE nell’affermare collettivamente con i fatti, e non soltanto più a parole, che “A SARA’ DURA”… per loro

pc 5 luglio - una voce discordante nella stampa borghese delle bugie e delle diffamazioni

dal Corriere
EXILLES- «Sarà dura...». L'urlo rimbomba tra le montagne. È come se fosse una premonizione, oppure qualcosa di più: una certezza. Perché se l'obiettivo è quello di riprendersi "la libera repubblica della Maddalena", «espugnata» la settimana scorsa dalle forze dell'ordine, anche loro sanno che sarà pressoché impossibile. Ma l'importante è dare un segnale e forse ci si accontenta anche di questo. Per il resto i quasi duemila manifestanti che si sono staccati dal corteo ufficiale di Exilles camminano in silenzio sotto il sole. In piccoli gruppi, dalle loro città di provenienze. Da Padova a Livorno. Da Perugia a Milano. Da Roma a Torino. Si tratta di esponenti dei centri sociali, studenti, precari, antagonisti. Arrivati in Val di Susa per aiutare «i compagni che combattono contro la Tav, un'opera ingiusta che nessuno vuole. A cominciare dalla popolazione locale». E guidati dai ragazzi del luogo.

NEI BOSCHI- Il passo è svelto. Sono le 10.30 e i tempi sono stretti. Bisogna arrivare tutti insieme, coordinarsi con gli altri gruppi che assedieranno i cantieri da Giaglione. Quando si passa Cels, piccola frazione sulla strada, le signore alle finestre salutano. Sventolano le bandiere No Tav. E a tratti incitano i ragazzi. Poi una volta arrivati a Ramats il corteo si deve dividere. «Ci sono due sentieri che portano entrambi davanti alla Maddalena», spiega un signore a un megafono. Il primo è un percorso stretto e ripido. Si scende in fila indiana, stando ben attenti a dove si mettono i piedi. La tensione nell'aria è palpabile. La battaglia si avvicina, anche se nessuno ne parla. Dopo una ventina di minuti si sentono i primi botti. L'odore acre dei lacrimogeni al Cs si sparge nell'aria. Tutti tirano fuori un fazzoletto, una bandana, una maschera per proteggersi dai fumi che irritano occhi e pelle. In mano una bottiglietta di acqua e Maalox, «unico vero antidoto se non vuoi soffocare». Quando si arriva al punto di raccolta molti tirano su i cappucci, infilano le mantelle, gli occhialini da piscina. «Altrimenti è impossibile avvicinarsi». Ma anche così è difficile. Non appena escono dal bosco, i carabinieri sparano i candelotti. E l'aria diventa irrespirabile. Devono arretrare, lanciano le pietre, qualcuno ha anche petardi e botti. I feriti si contano da una parte e dall'altra (a fine giornata 188 tra le forze dell'ordine e 232 tra i manifestanti). Un lacrimogeno trancia un pezzo di orecchio a un ragazzo, a un altro lo colpisce in testa. Ma la battaglia continua, dall'alto arrivano rinforzi, si danno il cambio. Intanto dalle radioline arrivano notizie dagli altri punti. «Hanno sfondato a Giaglione». Oppure: «Hanno tagliato le reti nell'area archeologica». Sono solo tentativi, perché le forze dell'ordine respingono ogni attacco.

ALLA CENTRALE- Dopo quasi tre ore si decide di risalire. «Non ha più senso stare qui». A Ramats è arrivato anche una parte del corteo di Exilles. Cercano di capire cosa fare, come muoversi. Il fronte si è spezzettato e deve ricompattarsi. È l'una e mezza. E in valle le proteste continuano. Si sentono le urla, i rumori di una battaglia. «Bisogna andare alla centrale a dare una mano». È a più di mezz'ora di cammino su stradine ripide e il sole è cocente. Ma non importa, si riparte. Sotto i piloni dell'autostrada ci sono decine di persone sedute all'ombra. Molti hanno la bandiera del Movimento cinque stelle sulle spalle. Raccontano di una situazione complicata. «La centrale è sotto assedio, polizia e carabinieri sono barricati dietro i cancelli e sparano lacrimogeni di continuo». Si prosegue. Ad attenderli migliaia divisi in più lati. Quando un gruppo tutto vestito di scuro arriva dal dietro correndo, la gente applaude, comincia a urlare: «Dai ragazzi, spaccategli il c...». Lanciano pietre, oggetti trovati sulla strada. E insulti, gesti. Le forze dell'ordine rispondono con idranti e gas. Beppe Grillo è su un lato, osserva la situazione. E dopo pochi minuti, decide di lasciare la zona «rossa» seguito da due telecamere. Qualcuno lo insulta. Ma gli occhi sono puntati sugli scontri e sul nemico che è comune, «la polizia». Alle sei è evidente che nessuno riuscirà a entrare. Il corteo risale per le vie di Chiomonte. Ci sono ancora migliaia di persone. Tanti valsusini che aiutano i «forestieri» a capire come raggiungere le auto, i pullman. Poi i commenti: «Se avessi avuto una pietra l'avrei tirata», dice una signora di Bussoleno. E il marito: «È stata dura>>

pc 5 luglio - dai ribelli di val susa

Il movimento lancia un campeggio internazionale a cento metri dal blocco della diga, dal 10 al 30 luglio. E' il nuovo presidio. Nessuna manifestazione in programma, ci sara' l'assemblea in settimana per decidere. Il movimento difende la giornata di ieri: assedio si doveva fare e assedio e' stato. Si doveva arrivare fino alle reti e stop. Dovevano sentire la nostra pressione, ma la polizia ha subito reagito. I black bloc? "Una balla". Poi il movimento attacca il vescovo di Susa che "si e' piegato al volere del prefetto. E' bastata una telefonata. Torniamo al cesarepapismo". E poi le parole del presidente Napolitano: "Il presidente Napolitano e gli altri dov'erano prima? Hanno scoperto adesso la Val di Susa, ora che e' avvolta dal fumo? Attenzione perche' la Val Susa puo' essere al centro di un crocevia pericoloso".
I villeggianti - denuncia il movimento - non vengono più a chiomonte, e' un danno per il Comune e la Valle. "Chiomonte e' un paese normale venite". Continuano i problemi per chi deve andare a lavorare nelle vigne attorno al cantiere bloccate.

pc 5 luglio - l'ignobile dichiarazione del presidente napolitano ... una denuncia


Il Presidente Napolitano è solerte nell'invocare la repressione in Val di Susa ed assente quando c'era da ascoltare la gente.
Indymedia Lombardia , 04.07.2011 20:10




Il Presidente Napolitano è solerte nell'invocare la repressione in Val di Susa ed assente quando c'era da ascoltare la gente e le ragioni del dissenso.
Se si è arrivati a questo punto di violenza, è soprattutto perchè le ragioni della gente, del popolo non sono mai state prese in considerazione, dalle istituzioni e dal presidente Napolitano.
Questo è grave. Quando i rappresentanti del popolo se ne fregano del popolo, lo stato è un regime autoritario.
Avremmo voluto vedere i nostri parlamentari europei, intavolare un confronto in sede europea, per spiegare le ragioni del dissenso e cercare delle alternative.
Avremmo voluto vedere il presidente Napolitano, interessasi della Val di Susa, non solo adesso, ma quando la protesta era pacifica e capire i motivi della protesta.
Questo vorremmo in una Italia più civile

pc 5 luglio - Tav: comitati, non c'erano black bloc..Siamo stati aggrediti dalle forze dell'ordine

ANSA 04 luglio, 19:03
Tav: comitati, non c'erano black bloc
Siamo stati aggrediti dalle forze dell'ordine

Tav: comitati, non c'erano black bloc (ANSA) - CHIOMONTE (TORINO), 4 LUG - In Valle di Susa alla manifestazione di ieri 'non c'erano black bloc, ma solo persone, in grandissima parte della Valle di Susa, che si erano equipaggiati con caschetti e maschere antigas per difendersi dopo quello che era successo lunedi'. Ma tutti a mani pulite'.
Cosi' Maurizio Piccione, esponente di uno dei movimenti No Tav, spiega che si sono difesi come potevano dopo essere stati aggrediti dalla polizia. 'Non ci e' rimasto altro da fare che continuare a difenderci'.

Governo, centro destra centro sinistra e cespugli, tutti con Napolitanoin testa condannano la "violenza sovversiva" cercando il solito gioco di dividere i manifestanti tra buoni pacifici e cattivi violenti
Dal Corriere a Repubblica, dall'Unità a Libero a tutte le reti Rai, Mediaset e la 7
mentono tuttti e invocano la repressione.
Quando il conflitto diventa duro si vedono i veri nemici da che parte stanno.

pc 5 luglio - Video la polizia lancia sassi

[NOTAV] Video la polizia lancia sassi
piemonte | repressione | notizie luned� 04 luglio, 2011 18:46 by i veri black bloc

Lancio di sassi da parte di polizia e Carabinieri.Solo un piccolo esempio di quello che a volter era un fenomeno che coinvolgeva 10/15 agenti per volta
3 Luglio 2011 battaglia per la riconquista dei terreni dove dovrebbero iniziare i lavori per una delel opere più inutili e costose della storia. Le immagini si riferiscono al pizzale antistante la Maddalena

Related Link: http://www.youtube.com/watch?

pc 5 luglio - ancora testimonianze dalla val susa

Ecco come lo stato italiano tutela i suoi cittadini.


Ancora una volta la libertà di espressione la possibilità di manifestare diventa, in Italia, un diritto negato.


Durante la manifestazione nazionale del 3 giugno in val di susa del popolo no-tav le forze dell'ordine dello stato italiano manifestano tutto il loro disprezzo per la vita ed i diritti dei manifestanti.

Oggi come dieci anni fa a genova la democrazia è stata sospesa, si è assistiti ad autentiche scene di guerriglia ma questa volta a fare da sfondo non più un panorama urbano ma i monti della val di susa.

Le forze dell'ordine per difendere gli interessi delle aziende private, le sole a giovarsi dei cantieri della tav, hanno sparato una quantità impressionante di lacrimogeni ad altezza d'uomo , (gas questi fra l'altro più nocivi di quel che si pensi) sapendo bene di poter causare feriti se non addirittura morti, fra i manifestanti notav; molte sassaiole sono partite dalle forze dell'ordine http://lombardia.indymedia.org/node/39845 .

Molti dei manifestani sono stati feriti , fermati, picchiati, torturati fisicamente e psicologicamente

in una novella bolzaneto, addirittura sono state negate le cure ai feriti caduti nelle mani delle forze dell'ordine per molte ore. Ad oggi 4 luglio, rimangono in carcere due fermati.

Ancora una volta torna la favola dei black block utile a giustificare la violenza delle forze dell'ordine
Al presidio della maddalena le forze dell'ordine non esitano a distruggere, devastare e saccheggiare le tende del presidio.

Chi sono i veri bruti? Chi sono gli autentici violenti in questa storia? chi difende la proprai terra o chi saccheggia, distrugge e tortura per difendere interessi privati?

pc 5 luglio - testimonianze delle violenze poliziesche contro la manifestazione notav

3 luglio no tav: raccolta di testimonianze sulle violenze a opera delle forze dell'ordine.
italia | repressione | notizie mar 5 luglio 2011 - 01:33 scritto da p Segnala agli amministratori

Raccolta di testimonianze presenti sul web, che raccontano di scene di vera e propria guerra ad opera delle forze dell'ordine.


Raccolta di testimonianze presenti sul web, che raccontano di scene di vera e propria guerra ad opera delle forze dell'ordine.

•bruciato camper notav;
•video dell'attacco della polizia ai manifestanti;
•diversi video che mostrano i lanci dai cavalcavia di bottiglie di vetro sassi pezzi di metallo da parte della guardia di finanza. [1] [2];
•uso di lacrimogeni [1] [2];
•lacrimogeni cs contro cittadini , anziane intossicate una donna tenta il dialogo con la polizia: la guierra l'hanno portata loro... attenti a come va a finire .