lunedì 13 luglio 2026

Il vertice anticomunista convocato da Trump/Rubio per il 16 luglio - passo inevitabile dentro la natura dell'azione dell'imperialismo USA

Tutto questo è analizzato enunciato in parti della Dichiarazione comune del 1° Maggio '26 delle forze marxiste-leniniste-maoiste e costituisce una parte sostanziale e discriminante della linea politica generale e nazionale di 'proletari comunisti/PC maoista Italia' 

Questo distingue questa organizzazione e questa tendenza dal revisionismo e dall'opportunismo di destra e di 'sinistra' nel nostro paese e a livello internazionale

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.....'L’imperialismo USA in particolare, con la presidenza di tipo nazista di Trump ha alzato il livello e intensificato la marcia della guerra imperialista; piena copertura al genocidio del popolo palestinese. Avanza nella guerra per la spartizione dell’Ucraina con l’imperialismo russo. Con la guerra di aggressione imperialista e sionista contro l’Iran, vuole rovesciare il governo legittimo e insediare al loro posto un governo fantoccio. E' altrettanto sta facendo e vuole fare in Venezuela, Cuba e ovunque arriva.

Scatena guerre economiche e commerciali vedi la guerra dei dazi per unire ai suoi piani e interessi le potenze imperialiste europee e tutti i paesi capitalisti e imperialisti nel mondo.

Intanto scatena la guerra interna contro le masse proletarie, i migranti, contro l’opposizione antifascista e antimperialista, all’insegna del razzismo, la repressione, lo stato di polizia, la caccia agli antifascisti e ai comunisti per trasformare gli Usa in una dittatura aperta al servizio del grande capitale. Su scala mondiale opera per rafforzare e unire tutte le forze reazionarie, fasciste, naziste, sovraniste e populiste di ogni paese......

Da il manifesto

La minaccia rossa nell’agenda di Trump

A mezzanotte di venerdì negli Stati uniti è entrata in vigore il Road to Housing Act. Si tratta di un pacchetto legislativo di agevolazioni per la costruzione di nuove abitazioni, limiti alla speculazione

immobiliare-finanziaria e incentivi per l’affitto che è passato con una larga maggioranza di 85-4 al Senato e 358-32 alla Camera. Un piccolo miracolo bipartisan, insomma, per una legge utile, da parte di un Congresso che da un anno è paralizzato dal muro contro muro e ha varato solo una ventina di leggi. Questa ha però avuto la particolarità di entrare in vigore senza la firma del presidente. Per rappresaglia contro il Parlamento che non ha approvato la riforma elettorale che vorrebbe prima dei midterm, Donald Trump ha infatti rifiutato di compiere l’atto ufficiale.

LA NORMA è stata ratificata automaticamente (dopo dieci giorni la regola lo prevede, a meno di un veto esplicito dell’esecutivo), ma il siparietto del presidente ostruzionista ha rimandato l’ennesima paradossale immagine di una nazione – ed il suo stesso partito – ostaggio dei capricci presidenziali.

La volitività del presidente-sovrano è ormai universalmente nota, ben conosciuta da alleati ed avversari politici, negoziatori iraniani e capi di stato. In Regime Change, l’ultimo libro di Maggie Haberman e Jonathan Swan, il comandante in capo è descritto come un autocrate impuntato, assecondato da concentriche cerchie di funzionari addetti a compiacerlo (compresa l’assistente il cui lavoro consiste nello stampare articoli e menzioni lusinghiere su una stampante portatile e porgerle al capo nel corso della giornata lavorativa).

OGGIGIORNO quel mestiere non sembra differire poi molto da quello del segretario generale della Nato, passato ad essere principale imbonitore del volubile alleato d’oltreoceano. I leader dei paesi membri sembrano altrettanto usi ormai a far fronte alla patologica incostanza del presidentissimo con teatrali piaggerie e complimenti insinceri nella speranza mal riposta di «passare ’a nuttata».

La dinamica produce vertici come quello di Davos o di Ankara dove sfuriate e accuse, rimostranze e paventate rappresaglie possono, dopo una giusta dose di lusinghe e foto di gruppo, mutare in dichiarazioni di concordia e posticcia solidarietà. Al centro di queste occasioni vi sono, immancabilmente, le conferenze stampa in cui Trump si esibisce in sperticati auto elogi incentrati su sale da ballo e colonne corinzie o disquisisce di vittorie elettorali passate e future. Tutto annotato con diligenza dalla stampa stenografante che riporta ogni bipolare esternazione come cronaca politica.

NELLA NARRAZIONE trumpiana il mondo esiste in un lungo presente antistorico il cui copione è scritto in bordate notturne di post social e su cui il presidente asserisce un controllo orwelliano. La mitopoiesi non ammette contradditorio né i «disfattismi» di cui Trump ama accusare la stampa. Il ruolo dell’informazione è di giocare in squadra, non collaborare col nemico, un fatto che se necessario il governo ribadirà con le querele miliardarie per danni o, come accaduto questa settimana, con mandati di comparizione per giornalisti del New York Times. La loro colpa? Aver scritto dell’aereo omaggio del Qatar che è stato necessario abbandonare in Europa per insufficienti misure di sicurezza.

SE L’INFORMAZIONE è virata in propaganda, l’agiografia sostituisce la storia. Ad Ankara Trump ha nuovamente presentato il “plot twist”, la variazione di trama, già riesumata per il 4 di luglio, parlando della «minaccia comunista che si addensa sugli Stati uniti» e qualificandola come la più pericolosa affrontata dalla nazione dai tempi della fondazione.

Come spesso accade, Trump è capace di sommare alle falsità uno sconcertante candore. A proposito della riforma sulla casa, al presidente repubblicano della Camera, Mike Johnson, aveva recentemente spiegato che «di queste cose non gliene frega un cazzo» alla gente, che invece si appassiona alla minaccia straniera.

CON UN MACCARTISMO fuori tempo massimo il presidente rispolvera ora le lezioni acquisite in gioventù dal mentore Roy Cohn, avvocato di famiglia ed ex braccio destro di Joe McCarthy durante la caccia alle streghe degli anni ’50. Soprattutto propone alla base una nuova drammaturgia semplificata dove lui interpreta il ruolo di eroico giustiziere contro un male assoluto (intercambiabilmente gli immigrati, gli iraniani, i comunisti…).

Nello specifico l’estemporanea “red scare” ha un’utilità specifica in una campagna elettorale di mezzo termine dove, in vista di una prevedibile batosta, la strategia è incentrata sulla demonizzazione della risorgente ala progressista dei Dem. La direttiva è stata immediatamente recepita da ogni candidato repubblicano che alla minaccia comunista (o eventualmente «cinese») ha adeguato spot e messaggistica. Qui, nel copione della Casa bianca, la narrazione si fonde con quella sviluppata per mantenere il potere minando preventivamente la legittimità delle elezioni. Dal Fbi alla direzione della National Intelligence, si moltiplicano le insinuazioni di interferenza cinese nelle elezioni del 2020, un complottismo sostenuto da “indagini” come quelle che hanno portato alla requisizione delle schede elettorali in Georgia a gennaio.

Anche in questo caso chi non è utile a sostenere la trama viene eliminato, il caso dei membri della commissione federale sulle elezioni licenziati in tronco venerdì, ultimo episodio di un’epurazione che ha visto centinaia di negazionisti fedeli al presidente insediati in commissioni locali che a novembre potrebbero decidere eventuali ricorsi elettorali.

COME PER TUTTE Le affabulazioni trumpiane, non è necessario che sia una maggioranza a credere al complotto dei «vasti brogli» comunisti. È sufficiente che ci creda molto una sostanziale minoranza. Le manovre elettorali e all’occasione l’apparato paramilitare Ice potrebbero fare il resto.

Le Pen, Wilders, Afd, Vox: gli illiberali europei incassano l’assist statunitense

Manifestanti pacifisti in Germania Michael Kuenne/Zuma Press
Manifestanti pacifisti in Germania – Michael Kuenne/Zuma Press

Pronti a raccogliere i frutti della paranoia americana elevata da Mark Rubio al massimo del summit, ovvero preparati a dare sfogo alla pulsione nera che nel Vecchio continente cova da ben prima dell’assassinio di Charlie Kirk, la “scintilla” che ha innescato la nuova crociata contro il comunismo.

Gli «anti-antifa» europei si sfregano le mani di fronte all’occasione offerta dal segretario di Stato di Donald Trump: perfetta per sdoganare l’ideologia passata e presente ma anche e soprattutto come precedente politico da usare al momento della conquista del potere, che per alcuni leader fascio-populisti è solo un lontano miraggio ma per altri è una meta a portata di mano destra, almeno secondo i sondaggi.

In testa Marie Le Pen, capa del Rassemblement National, candidata al voto presidenziale nel 2027 dopo la revoca dell’ineleggibilità da parte del tribunale di Parigi. «Se vengo eletta, sciolgo gli Antifa». Così la capa dell’ultradestra francese nel 2017, anno primo dell’era Trump, politicamente un secolo fa anche se la dichiarazione corrisponde al suo programma elettorale attuale. Allora il «terrorismo» dell’estrema sinistra era incarnato da «milizie che vandalizzano regolarmente i centri storici di Parigi, Nantes e Rennes in totale impunità». Per la cronaca gli Antifa avevano la colpa di avere assediato un comizio del partito di Le Pen, eppure tanto bastò a sollevare l’indignazione per la «violenza dell’ultra-gauche» anche nelle file dei conservatori, moderati, liberali.

L’ASSASSINIO di Kirk dà quindi solo la stura al fiume europeo dell’anticomunismo che non è mai stato carsico ma ben visibile a partire dagli atti istituzionali. Con 76 voti su 150 lo scorso 18 settembre il Parlamento dei Paesi Bassi approva per alzata di mano la «mozione di messa al bando del gruppo Antifa». L’interpellanza era stata presentata da Geert Wilders, leader del Partito per la Libertà (Pvv), Caroline van der Plas, fondatrice del Movimento Civico Contadino Agricoltore (Bbb) – che facevano parte del passato governo – e da Lidewij de Vos del Forum per la Democrazia (Fvd). Per i tre partiti dell’ultradestra «bisogna designare la sigla Antifa come organizzazione terroristica perché minaccia i politici e intimidisce gli studenti e i giornalisti». La mossa non è giuridicamente vincolante, ma è il primo vero e proprio firewall degli anti-antifascisti dell’Aia.

In Germania Afd – il primo partito a livello nazionali nei sondaggi che si prepara a vincere le elezioni in Sassonia-Anhalt e in Meclemburgo-Pomerania il prossimo settembre – ha colto invece al balzo la sponda trumpiana per rispolverare la lotta ai «chaoten rossi» considerati insieme ai migranti come il pericolo numero uno. «Antifa è un’organizzazione terroristica e sarebbe facile per la Repubblica federale intervenire se solo che chi è al potere volesse farlo» scandisce Stephan Brandner, vice portavoce di Afd, accusando il governo Merz di «tollerare la violenza di estrema sinistra».

SOPRATTUTTO il «provvedimento porterebbe al congelamento dei beni del gruppo» aggiunge il politico del partito monitorato dall’Ufficio per la protezione della Costituzione per sospette attività anti-democratiche su cui pende l’identica ipotesi di tagliare i fondi economici. A guardare con favore alla misura è anche la Cdu-Csu.

In Spagna lo scorso 15 dicembre Vox ha depositato alla Camera dei deputati la mozione, da discutere prima in commissione interni e poi seduta plenaria, denunciante «l’escalation della violenza politica sponsorizzata da gruppi di estrema sinistra. Servono misure urgenti per lo scioglimento delle organizzazioni legate al movimento Antifa e la loro inclusione nella lista europea del terrorismo».

A sentire il partito di Santiago Abascal «con la falsa idea di combattere il fascismo sono sorte associazioni con l’unico obiettivo della violenza contro gli avversari politici» Tra i «disordini» citati nella mozione: l’interruzione di una tappa della Vuelta. E poi c’è l’Ungheria. Da 10 mesi ha etichettato come terroristi gli antifascisti non solo della “Hammer-Band” che ha attaccato il Giorno dell’Onore dei neonazi. Orban non è più premier, tuttavia la messa al bando degli Antifa rimane.

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