Lega e Fratelli d’Italia spingono per infiltrazioni nelle carceri e ampliano l’impunità operativa degli agenti: il sistema penitenziario diventa spazio opaco di controllo e repressione
C’è un passaggio nel nuovo decreto sicurezza che segna un salto di qualità inquietante nella trasformazione dello Stato penale: l’ingresso ufficiale delle operazioni sotto copertura dentro le carceri. Non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di una scelta politica precisa. Dopo aver già ampliato i poteri dei servizi segreti fino a consentire infiltrazioni – e persino direzioni – di organizzazioni criminali e terroristiche, il governo Meloni estende ora la stessa logica all’universo penitenziario.
Il carcere non è più pensato come luogo di esecuzione della pena, né tantomeno come spazio – almeno formalmente – orientato alla rieducazione. Diventa un territorio operativo, un campo di intervento delle forze di polizia, un ambiente da penetrare, controllare, manipolare.
La modifica normativa è chiara. Intervenendo sulla disciplina delle operazioni sotto copertura (legge 146/2006), il decreto consente agli ufficiali di polizia giudiziaria – in particolare appartenenti alla polizia penitenziaria – di compiere una serie di condotte che, in condizioni ordinarie, costituirebbero reato. Possono acquistare droga, ricevere denaro illecito, occultare
prove, facilitare transazioni, ostacolare l’individuazione di beni. Tutto questo, formalmente, per finalità investigative.Ma il punto politico è un altro: queste pratiche vengono ora legittimate all’interno degli istituti di pena. Il carcere diventa così uno spazio di infiltrazione permanente, dove la distinzione tra legalità e illegalità viene sospesa in nome dell’efficacia operativa. È un rovesciamento radicale.
In un contesto già segnato da sovraffollamento cronico, carenza di personale, tensioni strutturali e condizioni materiali spesso degradanti, l’introduzione di agenti infiltrati rischia di produrre un effetto sistemico devastante. Non solo perché aumenta il livello di conflittualità, ma perché distrugge ulteriormente la fiducia minima necessaria alla convivenza interna.
Se ogni detenuto può essere una fonte, se ogni relazione può essere strumentalizzata, se ogni scambio può essere parte di un’operazione, il carcere smette di essere anche solo formalmente uno spazio regolato. Diventa un ambiente dominato dal sospetto generalizzato, dove la logica del controllo prevale su ogni altra funzione.
Non è un caso che realtà come Associazione Antigone abbiano denunciato apertamente questo passaggio. Il rischio, evidente, è quello di trasformare l’istituzione penitenziaria in un presidio di sicurezza interna, dove la gestione quotidiana non è più affidata a criteri trattamentali ma a logiche di ordine pubblico.
Questo intervento non è isolato. Si inserisce dentro una traiettoria coerente che caratterizza l’azione del governo negli ultimi anni. Dalla criminalizzazione del dissenso all’estensione dei poteri di polizia, dall’introduzione dello “scudo penale” per gli agenti alla moltiplicazione dei reati e delle aggravanti, fino alla progressiva normalizzazione dello stato di eccezione.
Dentro questa logica, l’ampliamento delle operazioni sotto copertura non è un’eccezione, ma una conseguenza. Se il problema non è più la giustizia sociale ma il controllo dei corpi, allora ogni spazio – dalle strade alle scuole, dai CPR alle carceri – può essere trasformato in dispositivo di sorveglianza e intervento. La questione, allora, non è solo giuridica. È profondamente politica.
Questa norma non apre semplicemente alla possibilità di indagini più efficaci. Legittima un salto qualitativo: autorizza di fatto agenti dello Stato a compiere reati all’interno delle carceri, in un contesto già segnato da fortissime asimmetrie di potere e da una sistematica opacità.
In un sistema dove mancano controlli indipendenti, trasparenza, codici identificativi e strumenti di tutela effettiva per i detenuti, estendere le operazioni sotto copertura significa creare uno spazio in cui abuso e violenza diventano difficilmente distinguibili dall’attività investigativa. Il confine tra prova e provocazione, tra indagine e costruzione del reato, si assottiglia fino a scomparire.
Il risultato concreto è che pratiche già emerse in numerosi procedimenti – pestaggi, minacce, estorsioni, violenze – rischiano di trovare una copertura normativa indiretta. Se un agente può infiltrarsi, acquistare droga, occultare prove e interagire illegalmente con detenuti senza essere punibile, allora può anche spingersi oltre, dentro una zona grigia in cui la responsabilità diventa quasi impraticabile. Non si tratta più solo di repressione, ma di istituzionalizzazione dell’arbitrio.
Il carcere viene così definitivamente ridefinito: non come luogo di esecuzione della pena secondo principi costituzionali, ma come spazio operativo dove la sospensione delle garanzie è ammessa e regolata. Un ambiente in cui la violenza può essere esercitata e giustificata in nome dell’indagine.
Il carcere si configura sempre più come un dispositivo di controllo e coercizione, dove il potere si esercita senza trasparenza e con margini crescenti di impunità.
Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata.

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