martedì 24 marzo 2026

pc 24 marzo – L’India tra stretti rapporti militari con il nazisionismo israeliano e le contraddizioni con l’imperialismo americano… paga il suo equilibrismo nel Medio Oriente in fiamme

da Limes podcast

Sono Lorenzo Di Muro, coordinatore India e mondo indiano di Limes e questo è il podcast di Limes.

“The direction of India's rise I think is very clear, in a way it's unstoppable. The rise of India will be determined by India. It will be determined by our strength, not by the mistakes of others.”

"Il percorso dell'India è molto chiaro, è inarrestabile. L'ascesa dell'India sarà definita dall'India. Sarà determinata dalla nostra forza, non dagli errori altrui." È stato costretto a rimarcarlo il ministro degli Esteri indiano Jayish Shankar, dopo il monito lanciato dal vicesegretario di Stato americano proprio a Delhi, la capitale indiana, nel corso del Resina Dialog, la principale conferenza sulla geopolitica e la geoeconomia organizzata in India. Di fronte a una platea di politici, uomini d'affari, militari, funzionari dell'intelligence e giornalisti di tutto il mondo, il numero 2 della diplomazia a stelle e strisce aveva dichiarato, con straordinario candore, che gli Stati Uniti non commetteranno con l'India lo stesso errore commesso vent'anni fa con la Cina, ovvero quello di permetterle di svilupparsi fino a diventare un competitore per gli Stati Uniti. Mentre era obbligata a rispondere alla dichiarazione del funzionario americano, un boccone troppo amaro da mandare giù per l'orgoglioso e nazionalista gigante asiatico, il governo doveva affrontare la grave crisi innescata dalla reazione dell'Iran agli attacchi di Israele e Stati Uniti e in particolare dalla decisione di interdire il traffico marittimo nello stretto di Hormuz. L'India infatti è il terzo paese al mondo per consumo e importazioni di idrocarburi e dipende dal Medio Oriente per il 50% del suo approvvigionamento. oltre che di altri beni come i fertilizzanti che importa per il 40% sempre dal Medio Oriente, dato non trascurabile per un Paese che deve sfamare 1 miliardo e mezzo di persone. 

Una crisi talmente grave sia per l'India sia sul piano globale, che Washington ha allentato le sanzioni contro la Russia, permettendo agli attori internazionali di tornare ad acquistare idrocarburi russi. Idrocarburi che fino a poche settimane prima costituivano la leva negoziale con cui Trump intendeva ammansire Putin e congelare il conflitto in Ucraina. Così, dopo un braccio di ferro durato quasi un anno, durante il quale l'India si è vista imporre dazi al 50%, dato che dal 2022 ha comprato petrolio russo a buon mercato in quantità enormi, a inizio febbraio Trump aveva annunciato un accordo commerciale con l'India, per cui gli Stati Uniti avrebbero abbassato i dazi al 18% mentre Delhi avrebbe aumentato l'acquisto di energia, asset militari e altri beni dall'America, e al contempo avrebbe smesso di importare petrolio russo, cosa che però è assente nel comunicato congiunto e che gli indiani non hanno mai confermato. Ma prima ancora che l'accordo fosse limato ed entrasse in vigore, è arrivato l'attacco all'Iran, che ha nuovamente mischiato le carte in tavola. Un attacco il cui tempismo ha fatto molto

scalpore in India, visto che si è consumato il giorno dopo che il premier indiano Modi è tornato in patria da una scenografica visita di Stato proprio in Israele, dove ha siglato una ventina di intese commerciali, militari e in altri ambiti sensibili e dove si è rivolto alla Knesset, il Parlamento israeliano, dal quale ha ricevuto il riconoscimento per i suoi sforzi nel rafforzare la cooperazione e l'amicizia bilaterale. La postura dell'India verso lo Stato ebraico è mutata profondamente dalla fine della Guerra Fredda. Durante l'era bipolare, l'India è stata una sostenitrice della causa palestinese, che vedeva come una faccia della stessa medaglia dell'imperialismo britannico e occidentale, lo stesso che aveva scontato sulla sua pelle. Dagli anni '90 però le cose sono cambiate. L'India ha rafforzato sempre di più i rapporti con Israele, un Paese che oggi viene definito da Jay Shankar il partner forse più fidato per l'India. Il partito di Modi, in carica dal 2014, ha cavalcato e accelerato questa convergenza che è frutto di interessi comuni. Israele è diventato gradualmente uno dei più importanti soci dell'India per quanto riguarda le forniture militari, anche sul piano tecnologico di intelligence in funzione antiterrorismo, ma anche i settori civili come l'ingegneria idraulica, agroalimentare, la manifattura. Con Modi a questi interessi strutturali che hanno sostanziato la convergenza bilaterale si aggiunge una componente simbolico ideologica. Il nazionalismo indù di cui è espressione il partito di Modi, infatti, che vorrebbe unificare le anime del paese sfruttando l'induismo e la lingua hindi, ha una storica fascinazione per l'etno-nazionalismo di Israele. Non a caso, Modi è stato il primo premier indiano in carica a recarsi nello stato ebraico, nove anni fa, come pure in Cisgiordania, posto che l'India formalmente caldeggia la soluzione dei due stati. E nel suo discorso alla Knesset di febbraio, Modi ha affermato che in India c'è grande ammirazione per Israele, per la sua risolutezza, il coraggio e i risultati conseguiti da una civiltà plurimillenaria come quella indiana. Allo stesso tempo, l'India intrattiene rapporti storici con l'Iran. Come scrive il padre della patria indiano Nehru, primo premier dell'India indipendente nel suo celebre The Discovery of India, libro peraltro citato su Twitter proprio dall'ayatollah Khamenei, tra i vari popoli che sono entrati in contatto con l'India e ne hanno influenzato la cultura e la vita, il più antico e persistente è stato quello iraniano. Oltre agli aspetti culturali, l'Iran ha un peso significativo nei calcoli geopolitici indiani. Dal punto di vista energetico, ad esempio, fino a che nel 2019 Trump ha imposto sanzioni contro l'Iran, l'Iran era il terzo fornitore di oro nero dell'India. Ma soprattutto l'Iran riveste un'importanza cruciale sul piano strategico. Dopo che nel 47 la partizione ha comportato la creazione dello Stato pakistano accanto a quello indiano, infatti, l'India si è vista tagliare fuori dall'Asia centrale e dunque, in questa prospettiva, l'Iran serve per aggirare il vicino Pakistano. Anche perché la crescente influenza della Cina in Pakistan e non soltanto, ha costretto l'India a correre ai ripari, investendo per esempio nel porto iraniano di Chabahar, come contrappeso a quello pakistano di Gwadar in mano cinese. Per l'India, il Medio Oriente, o meglio l'Asia Occidentale, come lo chiamano gli indiani, non è solo una regione fondamentale per il commercio e l'approvvigionamento energetico, peraltro destinato ad aumentare. 

I Paesi del Golfo, infatti, ospitano almeno 9 milioni di indiani che forniscono quasi la metà dei 130 miliardi di dollari annui di rimesse che arrivano in India. La rilevanza della regione è testimoniata anche dai partenariati strategici tra India ed alcuni Paesi del Golfo, anzitutto gli Emirati Arabi Uniti. come pure dalla proiezione militare di Delhi in questa regione. Non a caso negli ultimi anni l'India si è assicurata l'accesso a una base navale in Oman e ha incluso lo stretto di Hormuz e il Golfo Persico tra le sette aree in cui la marina militare indiana è in missione permanente. Inoltre, gli accordi di Abramo tra Israele e paesi arabi hanno rafforzato questa dinamica, sicché Arabia Saudita, Emirati e India, più alcuni paesi europei, tra cui l'Italia, hanno annunciato il piano di creare un corridoio economico per collegare le coste occidentali dell'India al Mediterraneo, passando per la penisola arabica e Israele. Questo progetto, AIMEC nell'acronimo inglese, vorrebbe costituire un'alternativa alle vie della seta della Cina, che per l'India rappresenta la principale minaccia strategica ma anche un partner economico imprescindibile. Ovviamente l'instabilità del Medio Oriente, acuita dalla guerra in Iran, non solo rende irrealizzabili progetti come l'AIMEC e crea gravi problemi commerciali ed energetici, ma soprattutto, vista la disinvoltura americana, per usare un eufemismo, rischia di creare forte imbarazzo a Delhi. Così, da una parte l'India deve fare i conti con il mancato passaggio delle navi che portano gas e petrolio e dall'altra deve fare i conti con situazioni come quella che si è verificata nei primi giorni di guerra non lontano dalle sue coste. Infatti, mentre l'Iran si apprestava ad essere colpito da americani e israeliani, l'India ospitava nelle sue acque un'esercitazione navale multinazionale cui partecipava anche Teheran. Terminata l'esercitazione in acque internazionali a sud dello Sri Lanka, un'area in cui gli indiani dovrebbero garantire la sicurezza, una delle navi iraniane è stata colpita e affondata da un sottomarino americano. Un'umiliazione per il governo indiano. Umiliazione acuita dalle successive parole del vicesegretario di Stato, già citate, e da quelle del segretario del Tesoro Bessent, che si è affrettato a precisare che gli Stati Uniti stavano concedendo all'India di comprare petrolio russo. Chiaramente, le parole di Bessent sono state accolte con indignazione, posto che gli indiani, pur nelle loro enormi differenze interne, sono un popolo estremamente nazionalista, orgoglioso e geloso della propria sovranità, memore del passato coloniale e dell'assoggettamento a potenze esterne. Anzi, è anche su questo sentimento che il partito di Modi fa perno. Ecco perché le autorità indiane hanno emesso una nota molto dura in cui confermano di non aver mai smesso di acquistare petrolio da Mosca e che in ogni caso non hanno bisogno del permesso di nessuno per farlo. Insomma, l'Asia occidentale è una parte decisiva dell'equazione strategica dell'India, intenta a coltivare i rapporti tanto con lo stato ebraico quanto con l'universo islamico. Nel corso della sua storia indipendente, al di là del colore politico dei governi, la politica estera dell'India è sempre stata votata al pragmatismo. Ecco perché, a fronte dell'ennesima crisi mediorientale, da un lato l'India ha ottenuto dall'Iran il passaggio sicuro di due petroliere e sta trattando per estendere questo lasciapassare, mentre dall'altro ha evitato di condannare apertamente l'offensiva di americani e israeliani. Questo equilibrismo mira ad assicurarsi il più ampio margine d'azione possibile, ma sempre di più viene messo alla prova dalle mosse di Netanyahu e Trump e dai conseguenti terremoti geopolitici. Troppo vicina a Israele e Stati Uniti perché l'Iran si possa fidare fino in fondo, ma non abbastanza vicino da evitare un attacco che mina di fatto gli interessi dell'India. A conferma che, a ben guardare, anche l'equilibrismo ha sempre un prezzo.

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