Ieri, la
Corte d'Assise di Potenza ha rigettato solo in parte le ignobili
richieste degli avvocati degli imputati che volevano l'annullamento di
tutte le perizie, indagini, rapporti, inchieste che hanno dato vita a
Taranto al processo Ilva di 1° grado, ma le ha rigettate solo per 4
imputati: Riva Nicola, Luigi Capogrosso, Angelo Cavallo e Ivan Di Maggio
- mentre per tutti gli altri imputati, compreso addirittura Fabio Riva,
quelle perizie non valgono, accogliendo la tesi dei loro avvocati "perchè al momento dell'incidente probatorio non erano iscritti nel registro degli indagati".
Tant'è
che il PM ha richiesto una nuova "perizia collegiale" affinchè quei
dati, atti di indagine, costati anni e anni di indagini, invece valgano
per tutti gli imputati che, tutti, coscientemente hanno sparso
novìcività, tossicità, inquinamento di aria, terreni, VITE, non solo per
i 4.
Sta
di fatto che ad ogni piccolo passo avanti, si rischia di avere due
passi indietro, in un processo che ad ogni udienza riceve delle
"picconate" - che, sia chiaro, non riguardano le questioni tecniche, di
articoli, di procedura, ecc. del processo in sè, ma riguardano ben
altro, riguardano la giustizia verso gli operai, verso gli abitanti dei
quartieri inquinati; riguardano la giustizia contro Riva e tutti i suoi
complici che hanno sfruttato, hanno fatto morire, ammalare e che ancora
dopo 12 anni non hanno alcuna condanna, mentre hanno già ottenuto una
serie di reati prescritti e che un processo così importante, che
riguarda centinaia e centinaia di persone, in cui gli operai sono morti
in tanti modi, in cui tutti hanno un familiare malato di tumore, ecc.
ecc. venga trattato come un processo a "ladri di galline". Questo è in discussione, signori, CHIARO!
Questa situazione non può essere accettata! Un
processo ai padroni tra i maggiori sfruttatori e assassini, a politici,
rappresentanti istituzionali, ecc. non può essere ad ogni udienza come
un "carciofo" da sfogliare pezzo dopo pezzo. La "legge", "le "procedure"
non rispettate, gli "errori" del processo di 1° grado, a cui come dei
vampirti si buttano sopra gli avvocati ben pagati, Annicchiarico,
Perrone, Raffo, ecc. ecc., non possono nascondere che ora "in nome della
legge" questo processo può diventare la più ingiusta ingiustizia di classe.
Non
può essere accettato che gli Annicchiarico si sentano a Potenza ancora
di più a "casa loro", intervengono quanto e quando vogliono, per
ripetere sempre le stesse cose allo scopo di non far andare avanti anche
questo processo di Potenza (art.11 violato, tutti i giudici non
potevano essere imparziali, dalla Todisco in poi, perchè vivono,
respirano, abitano nella stessa città inquinata... e cazzate di questo
genere), senza che nessuno gli dica "basta!".
Noi
dello Slai cobas non ci stiamo a questa farsa. Ripartiremo a settembre
con presidio al Tribunale, assemblee; non lasceremo tranquille le stesse
udienze all'interno.
Ma
non possiamo farlo solo noi! Gli avvocati dei Riva e complici fanno il
loro sporco mestiere ben pagato, e glielo lasciano fare, anche gli
avvocati delle parti civili che in tanti non si presentano alle
udienze. Lo Slai cobas invece sta spendendo, come sempre, soldi,
energie, ma occorre di più!
Ora, col nuovo avvio dell'8 settembre del processo è in discussione anche la
validità dei verbali, prove testimoniali acquisite nel 1° grado che gli avvocati degli imputati vogliono cancellare. Questo non deve
succedere.
Da Antenna Sud
Da Domani - Simone Libutti
I giudici hanno respinto la richiesta delle difese di annullare l’incidente probatorio sulle perizie epidemiologiche e chimiche dell’ex Ilva. Un’ordinanza che evita il collasso del filone ambientale, già indebolito da prescrizioni, esclusioni di società e parti civili
L’ordinanza emessa permette di utilizzare la perizia nei confronti di quattro imputati: Nicola Riva, Capogrosso, cavallo e Di Maggio, che rappresentano la proprietà Ilva e i manager che di fatto erano gli esecutori di fiducia della medesima proprietà.
La contestazione della validità delle prove raccolte dal 2010 in poi rischiava di picconare giuridicamente anche l’ultimo filone – quello ambientale – rimasto in piedi nel processo nel capoluogo lucano.
Per l’avvocata di
parte civile Antonietta Ricci (dello Slai cobas Taranto - ndr),
l’annullamento della perizia «avrebbe allungato i tempi del processo di
20-30 anni» perché «si sarebbero dovute fare da zero tutte le analisi,
non tenendo conto dell’impossibilità di riprodurre le condizioni di
quindici anni fa».
Questo avrebbe permesso probabilmente di ottenere anche la prescrizione per il filone riguardante il disastro ambientale".
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