Mafia e manganello, le due facce della Lega
stralci da contropianodi
Claudio Avvisato
Due
notizie in poche ore che sembrano arrivare da universi agli antipodi.
Eppure riguardano lo stesso partito – al governo – e lo stesso leader,
Matteo Salvini.
La
prima notizia, di ieri pomeriggio, è l’approvazione definitiva del
cosiddetto “decreto sicurezza bis”, un dispositivo paranazista che ha
dovuto cancellare parecchi dettagli rispetto alla prima versione per non
rischiare di sbattere contro le eccezioni di costituzionalità già al
primo esame del Presidente della Repubblica (peraltro, su questo tema,
assolutamente “conciliante”).
(nota di prol com - Dove la "conciliazione" è complicità e copertura in violazione della Costituzione)
La seconda, di stamattina, è l’arresto di Paolo Arata, ex consulente della Lega per l’energia ed ex deputato di Fi, e del
figlio Francesco. Sono accusati di corruzione, autoriciclaggio e
intestazione fittizia di beni. Sarebbero soci occulti dell’imprenditore
trapanese dell’eolico Vito Nicastri, ritenuto dai magistrati tra i
finanziatori della latitanza del boss Matteo Messina Denaro.
Strano
insieme, la Lega. Riesce a tener dentro le pulsioni peggiori travestite
da “legge e ordine” e quel “partito degli affari” che collega senza
soluzione di continuità imprese normali e prestanome mafiosi, lobbisti
improvvisati e politici di sottobosco.
Ma andiamo con ordine.
Il decreto sicurezza, al
primo articolo, “risolve” il rebus che ha tormentato il governo in
questo primo anno: di chi è la competenza ad aprire o chiudere i porti a
navi che hanno salvato naufraghi in mare? Vittoria totale di Salvini,
perché tale potere viene attribuito al ministro dell’interno (si salvano
le navi militari – per evitare il ripetersi del “caso Diciotti” – e
“navi in servizio governativo non commerciale”; insomma, morte alle
Ong).
L’articolo 2 inasprisce le pene pecuniarie per i comandanti di navi che “non ottemperino agli ordini” del ministro stesso.
Il
4 “potenzia le operazioni di agenti sotto copertura” allo scopo di
“contrastare l’immigrazione clandestine”; il che, nel contesto
“culturale” del decreto, significa mandare agenti infiltrati nelle
organizzazioni umanitarie che ancora si sforzano di raccogliere migranti
in mare.
Ma è l’articolo 6 il vero cuore del provvedimento. Vale la pena di riportarlo per intero, visto che diventa una modifica del codice penale: “Articolo
5-bis. Salvo che il fatto non costituisca più grave reato e fuori dai
casi di cui agli articoli 6-bis e 6-ter della legge 13 dicembre 1989, n.
401, chiunque, nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto
al pubblico, lancia o utilizza illegittimamente, in modo da creare un
concreto pericolo per l’incolumità delle persone o l’integrità delle
cose, razzi, bengala, fuochi artificiali, petardi, strumenti per
l’emissione di fumo o di gas visibile o in grado di nebulizzare gas
contenenti principi attivi urticanti, ovvero bastoni, mazze, oggetti
contundenti o, comunque, atti a offendere, è punito con la reclusione da
uno a quattro anni.”.
La
traduzione è semplice: potete manifestare solo se ve lo permettiamo e
se non fate nulla per farvi vedere (incriminare per l’uso di fumogeni –
totalmente innocui – è davvero indicativo). In ogni caso, se vi
carichiamo, non dovete disporre di nessun articolo di abbigliamento in
grado di ridurre i danni derivanti dalle nostre manganellate
(emblematico il caso del giornalista Origone, pestato a Genova, cui sono
arrivate le scuse ma solo perché “purtroppo non era distinguibile da un
manifestante”).
Guerra alle occupazioni, abitative e non, con la modifica del codice penale prevista dall’articolo 7: “Chiunque
distrugge, disperde, deteriora o rende, in tutto o in parte,
inservibili cose mobili o immobili altrui in occasione di manifestazioni
che si svolgono in luogo pubblico o aperto al pubblico è punito con la
reclusione da uno a cinque anni.”
E via indurendo, sugli stadi e altri temi di cui ci occuperemo dettagliatamente in altra occasione.
Tutta
questa furia repressiva contro i più deboli (migranti, senza casa,
opposizione politica) convive allegramente con il massimo del
“garantismo” nei riguardi dei forti. Ricordate come Salvini e glia altri
boss leghisti avevano difeso i loro sottosegretari Siri e Rixi?
Bene.
L’operazione antimafia di stanotte va a colpire un ingorgo di interessi
affaristici e mafiosi che hanno proprio nella Lega – come prima in
Forza Italia, prima ancora della Democrazia Cristiana e alleati vari, e
anteguerra nel regime fascista – il referente politico primario.
Come
riferiscono le agenzie, l’arresto di Arata e figlio è stato disposto
dal gip di Palermo Guglielmo Nicastro su richiesta della Dda guidata da
Francesco Lo Voi (il magistrato candidato alla carica di capo della
Procura di Roma contro cui si erano mosse le “longa manus” di Renzi,
Luca Lotti e Cosimo Ferri, nel recentissimo “caso Palamara”).
Gli
Arata sono indagati da mesi per un giro di mazzette alla Regione
siciliana che coinvolge anche Nicastri, tornato in cella già ad aprile
perché dai domiciliari continuava a fare affari illegali.
In questo
business c’erano anche gli Arata che, secondo i pm, di Nicastri
sarebbero soci. Oltre che nei confronti dei due Arata il giudice ha
disposto l’arresto per Nicastri, la cui la misura è stata notificata in
carcere in quanto già detenuto, e per il figlio Manlio, indagati pure
loro per corruzione, auto riciclaggio e intestazione fittizia. Ai
domiciliari è finito invece l’ex funzionario regionale dell’Assessorato
all’Energia Alberto Tinnirello, accusato di corruzione.
Una
tranche dell’inchiesta nei mesi scorsi finì a Roma perché alcune
intercettazioni avrebbero svelato il pagamento di una mazzetta, da parte
di Arata, all’ex sottosegretario alle Infrastrutture leghista Armando
Siri. In cambio del denaro Siri avrebbe presentato un emendamento al
Def, poi mai approvato, sugli incentivi connessi al mini-eolico, settore
in cui l’ex consulente del Carroccio aveva investito.
Un
vero ircocervo di tipo nuovo, la Lega di Salvini. Da un lato il
manganello della polizia, dall’altra la “frequentazione” con interessi
palesemente mafiosi, intermediati da un “responsabile energia” del
partito, dunque un dirigente su base fiduciaria elevatissima, non uno
che passava di lì per caso.