giovedì 10 ottobre 2013

pc 10 ottobre - PERCHE' PAESTUM PORTA CON SE' UN'ARIA PESANTE E STANTIA CHE SA DI BORGHESIA

La borghesia vuole che le donne siano e si considerino soggetti individuali, nel male e nel “bene”, ciò che teme e contrasta è quando le donne si considerano soggetto collettivo, perchè lì è che ci sono le avvisaglie della lotta; la borghesia accetta anche che le donne singolarmente esprimano un proprio “libero” pensiero, ciò che teme e cerca in tutti i modi di impedire è quando le donne organizzate esprimono una precisa concezione, linea di scontro con questo sistema sociale e che su questo uniscono le loro forze per combattere il sistema, per passare da “vittime” a “guerrigliere”; la borghesia accetta che le donne si riuniscano, prendano la parola “liberamente” su argomenti vari, ma ciò che non vuole assolutamente è che le donne dalle parole passino ai fatti; la borghesia accetta che le donne della sua classe o aspiranti tali occupino, sia pur per pochissimo tempo la “scena”, limitandosi tra l'altro a parlare, ma non gradisce quando a riunirsi sono donne proletarie, ragazze che vogliono cambiare il presente e risponde anche con i manganelli, i gas lacrimogeni della polizia, il carcere, quando queste donne, ragazze “pretendono” pure di lottare per cambiarlo.

Bene, se leggiamo quello che è successo a Paestum da parte delle organizzatrici e delle, come vengono definite, “storiche” è proprio quello che vuole la borghesia.
Non ne avremmo parlato, perchè ci sono cose ben più importanti che stanno riguardando le donne in questo periodo, lo facciamo perchè a Paestum, al di là delle “matrone” ci sono andate ancora tante ragazze, compagne, di nome e di fatto – anche se la metà dello scorso anno. E chiediamo loro di dire quello che gli è stato impedito di dire a Paestum e che pensano dopo Paestum.

Appena delle ragazze hanno cercato di parlare, dicendo con tutto il loro entusiasmo: «Non siamo ereditiere, siamo precarie», «Il tempo presente ci fa orrore. Vogliamo agire per cambiarlo». Un piano d'azione che sembra una iniezione di vitalità per la maggior parte delle presenti in sala che con scrosci di applausi gridano «brave! siete tutte noi!» (da la cronaca di L. Betti su Il Manifesto dell'8/10).
Subito sono state bacchettate: “Un entusiasmo che però non dura perché subito dopo un intervento ci tiene a precisare che quella non è la modalità, che non si tratta di spettacolarizzare l'incontro e che qui si parla a partire da sé” (idem).
Come vi permettete – strillano “le matrone” - di esprimere questa voglia di cambiare, col rischio di trasformare un tranquillo incontro, che deve rimanere tranquillo, in volontà di azione collettiva!? Ma soprattutto come vi permettete di parlare non a titolo individuale (che non può impressionare più di tanto) ma a titolo collettivo, a nome anche di altre che si riconoscono nell'intervento!?“Qui si parla a partire da sè”.
Guai, quindi, a considerarsi soggetto collettivo, sociale - “Ognuna per sè”, e “Dio (le rappresentanti “femministe” borghesi) per tutte”?

Certo, apparentemente, c'è la “libertà di parola”, ognuna si alza e, a titolo strettamente individuale - mi raccomando (!) - dice quello che vuole. Lo dice anche il titolo di Paestum 2013: “libera ergo sum”, salvo poi stoppare chiunque osi proporre anche una mozione innocua contro le norme sul femminicidio o chi disturba la “tranquilla riunione” ricordando la strage di Lampedusa.
D'altra parte questo titolo “libera ergo sum”, da un lato sembra della serie “fare lo spirito ad un funerale”, in una situazione in cui la libertà delle donne viene schiacciata, con 100 donne assassinate solo quest'anno, con centinaia di altre stuprate, con migliaia di donne licenziate costrette a tornare a casa, o con salari e contratti miserabili e offensivi, con donne a cui viene negata la libertà di vivere in salute e la libertà di lottare contro un futuro di morte – come alle donne in prima fila nel No Tav e No Muos, e potremmo continuare...; dall'altro è un concetto che, a maggior ragione per le donne che hanno doppie catene, che hanno catene sia materiali che ideologiche da spezzare, è profondamente borghese: di quale “libertà” si parla? Chi è libera, oggi? Tutte le donne che non sono libere allora “non sono”?
Senza rivoluzione non c'è liberazione delle donne – senza liberazione delle donne non c'è rivoluzione” è un vecchio ma quanto mai attuale slogan del movimento delle donne. Parlare di libertà senza parlare e lavorare per la rivoluzione, parlare di “libertà” individuale, non è altro che parlare della “libertà borghese”, una misera “libertà” che al massimo è concessa a pochissime donne – che poi a volte la usano contro la maggioranza delle donne.
E questo è avvenuto a Paestum. Si è parlato di “libertà” ma poi è la libertà delle “matrone” che si è imposta sulle altre, della serie il fumo per molte, l'arrosto per poche (ma questo ha un retrogusto amaro che sa di nero).
Chi parla di “libertà” usa poi i metodi della imposizione, della intimidazione:
...un'avvocata di Bologna che si presenta come Teresa, mi intima con un tono perentorio, che questo non è il luogo, che qui non si parla del decreto (sul femminicidio – ndr) e che qui si parla di altro e in altro modo... la Teresa del giorno prima, prende le scale scende vicino il palco e mi strappa il microfono dalle mani...”(idem).

Le compagne del mfpr di Taranto conoscono l'andazzo dei cosiddetti “liberi e pensanti”.
Quei compagni, che mimetizzandosi dietro il termine generico di “cittadini e lavoratori” (quando in realtà si trattava e si tratta di realtà sociali, ambientaliste ed ex delegati, iscritti Fiom dell'Ilva) imponevano agli altri di non portare “bandiere”, di non osare di parlare come realtà organizzate o in rappresentanza di altri ma strettamente a titolo individuale, come appunto “cittadini” (meglio se potevi iniziare l'intervento parlando di un tuo famigliare o amico morto), mentre loro via via si costruivano le loro evidenti e identitarie “bandiere” e agivano come “gruppo compatto”.
Conosciamo bene questa idea che ha come effetto dire agli altri (non a sé): niente organizzazione e nello specifico: niente sindacato di classe degli operai Ilva, ognuno deve vedersela da sé. Un messaggio non troppo dissimile a quello che dice l'azienda: restate singoli, e quindi impotenti verso l'azione di padroni/sindacati confederali e governo.

Ciò che doveva essere assolutamente scongiurato a Paestum era “l'azione”, era “guardare oltre sé, come singola individua”, era “guardare il mondo”. Come diceva una compagna. “Dire che la pratica femminista è solo la presa di coscienza è un gesto ingeneroso... noi dobbiamo avere a che fare con quanto accade nel mondo...". Ma queste semplici e di buon senso parole sembravano bestemmie a Paestum. Non viene fatto un documento finale, perchè? Altrimenti c'è il rischio che alcune vogliano passare dalle parole ai fatti – o metterci del loro in un impianto che deve essere quello prefissato (ma sempre, per carità!, apparentemente “libero”).
Si dice:“Nel femminismo non c'è una linea da seguire: la politica delle donne si sostanzia nella relazione viva tra loro... incontrarsi in presenza, parlarsi nel rispetto delle differenti strade politiche, la cui pluralità è un elemento di forza del movimento...” (dal commento di I.Durigon, L. Capuzzo, C. Melloni su Il Manifesto dell'8/10).
Ma se non c'è una linea comune da seguire, scusate, che si riuniscono a fare le donne? – per parlarsi? Ma non stiamo in un Bar...
Rispetto delle differenze”? Ma, come abbiamo visto, basta che qualche “differenza” non sia gradita alle storiche e il rispetto va a carte 48. Poi va bene anche partire da “differenze” ma poi se rimangono tali vuol dire che ognuna continua anche dopo a dire e fare come singolo soggetto. E il “manovratore” ringrazia.
Pluralità politiche” sono un elemento di forza? Ma di quale”politiche” stiamo parlando? Non vi nascondete, chiamatele con nome e cognome: RC, Sel, PD, o anche altro?

Unica cosa decisa a Paestum (e non a caso) è stata: “la costituzione di un Fondo di mutualità femminista dedicato alle donne che, per precise scelte di libertà e di pratica, si trovano in difficoltà economica e prive di sostegni...”. (dal commento di I.Durigon, L. Capuzzo, C. Melloni su Il Manifesto dell'8/10).
L'anima borghese delle “storiche” si fa eccome sentire. Non si decide nulla sulle battaglie femministe, ma sui soldi sì!
Poi, scusate, chi sarebbero queste “donne che, per precise scelte di libertà e di pratica, si trovano in difficoltà economica e prive di sostegni”? Se, il problema è la difficoltà economica, allora i soldi dovrebbero andare a milioni di donne... che non fanno affatto “scelte libere” per avere la vita che hanno; se invece si tratta di donne che hanno fatto “precise scelte di libertà e di pratica”, perchè mai i soldi dovrebbero andare a queste e non a un fondo per le lotte, per solidarietà con le donne arrestate per le lotte?
Ma si da che delle lotte a Paestum non si deve parlare...

Come si vede Paestum è e si è confermata una brutta cosa. Noi lo avevamo anche detto in tempi non sospetti ad alcune compagne.
Ora, stendiamo un velo pietoso. Ora diciamo anche alle donne, ragazze, compagne che sono state a Paestum e ne sono rimaste deluse, o arrabbiate che vogliono pensare e agire come soggetto collettivo di lotta per rovesciare dalla terra al cielo questo sistema sociale borghese: venite, c'è molto da fare, a partire da costruire lo SCIOPERO DELLE DONNE.

MFPR - 10.10.13

pc 10 ottobre - Economia criminale: il “salvataggio della Grecia” e i criminali del Fondo Monetario Internazionale

L’espressione economia criminale è oramai entrata nell’uso comune e naturalmente va intesa come “sistema di produzione capitalistico” o imperialismo.
Criminale, perché le sue classi dominanti sono composte da delinquenti, in maniera aperta o nascosta, come la cronaca, attraverso i mezzi di stampa e tv ogni giorno raccontano a chi vuol davvero vedere e sentire! Dal livello locale, sempre pieno zeppo di “scandali” di politici che vengono incriminati o finiscono in galera fino a livello nazionale e mondiale.

Tra le notizie che i quotidiani invece di mettere in prima pagina relegano in qualche piccolo articolo o riquadro, come quella degli “scandali” delle grandi banche mondiali, c’è questa riportata oggi dal quotidiano il manifesto, che riguarda il “salvataggio della Grecia”. Da un lato questa storia era nei fatti conosciuta, ma adesso viene fuori anche da documenti ufficiali e che si riassume così (vale anche per tutti gli altri interventi fatti dal FMI!):

I dirigenti del Fondo Monetario Internazionale nella riunione del 9 maggio 2010 diedero il via libera al primo piano di aiuti per la Grecia.
Il “salvataggio” della Grecia è servito a garantire le banche francesi e tedesche innanzi tutto perché piene, per miliardi di euro, di titoli di stato del paese che rischiavano di non valere più niente e portare al fallimento tutto il sistema mondiale.
L’intervento del Fondo è stato “calibrato” per permettere alle banche francesi, tedesche e italiane, innanzi tutto, di tirarsi fuori dagli investimenti pericolosi.
Per salvare le banche si è mandato in rovina un intero paese e a pagarne i maggiori costi sono il proletariato e le masse popolari con livelli altissimi di disoccupazione, povertà, repressione e morte!

***
Fmi top secret: "L'austerity? Solo per salvare le banche"

A tre anni e mezzo di distanza, comincia a emergere quella verità che in molti, inascoltati, avevano denunciato all'epoca. Il salvataggio della Grecia è servito a garantire le banche francesi e tedesche, a discapito dei cittadini. La scontata verità emerge dai verbali della drammatica riunione del 9 maggio 2010 in cui il Fondo Monetario Internazionale diede il via libera al primo piano di aiuti per il paese. I documenti, classificati come riservatissimi e segreti, e pubblicati dal Wall Street Journal, evidenziano come più di quaranta paesi, tutti non europei e pari al 40% del board, erano contrari al progetto messo sul tavolo dai vertici Fmi. Il piano era infatti considerato «troppo ottimistico» e «al limite del panglossiano» da Paesi come Canada, Russia e Australia. Il rappresentante del Brasile lo disse con chiarezza: si tratta di un piano «ad altissimo rischio», perché «concepito solo per salvare i creditori, nella gran parte banche del Vecchio continente e non la Grecia». 
I critici sostenevano che le previsioni del Fmi erano sovrastimate e che Atene avrebbe pagato un costo salatissimo in termini di recessione e disoccupazione. Quello che è puntualmente accaduto: l'economia ellenica è andata giù del 25% e il 27% dei cittadini del paese è senza lavoro (il 57% i giovani tra i 15 e i 24 anni). Al momento del voto, però, i contrari all'austerity hanno dovuto cedere: Stati Uniti ed Europa non hanno voluto sentire ragioni e dato il via libera all'operazione. 
Così la Grecia è sprofondata sempre più e le banche si sono salvate: all'epoca della riunione del Fondo a Washington le banche francesi avevano in tasca 78,8 miliardi di titoli di stato ellenici e quelle tedesche 45 (le italiane 6,8). Pochi mesi dopo l'esposizione era ridotta di un quarto. E quando il debito è stato declassato, costringendo i creditori privati ad accettare uno sconto del 70% sulla loro esposizione per evitare il default della Grecia, la quota in possesso delle banche era stata tagliata ancora di più. 
Quello venuto fuori non è la prima conferma delle politiche del Fondo monetario. Pochi mesi fa un paper dello stesso organismo aveva ammesso che la pianificazione degli interventi sul debito ellenico è stata calibrata in modo tale da dare tempo al resto d'Europa di prendere le contromisure necessarie per non trasformare un default di Atene in un disastro per l'intera area euro. Un concetto ribadito nei giorni scorsi da Christine Lagarde, numero uno del Fmi, in un'intervista alla Cnn in cui ha ribadito che «sarebbe stato meglio ristrutturare il debito privato prima del marzo 2012, ma il rischio era di mettere ko tutta l'Europa». A emergere è invece lo scontro politico che c'è stato all'interno del Fondo, e come i critici mettessero in luce i reali obiettivi dell'austerity. 
Intanto, ieri c'è stato l'ennesimo sciopero ad Atene, questa volta dei portuali. Mentre il ministero della Pubblica Istruzione ha chiesto l'intervento della magistratura contro i responsabili dei servizi amministrativi delle otto università in agitazione (ad Atene, Salonicco, Patrasso, Tessaglia, Ioannina e Creta) che devono consegnare alle autorità le liste con i nomi dei 1.349 dipendenti da mettere in mobilità. Gli atenei hanno chiuso per protesta, sostenendo che con un taglio così massiccio di personale non potranno funzionare.

Il manifesto

10/10/13

pc 10 ottobre - GIAPPONE: i padroni ASSASSINI vogliono il silenzio sui loro crimini. Come in Italia!

Giappone no a pubblicazione di sentenze sui morti da lavoro: “Danno per aziende”
Le vittime del karoshi sono una piaga sociale in estremo Oriente. I tribunali costringono le aziende a risarcire i parenti dei defunti da iper lavoro, ma la Corte Suprema ha deciso di non rendere pubbliche queste decisioni per motivi di “ordine pubblico” e il diritto alla “privacy”
La scorsa settimana la Corte Suprema del Giappone – che oltre a fungere da ultimo grado di giudizio ricopre anche il ruolo di corte costituzionale – se ne è uscita con un’altra, inquietante quanto bizzarra, sentenza (dico un’altra perché la Corte è nota, oltre che per la sua lentezza, per la sua oramai conclamata incapacità a svolgere il suo ruolo, che sarebbe quello di far rispettare la Costituzione, una delle più belle e inapplicate al mondo, e non quello di trovare appigli per tutti coloro che la violano). Nella fattispecie, la Corte è riuscita a stravolgere, ribaltandolo, uno dei principi fondamentali dell’ordinamento giuridico: la pubblicità delle sentenze.
Rispondendo (dopo tre anni ) al ricorso di una organizzazione non governativa che si era vista respingere dall’Ufficio provinciale del lavoro la richiesta di ottenere copia di una sentenza riguardante un caso di karoshi (morte da superlavoro, una delle piaghe sociali del Giappone, ma non solo), la Corte Suprema ha confermato la decisione della Corte d’Appello di Osaka, che aveva ribaltato la sentenza favorevole di primo grado. Non ho avuto modo di leggere direttamente la sentenza (che a suo volta non è ancora postata sul sito ufficiale della Corte Suprema, neanche in giapponese), ma a quanto riferiscono alcuni media locali, pare che il ragionamento sia il seguente: è vero che le sentenze sono per loro natura “pubbliche”, ma come avviene nel caso di minori o di contenuti scabrosi, i motivi di “ordine pubblico” e il diritto alla “privacy” sono prevalenti.
Il che non fa una piega, ma si stenta a capire cosa c’entri la “privacy”, e anche l’ordine pubblico, con una sentenza che riconosca la responsabilità di un’azienda, e la condanni ad un indennizzo a favore della famiglia superstite, per aver costretto un suo dipendente a lavorare come uno schiavo, fino a provocarne la morte per infarto o suicidio. C’è il sospetto, fondato, che la privacy invocata sia quella dell’azienda, e non quella della povera famiglia. Che spesso viene obbligata, prima di ricevere il risarcimento (il 75% delle cause di karoshi si concludono con una transazione extragiudiziale) a non rivelare pubblicamente i particolari, soprattutto per quanto concerne il nome dell’azienda e l’ammontare del risarcimento ottenuto.
“E’ l’ennesima vessazione, l’ennesimo ricatto che le aziende compiono nei confronti delle famiglie, già colpite dalla tragedia di perdere un loro caro e la preoccupazione di tirare avanti”, spiega Hiroko Uchino, vedova di Kenichi, un capo reparto della Toyota stramazzato al suolo in fabbrica nel 2005, a 34 anni, dopo aver accumulato per anni oltre 100 ore al mese di straordinari. La signora Uchino per un po’ ha rispettato l’accordo, poi, d’accordo con il suo avvocato e con uno dei sindacati minoritari e maggiormente discriminati, ha reso tutto pubblico e ora gira il Giappone tenendo conferenze e dando consulenze, attraverso un popolare blog, su come comportarsi nel caso che il karoshi colpisca la propria famiglia. Un evento tutt’altro che improbabile, visto che l’aumento delle cause di risarcimento è in continuo aumento e che i tribunali, negli ultimi anni, tendono ad essere più “generosi” nel riconoscere la responsabilità delle aziende.
“Questo ha portato ad una maggioore visibilità mediatica, costringendo le aziende, sopratutto quelle più importanti, con una immagine da proteggere, a regolare con maggiore attenzione il sistema del saavisu zangyo: gli ‘straordinari non pagati’”, spiega l’avvocato Hiroshi Kawahito, da anni ‘sulla breccia’ per quanto riguarda le cause di karoshi e del suo più recente, e più difficile da dimostrare, karojisatsu: il suicidio da stress. Due anni fa la prima sentenza, ottenuta proprio dall’avvocato Kawahito, che da allora ha un’agenda sempre più piena. Peccato dunque, che nonostante l’impegno del legislatore (la legge prevede un massimo di 40 ore settimanali e anche pene severe per il datore di lavoro che ne imponga, anche solo di fatto, di più. Ma il tutto è derogabile, grazie all’art.36 che lascia ampio spazio alla libera contrattazione: ci sono aziende, specie nel settore terziario, che offrono contratti con 60 ore settimanali e fino a 100 ore di straordinari “forfettizzati”) e la crecente sensibilità della magistratura, arrivi poi una sentenza della Corre Suprema che va in tutt’altra, inaccettabile, direzione. Quella di nascondere il bubbone, anzichè contribuire, rendendo pubblici i nomi delle aziende condannate, ad estirparlo.
Non so quanto sia noto in Italia il termine karoshi – entrato ufficialmente nell’Oxford English Dictionary nel 2002 – e soprattutto quanto si sappia della sua diffusione, non solo in Giappone. L’idea stessa di “morire di lavoro” (che è cosa diversa di morire “sul lavoro”) è – fortunatamente – abbastanza estranea alla nostra cultura. Non lo è, invece, in Oriente, dove una efficace quanto socialmente devastante sintesi tra il pensiero confuciano e le più sofisticate tecniche di sfruttamento industriale hanno progressivamente trasformato – e continuano a trasformare con forme contrattuali sempre più “flessibili” – il mercato del lavoro in una sorta di discarica usa e getta. In Corea del Sud, paese che si disputa con il Giappone l’orario di lavoro più pesante del mondo industrializzato, il fenomeno si chiama gwarosa ed è diffuso forse più che in Giappone, anche se per il momento ancora molto più sommerso.
E lo stesso vale per la Cina, dove alcune fonti weibo (la “rete” cinese ufficiale) parlano addirittura di 600 mila casi di guolaoxi, anche se le sentenze che sanciscono formalmente il famoso “nesso” tra superlavoro e morte improvvisa sono ancora pochissime. Sono invece in aumento, come si diceva all’inizio, in Giappone: nel 2012 ben 338, su un totale di 842, su base nazionale, quasi il doppio rispetto al 2011. Resta la profonda perplessità sul perché questa civilissima tendenza debba restare nascosta al grande pubblico, neanche fosse un segreto militare.


pc 10 ottobre - I CINQUE STELLE : PER I MEDIA SONO ANTIRAZZISTI, MA NON SCHERZIAMO!

come abbiamo già scritto la loro vera natura è becero nazismo simil Alba Dorata

Cinque stelle: il lusso di essere disumani
  • Giovedì, 10 Ottobre 2013 09:32
  • Alessio Spataro*
Oggi una notizia buona e due cattive. Partiamo da quelle cattive:
1. L’emendamento del M5s in commissione giustizia non ha abolito affatto il reato di clandestinità come titolano tutti i giornali. Innanzitutto perché non è legge; per diventarlo non basta un voto in una commissione, ma serve una modifica da approvare a maggioranza nei due rami del parlamento. Ma anche perché se dovesse diventare legge per miracolo, si tratterebbe comunque di una modifica della Bossi-Fini che non cambierebbe di una virgola la situazione reale degli immigrati extracomunitari: ovvero non sarebbero più incriminati formalmente per un reato, ma verrebbero comunque fisicamente deportati nei luoghi di tortura e guerra da cui scappano, anche più celermente.
2. L’unico modo, comunque insufficiente, per eliminare gli effetti più criminali della Bossi-Fini rimane eliminare la Bossi-Fini. Ma con questo parlamento è impossibile perché l’unica maggioranza politica che potrebbe realisticamente farlo, è composta da tre partiti che vogliono eliminare la legge razzista solo a parole: Sel, Pd e M5s.
Sel è il gruppo più attivo in questo senso (ma non è proprio convintissimo visto che si alleerebbe volentieri, in futuro come in passato, con un partito come il Pd che non cancellerà mai questa legge criminale ispirata dalle sue ex componenti, Ds e Margherita, che votarono nel ‘97/’98 la Turco-Napolitano, la legge che istituì i lager di stato e che fu votata anche da un deputato pugliese, un certo Vendola Nicola).
Il Pd è composto da dirigenti, ministri ed ex-ministri che dopo l’ultima strage dicono di voler stravolgere la Bossi-Fini (ma Epifani, Kyenge e Turco non lo faranno mai per non far cadere il governo con i loro degni compari del Pdl).
Il M5s, essendo un partito-azienda, un contenitore vuoto da riempire con consensi sia razzisti che finto-progressisti, non vorrà mai eliminare la Bossi-Fini.
Infatti, mentre Travaglio (guardacaso oggi) scrive in prima pagina sul Fatto che bisogna rispedire in patria i detenuti clandestini (come previsto da una delle poche norme sagge della Bossi-Fini) si moltiplicano ultimamente gli inutili interventi in aula dei grillini in tema immigrazione che valgono quanto un post su facebook dell’inutile Di Battista che sogna un mondo “lennoniano” (termine suo) mentre i suoi colleghi senatori accelerano in commissione giustizia le deportazioni di immigrati. Questi razzisti del partito Cinque Stelle, infatti, ci tengono a chiarire l’intenzione di rispedire a casa gli immigrati. E lo fanno, in un italiano discutibile, addirittura citando i fascisti del sindacato di polizia che applaudì l’anno scorso gli assassini di Federico Aldrovandi:
La legge Bossi-Fini con l'introduzione del "reato di clandestinità" in questi anni haaumentato il numero di immigrati irregolari, ha distolto le forze dell'ordine dallasicurezza del territorio ed aumentato i costi per la Giustizia con cifre spropositate. Non lo afferma solo il Movimento 5 Stelle. Nel 2008, il Sap-Sindacato Autonomo di Polizia prese una dura posizione contro questo aspetto della legge Bossi-Fini. Scriveva il 25 settembre 2008 il segretario del SAP Riccardo Tanzi dopo un' audizione alla Commissione Giustiza del Senato: "prevedendo l'arresto obbligatorio in flagranza ed il processo per direttissima, implica che gli stranieri vadano presi e accompagnati non in carcere ma presso le strutture di polizia e tenuti in custodia fino al giorno dopo quando ci sara' il processo. Cio' - ha evidenziato - comporta che le pattuglie dovranno abbandonare il territorio per sorvegliare i fermati: ci sara' quindi meno sicurezza". Proseguiva il SAP: "La norma aggravera' il sovraffollamento delle carceri e determinera' un aumento esponenziale dei processi". Fatti che si sono regolarmente avverati. "Ancora piu' grave -proseguiva il segretario del Sap - l'articolo che allunga i tempi di detenzione nei Cie. In queste strutture - ha ricordato - ci sono gia' tanti problemi, con frequenti rivolte e danneggiamenti: portare a 18 mesi la permanenza significa dover destinare ancora piu' uomini e mezzi per la sorveglianza; personale che viene ancora una volta sottratto al territorio". Ecco perchè alla prova dei fatti il "reato di clandestinità" non ha risolto nulla aggravando solo i costi per la Giustizia, con meno sicurezza per le strade, senza combattere il fenomeno e lo sfruttamento legato a quest'ultimo, addirittura aggravandolo. Il duro giudizio delle forze di Polizia era stato riconfermato lo scorso maggio in una intervista dove spiegava nuovamente che il reato di clandestinità fermava le espulsioni degli irregolari. Con questo emendamento le espulsioni dei cittadini irregolari potranno procedere per via civile, senza inghippi, senza inutili spese burocratiche (che gravano sulle tasche dei cittadini italiani), chi troverà persone in mezzo al mare potrà salvarle senza incorrere in nessun tipo di reato. Non lasceremo più morire nessuno in maniera inumana, ci sarà più sicurezza, più legalità e più umanità.
(fonte: beppegrillo.it / parlamento)
E qui viene il lieto fine. L’unica, piccola notizia buona di oggi: guardando sui loro siti e profili, i razzisti del M5s, nel cercare di guadagnare voti a destra e sinistra in modo schizofrenico, perdono proprio i consensi di quei preziosissimi razzisti che li hanno votati per il loro giustizialismo e si sentono oggi traditi dalla mancanza di cinismo dei grillini in commissione giustizia. I quali, in modo scomposto e con un faticosissimo copia-incolla, si sono affrettati a chiarire che gli immigrati potranno essere deportati più celermente e più a basso costo proprio grazie al loro emendamento, proprio come volevano i poliziotti del Sap: senza più lasciar morire nessuno “in maniera inumana”.
A me, di umano, piacciono le parole della mamma di Federico Aldrovandi riferite al Sap: “gli agenti condannati e coloro che dimostrano loro solidarietà non perdono occasione per dimostrarsi disumani”.


pc 10 ottobre - DALL'ITALIA ALLA TURCHIA - STATO FASCISTA, STATO ASSASSINA...

...il filo nero che lega il regime islamico/fascista turco e il regime, moderno fascista, in costruzione italiano

Contro i curdi la polizia italiana come quella turca
L'Italia come la Turchia? La polizia sequestra bandiere ai rifugiati politici kurdi che manifestano a Roma per Öcalan

Oggi a Roma, davanti al Parlamento, bandiere kurde sono stato oggetto di inconsueta attenzione da parte della polizia presente al presidio autorizzato e pacifico indetto dalla comunità kurda in occasione dell’anniversario degli eventi che hanno condotto nel 1999 all’arresto del presidente del PKK e leader del popolo curdo Abdullah Öcalan e a sostegno del processo di soluzione pacifica e democratica della questione kurda. Durante lo svolgimento del presidio le forze dell’ordine, su richiesta del Questore di Roma, hanno chiesto ai manifestanti di rimuovere tre bandiere identificandole come “bandiere del PKK”, adducendo ragioni di non meglio specificata “opportunità”. In Italia non esiste alcuna legge che vieti l’esposizione delle bandiere del PKK e a tutt’oggi la Costituzione garantisce libertà di parola e di opinione, proprio quella libertà di parola e opinione che viene negata ai kurdi in Turchia, che per questo motivo chiedono asilo politico in Italia confidando nel rispetto e nella tutela di tale libertà. I manifestanti hanno quindi legittimamente rifiutato di consegnare le bandiere, che per i kurdi sono simbolo della loro stessa identità, dopo essersi assicurati che la presenza delle bandiere non causava alcun turbamento all'ordine pubblico. Nonostante la ferma opposizione dei manifestanti, le forze dell’ordine hanno proceduto al sequestro delle tre bandiere “incriminate” sottraendole fisicamente ai manifestanti che le tenevano saldamente nelle mani, identificando successivamente alcune partecipanti al presidio.
Solo la compostezza dei manifestanti determinati a proseguire il presidio pacifico e democratico ha impedito che la situazione degenerasse e che fosse proprio l’azione delle stesse forze dell’ordine a creare problemi di ordine pubblico.
Al termine del presidio, che si è concluso al termine dell’orario autorizzato dalla stessa Questura, gli esponenti delle forze dell’ordine hanno comunicato che le bandiere erano sotto sequestro.
Quanto accaduto oggi è un fatto senza precedenti, privo di qualsiasi logica e ragionevolezza e turba profondamente la comunità dei rifugiati politici kurdi in Italia e tutte e tutti coloro che da anni si mobilitano e manifestano a sostegno dei diritti e della libertà del popolo kurdo.
I e le partecipanti al presidio denunciano la gravità di quanto avvenuto e ribadiscono la propria determinazione a continuare a manifestare per i diritti e la libertà del popolo curdo esponendo i simboli in cui il popolo curdo si identifica e si riconosce, chiedono la restituzione delle bandiere sequestrate, nonché spiegazioni dell’inspiegabile quanto immotivato ordine del Questore di Roma.

Roma, 9 ottobre 2013

Associazione Senzaconfine, Comunità Kurda in Italia

pc 10 ottobre - dal Vajont a Ginosa Marina.. altro disastro,altre morti annunciate -le cui responsabilità ricadono sui governi e lo stato del capitale a livello nazionale e locale


Mentre si allarga il numero delle vittime e dei danni alle popolazioni colpite

allarme dei geologi pugliesi
"Tragedia del Vajont non è servita"

A "giudicare dallo stato del territorio italiano" la tragedia del Vajont 50 anni fa "non è servita": lo scrive in un comunicato il presidente dell'Ordine dei geologi pugliesi, Salvatore Valletta, secondo il quale "il territorio pugliese come quello di tutta l'Italia in queste ore sta dimostrando la sua fragilità ed esposizione alla pericolosità idraulica e geomorfologica".
"Oggi, come ieri - ha aggiunto - possiamo solo esprimere un forte rammarico per le vite umane spezzate, vite di concittadini che nella loro quotidianità si sentivano protetti da uno Stato e da tutti quegli Enti preposti alla gestione del territorio: lo sforzo di questi anni non è bastato".

Secondo l'Ordine dei geologi, "il territorio pugliese, come si è ormai più volte preso atto, non è per nulla scevro da specifiche vulnerabilità geo-ambientali" e "le politiche nazionali e regionali devono intervenire in tempi brevi e con azioni incisive". In particolare, è necessario "istituire il Servizio geologico regionale a supporto delle politiche regionali collegate all'ambiente e alla pianificazione territoriale, le cui competenze devono contribuire alla riduzione del rischio idrogeologico, e al monitoraggio strategico di alcuni rischi naturali".
Bisogna, tra l'altro, "rispettare le pericolosità individuate dagli enti sovraterritoriali come le Autorità di Bacino e aggiornare i Piani comunali di Protezione civile" e "imporre una urbanizzazione con la progettazione delle grandi opere che siano compatibili con le caratteristiche del territorio e non viceversa".

L'Ordine dei geologi infine ritiene "urgente aprire subito un tavolo serio e costruttivo nell'interesse delle popolazioni e del territorio pugliese, altrimenti, politicamente e moralmente risulterà paradossale inaugurare una nuova opera come una strada, un ponte, una scuola, un ospedale sapendo che altre porzioni del territorio non sono in sicurezza e con essi le popolazioni che li transitano o li risiedono".

pc 10 ottobre - Lampedusa, ancora sulla contestazione di Governo e UE


protestelampedusa"Basta con le passerelle", "Politici: li avrete sulla coscienza": questi alcuni dei cartelli che hanno accolto a Lampedusa Enrico Letta, Angelino Alfano, il presidente della Commissione Europea Josè Manuel Barroso e il commissario europeo per gli Affari Interni Cecilia Malmstrom.
Un gruppo di lampedusani si è infatti recato lungo il percorso dell'ennesima visita istituzionale per riempire di insulti ("assassini", "vergogna") quelli che sono stati individuati come gli effettivi responsabili degli oltre 300 morti della settimana scorsa e di tutti i migranti obbligati a intraprendere viaggi tanto pericolosi per raggiungere l'Europa. Contemporaneamente una miriade di pescherecci faceva risuonare le sirene per manifestare ai quattro quanto fosse sgradita la loro passerella a favore di telecamere e quanto odiose siano le leggi che incriminano chi aiuta barche in difficoltà per favoreggiamento di immigrazione clandestina, oltre che tutte le disposizioni che fermano per giorni e settimane i pescherecci coinvolti in operazioni di salvataggio.
Nei giorni in cui le istituzioni e i media italiani vorrebbero far passare come un successo l'incriminazione del presunto scafista che guidava la nave affondata a largo dell'isola dei conigli, ecco risuonare una voce capace di individuare i veri colpevoli di tante stragi in mare e, in generale, lungo le rotte migratorie.
Da cosa scaturisce la necessità di intraprendere viaggi così pericolosi da rivelarsi spesso mortali? Cosa rende necessari per i migranti gli "scafisti", gli organizzatori di viaggi "non autorizzati" verso le coste italiane?
La risposta sta tutta nell'immagine di copertina di quest'articolo, nonché uno degli slogan della manifestazione di oggi a Lampedusa: "Se è vero che non volete i morti in mare mettete una nave Libia-Roma". I viaggi nel mediterraneo su barche di fortuna sovraffollate, e ancora prima i viaggi nel Sahara e attraverso Paesi con un forte razzismo, sono l'unica possibilità per chi vuole raggiungere le nostre latitudini proprio per le politiche di controllo delle migrazioni verso la Fortezza Europa. Politiche securitarie tanto illusorie da un lato, perché ovviamente non riescono ad arginare un fenomeno sociale di queste dimensioni, quanto efficaci dall'altro, perché riescono nell'intento di suddividere i migranti in persone con uno status giuridico e sociale discriminato da quello dei cittadini europei e per questo più ricattabile e sfruttabile.
Fin quando l'Italia e l'Europa affronteranno i flussi migratori come un fenomeno da controllare attraverso confini, barriere all'ingresso, centri di detenzione speciale per migranti, pattugliamenti in mare, etc... le condizioni di viaggio di queste persone non potranno che essere al limite della sopravvivenza. Ecco quindi che l'unica soluzione reale, aldilà delle passerelle mediatiche e dei funerali di stato, sarebbe l'effettiva affermazione della libertà di movimento delle persone attraverso i confini nazionali. Invece Malstrom & co. sono arrivati oggi a Lampedusa insieme alla notizia di uno spostamento di fondi del programma FRONTEX per i pattugliamenti nel Mar Mediterraneo confermando tutte le politiche di controllo poliziesco che hanno causato, e continueranno senz'altro a causare, uno dei più grandi genocidi del nostro tempo.
Nel frattempo continua la condizione di pesantissimo sovraffollamento dei reclusi a Lampedusa, una condizione rimasta praticamente nascosta agli occhi della delegazione di quest'oggi, che sarebbe rimasta completamente separata dalla reale condizione dei migranti se non fosse stato per una fugace osservazione del CIE effettuata da lontano e solo su pressione dei manifestanti e del sindaco dell'isola.
Il tutto mentre alla tragedia si aggiunge la farsa tipica dei politicanti nostrani che, mentre i superstiti del naufragio vengono incriminati per immigrazione clandestina, conferiscono la cittadinanza italiana alle vittime di quello stesso naufragio: come dire "finché vivi non avrai mai diritto ad essere uno dei nostri".

pc 10 ottobre - Turchia, il regime fascista di Erdogan usa le gang narcotrafficanti, con l'appoggio della polizia, per colpire militanti di sinistra - un compagno ucciso


In alcuni quartieri di Istanbul da una quindicina di giorni gli abitanti si stanno scontrando con le bande di narcotrafficanti.
Durante uno di questi scontri, il 30 Settembre scorso, il ventunenne Hasan Ferit Gedik è stato colpito da sei proiettili, di cui uno alla testa, ed ha perso la vita. Presso l'ospedale dove era stato portato il giovane, secondo i parenti di Gedik, sono stati individuati dei poliziotti in borghese che cercavano di distruggere alcune prove ed il corpo di Gedik è stato consegnato ai parenti per i funerali dopo 4 giorni dopo la sua morte, il che ha insospettito molti.
           
La sera del 6 Ottobre un folto gruppo di persone ha provato a fare inscenare una manifestazione di commemorazione di Hasan Ferit Gedik ed in poco tempo la polizia è intervenuta con la violenza per impedirla, e nel quartiere si è di nuovo assistito a scene di guerriglia urbana.
Il 7 Ottobre la polizia in assetto antisommossa ha realizzato una retata contro alcuni gruppi di estrema sinistra, ed fatto irruzione in diverse case nei quartieri di Gulsuyu e Gazi per arrestare varie persone, anche con l'ausilio degli elicotteri. Secondo la rete dei giornalisti indipendenti BiaNet sono ben 60 le abitazioni prese in mira dalla polizia e più di 10 persone portate via. Queste persone sono soprattutto attivisti dell'Associazione dei Popoli (Halklar Dernegi) e del partito di estrema sinistra ESP. Invece secondo il quotidiano nazionale Evrensel sono 40 le persone tratte in arresto durante una maxioperazione che ha coinvolto più di 1500 agenti di polizia.

In un'intervista rilasciata alla BBC, la giornalista Ayça Söylemez racconta di aver assistito personalmente alla penetrazione delle bande di narcotrafficanti nel quartiere di Gulsuyu, dove è nata. Soylemez attira l'attenzione sul rapporto tra i progetti di cosiddetta riqualificazione urbanistica (che prevedono la distruzione di numerose abitazioni abusive) in atto in alcuni quartieri caratterizzati da una forte resistenza popolare e dal forte radicamento dei gruppi della sinistra rivoluzionaria, e la crescita delle bande di narcotrafficanti. Soylemez denuncia che il ruolo delle bande criminali di narcotrafficanti consiste nel colpire proprio la crescente resistenza popolare contro i progetti di speculazione urbanistica, creando le condizioni per un intervento massiccio da parte della polizia.
Nello stesso articolo del BBC si cita anche Niyazi Armutlu, uno degli abitanti di Gulsuyu, che denuncia un rapporto stretto tra le forze dell’ordine e le bande di narcotrafficanti. 
Fonte: http://turchia.over-blog.com

pc 10 ottobre - partecipare allo sciopero generale e alla manifestazione nazionale di roma del 18 ottobre sulle posizioni classiste e combattive delle slai cobas per il sindacato di classe

Su questa piattaforma, nello sciopero e manifestazione del 18 ottobre, oltre il 18 ottobre, costruiamo una mobilitazione unitaria organizzata /lotte/vertenze, a livello nazionale e in ogni realtà di lavoro e territoriale, dandoci strumenti collettivi di rete, FINO A RISULTATI CONCRETI.


              Riduzione di orario di lavoro a parità di salario
NO ai licenziamenti, NO a Cig senza fine, NO a contratti di solidarietà, per spartirsi la miseria e non intaccare i profitti dei padroni.
Riduzione d'orario a partire dalle fabbriche in crisi, ma con estensione in tutte le fabbriche e posti di lavoro con processi di ristrutturazione in corso – es. Fiat

               “Decreto operaio” per l'Ilva e situazioni similari
NO alla falsa e interessata alternativa tra lavoro e salute, basta coi decreti pro-padroni, vogliamo un decreto che stabilisca che nessun posto di lavoro si deve perdere, che gli operai devono essere impiegati nella messa a norma delle fabbriche, che 20 anni di lavoro bastano in una fabbrica a rischio salute e vita per il profitto

                 Per la sicurezza, postazioni ispettive fisse
nelle fabbriche e nei lavori a rischio infortuni

                Contratto nazionale per gli operai della logistica
NO allo schiavismo verso i lavoratori immigrati delle cooperative legate ai partiti di governo e parlamentari, NO alle discriminazioni salariali e normative, all'attacco ai diritti sindacali

                Lavoro o salario garantito ai disoccupati 
e a chi ha  perso il lavoro
Vogliamo una legge per un piano immediato di lavoro di massa, e di formazione retribuita per l'occupazione, in particolare, nella raccolta differenziata, nelle bonifiche territoriali;
esenzione dal pagamento di tasse, tariffe, ticket, ecc

                Clausola sociale negli appalti pubblici per assunzioni 
e contro la precarietà
NO ad appalti al massimo ribasso, NO a contratti a termine con orari e salari da fame, anche in violazione di CCNL e principi della Costituzione

                Rappresentanza sindacale decisa dai lavoratori
Tutte le organizzazioni sindacali, di base, decise dai lavoratori devono essere riconosciute e avere i diritti previsti dallo Statuto dei lavoratori, in proporzione ai numero di iscritti in ogni realtà lavorativa.

18 ottobre 2013

SLAI COBAS per il sindacato di classe
sede legale via Rintone 22 Taranto - slaicobasta@gmail.com – T/F 0994792086 - 3475301704

pc 10 ottobre - India, caccia alle streghe contro studenti, intellettuali e artisti

libertà per il compagno Hem contro la caccia alle streghe del governo indiano

contro studenti , intellettuali e attivisti che lottano contro le sistematiche ingiustizie, oppressione e la repressione di Stato in india

accusati nel quadro della campagna Green hunt,  di 'terrorismo' e  'legami con il partito comunista dell'India maoista PCIm' 




campagna a cura del COMITATO INTERNAZIONALE per il sostegno alla guerra popolare in India - Italia

info x materiali e iniziative   csgpindia@gmail.com   

ottobre 2013

--------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Il Comitato Internazionale di sostegno alla Guerra Popolare in India nelle riunione del 21 settembre a Milano ha espresso il suo entusiasta appoggio al documento del compagno Ganapathy per la conferenza Internazionale di Amburgo del 24 novembre 2012 “In alto la bandiera dell’internazionalismo proletario!”.
Si è fatto un bilancio molto positivo del successo della Giornata Internazionale di Azione del 1° luglio 2013 in molti paesi in tutto il mondo e sono state decise nuove azioni:
1. dare la massima diffusione in tutte le lingue possibili e studiare il documento di Ganapathy;
2. lo sviluppo sul piano organizzativo e politico in tutti i paesi dei comitati e coordinamenti nazionali di tutte le forze che sostengono la guerra popolare in India con l’obiettivo di sviluppare campagne prolungate nei prossimi sei mesi, sull’esempio del Mese di Solidarietà indetto dal PC delle Filippine;
3. la nascita di un nuovo completo sito web internazionale di informazione e controinformazione mondiale con testi tradotti in inglese e spagnolo e nelle lingue originali, pronto per il 25 novembre 2013;
4. il lancio di una nuova campagna internazionale unificata, che parte il 5 ottobre 2013, contro gli attacchi del governo indiano contro il prof. Saibaba, Students for Resistence, artisti e intellettuali. Questa campagna sarà sviluppata in tutte le università, scuole e tra gli intellettuali in ciascun paese;
5. la programmazione di una nuova Giornata Internazionale in solidarietà coi 4000 prigionieri politici maoisti e di organizzazioni popolari e per la liberazione di alcuni dirigenti maoisti. La data sarà decisa dopo il 25 novembre, previa consultazione internazionale;
6. per il 2014 il Comitato Internazionale svilupperà un lavoro pianificato per una delegazione internazionale in India di militanti solidali, intellettuali, personalità etc. per denunciare e opporso alla Operazione Green Hunt e tutte le forme di repressione contro il popolo indiano in lotta per la rivoluzione di nuova democrazia;
7. decisione più importante: per il 10° anniversario della nascita PCI (Maoista) il Comitato Internazionale di sostegno alla Guerra Popolare in India, insieme a tutti le forze maoiste, rivoluzionarie, antimperialiste organizzerà una Seconda Conferenza Internazionale di sostegno. La convocazione di questa nuova conferenza sarà pubblicata nella primavera 2014.
8. il Comitato Internazionale di sostegno alla Guerra Popolare in India sostiene la lotta di liberazione delle Filippine e partecipa a tutte le iniziative di sostegno. Il comitato sostiene tutte le guerre popolari e lotte armayte antimperialiste nel mondo;
9. il Comitato Internazionale afferma che il miglior sostegno alla guerra popolare in India è fare la rivoluzione di nuova democrazia e proletaria in tutti i paesi;
10. il Comitato Internazionale afferma che l’avanzamento dell’unita internazionale dei partiti e organizzazioni comuniste dà più forza al sostegno alla guerra popolare in India in tutto il mondo.

Lal salaam!

Comitato Internazionale di Sostegno alla Guerra Popolare in India
csgpindia@gmail.com
21 settembre 2013

mercoledì 9 ottobre 2013

pc 9 ottobre - L'Italia imperialista è centrale per i piani d'aggressione ai popoli oppressi e per la repressione delle masse arabe

contro l'imperialismo dei padroni

con le masse arabe che combattono l'imperialismo e i regimi ad esso asserviti




Duecento marines trasferiti a Sigonella


I marinai Usa sono stati trasferiti in Sicilia da una base militare spagnola per far fronte a un'eventuale situazione di emergenza per le rappresentanze diplomatiche Usa in Libia. Lo riferisce la Cnn
Sigonella, 08 Ottobre 2013
Fonti militari Usa hanno riferito alla Cnn che ieri 200 marines sono stati trasferiti ieri da una base militare spagnola a quella di Sigonella, in Sicilia. Questo, per far fronte a un'eventuale situazione di emergenza per le rappresentanze diplomatiche americane in Libia. Lo spostamento dei duecento militari è stato eseguito in coordinamento con il Dipartimento di Stato e deciso come "misura precauzionale" per le possibili conseguenze della cattura in Libia da parte degli Stati Uniti del presunto membro di Al Qaeda Abu Anas al-Libi.

dal quotidiano dei padroni di confindustria In Italia le prime reclute libiche

Arriveranno in Italia in ottobre le prime 400 reclute libiche destinate a seguire corsi di addestramento nell'ambito del programma di sostegno al governo di Tripoli approvato nel giugno scorso dal G-8. In tre anni 19.500 militari e agenti di polizia di Tripoli saranno addestrati all'estero e di essi l'aliquota maggiore verrà in Italia.
A confermare l'arrivo del primo contingente di reclute è stato ieri l'ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Buccino Grimaldi, che all'agenzia Adnkronos international ha riferito di un «impegno per la formazione di circa seimila militari» sottolineando che «il primo contingente dovrebbe partire a brevissimo» e che il 19 settembre i libici renderanno note le liste delle prime 1.500 reclute . «Di questi noi italiani ne formeremo circa 400 con una fase iniziale di 2 o 3 settimane a Tripoli. Poi, nell'ultima decade di ottobre, le reclute verranno in Italia per un addestramento intensivo di 14 settimane».
L'ambasciatore ha confermato che «impegni simili sono stati presi da Londra e Washington». L'Italia schiera da due anni a Tripoli un nucleo di istruttori che opera all'interno delle scuole militari e di polizia libiche nell'ambito dell'Operazione Cyrene, finanziata nel 2012 con 10 milioni di euro e quest'anno con 7,5 comprendenti anche la consegna di equipaggiamento e blindati Puma. L'organico massimo previsto di 100 istruttori non è stato finora raggiunto a causa delle difficili condizioni di sicurezza e dell'assenza di un accordo che consenta agli italiani di portare le armi. A preoccupare inoltre è il bacino di arruolamento delle forze libiche, rappresentato dalle milizie che combatterono il regime e controllano ancora il Paese, le più importanti delle quali sono di ispirazione salafita. Il rischio è quindi di addestrare indirettamente jihadisti.

pc 9 ottobre - PAESTUM: IL "FEMMINISMO" DELLE MATRONE

Pubblichiamo stralci da un articolo apparso ieri su Il Manifesto sull'incontro di Paestum (che quest'anno ha visto quasi la metà delle partecipanti dell'anno scorso) che mostra uno spaccato esemplificativo di come questo, rituale, "incontro di donne" è tutt'altra cosa della battaglia delle donne, anche se quest'anno hanno (ma solo pro forma) detto che lo consegnavano alle giovani generazioni, che però appena hanno tentato di "alzare la testa" sono state messe subito a tacere, senza tanti complimenti.

Chiaramente questo articolo è anche un pò fuori tono, visto che altri commenti, e ieri stesso in un altro articolo sempre nella stessa pagina de Il Manifesto, cantano le lodi di Paestum 2013: "...uno straordinario incontro di pratiche femministe..." (!?) - solo un piccolo neo "E' invece mancata ancora la presenza delle donne migranti...". E che ci sarebbero venute a fare, visto che in questo "incontro" le "matrone" hanno persino impedito di esprimere una denuncia e una solidarietà, una vicinanza con le donne immigrate, la maggiorparte morte, a Lampedusa?

Torneremo sulla filosofia delle "egregie signore" di Paestum, che porta con sè un'aria pesante che sa di borghesia.

ABBIAMO BISOGNO DELL'ARIA FRESCA DELLO SCIOPERO DELLE DONNE!!
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Femminismo, la sfida giovane - Scritto da LUISA BETTI
Martedì 08 Ottobre 2013

"È stato all'insegna dello scontro generazionale l'incontro di Paestum che quest'anno è dedicato alla libertà... Divise su femminicidio e sulla legge Bossi-Fini...

... sono curiosa di vedere come va dopo che tra le giovani femministe e le storiche si è dato avvio a un confronto che è proseguito fino a qui con l'incip «andate avanti voi». Le belle speranze che ripongo in questo Paestum partono dal fatto che sono le nuove leve ad aver organizzato tutto, giovani che dovrebbe essere le protagoniste assolute, con le più anziane soprattutto in ascolto.
(MA) Sabato mattina... Verso le 11 sul palco salgono le F9 (femministe nove)... per leggere il loro manifesto dove ci sono frasi come «Non siamo ereditiere, siamo precarie», o «Il tempo presente ci fa orrore. Vogliamo agire per cambiarlo». Un piano d'azione che sembra una iniezione di vitalità per la maggior parte delle presenti in sala che con scrosci di applausi gridano «brave! siete tutte noi!». Un entusiasmo che però non dura perché subito dopo un intervento ci tiene a precisare che quella non è la modalità, che non si tratta di spettacolarizzare l'incontro e che qui si parla a partire da sé. Così, dopo la bacchettata della madre simbolica, la riunione prosegue con interventi che camminano cauti in un campo minato, perché qui una scintilla potrebbe diventare una bomba.
Certo, ognuna parla come vuole, dice quello che vuole, all'insegna della vera libertà di parola e di pensiero ma sempre all'interno della scolastica del femminismo...
Arrivano le tre del pomeriggio e ci si divide in gruppi, anche quest'anno nove... Il nostro è il gruppo su «Sesso, amore e violenza»...

...Poi, tra le altre Oria Gargano, ricorda come «nefasto» il decreto femminicidio, e si dichiara stufa di sentir dire che la donna è la vittima: «Non ne posso più di questa narrazione non solo nella sfera pubblica ma anche dentro il centro antiviolenza. Non c'è bisogno di far sentire la donne vittime, perché è come considerarle come lebbrose, delle poverette, che è lo zoccolo duro del pregiudizio di chi vive la violenza».
Un dialogo ricco, che s'incardina anche su sessualità e stereotipi, in cui mi inserisco per ricordare che martedì approda in aula alla camera il decreto sul femminicidio per la conversione in legge, e su cui, oltre i 700 emendamenti di cui 300 da esaminare in aula, la commissione giustizia, pur avendo fatto alcuni cambiamenti al testo, permane nel presentare il pacchetto sicurezza con un concetto di fondo che vede la donna come «soggetto debole»... Una negazione dell'autodeterminazione delle donne esplicita nella irrevocabilità della querela la cui remissione, secondo il DL, può avvenire solo in fase processuale e comunque rimane «irrevocabile se il fatto è stato commesso mediante minacce reiterate», una messa in discussione della libertà della donna a decidere il proprio percorso anche dalla liberazione dalla violenza, e su cui forse le donne che sono qui a Paestum, potrebbero pronunciarsi.
Ma come se avessi tirato una bestemmia in chiesa, un'avvocata di Bologna che si presenta come Teresa, mi intima con un tono perentorio, che questo non è il luogo, che qui non si parla del decreto, e che qui si parla di altro e in un altro modo. Scolastica femminista docet. Una strana maniera di intendere il dialogo, soprattutto tra donne, ma anche la libertà del titolo di questo Paestum: piccoli particolari che faccio notare andando avanti nel discorso, che alla fine trova l'appoggio di un certo numero di donne che sono lì e che vogliono far arrivare una dichiarazione, anche generica ma convinta, su questo decreto, chiedendo di riportarlo in plenaria il giorno dopo.
Ma la mattina seguente, a Paestum, l'aria è tesa, troppo tesa... E come due filoni separati, ci sono le proposte delle giovani e le dichiarazioni delle storiche: la voglia di agire e quella di rifletterci sopra. Poi arriva il turno mio e con Gabriella facciamo il report del gruppo che abbiamo seguito, ma non a tutte va bene. Quando poi qualcuna chiede di appoggiare la sindaca di Lampedusa che ha chiesto la
cancellazione della Bossi-Fini, e quando Maria Luisa Boccia sostiene questa proposta e dice che sul decreto femminicidio si può semplicemente dire «Non nel mio nome», ovvero non nel nome delle donne, scoppia il caos.
A quel punto una giovane mi dà il microfono, e anch'io cerco di spiegare che può essere un'adesione libera a un concetto di massima, generico, ma mi rendo conto che è quasi impossibile esporre qualcosa di sensato in quel momento, perché l'aria è densa. E allora parto da me, dichiarando un indicibile disagio di fronte alla mancanza di una reale relazione positiva tra donne e con una resistenza così totale su questioni che qui, proprio qui, dovrebbero essere quasi scontate. E mentre dichiaro questo mio sconcerto, ecco che si realizza la rottura, si spezza l'incantesimo, si squarcia il velo: la Teresa del giorno prima, prende le scale, scende vicino il palco e mi strappa il microfono dalle mani. Si realizza il conflitto, lì, davanti a tutte noi, sul mio di corpo questa volta, e quello che non si può dire viene finalmente agito.
A quel punto me ne vado, dicendo che «se le giovani non vi danno retta, fanno bene». Ma ormai è troppo tardi, chi urla, chi inveisce, chi mi abbraccia...
Poi qualcuna della mia età ma con più esperienza, mi spiega... Dire che la pratica femminista è solo la presa di coscienza è un gesto ingeneroso... noi dobbiamo avere a che fare con quanto accade nel mondo...".

pc 9 ottobre - Padroni assassini! Riparte da Ravenna l'iniziativa nazionale della RETE NAZIONALE PER LA SICUREZZA SUL LAVORO E NEI TERRITORI.

VERSO LA GIORNATA DI LOTTA NAZIONALE 

DEL 14 NOVEMBRE 

  BASTA PRECARIETA'!



BASTA MORTI SUL LAVORO

GUERRA DI CLASSE

PAGHERETE CARO PAGHERETE TUTTO

pc 9 ottobre - Padroni assassini! BANGLADESH: Ancora altre morti operaie in una fabbrica tessile, sfruttati per i profitti dei marchi occidentali!

Un nuovo grave incidente ha provocato la notte scorsa la morte di almeno nove lavoratori in una fabbrica di abbigliamento nel sobborgo industriale di Gazipur, presso la capitale Dhaka. Incendiate anche due manifatture limitrofe. L’incendio ha devastato la Aswad al di fuori dell’orario ufficiale, ma il numero dei morti e dei feriti o ustionati (una cinquantina) conferma come il lavoro straordinario – abitualmente negato dai responsabili delle aziende del settore – sia invece una realtà. Come pure resta reale il rischio di incidenti sul luogo di lavoro, un triste primato per il paese che negli ultimi mesi è stato messo sotto pressione interna e internazionale per concreti cambiamenti. A segnalare tristemente la condizione dei lavoratori del tessile, l’incendio che costò la vita a Ashulia, presso Dhaka, a 112 persone il 29 novembre dello scorso anno, provocando ustioni e intossicazione a centinaia di lavoratori, e il crollo che coinvolse un gran numero di manifatture con oltre 1100 morti lo scorso aprile a Savar, altro sobborgo industriale.

L’industria dell’abbigliamento e degli accessori, in buona parte orientata all’esportazione verso Europa e Stati Uniti, rappresenta la maggiore fonte di valuta estera per il Bangladesh, con un giro d’affari di 16 miliardi di dollari all’anno, e impiega circa 4 milioni di persone, in maggioranza donne, in almeno 5000 aziende.

A fronte di una tale rilevanza per il paese, tuttavia, le condizioni di lavoro e i salari restano gravemente insufficienti. I lavoratori del tessile bangladeshi sono tra i meno pagati al mondo (attualmente il salario minimo equivale a 28 euro) e la vertenza avviata da settimane per un aumento a 75 euro mensili si trascina tra scioperi, serrate, cortei e scontri anche con vittime. L’orario di lavoro arriva anche a 80 ore settimanali, in ambienti sovente fatiscenti, inadeguati quanto a norme igieniche e di sicurezza. In molti casi, poi, i locali sono sbarrati per impedire l’uscita dei lavoratori sino alla fine del turno.



pc 9 ottobre - Lampedusa accoglie Letta, Alfano e Barroso al grido di "Assassini, vergogna".

LAMPEDUSA - Li hanno accolti sull'isola gridando "vergogna". E anche "assassini". La delegazione guidata dal premier Enrico Letta, dal presidente della Commissione Europea, Josè Manuel Barroso, dal ministro dell'Interno, Angelino Alfano, e dal commissario europeo per gli Affari Interni, Cecilia Malmstrom, è stata contestata dai cittadini di Lampedusa con striscioni e cartelli fuori l'aeroporto dove sono atterrati alle 9.30. Gli abitanti dell'isola hanno urlato anche: "Andate a visitare il centro di accoglienza, andate a vedere come vive questa gente". La protesta è arrivata anche dal mare. Non appena la delegazione ha messo piede sull'isola gli armatori hanno fatto suonare le sirene dei loro pescherecci e delle imbarcazioni.


"Ci sarà funerale di stato per le vittime", ha annunciato Letta da Lampedusa. All'interno dell'hangar dell'aeroporto Letta si è inginocchiato davanti alle centinaia di bare composte, in fila. Alcuni tra gli altri avevano le mani giunte in preghiera. Poi il premier, Barroso, Alfano e Malmstrom sono andati al molo Favaloro, la banchina dove attraccano i barconi dei migranti e dove in questi giorni sono stati deposti i cadaveri ripescati. 
Al centro di accoglienza. Il programma ufficiale non prevedeva la visita della delegazione al centro d'accoglienza di Lampedusa, dove vivono oltre 800 profughi su una capienza di 250. Ma oltre ai cittadini, anche il sindaco dell'isola ha insistito. "Il molo Favarolo e il centro sono due tappe imprescindibili per vedere da vicino l'entità dell'immensa tragedia che si è consumata", ha detto Giusi Nicolini. E così dopo un vortice di incontri istituzionali e telefonate è stato cambiato all'ultimo istante il programma della visita. Subito dopo l'incontro al Comune di Lampedusa la delegazione è andata al centro. Una visita lampo, di pochi minuti. "Ho visto sofferenza e dolore", ha detto Letta. E Barroso su Twitter ha pubblicato la foto dell'incontro la delegazione di profughi sbarcati nei giorni scorsi.

Ultimo giorno per i sommozzatori. Le ricerche delle vittime dovrebbero terminare oggi. Il bilancio delle vittime è salito a 296 morti, 193 delle quali estratte dallo scafo che giace a circa 50 metri di profondità davanti alla costa dell'isola dei Conigli.