mercoledì 31 luglio 2013

pc 31 luglio - NOTAV ..Banditi o partigiani


Le accuse di ieri di "terrorismo ed eversione" atte a giustificare le perquisizioni avvenute nelle case di alcun* No Tav sono parte di una strategia della procura che ormai assume sempre più caratteri a lungo termine.
La saga dei pm Padalino e Rinaudo ha tutti i tratti di chi non sa che pesci prendere e gioca tutte le carte a sua disposizione in una cieca costanza per attaccare sistematicamente il movimento No Tav all'interno di quel dispositivo integrato di potere rappresentato da partiti, giornalisti, polizia e procura di Caselli. La non comprensione di come funziona un movimento popolare, l'incapacità di leggere i processi in corso in Val Susa portano i due pm col caschetto a inventare reati al limite della commedia buffa. Ciò non toglie però che dietro l'agire della magistratura ci sia un meccanismo più complessivo. Un meccanismo che identifica il movimento No Tav come nemico pubblico numero uno, proprio perchè movimento popolare, capace di porsi la questione della vittoria e di agirla su ogni piano e con ogni mezzo possibile, proprio perchè modello di un conflitto sociale capace di essere anche consenso. Qui sta il primo nodo, il movimento No Tav fa paura, fa paura in vista di un autunno che potrebbe essere un po' più caldo di altri, fa paura perchè esempio e simbolo. In questa accusa non si gioca soltanto una battaglia valsusina, ma anche la possibilità di criminalizzare e demonizzare il conflitto sociale anche nelle sue espressioni più larghe.
Ce lo racconta una narrazione delirante dei giornali mainstream che tra cronoprogrammi e classifiche tra chi sarebbe il numero uno o il numero due del movimento inventa di sana pianta, ormai con licenza poetica. Quegli stessi giornali che esaltano il conflitto quando si pone alla difesa degli alberi di Gezi Park oppure riempie le piazze spagnole oggi a fatica e con mirabolanti imprese cercano di accostare, grazie all'assist della procura, No Tav e terrorismo. A fatica, perchè incollare queste accuse sui e sulle No Tav che sono stati perquisiti riesce proprio difficile e quindi ecco la divisione dei ruoli, le posizioni di rilievo e tutto il resto, nella mente di chi non riesce o fa finta di non capire come funziona un organismo collettivo come quello del movimento. Gli scribacchini che segnano con penne piene di menzogne la fantomatica "mutazione" nascondono in realtà la coerenza di una lotta che non vuole attestarsi solo alla testimonianza, ma vuole fermare la grande opera senza se e senza ma. Come sempre.
Dopo le violenze avvenute alla passeggiata notturna da parte della polizia, la procura e la questura necessitavano di spezzare il meccanismo di solidarietà che si era subito messo in moto, rovesciando ancora una volta quasi completamente la narrazione dei giornali e della politica istituzionale. Riuscendo ancora una volta a costruire quel consenso complessivo e popolare e smascherando la partigianeria dei due pm e le vigliaccate delle truppe d'occupazione. Ma il tentativo di rompere questo meccanismo di solidarietà e partecipazione è andato a vuoto, il movimento ha risposto compatto rimandando al mittente le accuse e la comicità di questa azione giudiziaria non ha fatto che aprire un'altra crepa nella credibilità della magistratura di Caselli.
Tanto più che ad essere colpiti non sono solo i centri sociali a cui verrebbe, secondo gli scribacchini del Si Tav, deputata in "outsourcing" la lotta, ma anche uno dei cuori della lotta No Tav, il Comitato di Lotta Popolare di Bussoleno, uno dei primi comitati a nascere, e uno dei posti che tutti coloro che partecipano al movimento sentono come casa, cioè la Credenza.
Di certo il movimento non si farà intimorire da queste buffonate ad orologeria, e continuerà con la costanza, la generosità e l'intelligenza che l'hanno sempre contraddistinto a lottare. Non saranno certo quattro accuse sgangherate a spaventare chi da vent'anni difende questa valle, resiste da partigiano e viene chiamato bandito!

pc 31 luglio - la guerra contro il movimento NOTAV


nnPubblichiamo qui di seguito l’editoriale di oggi del Manifesto a firma di Ugo Mattei, Alberto Lucarelli e Livio Pepino sulla persecuzione portata avanti dalla Procura Torinese a danno dei No Tav.
Ancora una volta il Movimento No Tav è destinatario di attenzioni discutibili della Procura di Torino. C’eravamo abituati, fin dai tempi della campagna avviata nel gennaio del 2012 con la richiesta di misure cautelari per gli scontri del giugno-luglio precedente finanche nei confronti di incensurati. Ma negli ultimi mesi è stato un crescendo di iniziative oltre ogni logica, in evidente parallelismo con il cambio di strategia delle “forze dell’ordine”, passata da una (già assai dura) attività di contenimento degli attacchi al cantiere della Maddalena a una vera e propria guerra preventiva con anticipazione dello scontro (sotto l’occhio vigile dei pubblici ministeri accorsi sul posto…) prima ancora dell’avvicinamento dei manifestanti al cantiere (in una prospettiva che ricorda in modo sinistro i metodi di Minority Report).
Gli esempi sono molti: l’apertura di un procedimento per “procurato allarme” nei confronti del presidente di Pro Natura Piemonte e dei responsabili di altre associazioni ambientaliste per avere diffuso un documento-denuncia su comportamenti ritenuti irregolari nella realizzazione del cantiere della Maddalena, in particolare in punto mancata installazione di reti paramassi su un versante di frana conclamata; l’incriminazione del responsabile dell’Ufficio Tecnico del Comune di Chiomonte per “false comunicazioni al pubblico ministero”, intervenuta (secondo la cronaca del ben informato cronista della Stampa) all’esito di un interrogatorio di sette ore teso a chiarire chi lo avrebbe indotto a emettere un’ingiunzione di abbattimento delle reti di protezione del cantiere della Maddalena, non rappresentate su nessun elaborato progettuale e quindi, sotto il profilo edilizio, abusive (sic!); la perquisizione disposta nel giugno 2013 nei confronti di quattro attivisti No Tav indagati nientemeno che per il reato di stalking in relazione a minacce subite da un operaio di una ditta impegnata nei lavori al cantiere della Maddalena in cui, alla singolarità della contestazione, si accompagna la apodittica motivazione che «tutti gli episodi di cui è stato fatto oggetto sono da ricondurre ad un’unitaria regia da individuare nell’ambito di soggetti che si riconoscono nella lotta alla realizzazione della suddetta linea ferroviaria, in particolare in tutti quelli che si identificano nell’ala violenta del movimento No Tav».
Ma la notte scorsa si è realizzato un salto di livello di gravità inaudita. Sono state, infatti, disposte ed effettuate dodici perquisizioni domiciliari nei confronti di attivisti No Tav (della Valle e di Torino) contestualmente indagati, con riferimento agli scontri della Maddalena del 10 luglio scorso, di “attentato per finalità terroristiche o di eversione dell’ordine democratico” ai sensi dell’art. 280 codice penale, che punisce con pene fino a venti anni di carcere chi, per le finalità anzidette, “attenta alla vita od alla incolumità di una persona”. Proprio così, anche se c’è da non crederci. E l’incredulità aumenta se si dà un semplice sguardo al contesto normativo e alla giurisprudenza della cassazione sul punto: «Sono considerate con finalità di terrorismo le condotte che, per la loro natura o contesto, possono arrecare grave danno ad un Paese o ad un’organizzazione internazionale e sono compiute allo scopo di intimidire la popolazione o costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto o destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese o di un’organizzazione internazionale, nonché le altre condotte definite terroristiche o commesse con finalità di terrorismo da convenzioni o altre norme di diritto internazionale vincolanti per l’Italia (art. 270 sexies codice penale); «La nozione di “eversione dell’ordine democratico” deve intendersi riferita all’ordinamento costituzionale, cioè a quei principi fondamentali che formano il nucleo intangibile destinato a contrassegnare la specie di organizzazione statale, secondo la Costituzione; di conseguenza, essa non può essere limitata al solo concetto di “azione politica violenta”, ma deve necessariamente identificarsi nel sovvertimento dell’assetto costituzionale esistente ovvero nell’uso di ogni mezzo di lotta politica che tenda a rovesciare il sistema democratico previsto dalla Costituzione nella disarticolazione delle strutture dello Stato o, ancora, nella deviazione dai principi fondamentali che lo governano» (Cass. – sez. 2, n. 39504 del 17 settembre 2008). Davvero qualcuno può seriamente pensare che gli “attacchi” al cantiere della Maddalena abbiano qualcosa a che vedere con fattispecie e finalità siffatte? Eppure le contestazioni sono state fatte e i procedimenti aperti.

Alberto Lucarelli, Ugo Mattei, Livio Pepino

pc 31 luglio - Torna a Roma Paese Sera come 'giornale senza giornalisti' da salvare - il perchè nelle notizie


Cassino, palazzine dell'esercito occupate
Oggi lo sgombero di 50 persone

CASSINO, PALAZZINE DELL'ESERCITO OCCUPATE
I 18 alloggi, inutilizzati da tempo, sono stati occupati un mese fa abusivamente da alcune famiglie: 50 persone in tutto tra cui bambini e una donna incinta
Tensione davanti ai cancelli delle palazzine dell'esercito in via Vaglie a Cassino. I 18 alloggi, inutilizzati da tempo, sono stati occupati un mese fa abusivamente da altrettante famiglie di bisognosi, 50 persone in tutto tra cui bambini e una donna incinta.
LO SGOMBERO - Questa mattina é previsto lo sgombero coattivo ordinato dalla procura di Cassino sorda alla richiesta avanzata dal consiglio comunale della cittá martire, di congelare il provvedimento di sgombero. Carabinieri, polizia e guardia di finanza, in tutto un centinaio, sono radunati davanti al cancello. Le famiglie, invece, si sono radunate sui tetti delle palazzine e si rifiutano di liberarle ritenendole l'unica possibilitá per dare un tetto ai loro figli. Quelle palazzine, un tempo usate dagli ufficiali in servizio presso la vicina caserma dell'80esimo Rav, sarebbero state cartolarizzate e ne sarebbe stata disposta la vendita. L'esercito, invece, ne rivendica comunque la proprietá.

pc 31 luglio - da Marina di Massa a Taurisano... stessa mano! I serial killer della violenza sessuale e femminicidio: sistema capitalistico, patriarcalismo, governi, stati del capitale, uomini che odiano le donne.

Se te ne vai ti ammazzo» Uccide lei e poi si spara

TAURISANO - ."..Franco Capone, 46 anni, carrozziere di Taurisano, non ha retto all'idea della separazione. L'incontro di ieri (il primo dopo che la moglie era andata via da casa) sarebbe dovuto servire per ritrovare un'intesa con Erika Frida Ciurlia, 43 anni, la madre dei suoi tre figli (una giovane di 25 anni, uno di 18 ed una bambina di 4 anni). Il chiarimento non c'è stato. E l'uomo ha perso la testa: ha estratto la pistola ed ha ucciso la moglie e poi si è esplosa una revolverata alla tempia.... Una separazione di
fatto che il carrozziere non ha mai accettato. «Era ancora innamorato della moglie», dice chi lo conosceva. Eppure, quando la moglie è andata via, non ha esitato a minacciarla: «Se te ne vai ti ammazzo». E anche davanti ai poliziotti aveva agitato un'ascia. Parole e gesti rimasti isolati. La donna, comunque, da quel momento, aveva evitato di incontrare il marito".
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Sembra una tragica "fotocopia" del femminicidio di due giorni fa a Marina di Massa. Lei che si separa e lui che l'uccide, ma soprattutto lei che denuncia le minacce alla polizia e la polizia che non fa nulla.
Non solo. Ancora una volta il modo come la stampa dà la notizia: lui "non ha retto alla separazione", "l'uomo ha perso la testa...","i "suoi" tre figli...", non fanno che avvalorare un messaggio tutto sommato giustificante e soprattutto falso, visto che questi assassini sono di fatto pensati, preparati da vari episodi precedenti di minacce.
NON SIAMO IN UN FILM!! E' una strage delle donne e non vogliamo lamentale e conta delle morti.
QUESTO STATO E' IL PROBLEMA, NON LA SOLUZIONE!! SVILUPPIAMO LA NOSTRA
RIBELLIONE, ORGANIZZIAMOCI PER LA RIVOLUZIONE!

Sull'immediato, dobbiamo pretendere con la lotta:
NO
- all'intensificazione della presenza/controllo di Forze dell'ordine: polizia, carabinieri, ecc. nelle città, nelle strade - non vogliamo che gli stessi che nelle carceri, nei Cie, usano anche stupri e molestie, offese
sessuali contro le donne, che ci manganellano nelle lotte, siano messi a "difenderci";
- a Task force che alimentano un clima securitario, di controllo sociale che si traduce in minore libertà, meno diritti per le donne.
SI, invece,
-ad "illuminare" e rendere luoghi pieni di vita, ogni zona delle città e dei paesi, favorendo l'apertura 24 ore su 24 di locali, centri, parchi, e la gestione libera di essi da parte di organismi di donne.
- interventi immediati contro i maschi denunciati per violenze, stalking, molestie sessuali, maltrattamenti. Via subito dai posti di lavoro, dalla forze dell'ordine, dalle istituzioni chi esercita molestie, violenze sessuali.
- Divieto di permanenza nelle case di mariti, conviventi, padri, fratelli denunciati per violenze, maltrattamenti;
- Procedura d'urgenza nei processi per stupro e femminicidi e accettazione delle parti civili di organizzazioni di donne - patrocinio gratuito per le donne - Classificazione del reato di stupro tra i reati più gravi del sistema penale
- Semplificazioni e procedure d'urgenza per le cause di separazione e divorzi, con patrocinio gratuito per le donne...

Fiorella - del movimento femminista proletario rivoluzionario Taranto

pc 31 luglio - Il 18 ottobre è stato indetto lo SCIOPERO GENERALE.,,, dai sindacati di base


Sciopero generale il 18 ottobre
L'autunno sarà caldo. Contro le politiche di austerità, per il rinnovo dei contratti, l’aumento di salari e pensioni i sindacati conflittuali (Usb, Cobas, Cub) chiamano allo sciopero generale il prossimo 18 ottobre.
L’ampliamento della flessibilità, annunciato dal governo con l’alibi dell’Expò 2015, insieme alla riprogrammazione dei fondi europei hanno la chiara finalità di aumentare la ricattabilità dei lavoratori e la libertà di agire delle imprese. La pressione fiscale, in particolare quella operata dagli enti locali, è arrivata oltre ogni limite ed ha posto l’Italia al top in Europa per livelli di tassazione diretta ed indiretta.
Il governo sostenuto dal Presidente Napolitano conferma l’acquisto degli F35, costosissimi cacciabombardieri da guerra mentre sottrae fiumi di denaro alla scuola e alla ricerca pubblica, alla sanità, alla previdenza.
La disoccupazione non scenderà, né quella giovanile né quella generale, e cresceranno invece l'indignazione e il desiderio di rivolta.
Contro queste politiche la Confederazione USB, la Confederazione Cobas e la CUB proclamano lo sciopero generale di tutte le categorie pubbliche e private per l’intera giornata del 18 ottobre 2013.
Lo sciopero generale è indetto: per il rinnovo dei contratti, l'aumento di salari e pensioni e la riduzione dell'orario di lavoro; contro le politiche di austerità in Italia ed in Europa e contro il governo italiano delle larghe intese che quelle politiche gestisce; per la scuola e l'istruzione pubbliche, per la sanità e i beni comuni pubblici e per la costruzione di un diverso modello sociale e ambientale; per la nazionalizzazione di imprese in difficoltà o di interesse strategico per il Paese; per il diritto ad una vera democrazia fondata sulla partecipazione, che rifiuti deleghe autoritarie nei luoghi di lavoro e per una legge democratica sui diritti dei lavoratori e sulla rappresentanza sindacale.
www.usb.it

martedì 30 luglio 2013

pc 30 luglio - per uscire dalla situazione attuale serve la rivoluzione proletaria, per fare la rivoluzione serve il partito della rivoluzione


pc 30 luglio - India ..La strategia del governo “conquistare i cuori e le menti” è perdente, quella della rivoluzione vince



Governo nel dilemma per i "fondi maoisti"

"Dare o non dare?" - il governo è di fronte ad una situazione scottante circa i fondi messi a disposizione per le attività di sviluppo negli Stati che si trovano sotto l'influenza maoista. Un recente studio finanziato dal governo sulla struttura finanziaria dei Maoisti dice che "non è possibile bloccare immediatamente le fonti di estorsione dei maoisti”. "Perché se il governo trattiene i fondi di sviluppo - la maggior parte devoluti per la costruzione di strade, centri di salute primaria, scuole e ponti nelle zone ad influenza maoista – il risultato sarebbe soltanto quello di un'ulteriore allontanamento delle persone dallo Stato", si legge nel rapporto confidenziale.

"Inoltre, il miglioramento delle infrastrutture e la connettività accrescerebbero le possibilità di penetrazione della macchina statale, tra cui quella della polizia", si aggiunge. Questa non è la prima volta in cui si ha una tacita ammissione del peggior segreto nascosto dell'India. Il 24 settembre 2010 una commissione parlamentare aveva detto al governo che i fondi per lo sviluppo vanno a finire nelle casse maoiste. L'ultimo studio è stato redatto dopo le visite sul campo nel Chhattisgarh, Jharkhand, Odisha e Andhra Pradesh nel periodo febbraio-aprile 2013.

Esso elenca le principali fonti di entrate per i maoisti: l'industria mineraria, Progetti di Lavori Pubblici (Public Works Department), piani governativi, programmi di sviluppo e Piani di Distribuzione [di alimenti] (PDS), raccolta delle foglie di 'tendu' [usate per confezionare sigarette alle erbe da un albero simile all'eucalipto], società di telecomunicazioni e impiegati governativi corrotti. I Maoisti mantengono un sistema estremamente meticoloso di contabilità in cui ogni livello della gerarchia mantiene un rendiconto dettagliato delle spese. Per esempio, il bilancio redatto dai maoisti della Zona Speciale Nord Telengana (ZSNT) durante il suo picco nel 2001-2003 ha registrato una spesa di R4,42,51,256, entrate per R6,20,48,500 [ca. 80.000 €] e una aggiunta di 562 lingotti d'oro.

A differenza dei gruppi di insorti nel Nord-Est, i maoisti non pagano stipendi mensili ai loro quadri e la spesa sostenuta serve principalmente per l'approvvigionamento di armi, per le esigenze quotidiane dei quadri e il mantenimento della macchina da guerra, per le pubblicazioni e il lavoro di propaganda, e i costi per le spese processuali per i membri e i sostenitori. "Un'altra voce di spesa è quella del comitato tecnico centrale, che è stato incaricato dello sviluppo e della produzione di mortai e granate", ha aggiunto il funzionario.

pc 30 luglio - NO TAV .. il vero terrorismo è quello dello stato del capitale e della speculazione


No Tav: terrorista è il partito armato della Tav

altUna conferenza stampa di sindaci e movimento respinge il teorema di Caselli e chiede che cessi la strategia della tensione
Il tentato omicidio lo commette chi spara lacrimogeni nelle case o chi danneggia un compressore? Il movimento No Tav respinge ogni accusa di terrorismo e di tentato omicidio, ogni interpretazione della più importante vertenza in corso come un fatto di ordine pubblico. E lo fa con lo sdegno di chi da vent'anni costruisce un movimento popolare per difendere la vita della valle contro un progetto devastante per la salute, l'ambiente e le casse dello Stato.
La conferenza stampa di oggi pomeriggio, animata da sindaci, attivisti e rappresentanti politici, ha voluto porre questo problema in ore fondamentali. E' stato denunciato il livello di violenza, anche mediatica, costruito per fiaccare una lotta che sembra indomabile. Si chiede la smilitarizzazione della Valle, la cessazione della strategia della tensione e la riapertura del confronto alla luce delle mutazioni degli scenari dei trasporti e del contesto produttivo. Perché un progetto definitivo ancora non c'è, non è vero che i lavori sono iniziati come prova a dire il governo. E i dati su cui era stata concepita la Tav sono ormai fasulli.
Nicoletta Dosio, storica figura della lotta e animatrice della Credenza di Bussoleno, perquisita stamattina, annuncia la prima iniziativa: «I perquisiti sono figli e fratelli nostri e la violenza è quella di chi chiude gli ospedali. La solidarietà per i nostri giovani è solidarietà per noi stessi. Quello che vogliono fare è incutere terrore, separare i valsusini buoni da quelli cattivi. Non faremo un passo indietro. La loro arroganza infinita è un segno della loro debolezza. A costoro fanno così paura le parole, per questo sequestrano i nostri quaderni e picchiano le donne che manifestano per una compagna aggredita. Vogliono colpire i giovani migliori, quelli che sono cresciuti per costruire un mondo diverso».
Domani a Bussoleno un presidio di solidarietà con un'assemblea all'aperto.
E' stato anche sottolineato che le perquisizioni non hanno ottenuto risultati concreti. Sono state sequestrate centinaia di magliette nere, come spiega chi ha letto i verbali. Il bottino della digos è costituito da computer, telefonini, macchine fotografiche e quelle magliette oppure i fazzoletti della 42ma brigata Garibaldi dell'Anpi, ma anche pile, lucchetti per la vigna, libri, binocoli da bird watching. Insomma, non ci sono armi da guerra, né benzina, né altro, nulla che possa essere riconducibile a documenti per la costruzione di armi da guerra. «Sono solo scuse per sequestrare i computer e capire cosa ci diciamo».
«Le perquisizioni odierne - compresi i locali dove c'è la sede di Rifondazione Comunista - e le accuse pesantissime agli attivisti No Tav sono l'ennesimo, inaccettabile episodio di criminalizzazione della protesta - commenta Paolo Ferrero, segretario Prc - il governo, non avendo alcuna ragione nel merito della costruzione dell'opera e dello sperpero di denaro pubblico, si comporta peggio di Erdogan in Turchia: cerca di stroncare la protesta con la repressione più brutale. Le accuse di terrorismo contro quella che è una lotta di popolo sono una pura persecuzione e un utilizzo del Codice penale come arma impropria. Questa repressione però non fermerà le ragioni di chi si oppone all'alta velocità sulla Torino-Lione: non ci faremo intimidire».
Di «criminalizzazione di regime e assurde indagini per terrorismo» parla anche Giorgio Cremaschi: «Dopo la bellissima e pacifica marcia popolare, a cui in tanti abbiamo partecipato con le nostre famiglie e abbiamo mostrato tutta la forza e il consenso del movimento No Tav, il palazzo ha puntualmente reagito. Ancora una volta si gioca la carta della vergognosa accusa di terrorismo. Perquisizioni assurde a tappeto, alla ricerca di chissà quali prove di attività eversive e terroriste, si sono succedute nella valle. È una vergogna e una provocazione a cui bisogna reagire con la più vasta campagna di solidarietà. Mi pare chiaro il senso dell'operazione politica in corso, voluta dal governo PD-PDL e dal suo regime politico informativo, giudiziario. Si vuole ancora una volta accostare lotta e terrorismo, per criminalizzare una lotta popolare giusta e aperta a cui il regime non vuole dare risposte politiche. Siamo di fronte ad un altro momento di degrado della nostra democrazia e ad un'altra manifestazione di una repressione inaccettabile, che copre il fallimento politico e economico del partito della Tav».
«I reati contestati farebbero riferimento a quanto avvenuto la sera del 10 luglio a Chiomonte - spiega Ezio Locatelli, segretario provinciale Prc di Torino, che ha preso parte alla conferenza stampa - tra le molte perquisizioni effettuate va registrato l'intervento di una decina di unità di polizia che ha interessato alle sei e trenta di questa mattina un locale dell'osteria "La Credenza" di Bussoleno dove alloggia un attivista NoTav a cui sono stati sequestrati computer e materiali informativi vari. Come tutti sanno "la Credenza" è lo storico punto di riferimento dei NoTav della Valle, sede sindacale e del locale Circolo di Rifondazione Comunista».
Una conferenza stampa di sindaci e movimento respinge il teorema di Caselli e chiede che cessi la strategia della tensione Il tentato omicidio lo commette chi spara lacrimogeni nelle case o chi danneggia un compressore? Il movimento No Tav respinge ogni accusa di terrorismo e di tentato omicidio, ogni interpretazione della più importante vertenza in corso come un fatto di ordine pubblico. E lo fa con lo sdegno di chi da vent'anni costruisce un movimento popolare per difendere la vita della valle contro un progetto devastante per la salute, l'ambiente e le casse dello Stato.

Cecchino Antonini
da PopOff

pc 30 luglio - fermiamo insieme la caccia alle streghe contro il movimentro NOTAV !

30/07 PRESIDIO IN RISPOSTA AL “TEOREMA TERRORISMO”

535695_614580935243240_1267561128_n In risposta all’assurda operazione giudiziaria avvenuta nella mattinata del 29 luglio, con decine di perquisizioni a danno di militanti no tav, in base alla folle accusa di terrorismo ed eversione, il movimento no tav ha deciso di rilanciare con un presidio in Piazza del Comune a Bussoleno alle ore 21 di martedì 30 luglio. 
Come già precisato in conferenza stampa l’accusa di terrorismo appare come una provocazione,l’ ennesima, da parte della procura torinese guidata da Caselli : un vero e proprio teorema, non sostenuto da alcuna prova (nulla è stato infatti trovato nelle perquisizioni) ma lanciato in modo strumentale per delegittimare la protesta no tav che evidentemente è sempre più forte e non si lascia intimidire.
Rispondiamo quindi insieme a questa ennesima provocazione che chi semina terrore raccoglie ribellione!


News — 29 luglio 2013 at 10:43

IL NOTAV PAURA NON NE HA!


Aggiornamento ore 11.30: Le camionette e i blindati che si erano posizionati nel pressi del campeggio di Venaus sono andati via. Intanto è stata annunciata una conferenza stampa alle ore 16 di oggi, presso la Comunità Montana a Bussoleno. Una conferenza alla quale prenderanno parte, tra gli altri, il presidente della comunità montana Sandro Plano e il sindaco di Venaus, Nilo Durbiano. Nel frattempo, giungono notizie più dettagliate rispetto alle perquisizioni di questa mattina. Per il momento risultano essere state perquisite e indagate un totale di 12 persone, tutte del comitato di Lotta popolare di Bussoleno: Luca di Bruzolo, Giulia, Martina, Lorenzo e William di Bussoleno, Andrea di Mompantero, mentre Rubina, Davide, Mattia B, Ruben, Dana, Mattia M. sono residenti a Torino.


ORA TIRANO FUORI “TERRORISMO E EVERSIONE”!

Decine di perquisizioni sono in corso da questa mattina in Val Susa e a Torino ai danni di divers* compagn* del Comitato di Lotta Popolare. Perquisiti anche i locali dell’Osteria La Credenza di Bussoleno. Un luogo di ritrovo e aggregazione conosciuto e frequentato da centinaia di persone (notav e non solo) viene di fatto additato come luogo di oscure trame… Perché l’articolo indicato nei mandati che accompagnano l’ennesima “operazione” targata Padalino & co. sono il 280 comma 1 n.3 cp e 10 e 121. 497/74, quello che indica “l’attentato con finalità terroristica e di eversione”
I reati contestati farebbero riferimento alla sera del 10 luglio, quando, tra molte altre iniziative, si verificò anche un’iniziativa al cantiere di Chiomonte, con taglio di reti.
Nei mandati si legge la volontà di ritrovare nelle case degli indagati [citiamo a braccio] “materiale esplosivo, contundente, atto al taglio di recinzioni e supporti audio-visivi e digitali che permettano il riconoscimento di eventuali complici”. Come al solito sono stati sequestrati compiuter e altri dispositivi tecnologici di comunicazione. Così commenta ironico uno dei compagni perquisiti: “cercavano armi, si son presi computer e I-Phone”…
Ma aldilà delle battute, si profila un salto di qualità nell’operato dei Pm con l’elmetto. Non fanno arresti o misure disciplinari ma, quatti quatti, iniziano a far trapelare la possibilità di nuove maxi-inchieste con imputazioni gravissime che, anche in assenza di prove, possono permettere lunghe detenzioni cautelari. Evidentemnte, non gli basta la figura di merda fatta con gli arresti della scorsa settimana (già tradotti ai domiciliari) e continuano a puntare in alto, verso la madre di tutte le imputazioni che Magistrati di questo calibro sognano proprinare alle lotte sociali e ai movimenti, specie quando questi non abbassano la testa!
Questo ennesimo atto intimidatorio – vera e propria provocazione – non deve lasciarci indifferenti e necessita una risposta determinata e corale del movimento, in difesa di quest* compagn* e di un luogo di aggregazione che è di tutti i Notav…

lunedì 29 luglio 2013

pc 29 luglio - Egitto

La dittatura militare fascista neo mubarakiana e asservita all'imperialismo e al sionismo è il nemico principale dei proletari e masse popolari egiziane che non vogliono regimi religiosi e dittature militari.
Il colpo di stato in Egitto un attacco al popolo palestinese e alle masse in lotta di tutti i paesi arabi.
I comunisti, gli antimperialisti, i democratici conseguenti sono e devono essere la prima fila della lotta alla dittatura militare.

proletari comunisti _PCm Italia
29 luglio 2013

pc 29 luglio - vogliamo la condanna definitiva di berlusconi e le sue conseguenze politiche

 Berlusconi in galera ! 
Questo è quello vogliono gli operai e le masse popolari di questo paese.
Che la condanna di Berlusconi tiri giu' tutta la catena del governo reazionario Napolitano-Letta-PD-Pdl provocando la caduta del governo, le dimissioni di Napolitano, la scissione del PD.... è quello che vogliamo noi

proletari comunisti PCm Italia
29 luglio 2013

pc 29 luglio - per gli sbirri assassini non c'è mai la galera vera

Liberi tre dei quattro agenti
condannati per morte Aldrovandi


Lunedì tornano in libertà tre dei quattro agenti condannati dal Tribunale di Sorveglianza di Bologna a scontare in carcere o agli arresti domiciliari la pena residua di 6 mesi per la morte di Federico Aldrovandi nel 2005. Si tratta di Paolo Forlani, Monica Segatto e Luca Pollastri.

per il quarto condannato, Enzo Pontani, ai domiciliari come Segatto, presto scadrà il periodo di espiazione della pena, che lui ha cominciato a scontare più tardi per un rinvio delle decisioni. Il Tribunale di Sorveglianza presieduto da Francesco Maisto aveva deciso per il carcere e non per le misure alternative non solo a causa dell'estrema gravità del comportamentoi degli agenti, ma anche per la loro mancanza di ravvedimento.

pc 29 luglio - la strage senza fine di donne per mano di uomini che odiano le donne, con sistema, governi e stati del capitale al cui inte è ideologia dominante

Massa, uccide la ex moglie
e ferisce compagno. Poi si toglie la vita

Marina di Massa. Marco Loiola, 40 anni, è entrato nel locale sul lungomare vicino alle spiagge affollate di bagnanti armato di pistola e ha sparato a Cristina Biagi da cui era separato. Colpito in strada il presunto amante della donna ora gravissimo. Le ultime parole dell'uomo alla donna: "Salutami tanto la mia mamma"


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la manifestazione delle donne a roma del 6 luglio apre la strada e lancia il lavoro in tutto il paese per una grande manifestazione di donne per l'autunno
 A Roma il 6 luglio un forte contingente femminista combattivo e rappresentativo ha sfidato i palazzi del poteredenunciando stupri e femminicidi  come frutto di un sistema, di governi e stati che odiano le donne  e lo ha fatto con determinazione e chiarezza, unendo donne di diverse città e di diverse organizzazioni, di diverse culture e pratiche, ma con un ruolo di promozione delle donne proletarie in lotta del Sud - che aderiscono al movimento femminista proletario rivoluzionario.
Sono stati infranti divieti e si è giunti pure alle ambasciate indiana e turca, per un ponte di unità con le donne in lotta in questi paesi.
Una manifestazione d'avanguardia esemplare che siamo tutti impegnati a valorizzare come valore di  indicazione per l'insieme del movimento proletario e popolare.

proletari comunisti- PCm -Italia
7 luglio 2013


domenica 28 luglio 2013

pc 28 luglio - PERCHE' LE DONNE SONO LA MAGGIORANZA NELLA GUERRA POPOLARE DIRETTA DAI MAOISTI

Ripubblichiamo in italiano un importante notizia, già messa nei giorni scorsi in spagnolo in questo blog. Insieme a nostre considerazioni.

"Secondo una recente stima del nemico, in particolare del Ministero degli Interni dell'India, le donne costituiscono il 60% dei militanti maoisti negli Stati più influenzati dall'”estremismo di sinistra”, cosiddetti “corridoio rosso”.
Secondo le fonti del nemico, a differenza degli anni passati quando le donne non avevano un ruolo di combattimento, ora quasi tutte stanno nelle zone di battaglia e impegnate all'interno della lotta contro le forze di sicurezza. Le fonti dicono che le donne sono state una parte principale di alcune delle grandi operazioni realizzate recentemente dai ribelli rossi.


Il Partito Comunista dell'India (Maoista) dà grande importanza alla situazione dell'oppressione della donna in India e alla lotta per la sua emancipazione come parte integrante dell'emancipazione e liberazione di tutte le classi oppresse dell'India.
Il Partito Comunista dell'India (Maoista) nel suo 9° Congresso, congresso selebrato in gennaio e febbraio del 2007 e che diede vita all'unità di due forze comuniste MLM e un impulso decisivo alla guerra popolare che avanza con successo in India, adottò questa risoluzione:
Risoluzione sulla violenza dello Stato contro le donne:
“Questo Congresso esorta tutte le donne oppresse e sfruttate a levarsi contro l'oppressione e a unirsi al movimento rivoluzionario di liberazione”.

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Perchè le donne sono la maggioranza nella guerra popolare e devono puntare ad esserlo in tutte le rivoluzione e nei partiti comunisti maoisti, in tutti i paesi. 



Questo trova le sue radici nella condizione delle donne di doppio sfruttamento e oppressione, spesso triplice oppressione, e nella trasformazione di queste condizioni in doppie ragioni di rivoluzione. Per fare della lotta di liberazione delle donne una forza poderosa per la rivoluzione e per la rivoluzione nella rivoluzione come reale emancipazione di tutte le masse oppresse.
Ma questo è possibile solo impugnando il marxismo-leninismo-maoismo e solo in un partito comunista che fa del mlm e in particolare del maoismo, non una etichetta, ma un'arma applicata, di lotta e di trasformazione qui ed ora di tutte le ideologie borghesi, compreso il maschilismo, il sessismo, i residui del patriarcalismo, le cui protagoniste principali sul fronte pratico, politico e ideologico, ma anche organizzativo, sono le donne.

Riportiamo, su questo, stralci da un testo del MFPR:

Appunti per un nuovo pensiero e prassi:
femminista proletario rivoluzionario

(spunti dal libro “Guerra popolare e liberazione delle donne in Nepal” della Parvati
e punti di elaborazione del MFPR Italia)

Le donne sono una forza poderosa della rivoluzione. Le donne sono state le prime ad essere soggiogate nella storia dell'umanità, saranno le ultime ad essere liberate, da qui la loro spinta a portare la rivoluzione a forme più alte... Per questo le donne sono una forza strategica che non solo previene la controrivoluzione ma che porta avanti anche una rivoluzione continua...

...La natura dell'oppressione di classe e sessuale delle donne è di lunga durata, ecco perchè la Guerra Popolare di lunga durata attrae molto le donne oppresse. La GP di lunga durata aiuta la partecipazione delle donne, poiché questa guerra di guerriglia è il metodo usato dalla parte debole della società per combattere contro le forze di stato più forti. All'interno del processo della GP le trasformazioni continue, l'abbattimento della cultura feudale e il controllo della cultura imperialista aiutano le donne nella realizzazione del loro valore di esseri umani che hanno una dignità...

... Le donne sono le masse. In ogni lotta le donne portano l'insieme della loro condizione (famiglia, ecc.) e viceversa portano le esperienze di emancipazione che si conquistano nelle lotte all'interno della loro condizione familiare. Quindi, parlare delle donne è parlare dell'insieme della condizione di sfruttamento e di oppressione delle masse.
Le donne portano oggettivamente, e quando lottano anche soggettivamente, una critica generale al sistema capitalista, un'esigenza di trasformazione radicale qui ed ora, per questo il movimento di liberazione delle donne è inconciliabile con ogni idea e prassi riformista.
L'essenziale della questione delle donne è che le donne sono le “masse”; solo se si affronta il problema delle donne il partito comunista rivoluzionario è di massa, solo se si affronta così c'è la linea di massa...

La direzione delle donne è essenzialmente la concretizzazione dell'ideologia politica.
I movimenti rivoluzionari hanno sempre scatenato la furia delle donne, ma essi non sono stati in grado di focalizzare la loro energia nel produrre una duratura direzione di donne comuniste...

Dal paragrafo: “Perchè diciamo che è necessario un movimento femminista proletario rivoluzionario?

...le donne – dall'inizio - siano l'anima e la forza più generalista, più coerente, più radicale di una rivoluzione che vada a fondo, una rivoluzione nella rivoluzione, che sconvolga e trasformi la terra e il cielo. Sono le donne proletarie che, diversamente dalle donne borghesi, non hanno nulla da perdere se non le proprie doppie catene... e che per questo quando decidono di ribellarsi esprimono una radicalità ed una determinazione che non hanno uguali; è per questo che quando alla paura, al silenzio, ai ricatti, si sostituisce la coscienza che “ribellarsi è giusto”, si scatena nelle donne proletarie una grande potenzialità rivoluzionaria...”

pc 28 luglio- Afghanistan, altro che ritiro. L’Italia imperialista si prepara per restare fino al 2017

 Il Fatto Quotidiano

Da gennaio 2015, conclusa la missione Isaf, nell'ambito della nuova missione Nato Resolute Support rimarranno in Afghanistan 1.800 militari italiani. Anche se già si parla di prolungamento fino al 2020. Ci costerà 600-800 milioni di euro in tre anni. A cui aggiungere altri 360 milioni come contributo nazionale al fondo Nato che finanzierà le forze governative afgane


di Enrico Piovesana | 28 luglio 2013

Mentre giovedì a Roma il presidente Letta e i ministri Bonino e Mauro rassicuravano il segretario generale della Nato Rasmussen sulla prosecuzione dell’impegno militare italiano in Afghanistan, fuori città, nelle campagne laziali di Monte Romano, truppe aviotrasportate dell’esercito e forze speciali si addestravano in azioni di combattimento in vista della partenza per il fronte e altri soldati, sulle montagne friulane sopra Gemona, si esercitavano con il supporto di elicotteri da attacco Mangusta “simulando un tipico scenario afghano”.

Uno scenario sempre più caldo dove, per far fronte al moltiplicarsi degli attacchi della guerriglia contro le nostre truppe e le nostre basi, il contingente italiano a Herat – dove Letta sarà in visita il 12 agosto – sta rafforzando le misure di sicurezza anche nel quartier generale di Camp Arena, in cui nei giorni scorsi è entrato in servizio un piccolo drone soprannominato ‘la civetta’ che veglierà dall’alto 24 ore su 24 sulla sicurezza delle nostre truppe e che nei prossimi mesi sarà affiancato sul terreno da robottini-sentinella da combattimento. Da gennaio 2015, conclusa la missione Isaf (che anche quest’anno ci è costata all’incirca 750 milioni di euro, di cui 300 ancora da stanziare a settembre), nell’ambito della nuova missione Nato Resolute Support rimarranno in Afghanistan 1.800 militari italiani, destinati a ridursi progressivamente a meno della metà, circa 800, e ci rimarranno almeno fino al 2017, anche se all’estero già si parla apertamente di un probabile prolungamento della missione fino al 2020.

Ufficialmente, come hanno ribadito Letta e Rasmussen durante la conferenza stampa congiunta a Palazzo Chigi, la futura missione non sarà più “combat”, ma solo di addestramento e supporto alle forze armate afgane. In realtà, negli ambienti militari si dà per scontato che con il deteriorarsi della situazione conseguente alla riduzione delle truppe Nato e vista la pessima condizione reale dell’esercito locale, “gli afgani avranno bisogno di molto più del semplice addestramento”. Le truppe italiane schierate sul fronte ovest (di cui manterranno il comando dalla base di Herat) assisteranno le truppe afgane in azione e all’occorrenza interverranno direttamente con una forza di reazione rapida e con supporto aereo.

Come spiega l’esperto di affari militari Gianandrea Gaiani, direttore di Analisidifesa.it, “a protezione dei nostri addestratori e consiglieri militari rimarrà necessariamente una componente di forze speciali italiane in grado d’intervenire in caso di emergenza, magari sarà numericamente ridotta rispetto a oggi, ma ci sarà sicuramente”. Oggi la Task Force 45 italiana conta duecento uomini: parà del Col Moschin, incursori del Comsubin e del 17° Stormo, Ranger del 4° Alpini e Gis dei Carabinieri. Anche i tedeschi, del resto, continueranno a schierare sul fronte settentrionale la loro Task Force 47 di forze speciali.  “Per le stesse esigenze di protezione del contingente – prosegue Gaiani – manterremo in Afghanistan anche una componente aerea formata da droni ed elicotteri da attacco, e non è detto che basteranno: dato che le forze aeree afgane non dispongono di cacciabombardieri, non è escluso che dovremo lasciare là anche i nostri Amx. Insomma, altro che ritiro…”.

Ma quanto ci costerà il prolungamento dell’impegno militare sul fronte afgano? Nei prossimi tre anni almeno 600-800 milioni di euro: 300-400 milioni nel 2015 e la metà nei due anni successivi. A questi vanno aggiunti, per lo stesso periodo, altri 360 milioni (120 l’anno) come contributo nazionale al fondo Nato che finanzierà le forze governative afgane per consentire loro di proseguire la guerra contro i ribelli talebani: un impegno finanziario preso l’anno scorso al vertice Nato di Chicago dall’allora ministro Terzi. Per la cronaca, la Francia, che ha già ritirato tutte le sue forze di combattimento, non solo ha deciso di uscire completamente dall’Afghanistan entro la fine del 2014 chiamandosi fuori dalla futura missione Resolute Support, ma per ora non sembra nemmeno intenzionata a partecipare alla colletta di guerra a sostegno dell’esercito afgano che Washington e Nato le hanno chiesto a compensazione del ritiro anticipato. 

La zelante Italia, invece, sarà la prima a pagare e l’ultima a uscire dall’Afghanistan sulla base di impegni presi dal governo senza mai consultare il Parlamento, che invece avrebbe pieno titolo di esprimersi su una scelta così importante come quella di impantanarci per altri anni nell’infinita guerra afgana. Una guerra che in dodici anni ha tolto la vita a oltre 75mila afgani (quarantamila talebani, quindicimila civili e ventimila militari) e a 3.350 soldati occidentali caduti sul campo, di cui 53 italiani, più altre centinaia suicidi al fronte o in patria.



pc 28 luglio - DOPO I 2 GG. DI RIVOLTA ILVA - COSA DI DOVEVA FARE E COSA NON E' STATO FATTO - I "REMATORI CONTRO" DEI "LIBERI E PENSANTI"





DAI COMUNICATI DELLO SLAI COBAS per il sindacato di classe - POST 26 E 27 LUGLIO.
ORA BISOGNA ANDARE FINO IN FONDO, con lotta, chiarezza e serietà. 
Come avevamo sempre detto, la lotta degli operai Ilva poteva esplodere, ed è esplosa, nella forma di una rivolta di massa. La cappa che ha tenuto per anni i lavoratori “compressi” è saltata.
Certo la rivolta è cominciata ambigua e continua ad essere aperta a varie posizioni e a varie soluzioni.
Una parte degli operai difende l'operato di Riva e finisce per ritenere ingiusti i provvedimenti verso i Riva e i dirigenti dell'azienda. Invece per noi è fondamentale distinguere gli interessi operai da quelli dell'azienda.
Ma noi siamo dentro dall'inizio, e dobbiamo continuare ad esserci, portando una linea e una visione di classe, e ascoltando gli operai.
Dobbiamo portare in maniera chiara le nostre parole d'ordine: difesa dei posti di lavoro e del salario; risanamento degli impianti e aree nocive della fabbrica, bonifiche dei quartieri vicino; ogni intervento giudiziario e provvedimento/dispositivo sulla questione ambientale non deve mettere in discussione il posto di lavoro e il salario; siamo perchè Riva e i dirigenti Ilva paghino per la distruzione di salute e ambiente che hanno fatto in questi anni. Ma diciamo altrettanto chiaramente ai lavoratori che questa distruzione è il frutto della vera devastazione fatta da padron Riva in questi anni: produzione spinta ai massimi livelli, sfruttamento degli impianti al massimo, e soprattutto sfruttamento, intensificazione del lavoro per gli operai, per il massimo profitto.
Noi siamo perchè Taranto resti città della grande fabbrica siderurgica, prima in Europa, non vogliamo assolutamente che Taranto perda la sua più importante classe operaia. 
La magistratura non ha distinto le responsabilità di Riva e capi, che vanno colpite, dalla continuità produttiva della fabbrica, dalla questione della difesa rigida del posto di lavoro e del salario operaio, condizione necessaria anche per un intervento pianificato di bonifica. In questo senso l'azione della Magistratura, che è necessaria, si presenta illusoria, sbagliata e controproducente. Illusoria perchè se uccidi la fabbrica non hai nulla da bonificare, sbagliata perchè se vuoi realmente incidere nella vicenda, non solo gli ambientalisti ma anche gli operai sono forza di sostegno per questo, controproducente perchè in questo quadro si crea un'alleanza tra azienda e operai e istituzioni al seguito che non permette di colpire i responsabili né di affrontare la situazione.

Dopo la rivolta del 26 e 27, noi NON siamo d'accordo sulla sospensione dei blocchi, i lavoratori devono continuare a farsi valere e sentire anche in questi giorni, nè pensiamo che giovedì (il 2 agosto) si debba tornare a fare la solita processione, per ascoltare Camusso, Angeletti e Bonanni. Noi con gli operai diciamo “se siamo arrivati a questo punto la colpa è anche dei sindacati confederali che per anni hanno coperto la politica di Riva. Se ci fossero stati prima i Cobas, se fossimo tutti dei Cobas, le cose non starebbero così”. Le proposte e l'azione fatta dallo Slai cobas in questi anni (basti pensare alla richiesta di “Postazione ispettiva” in fabbrica su sicurezza e salute degli operai, ecc.), avrebbero fermato prima la mano di Riva e la magistratura non avrebbe avuto ragione di provvedimenti così gravi. Ma gli operai per paura e anche per visione ristretta non hanno fatto il passo necessario, ora bisogna farlo!
La lotta quindi ora deve rimanere nelle mani degli operai.
Nulla sarà comunque come prima all'Ilva e a Taranto. E' importante che gli operai ora si organizzino come Slai cobas. Lo Slai Cobas deve essere ammesso a tutti i tavoli di trattativa per portare gli interessi operai reali e non quelli dell'azienda e a garanzia che non ci saranno manovre sulla testa dei lavoratori.

Sosteniamo la continuazione della rivolta e l'unità di massa; è stando in questa continuità e unità che dobbiamo lavorare per schierare i fronti sia interni ai lavoratori (in maniera trasversale), sia esterni in città.
In questi primi giorni fondamentale è la lotta unitaria e di massa degli operai, e in particolare che questa lotta resti nelle loro mani come decisione e partecipazione. 
Non tocca a noi contestare sindacalisti o altri. Gli operai lo stanno facendo già da ora. L'unica cosa che conta è impedire la frammentazione e l'esasperazione, entrambi porterebbero ad una sconfitta e a un controllo della situazione.

Chi avviata e dichiarata la guerra in corso all'Ilva è Padron Riva, i suoi strumenti sono innanzitutto un gruppo di capi, impiegati e galoppini che si firmano in maniera truffaldina “Lavoratori Ilva”, e che seminando allarmismo cercano di coinvolgere tutti i lavoratori in una guerra e una crociata sbagliata e perdente a tutela principalmente del padrone, il cui unico interesse è di fare profitti sfruttando gli operai e eludendo fin dove è possibile le leggi sulla sicurezza e di tutela della salute e dell'ambiente, che hanno provocato in questi anni morti sul lavoro, morti da lavoro, tumori e malattie professionali rendendo Taranto, una delle capitali delle fabbriche di morte. Questi signori capi, come piccoli sciacalli, cavalcano le giuste paure e preoccupazioni degli operai, che certamente non vogliono perdere il posto di lavoro, per diventare una sorta di ridicola guardia pretoriana del padrone.
Gli operai coscienti di questa fabbrica devono innanzitutto sottrarsi a questo gioco del padrone e dei loro servi, dimostrare coi fatti di saper ragionare con la loro testa, organizzandosi autonomamente nello Slai cobas per il sindacato di classe Ilva, con dignità e coraggio. 
 
Nei due giorni di blocco, cominciarono a "remare contro" anche i principali esponenti che poi fecero il "Comitato liberi e pensanti", Battista e Ranieri, che il secondo giorno scrissero un appello agli operai in lotta, che poi rinunciarono a diffondere.

In questo appello, dicevano alla fine agli operai di finire i blocchi: "...Chiediamo scusa alla città di Taranto per i disagi causati, il sindacato in questi giorni ha organizzato i blocchi delle arterie principali. Allo stesso tempo, abbiamo saputo che in fabbrica si continua a produrre regolarmente con la compiacenza dei confederali, al contrario Taranto paga ancora una volta per colpe altrui.
Si chiede alla magistratura di svolgere il proprio ruolo senza timori e senza regali.
Si chiede allo stato italiano di farsi carico della vertenza di Taranto, evitando finanziamenti a un’azienda che produce utili, utilizzando quelle risorse per garantire stipendi e occupazione.
Si chiede ai sindacati di iniziare a rappresentare i lavoratori e i loro diritti.
Si chiede a tutti i lavoratori di liberare da subito la città dai blocchi organizzati dai sindacati e di trasferire il nostro presidio all’interno della fabbrica...". 

Oggettivamente questo appello diceva agli operai la stessa cosa che diranno i segretari confederali, rinviando il tutto alla loro manifestazione del 2 agosto con Camusso, Angeletti e Bonanni, per riprendere nelle loro complici mani la situazione.

Questa cosa, che poi i "liberi e pensanti" hanno ripetuto come un ritornello nei mesi successivi, ogni volta, guarda caso, che si intravedeva la possibilità di una nuova esplosione degli operai Ilva, come si vede data da allora. 
Una stupidaggine nel concreto: perchè la città voleva a vuole "liberarsi" dai Riva, governo e istituzioni che attaccano salute, ambiente ma anche lavoro; perchè la maggiorparte delle famiglie di Taranto ha il problema Ilva per un familiare o parente che vi lavora e non li preoccupa certo qualche giorno di difficoltà in città, a fronte di una vera e durta lotta che permetta di difendere realmente salute e lavoro e non a parole; perchè anche in passato solo le rivolte di massa a Taranto hanno permesso di strappare i risultati, non le semplici manifestazioni.
Una azione grave, di tagliare le gambe a una lotta vera dei lavoratori (sia pur da orientare e dirigere nel senso giusto), che hanno bisogno sia di bloccare la fabbrica sia di bloccare la città, per diventare, come noi dicevamo e diciamo, un problema di "ordine pubblico" per padroni, governo, Stato. Altrimenti il resto è chiacchiere...
E come poi tutti hanno visto, chi dice di non bloccare la città, ha cominciato con questa solfa e finisce, come in questi giorni a "dimenticarsi" totalmente degli operai e dell'Ilva e a buttarla tutto su: risanamento Mar Piccolo, riappropriazione del 'Parco archeologico'... e a dimenticarsi anche degli stessi abitanti dei Tamburi...
MA, PER PIACERE...!!

pc 28 luglio - senza teoria rivoluzionaria niente partito rivoluzionario


pc 28 luglio - Parlamento a misura di padron riva e della sua interposta persona. il commissario Bondi

AMBIENTE - Con le modifiche al decreto 61 tempi lunghi per il risanamento e meno vincoli
Il senato è a misura di Ilva
APERTURA - Gianmario Leone

Tra inquinamento e licenziamenti, rischi di svendita e cassa integrazione, i grandi gruppi industriali sono sempre più in affanno. Resiste solo la «grande opera» Tav
Il decreto legge 61, «Nuove disposizioni urgenti a tutela dell'ambiente, della salute e del lavoro in imprese di carattere strategico nazionale», che arriverà in Aula al Senato martedì per l'approvazione, è un lontano parente di quello approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 4 giugno. Il provvedimento, nato per commissariare l'Ilva dopo il disimpegno del gruppo Riva, si è trasformato in un abito cucito su misura per garantire l'attività produttiva del siderurgico e limitare al minimo gli interventi di risanamento sugli impianti previsti dall'Autorizzazione integrata ambientale (Aia).
Le prime, fondamentali modifiche al testo, sono state apportate nelle commissioni della Camera e in Aula, che lo approvò l'11 luglio: 299 i sì, 112 i contrari (M5S e Lega), 34 gli astenuti (Sel). È stato deciso che il decreto sarà applicato all'Ilva di Taranto ed esteso anche agli altri stabilimenti del gruppo: Genova, Novi Ligure, Racconigi, Marghera e Patrica, oltre che ai complessi industriali con non meno di 1000 dipendenti. Introdotta anche la possibilità che il commissariamento riguardi il solo ramo d'azienda che non abbia rispettato l'Aia e non tutta l'impresa, e soltanto «in caso di reiterai pericoli gravi e rilevanti».
Ed è proprio sull'applicazione dell'Aia che la politica è intervenuta a favore dell'Ilva. Innanzitutto prevedendo la sua applicazione entro tre anni: vuol dire che, visti i ritardi accumulati dall'azienda sino a fine maggio come certificato dall'Ispra, si sforerà il limite imposto dal provvedimento licenziato dall'ex ministro dell'Ambiente Corrado Clini lo scorso ottobre (dicembre 2015). Inoltre, sono stati concessi 150 giorni di tempo al sub commissario Edo Ronchi e ai tre esperti nominati dal ministero dell'Ambiente, per redigere il piano di lavoro che prevede la possibilità di rimodulare la tempistica delle prescrizioni. Gli interventi, peraltro, si basano solo sui tempi di attuazione e non sui criteri di rispetto di adeguamento tecnologico e di azioni di risanamento che se non rispettati dovrebbero permettere la riapertura della stessa Aia. Chi vigilerà su tempi e modalità?
Non certo il Garante Vitaliano Esposito, silurato da un sub emendamento dei relatori Raffaele Fitto (Pdl) e Enrico Borghi (Pd). Provvedimento che una sua logica ce l'ha, visto che il Garante fu istituito dalla legge 231/2012 del governo Monti, in quanto figura terza atta a controllare che l'Ilva all'epoca gestita dai Riva applicasse rigorosamente l'Aia rilasciata dal ministero dell'Ambiente. Ora che l'azienda non è più privata perché commissariata dallo Stato, una figura terza non serve più.
Il problema è che al posto del Garante, i controlli sono stati affidati al comissario Bondi, alla Regione e agli enti locali: che dovranno fornire ai cittadini «dettagliatissime» e «continue» informazioni sul reale andamento delle operazioni di risanamento. Inoltre, la relazione redatta nell'ambito della Valutazione del Danno Sanitario, non potrà modificare in alcun modo le prescrizioni Aia. Al massimo, la Regione potrà chiederne il riesame (l'ennesimo). E non viene previsto il riesame neppure a fronte di dati epidemiologici e sanitari che risultassero allarmanti, per cui se anche la Regione ne chiedesse il riesame, in linea con quanto permesso dal decreto (art. 1, comma 7), il governo potrebbe opporsi.
Il testo originale prevedeva che i proventi derivanti dall'attività dell'impresa commissariata restino nella disponibilità del commissario nella misura necessaria all'attuazione dell'Aia ed alla gestione dell'impresa. Ma sia Bondi che Ronchi hanno già parlato di un prestito finanziario dell'importo di 1,8 miliardi di euro che arriverà da un gruppo di banche e dalla Bei, che servirà alle attività di risanamento: non è un caso se è stato pensato di riservare alle banche il 60% delle risorse per i creditori in caso di fallimento dell'azienda.
Dunque, siamo molto lontani dai 3,5 miliardi previsti da Clini, dai 2,5 dell'ex presidente Ilva Ferrante, dagli 8 indicati dalla Procura di Taranto e dai 10 suggeriti dai custodi giudiziari. E chi sperava nell'aiuto del Senato per migliorare il testo, è rimasto deluso. Le commissioni Industria e Ambiente di Palazzo Madama infatti, accogliendo una richiesta del governo, hanno deciso di non modificare il testo. Alla base della decisione i tempi stretti per l'approvazione del decreto, che andrà convertito in legge entro il 4 agosto.

pc 28 luglio - il governo Napolitano-Letta continuerà l'intervento imperialista in Afganistan anche oltre il 2014 -

la stampa locale riporta con evidenza la notizia dell'incontro di giovedi tra il segretario generale della Nato Rasmussen e il premier italiano Enrico Letta - incontro che ha lodato il ruolo «leader» che l'Italia avrà nel post-2014 - ....l'Italia, si è guadagnata un discreto spazio sui media locali: Letta, che ha ricevuto a Palazzo Chigi Anders Fogh Rasmussen, il segretario generale della Nato, gli ha riconfermato l'impegno italiano nel post-2014 e ha fatto sapere che visiterà Kabul ed Herat il 12 agosto. Forze senza rendersene conto, il premier ha menzionato come oggetto della visita «Isaf e le truppe italiane», un classico già visto con Monti che, prima ancora di andare a far visita a Karzai, si era recato a salutare i soldati tricolore. Ma, a parte le questioni di etichetta nei confronti del governo locale, la sostanza è la conferma ufficiale del nostro ruolo dopo il 2014, anno in cui si dovrebbe concludere un ritiro che, di fatto, ci sarà solo in parte. Fogh Rasmussen ha lodato il lavoro dell'Italia nell'Ovest dell'Afghanistan e ha espresso gratitudine per il ruolo che Roma svolgerà: un «ruolo di primo piano». La nuova missione si chiama "Resolute Support" e dall'inizio del 2015 sostituirà Isaf. Gli italiani dovrebbero impegnarvi circa mille uomini dei circa 3 mila attuali, con un ruolo «non combattente» e soprattutto di «formazione» di esercito e polizia afgani. Rasmussen ha incontrato anche i ministri di Esteri e Difesa Bonino e Mauro.
* Lettera 22

pc 28 luglio - Estate NOTAV


altCi troviamo nel cuore di un’altra estate di lotta e proviamo a fare qualche riflessione su quanto abbiamo fatto finora e quanto dovremo ancora fare.  Perché lo sappiamo, di fronte a noi ci sono tempi duri dove dovremo metterci tutto l’entusiasmo e l’impegno che abbiamo per fermare il Tav.
Dovremo metterci intelligenza, organizzazione, pazienza e costanza perché di fronte a noi abbiamo sempre di più un apparato compatto che cerca ogni nostro fianco scoperto per tentare di assestare colpi, convinto di indebolirci con qualche metro di scavo o qualche recinto in più.
Sono convinti dall’altra parte di essere compatti, granitici, ma conosciamo bene quante crepe esistano in chi si dichiara imbattibile, in chi si convince di esserlo.
In tutti questi anni abbiamo imparato che nulla è così scontato come sembra, e ne abbiamo fatto tesoro proprio per oggi, dove i tempi sono decisamente cambiati da quando il Tav era solo una minaccia, ed era più semplice ottenere risultati concreti.
Tutto è cambiato dalla Libera Repubblica della Maddalena, dove dopo lo sgombero - in cui abbiamo scricchiolato, ma tenuto bene! -  il cantiere ha preso la forma del fortino, di quella caserma a cielo aperto che ancora oggi, nonostante svolga la sua funzione, tale rimane.
Il 3 luglio abbiamo dimostrato come non ci sia stata nessuna resa da parte del movimento, e abbiamo lasciato un segno indelebile nel nostro percorso e nella percezione del nemico sul campo, ovvero l’apparato militare di difesa del Tav, e che da qui in poi sarà dura per tutti.
Man mano la fortificazione del cantiere è proseguita e ha raggiunto il suo obbiettivo, quello di erodere più spazio fisico possibile al movimento, mangiandoci parte del territorio, tentando di metterci nella situazione più difficile possibile per essere incisivi.
Chiomonte e la sua idea di difesa nasce negli anni dopo la liberazione di Venaus, dove dopo piani ben stabiliti di carattere militare, hanno trovato la quadra tecnica per posizionare il cantiere in un "buco" nella Val Clarea, ovvero un territorio che se non è così facile da fortificare e difendere, è però lontano dai centri abitati, con un’autostrada a completa disposizione e con un sindaco più che compiacente.
La lobby del Tav ha fatto esperienza sul piano tecnico dopo la batosta del 2005 e l’ha messa a frutto costruendo uno scenario completamente nuovo.
Si badi bene però, per piano tecnico non intendiamo il tracciato o gli accordi internazionali delle linee Tav in Europa; questo piano, in questo momento è sicuramente il più debole perché la crisi economica sta portando i Paesi che un tempo componevano (in via teorica) il corridoio 5 si sono defilati.  Anche nel nostro paese, tolta la propaganda,  è sempre più diffusa la consapevolezza dell’inutilità economica del Tav, e sta passando l’idea di come un progetto vecchio di vent’anni, che porterebbe benefici tutti da capire tra altri venti, sia l’ennesimo investimento a perdere della politica, che ha portato sull’orlo del baratro il nostro paese.
Passata la sbornia elettorale che per un momento circoscritto ci ha portato molta forza e un aumento di consenso ora ci ritroviamo nella situazione di sempre, e nonostante alcuni tentativi profusi dal Movimento 5 stelle, e in particolare dai senatori e dai parlamentari valsusini e piemontesi, ci accorgiamo come il parlamento sia un luogo sempre più svuotato di legittimità.  Anche per loro vale la lezione che il movimento Notav ha impartito a tutti, ovvero che la lotta è lo strumento unico per scardinare le forme di potere tradizionali, intendendo anche il parlamento come un luogo dove sperimentare forme alternative di opposizione, altrimenti ogni sforzo sarà vano.  Sarà necessario uscire dallo schema classico anche della protesta parlamentare per portare risultati concreti alla lotta notav.
Detto questo però la lobby del Tav ha indossato l’elmetto da tempo, e vedendo davanti a sé un movimento robusto e dotato a durare nel tempo ha arruolato nelle sue file tutti i tentacoli della piovra del potere: mass media, commentatori da salotto, lobbies di ogni genere e non ultima la magistratura. Questo sì, che compone un fronte compatto completamente schierato contro il movimento notav e la Val Susa, che costruisce emergenze su emergenze, ripete continuamente false ragioni a favore dell’opera ed erge a Verità quello che un ministro o un semplice parlamentare afferma di volta in volta.
Con questo schieramento, possiamo tutti ben capire che lo schema Davide contro Golia si ripropone con forza, e che nonostante tutto non siamo dotati degli strumenti che possiedono i nostri nemici, e quindi contrastarli non è cosa facile, ma l’impegno ce lo stiamo mettendo.
"La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, ed oggi la crociata della magistratura altro non è che, una sua continuazione con altri mezzi". (libera interpretazione di Carl von Clausewitz)
In questo momento storico la strategia contro il movimento è chiara e porta la magistratura ad avere un ruolo chiave nel contrasto alle nostre ragioni. L’organo che si dovrebbe porre come indipendente dalla politica è quello che invece sta incarnando con più astio una crociata contro di noi, utilizzando, e su sollecitazione delle forze di polizia impegnate nella difesa del cantiere, una guerra senza quartiere, atta con l’ausilio di un sacco di servi sciocchi nelle redazioni dei quotidiani, a trasformare il notav in nemico pubblico
Nemico pubblico da reprimere perché pericoloso. Così se dai giornali si sprecano i paragoni con la mafia, con la lotta armata e via discorrendo, la magistratura persegue i notav al pari dei grandi incubi del procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli.
Poco importano l’entità degli atti in corso e giudicati: i capi d’imputazione diventano la risposta alla costruzione dell’immaginario creato ad arte dai giornali. Poco importa se vengono arrestati dei giovani che hanno occupato la sede di una ditta coinvolta nei lavori del Tav, e poco importa se buona parte dei provvedimenti cautelari richiesti dal pool con l’elmetto guidato da Rinaudo e Padalino, decadono quando incontrano il giudice non amico. La notizia e il reato sono già belli che confezionati.
Rispetto agli ultimi arresti relativi alla passeggiata notturna del 19 luglio,  quando le forze dell’ordine hanno infierito sui fermati, pestandoli, arrivando addirittura a molestare una compagna pisana, l’informazione ha dato voce al solito cretino Esposito, per fargli dire e far diventare notizia utile, l’invenzione delle molestie, e far passare il concetto che qualche mazzata al momento dell’arresto ci sta.
Addirittura è passata in sordina la presenza dei due mastini della procura all’interno del cantiere, dove sono avvenute le violenze nei confronti dei fermati, come ordinaria amministrazione nel migliore dei casi, o anche dipingendo i due come dei veri eroi del lavoro, che scendono in campo per capire bene la situazione.
Nulla di più falso. La presenza dei due all’interno del cantiere stava e sta a dimostrare il grado d’impunità di cui godono e godranno le forze dell’ordine da qui in poi, le quali si possono permettere di fare quello che vogliono, perché coperti dai fidi magistrati e soprattutto perché di fronte, hanno il nemico pubblico da sconfiggere.
Ma come tutte le cose, anche questa strategia presenta dei punti deboli che sta a noi colpire per indebolire ulteriormente i nostri nemici.
La magistratura (e di pari passo le forze dell’ordine) sono gli ultimi attori in campo contro il movimento notav. La politica ha già fallito da tempo, nonostante i proclami; i partiti si sono sputtanati a forza di dire che l’Europa lo vuole, e ormai chi parla a favore del Tav lo fa sapendo di mentire, e lo fa per accreditarsi alla lobby di turno.
Trasformare la nostra lotta in un mero problema di ordine pubblico fa sì che i commentatori si tolgano dall’imbarazzo di dover ribattere alle serie argomentazioni che portiamo da tempo e si possano unire al coro contro il nemico pubblico.
Allo stesso tempo, visto che in questa lotta popolare ognuno è indispensabile, togliere di mezzo più persone possibili, con arresti, denunce e fogli di via, gioca a favore dell’apparato di sicurezza.
"O noi risorgeremo adesso, come collettivo, o saremo annientati individualmente"
(Ogni maledetta domenica)


Detto questo, obiettiamo subito al “democratico di sinistra” di turno, che leggendo queste righe ci dirà che è sbagliato quindi andare a danneggiare il cantiere perché offriamo troppi argomenti all’avversario, che non è il momento, o ancora che questo è il momento delle ragioni, che se avessimo avuto un euro per tutte le volte che ce lo siamo sentito dire adesso il movimento notav navigherebbe nell’oro! Quello che alcuni si ostinano a non capire, nonostante siano stati protagonisti della “morte” di altri movimenti nel passato, è che il movimento notav è forte proprio perché capace di lavorare collettivamente sulle strade del conflitto e del consenso senza dover abbandonare una strada a favore dell’altra.
Fermare il Tav non è qualcosa di mediabile, non esiste un punto di caduta, esiste una vittoria, ed esiste una sconfitta, null’altro.
I campi di battaglia di questa lunga nostra storia, destinata a durare ancora molto, sono ovunque e sono tutti, e non possiamo pensare di sottrarci da alcuno o di metterci meno impegno.
Inoltre, la lotta notav è per tutti, proprio perché lotta di popolo, fatta dal popolo, e fa, se lo si vuole, trovare a ciascuno il proprio protagonismo nel campo di battaglia più adatto a sè, incontrandoci altre persone.
Significa fare le manifestazioni, fare i convegni, i volantinaggi, appendere una bandiera al balcone, regalarne una ad un amico cittadino. Significa anche andare al cantiere a vigilare, a dare fastidio, o supportare le scelte del movimento nel momento in cui decide di danneggiarlo, dimostrare determinazione (come abbiamo fatto nella battaglia per il Ponte del Clarea venerdì scorso), e compiere atti di sabotaggio diretti a inceppare gli ingranaggi della macchina sitav. E’ una lotta, questa, la nostra, a 360 gradi, che non può permettersi di non ingaggiare il conflitto e sedersi al tavolo della mediazione, pena la sconfitta.

"Si attacca con la forza frontale, ma si vince con quelle laterali". (Sun Tzu)


L’estate è in corso e per ora non è semplice prevedere le prossime tappe del cronoprogramma dei nostri nemici ma è chiaro che l’autunno porterà la talpa al cantiere. Lo scavo fin qui fatto a scopo propagandistico dovrà necessariamente diventare qualcosa di più concreto da usare contro di noi e in favore di quell’Europa dalla quale dipendono i finanziamenti veri.
Per noi dovrà essere un momento importante da affrontare, non lasciando nulla di intentato. Non ci potremo permettere di non dare la giusta battaglia alla lobby del Tav, sapendo che non sarà mai l’ultima e che il risultato dipenderà da quanto sapremo sempre essere uniti come un pugno, come quello che ci ha portato fin qui, quello spirito resistente capace di fare cose che nessuno pensava fossero possibili prima.
Come farlo sarà sempre materia di discussione e di crescita, ma di sicuro sapremo essere incisivi senza cadere nelle trappola o nelle sirene delle scontro ad ogni costo. Abbiamo imparato molto nel nostro cammino sapendo dotarci dei metodi di lotta adatti nei momenti giusti. Oggi il movimento ha chiaramente detto, ponendo i suoi paletti, che il cantiere va attaccato, e il nemico e l’apparato di sicurezza vanno sfiancati dal tempo e dagli eventi che sapremo creare. Ciò non significa scivolare in logiche militari che non ci porterebbero lontano, ma ci serve e ci servirà essere incisivi, scegliendo il campo di battaglia giusto e capire quali sono i fianchi scoperti della lobby del Tav per colpire duro e per assestare i colpi migliori, che questi siano al perimetro del cantiere o in qualsiasi altro ambito del Tav.
La nostra capacità infine dovrà essere quella di continuare a dare battaglia in ogni campo propostoci, che questo sia un tribunale amministrativo o il web, che sia la Clarea o Susa, che sia il Parlamento o la pubblica piazza.
Ancora una volta, fermarlo tocca a noi, e ci dobbiamo attrezzare sempre meglio per farlo. Sostenere la Resistenza è il compito che ci attende in futuro!
Estate 2013