martedì 5 maggio 2026

pc 5 maggio - Torniamo sul "Decreto lavoro" - "La truffa del salario giusto" - Un utile approfondimento

Da La Bottega del Barbieri7

Dal dossier di Mario Sommella - stralcio

Anatomia di un Primo Maggio rovesciato. Come il decreto Meloni regala un miliardo alle imprese, svuota l’articolo 36 della Costituzione, dimentica i morti sul lavoro e premia chi non firma i contratti.

Esiste un modo molto efficace per mascherare un attacco al lavoro: chiamarlo difesa del lavoro. Esiste un modo ancora più sofisticato per cancellare un diritto costituzionale: dichiarare che lo si sta finalmente attuando. Il decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 28 aprile 2026, varato a tempo di marcia in vista del Primo Maggio e rilanciato dalla propaganda di Palazzo Chigi sotto l’etichetta beffarda di « salario giusto », è esattamente questa operazione: una contro-riforma travestita da intervento solidale, una cessione di sovranità retributiva camuffata da garanzia, un trasferimento di un miliardo di euro dalle casse pubbliche alle imprese spacciato come tutela dei più deboli. Conviene osservarla con calma, perché è in questi passaggi — quando le parole vengono usate per nascondere il loro contrario — che si misura la qualità democratica di un governo.

Il decreto stanzia poco meno di un miliardo distribuito su tre annualità: secondo i dati pubblicati dal Sole 24 Ore sulla bozza approvata, parliamo di 109,7 milioni nel 2026, 252,4 milioni nel 2027 e 135,4 milioni nel 2028 per il bonus assunzioni, più ulteriori 26, 60 e 34 milioni nelle stesse annualità per le aree ZES. Bene. Si guardi adesso, in questa lunga colonna di numeri, dove finiscono i soldi. Non in busta paga. Non nelle tasche dei lavoratori. Non nei contratti collettivi scaduti. Vanno integralmente alle imprese, sotto forma di esonero contributivo fino al 100 per cento per le assunzioni a tempo indeterminato di donne, giovani sotto i 35 anni e disoccupati di lungo periodo, con un tetto di 500 euro mensili che sale a 650 nelle Zone Economiche Speciali del Mezzogiorno e a 800 per le donne residenti nella ZES. È la reiterazione, ormai trentennale, della stessa illusione: la decontribuzione presentata come un regalo, mentre in realtà è un buco scavato nelle gambe dell’INPS, ovvero nei diritti previdenziali futuri di chi quei contributi non li versa più. I soldi non sono regalati: sono solo spostati dal pilastro della pensione pubblica a quello del profitto privato. La presidente del Consiglio ha detto in conferenza stampa che il provvedimento serve a « ringraziare gli italiani ». Era difficile trovare formula più rivelatrice: gli italiani vengono ringraziati con i loro stessi soldi, prelevati dalla loro stessa contribuzione, dirottati sui margini delle aziende che li assumono.

E qui finisce la parte che si potrebbe chiamare, con un eufemismo, « occupazionale ». Comincia adesso quella che merita il nome più crudo di lesione costituzionale. Perché il decreto non si limita a finanziare le imprese: ridefinisce in modo autoritativo, e a beneficio del datore di lavoro, il significato stesso di retribuzione equa. Il punto non è secondario. Da settantotto anni l’articolo 36 della Costituzione stabilisce che « il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa ». Sufficiente. In ogni caso. Sono parole pesate al milligrammo dai costituenti del 1947, e da settant’anni la Corte di cassazione le tratta come precetto direttamente vincolante: la retribuzione deve garantire dignità, e questa dignità non è una variabile di trattativa fra le parti sociali — è un parametro giuridico sovraordinato, un minimo costituzionale che nessun contratto può legittimamente comprimere.

La sentenza che il governo vuole cancellare

Per capire la portata dell’operazione meloniana bisogna risalire al 2 ottobre 2023, alle sentenze gemelle della sezione lavoro della Cassazione numeri 27711, 27713 e 27769. In quel pronunciamento — che ha

rappresentato uno spartiacque della giurisprudenza italiana sul lavoro povero — la Suprema Corte ha stabilito un principio limpido: il giudice del lavoro, nell’attuare l’articolo 36, deve partire dalla retribuzione fissata dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, ma può e deve discostarsene anche d’ufficio quando quella retribuzione si riveli incompatibile con i criteri costituzionali di proporzionalità e sufficienza. Tradotto: nemmeno la firma di CGIL, CISL e UIL su un contratto nazionale lo mette automaticamente al riparo da una verifica di costituzionalità. Esiste un salario minimo costituzionale, e i magistrati italiani ne sono i custodi in via giudiziaria, in attesa che il legislatore si decida ad attuare l’articolo 39 sulla rappresentanza sindacale e a fissare un minimo legale degno di questo nome.

Quel principio non era astratto. Aveva nomi e cognomi. Aveva, soprattutto, paghe orarie miserabili scritte nero su bianco in contratti regolarmente sottoscritti. Il Tribunale di Milano, nelle sue sentenze più note, ha dichiarato incostituzionali retribuzioni di 4,40 e 3,96 euro lordi all’ora previste dal CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari — un contratto firmato proprio da CGIL e CISL, non da sigle pirata. Il Tribunale di Torino ha annullato analoghe tariffe per gli operatori di vigilanza. La Corte d’appello di Milano ha confermato. La Cassazione, nel 2023 e ancora nel marzo 2026 con una pronuncia che ha ribadito la coerenza dell’indirizzo, ha cristallizzato l’orientamento. Migliaia di lavoratori — secondo le stime delle associazioni che li hanno assistiti, almeno centomila in tutta Italia, fra cooperative di servizi, addetti alle pulizie, portierato, vigilanza non armata, multiservizi — hanno cominciato a vedere riconosciuto, nei tribunali, il diritto a una paga umana. Non una rivoluzione, ma una breccia. La giurisprudenza stava svolgendo, in supplenza di un legislatore inadempiente, la funzione che un parlamento serio avrebbe dovuto assolvere con una legge sul salario minimo.

È esattamente questa breccia che il decreto Primo Maggio chiude. Il governo, con un colpo di spugna travestito da chiarimento, stabilisce che l’accesso agli incentivi contributivi è subordinato al rispetto del cosiddetto Trattamento Economico Complessivo (TEC) previsto dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni « comparativamente più rappresentative ». Detto così sembra ragionevole: si pretende che chi prende soldi pubblici applichi i contratti di settore, escludendo dai benefici i contratti pirata. Ma sotto questa formula apparentemente innocua si nasconde un capovolgimento giuridico gravissimo: il « salario giusto » diventa, per definizione legislativa, quello deciso dalla concertazione fra sindacati confederali e organizzazioni datoriali. Si trasforma cioè un parametro contrattuale — meramente presuntivo, e da sempre soggetto a verifica giudiziale ai sensi dell’articolo 36 — in un parametro normativo. Si dà alle parti sociali il potere di definire il giusto, sottraendolo al sindacato del giudice e al precetto costituzionale. Si vende come anti-salario-pirata una norma che, in realtà, immunizza i CCNL ufficiali dalle contestazioni di anticostituzionalità.

Non è un caso che la segretaria generale della CISL Daniela Fumarola abbia commentato la mossa governativa in tono entusiastico, con la solita formula del « mosaico di misure da comporre uniti ». Il decreto consegna alla concertazione un assegno in bianco. Riconosce alle confederazioni storiche un monopolio normativo che la stessa Cassazione, con le sentenze del 2023, aveva incrinato. È, per farla breve, un patto: voi sindacati firmate quello che vi diciamo di firmare, anche al ribasso, e in cambio noi mettiamo la firma collettiva al riparo dalle pretese di un giudice che potrebbe ancora rifarsi all’idea ingombrante che la dignità venga prima della trattativa. Il presidente della CGIL Maurizio Landini ha colto subito il punto: « il governo fa propaganda, spaccia per aumento dei salari un decreto in cui i soldi vanno alle imprese, non ai cittadini ». Ha ragione, ma il problema è che la sua stessa CGIL, in sede di rinnovi più recenti — dal CCNL Sanità Pubblica 2022-2024 firmato il 27 ottobre 2025 da CISL FP, FIALS, Nursind e Nursing Up con la sola dissociazione di FP CGIL e UIL FPL, fino al CCNL Funzioni Locali siglato il 23 febbraio 2026 — si trova dentro un sistema di contrattazione in cui la dissociazione è, troppo spesso, un atto simbolico privo di conseguenze reali sui salari di chi lavora.

Il premio a chi non firma

Concessa l’immunità costituzionale al contratto firmato, il decreto si premura di concedere alle imprese anche la convenienza a non firmarlo. Sembra paradossale, ma è la struttura concreta del provvedimento. Per i contratti collettivi non rinnovati da più di dodici mesi, il governo introduce un meccanismo di adeguamento automatico: i datori di lavoro dovrebbero corrispondere ai dipendenti un’indennità pari al 30 per cento della rivalutazione salariale calcolata sull’indice IPCA — l’indice dei prezzi al consumo armonizzato dell’Eurozona, del resto già largamente penalizzante perché depurato dei costi energetici, vera pietra di scandalo nell’ondata inflattiva 2022-2023. Una simulazione pubblicata nei giorni scorsi mostra l’ordine di grandezza: con un IPCA all’1,9 per cento, il 30 per cento equivale a uno 0,57 per cento; su uno stipendio lordo mensile di 1.500 euro l’aumento automatico è di 8 euro e 55 centesimi; nel comparto della sanità privata, su 1.953 euro lordi, l’incremento mensile sfiora gli 11 euro. Sono cifre che non coprono nemmeno l’aumento del costo del pane di una settimana. Ma è qui che il dispositivo diventa interessante per chi paga gli stipendi: più a lungo l’azienda riesce a tirare la trattativa, meno deve sborsare per recuperare l’inflazione.

Il governo aveva annunciato, mesi fa, una norma di segno opposto: alla firma di un contratto nuovo le imprese avrebbero dovuto versare gli arretrati a partire dalla scadenza di quello vecchio, qualunque fosse il ritardo accumulato. Era una proposta ragionevole, persino virtuosa, capace di mettere pressione sul tavolo della trattativa: firmi dopo due anni? In ogni caso paghi tutto dal primo giorno di vacanza contrattuale. Quella norma è stata abbandonata. Al suo posto è arrivato il dispositivo dell’indennità ridotta al trenta per cento dell’IPCA decurtato, che produce esattamente l’effetto contrario: più tardi le imprese si siedono al tavolo, meno costa loro la rivalutazione. È il manuale del moral hazard contrattuale, scritto direttamente dal governo. E i numeri della contrattazione italiana fotografano una situazione drammatica: secondo l’ISTAT, alla fine di settembre 2025 il 45,4 per cento dei contratti collettivi monitorati era in attesa di rinnovo, e con l’inizio del 2026 la quota ha superato il cinquanta per cento. Si tratta di oltre cinque milioni e seicentomila lavoratori in Italia, fra pubblico e privato, che attendono un aggiornamento delle paghe in un contesto in cui ogni mese di ritardo è un trasferimento netto di reddito dal lavoro al capitale.

La catastrofe sociale dei salari italiani

Il decreto Primo Maggio non viene approvato nel vuoto. Atterra su una situazione salariale che è, semplicemente, una catastrofe sociale. La pesatura ufficiale dei numeri lo dimostra senza margini di interpretazione. Secondo il Rapporto annuale ISTAT 2025, i salari reali italiani fra il 2019 e il 2024 hanno perso il 10,5 per cento del loro potere d’acquisto a causa della rincorsa dei prezzi. La perdita aveva toccato un picco del 15 per cento alla fine del 2022, è scesa fino a sfiorare l’8,7 per cento nel febbraio 2025, è risalita al 10 per cento nel marzo successivo. A settembre 2025 i salari reali risultavano ancora inferiori di 8,8 punti percentuali rispetto a gennaio 2021, secondo i dati pubblicati dall’ISTAT a dicembre. L’indice cumulativo elaborato dall’Indeed Hiring Lab — che misura il potere d’acquisto associato ai salari pubblicati negli annunci di lavoro — fissa la perdita italiana a gennaio 2026 all’11,1 per cento sul livello di partenza del gennaio 2021. La Fondazione Di Vittorio ha calcolato che fra il 2021 e il 2024 ogni lavoratore del settore privato ha perso in media quasi 6.400 euro di potere d’acquisto, e ogni dipendente pubblico circa 5.700 euro. L’Ufficio parlamentare di bilancio prevede che, anche nel migliore degli scenari, alla fine del 2027 i salari reali saranno ancora oltre due punti percentuali sotto i livelli del 2021. L’OCSE ha segnalato che la riduzione dei salari reali italiani dopo il 2021 è stata fra le più marcate fra le grandi economie avanzate. Specularmente, la quota dei profitti sul valore aggiunto nazionale è cresciuta in modo significativo: il celebre studio di Mediobanca su 1.905 grandi società italiane mostra utili in espansione mentre i salari arretravano. Non c’è inflazione che possa spiegare questo scarto. C’è una scelta politica, sistematica e bipartisan, di redistribuire al contrario.

Si dirà: l’economia è ripartita, l’occupazione cresce, l’Italia ha oltre un milione e duecentomila occupati in più. Lo dice la presidente del Consiglio nei suoi tweet, lo ripetono i giornali. È vero solo in parte, e solo a costo di tacere il resto. Il Censis ha calcolato che oltre l’ottanta per cento dei nuovi occupati nel biennio 2023-2024 ha più di cinquant’anni — un fenomeno determinato in larga misura dalla stretta sui pensionamenti anticipati e dall’invecchiamento demografico. Significa che il « miracolo » occupazionale è in larga parte la conseguenza del fatto che i sessantenni sono costretti a restare al lavoro perché non possono andare in pensione e perché il loro reddito da solo non basta a mantenere la famiglia. Significa che le ore lavorate per dipendente sono in calo, sostituite da una proliferazione di contratti più brevi e più precari. Significa, soprattutto, che il mercato del lavoro italiano cresce in quantità e impoverisce in qualità: più persone occupate, salari più bassi, più ore di sfruttamento per pagare la stessa spesa. La nuova questione sociale italiana — il working poor, il lavoratore povero — non è un’emergenza statistica. È il risultato programmato di una politica salariale durata trent’anni.

Lo Stato datore di lavoro: il caso della sanità pubblica

La rappresentazione meloniana del decreto Primo Maggio si scioglie del tutto se si guarda allo Stato non come legislatore ma come datore di lavoro. Il caso della sanità pubblica è esemplare. Il CCNL del Comparto Sanità per il triennio 2022-2024 è stato sottoscritto il 27 ottobre 2025 — con quasi tre anni di ritardo sulla scadenza naturale — e prevede aumenti medi attorno ai 172 euro lordi mensili per tredici mensilità, con arretrati stimati fra i 900 e i 1.270 euro a seconda del profilo professionale. Su una retribuzione media del comparto, l’incremento si traduce in un aumento nominale di poco superiore al sei per cento spalmato su tre anni. Nello stesso periodo, l’inflazione cumulata ha eroso il potere d’acquisto dei lavoratori della sanità di circa il dodici per cento. È un contratto che, in termini reali, riduce le retribuzioni: paga meno la fatica del 2024 di quanto pagasse quella del 2021. Eppure è stato firmato dalle stesse confederazioni sindacali — CISL FP fra le altre — che il governo si appresta ora a investire del titolo costituzionale di « autorità salariale ». La FP CGIL e la UIL FPL non hanno aderito, motivando la dissociazione proprio con l’insufficienza dell’incremento, ma il contratto è in vigore comunque, e a breve si è già aperto presso l’ARAN il tavolo per il rinnovo 2025-2027 sulla base di un atto di indirizzo che mette in campo 968 milioni a regime dal 2027 — risorse, anche queste, lontane anni luce da ciò che servirebbe per riallineare gli stipendi alla dignità.

La sanità non è un’eccezione: è un paradigma. Mostra che cosa significa, nel concreto, lasciare la determinazione del « salario giusto » alle parti sociali, in un contesto in cui la parte datoriale è lo Stato stesso. Significa firmare contratti che ufficializzano l’impoverimento. Significa trasformare il sindacato in mediatore di sconfitte. Significa, infine, raccontare ai lavoratori che il loro nemico è il « contratto pirata » mentre si fa firmare loro un contratto pubblico che li porta più vicini alla soglia di povertà. Lo Stato che si presenta come arbitro è in realtà uno dei principali incassatori della politica dei bassi salari. La differenza fra il privato che sottopaga e il pubblico che firma riduzioni reali è solo di dignità formale.

La strage rimossa: i morti sul lavoro fuori dal decreto

C’è una parola che il decreto Primo Maggio del governo Meloni non scrive: morti. Non la scrive perché di morti, in questo provvedimento sbandierato come la grande risposta alla questione del lavoro, semplicemente non si parla. Si parla di « salario giusto ». Si parla di sgravi contributivi e di Trattamento Economico Complessivo. Si parla di rider e di caporalato digitale. Non si parla di chi, mentre il governo discuteva la bozza in Consiglio dei ministri il 28 aprile, è uscito di casa la mattina e non è più tornato. Eppure i numeri ci sono, ufficiali, pubblicati dall’INAIL e dal suo Osservatorio statistico-attuariale: nel 2025 in Italia sono morti sul lavoro 1.093 lavoratori e lavoratrici. Sono 792 i decessi avvenuti in occasione di lavoro — in fabbrica, in cantiere, sui mezzi, nei campi — più 293 nel tragitto casa-lavoro e otto studenti coinvolti in percorsi di alternanza. Nel 2024 erano stati 1.090, nel 2023 erano stati 1.041. È, cifra dopo cifra, una stabilità nella catastrofe: una media di tre morti al giorno, sabati, domeniche e festivi compresi, che si ripete da anni con la regolarità di un metronomo, mentre le denunce complessive di infortunio salgono a quota 597.710 nel 2025 (più 1,4 per cento sull’anno prima) e le malattie professionali toccano un nuovo massimo storico con 98.463 casi denunciati, in aumento dell’11,3 per cento. Chi parla di « difesa del lavoro » e omette questi numeri commette una rimozione politica.

Vale la pena entrare nei dettagli, perché dentro il dato aggregato si nasconde la geografia sociale dello sfruttamento. I settori in cui si muore di più sono, da decenni, gli stessi: costruzioni con 148 morti nel 2025, manifatturiero con 117, trasporto e magazzinaggio con 110, commercio con 68. Sono i comparti dell’edilizia in subappalto, della logistica frantumata in cooperative spurie, della catena del montaggio cronometrata, del trasporto di merci a cottimo: i luoghi in cui la combinazione fra precarietà contrattuale, ritmi imposti dall’algoritmo e formazione scaricata sul fondo della catena produttiva trasforma l’incidente in evento statisticamente prevedibile. La dimensione di genere e nazionalità completa il quadro. I lavoratori stranieri muoiono molto più spesso degli italiani: l’incidenza del rischio mortale è di 72,4 decessi per milione di occupati per gli stranieri contro 28,8 per gli italiani, oltre il doppio. Le donne pagano un prezzo specifico nel tragitto casa-lavoro, dove avviene il 54,3 per cento dei loro decessi sul lavoro — un dato che racconta del peso del doppio carico domestico-professionale e della mobilità su lunghi tratti per raggiungere posti di lavoro a bassa remunerazione. Oltre il trentasette per cento delle morti in occasione di lavoro riguarda lavoratori fra i 55 e i 64 anni: gli stessi sessantenni che la legge Fornero costringe a restare al lavoro fino allo sfinimento e che le leggi successive non hanno alleviato. Si muore vecchi, si muore stranieri, si muore precari. Si muore, in larghissima parte, dove la sicurezza è stata progettata come un costo da ridurre invece che come un diritto da garantire.

In questo paesaggio di sangue, l’assenza del decreto Primo Maggio è insostenibile. Perché il governo Meloni, pur disponendo dei dati INAIL aggiornati, ha scelto deliberatamente di non aprire neppure un capitolo del decreto sulla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. Non un euro stanziato per il potenziamento dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che dispone oggi di un numero di ispettori effettivamente attivi sul territorio inferiore a quello che la stessa direttiva europea sull’ispezione del lavoro indica come adeguato. Non una norma sulla responsabilità solidale lungo le filiere del subappalto, dove si concentra la quota maggiore degli infortuni mortali in edilizia. Non una misura di rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, in particolare nelle imprese sotto i quindici dipendenti che restano fuori dall’obbligo del RLS aziendale. Non una linea di finanziamento dedicata alla bonifica del rischio amianto, che continua a uccidere migliaia di lavoratori l’anno per patologie con tempi di latenza decennali. Non un ritocco — neppure simbolico — del Testo Unico 81 del 2008, che attende da diciotto anni un aggiornamento serio. La pretesa risposta del governo sarebbe il decreto-legge 159 del 31 ottobre 2025, già convertito in legge, che ha introdotto il « badge di cantiere », la revisione delle aliquote di oscillazione INAIL premianti e l’estensione di alcune sanzioni. Misure non disprezzabili in linea di principio, ma di portata irrisoria rispetto alla scala del fenomeno e — soprattutto — costruite intorno alla logica del « datore virtuoso » premiato fiscalmente, non intorno alla logica della prevenzione sistemica e della responsabilità penale. Né il DL 159 né il decreto Primo Maggio toccano il punto vero: la combinazione fra appalti al massimo ribasso, frammentazione della filiera produttiva, formazione esternalizzata a società consulenziali e ispezioni a campione produce, ogni anno, un numero di morti che nessun Paese serio considererebbe una variabile fisiologica del proprio sistema produttivo.

La presidente del Consiglio, nel suo messaggio del 1° maggio, ha rivendicato fra i meriti del proprio governo « gli interventi sulla sicurezza sul lavoro ». La frase è doppiamente sbagliata. È sbagliata perché, alla prova dei dati INAIL, dopo tre anni e mezzo di governo Meloni i morti sul lavoro restano sostanzialmente fermi alle stesse cifre del 2023, e ogni eventuale miglioramento dell’incidenza per centomila occupati è dovuto al denominatore — l’aumento dell’occupazione — più che al numeratore. È sbagliata, soprattutto, perché il decreto Primo Maggio 2026 — l’atto politico che il governo ha scelto di intestare alla Festa del Lavoro — non contiene una sola norma sostanziale di prevenzione, di rafforzamento ispettivo, di investimento nella sicurezza. È un decreto sul lavoro che dimentica di parlare delle vite di chi lavora. È, per questo, anche un decreto che mente. Mentire sul numero dei morti, o tacerli mentre si scrivono provvedimenti che si proclamano « per i lavoratori », è una forma specifica di violenza simbolica: la rimozione istituzionale di chi paga per il funzionamento del sistema il prezzo più alto.

Le due dimensioni — bassi salari e morti sul lavoro — non sono, del resto, due capitoli separati dello stesso libro. Sono lo stesso capitolo. Dove il salario è basso, la pressione a chiudere un occhio sulla sicurezza è massima; dove il subappalto frammenta la filiera, l’interesse a investire in formazione e dispositivi di protezione individuale crolla a ogni passaggio della catena; dove la concorrenza fra imprese si gioca al ribasso sui costi del lavoro, il primo costo a essere compresso è quello dei tempi di lavorazione e quindi delle pause, delle verifiche, dei controlli incrociati che salvano vite. Un Paese che decide di non fissare un salario minimo legale e di non investire seriamente nella sicurezza del lavoro sta facendo, di fatto, due scelte coerenti: in entrambi i casi, sta accettando di scaricare sul corpo dei lavoratori il costo della propria competitività. L’articolo 36 della Costituzione — quello sulla retribuzione « sufficiente » — non vive isolato. Sta in dialogo con l’articolo 32 sulla salute, con l’articolo 41 che subordina l’iniziativa economica al non recare danno « alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana », con l’articolo 4 che parla del lavoro come fondamento della Repubblica. Una lettura integrata di questi articoli porta a una conclusione che il decreto Primo Maggio si rifiuta di trarre: la dignità del lavoro non è solo questione di stipendio, è questione di vita. E il governo che dimentica i morti, mentre celebra la Festa del Lavoro, sta semplicemente confermando che, nel suo ordine di priorità, le vite dei lavoratori vengono dopo i bilanci delle imprese.

Le complicità storiche e la regia europea

Sarebbe ingeneroso, e politicamente miope, scaricare l’intera responsabilità sull’attuale governo. La politica italiana dei bassi salari ha radici trentennali e una matrice precisa: l’accordo di concertazione del luglio 1993, sottoscritto dal governo Ciampi con CGIL, CISL e UIL, che abolì la scala mobile e introdusse il modello della contrattazione a due livelli ancorato al cosiddetto « tasso di inflazione programmato ». Da quell’accordo in avanti — sotto governi di ogni colore, con qualche frammentaria eccezione — i salari italiani sono stati progettati per non crescere. La promessa era che, in cambio della rinuncia al meccanismo di adeguamento automatico, sarebbe arrivata produttività, contrattazione di secondo livello, redistribuzione. Non è arrivato nulla di tutto questo. La produttività è ferma da vent’anni allo 0,3 per cento medio annuo, contro l’1,2 per cento europeo. La contrattazione di secondo livello copre meno di un terzo dei lavoratori. La redistribuzione è andata nel senso opposto, dai salari ai profitti. L’unico effetto reale del modello concertativo è stato l’indebolimento sistemico del mondo del lavoro: senza scala mobile, senza salario minimo legale, senza meccanismi di indicizzazione automatica, ogni shock inflattivo si scarica integralmente sulle retribuzioni reali. La fiammata del 2022-2023 ha fatto il resto.

Su questo sfondo si innesta la regia europea. La Direttiva UE 2022/2041 sui salari minimi adeguati — che la Cassazione, nelle sentenze del 2023, ha richiamato come parametro interpretativo dell’articolo 36 — chiede agli Stati membri di garantire una copertura della contrattazione collettiva di almeno l’ottanta per cento e, dove insufficiente, di introdurre un salario minimo legale. L’Italia ha la copertura nominalmente più ampia d’Europa ma, per la combinazione fra contratti pirata, contratti scaduti e tariffe minime ben sotto la soglia di povertà ISTAT, è in realtà uno dei Paesi dove la rete della contrattazione collettiva produce, paradossalmente, lavoro povero. Anziché trasporre la direttiva con coraggio — riconoscendo che il modello del « salario contrattuale come retribuzione costituzionalmente sufficiente » è clinicamente morto — il governo Meloni ha lasciato scadere il 18 aprile la delega parlamentare, e ora con il decreto Primo Maggio fa l’opposto: riafferma che basta il contratto firmato dalle confederazioni più rappresentative per non avere problemi giuridici. È, sul piano della scelta di campo, una posizione lucidissima: meglio salari bassi sotto controllo concertativo, che salari più alti imposti per legge.

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