venerdì 24 maggio 2019

pc 24 maggio - La polizia fascista in azione a Genova non può restare impunita politicamente e socialmente

La stampa borghese parla di 'luglio 60' - Noi pensiamo a Genova G8 2001 

da repubblica

Gli antifascisti hanno pressato la zona rossa, la polizia risponde con le cariche, ma parte un’assurda caccia all’uomo a Corvetto. Un gruppo di agenti pesta brutalmente un giornalista di Repubblica
 
Una giornata nera quella vissuta ieri da Genova. Non solo perché tutto è stato scatenato dal desiderio di CasaPound di tenere il proprio comizio elettorale – per trenta persone - in una piazza del pieno centro cittadino, quasi una rivincita su quel 30 giugno 1960 in cui i neofascisti vennero cacciati da De Ferrari.
In questo pomeriggio segnato dagli assalti degli antagonisti alla mini zona rossa in cui era stata blindata CasaPound e dalle cariche di polizia e carabinieri per allontanare una massa di manifestanti
antifascisti assai più numerosa di quella che forse si aspettavano le autorità, ecco ricomparire le vecchie pessime abitudini di alcuni agenti, incapaci di contenere la violenza anche quando non è strettamente necessaria, anzi superflua. Ne ha fatto le spese il nostro collega Stefano Origone, cronista di Repubblica della redazione di Genova che, come in decine di occasioni simili, era in strada fin dall’inizio per raccontare gli eventi.
Alcuni poliziotti in tenuta antisommossa lo hanno letteralmente aggredito all’inizio di via Santi Giacomo e Filippo in una fase non di scontro con gli antagonisti ma di dispersione. Quando ha visto partire le prime manganellate Stefano ha urlato “Sono un giornalista”. Ma non è servito. E’ crollato a terra dove è stato raggiunto da altre manganellate e calci al corpo e sulla testa. Alla fine un ispettore della Digos che lo ha riconosciuto è intervenuto allontanando gli agenti e, soccorrendolo e chiamando l’ambulanza. Stefano ha riportato la frattura di due dita, la rottura di due costole, una in maniera scomposta, un trauma cranico, ecchimosi e ferite in tutto il corpo.

I primi disordini si sono verificati alle 18 in punto quando doveva iniziare il comizio di CasaPound. Fra via Roma e piazza Corvetto erano quasi 3 mila le persone presenti. 
dietro lo striscione di “ Genova antifascista”... differenza di altre volte, però questa parte della piazza era molto numerosa, alcune centinaia di persone tutte attive. Lo si è visto nell’assalto alle grate che chiudevano piazza Marsala. La pressione accompagnata da lanci di bottiglie, bombe carta e biglie di ferro ha provocato la reazione della polizia. Le prime manganellate e i lacrimogeni. Dopo gli altri assalti dei manifestanti la decisione delle forze dell’ordine di occupare piazza Corvetto e allontanare gli antagonisti più accesi. Una parte è fuggita verso via Santi Giacomo e Filippo e via Serra inseguita da alcuni agenti del Reparto Mobile. È stato nella fase del rientro dei poliziotti, mentre alcuni manifestanti anche loro tornavano sui loro passi e cercavano di ricongiungersi agli altri, ma in un momento di calma, che un gruppo di agenti si è lanciato contro alcune persone addossate al muraglione dei giardini dell’Acquasola all’imbocco di via Santi Giacomo e Filippo.

Sulla piazza alla fine i segni dello scontro di una giornata in cui Genova sembra segnare uno spartiacque come già accaduto nel giugno 1960 e nel luglio 2001. A proposito: alcuni avvocati hanno raccolto da terra i bossoli dei lacrimogeni Cs, da molti ritenuti pericolosi, e largamente utilizzati al G8.

Origone, il giornalista picchiato: "Non smettevano più, ho creduto di morire"
La testimonianza del cronista di Repubblica manganellato dalla polizia durante gli scontri tra antagonisti e CasaPound a Genova:
"Ho pensato di morire, non mi vergogno di dirlo. Non smettevano più di picchiarmi, vedo ancora quegli anfibi neri, che mi passavano davanti al volto e, nella testa, mi rimbomba ancora il rumore sordo delle manganellate. Su tutto il mio corpo, che cercavo di proteggere, rannicchiato in posizione fetale, scaricavano una rabbia che non ho mai incontrato prima, che non avevo mai sentito così efferata in trent'anni di professione, sempre sulla strada".
"Mi trovavo in piazza Corvetto, all'angolo con via Serra, l'unica via di uscita di una piazza completamente blindata dai mezzi della polizia e dagli agenti in tenuta antisommossa. Era una buona posizione, per osservare i contatti tra a polizia e i manifestanti, c'erano già state cariche, ma mi sentivo tranquillo, proprio perchè alle spalle avevo la via di fuga. E poco prima la polizia era anche arretrata. Poi non so cosa sia scattato, non ricordo l'innesco della follia. Mi hanno detto poi che i poliziotti hanno visto un ragazzo vestito di nero e hanno lanciato la carica. So che mi sono arrivati addosso, intorno a me non c'era quasi nessuno, ero in un punto defilato. Li ho visti arrivare, avevo il cellulare in mano perchè stavo facendo qualche foto, mi sono ulteriormente spostato. Ma mi sono arrivati addosso. Ho cominciato a scappare, ma non ne ho avuto il tempo. 
Allora ho cominciato a gridare, ancora prima che mi buttassero a terra, prima che iniziasse l'incubo. Ho gridato con tutta la mia voce: "Sono un giornalista, sono un giornalista". Mi hanno fatto cadere e hanno cominciato a picchiare: calci, manganellate, colpi da tutte le parti, non sapevo come pararli, non potevo pararli. E urlavo, urlavo, tiravo fuori la testa dalla posizione fetale che avevo assunto: "Sono un giornalista, sono un giornalista". Non si fermavano. Ero come un pallone, preso a calci. Sentivo che stavano scaricando su di me una rabbia indescrivibile, avevano un furore irrefrenabile, ero terrorizzato. Allora ho urlato ancora più forte "Basta, basta". Non si fermavano. Non so quanto sia durato. Mi sono coperto la testa con le mani nude. A un certo punto mi sono accorto che il mio corpo non resisteva più, che non riuscivo neppure più a proteggermi. Lì ho avuto paura di morire. A un certo punto è arrivato un poliziotto, Giampiero Bove, che conosco da molto tempo: si è buttato sul mio corpo, con il casco: "Fermatevi, fermatevi, cosa state facendo, è un giornalista, fermatevi", ha gridato. Mi ha salvato. Gli sarò per sempre grato. E, come automi, gli agenti hanno smesso e se ne sono andati. Come se il loro furore fosse stato spento, con un clic.
Mi ha aiutato ad appoggiarmi a un muretto, stavo male, ha chiamato i soccorsi. Poi è arrivata l'ambulanza, durante il tragitto, mi veniva da vomitare, credo per lo shock. Ora sono ricoverato all'ospedale Galliera di Genova: i medici mi hanno detto che sulla schiena ho le impronte delle suole Vibram degli anfibi degli agenti, i segni del manganello sui fianchi. Ho una costola fratturata, due dita della mano sinistra rotte, trauma cranico per le manganellate in testa ed ecchimosi su tutto il corpo. E non ho mai pensato che potesse succedermi una cosa del genere".

Nessun commento:

Posta un commento